31/10/10

Review - The Social Network





David Fincher è un regista che riesce a nobilitare le storie che racconta. E a creare dei capolavori. Non è la prima volta nella sua gloriosa carriera, e, azzardiamo a dire, non sarà l'ultima. "The Social Network", sulla carta, era il prodotto più difficile da realizzare. La storia, contemporanea, della nascita di Facebook, il nuovo modulatore dei rapporti umani, sulla carta non era altro che un mucchio di nomi, di pratiche legali, di profili in aggiornamento e di status, veri o finti che siano. Fincher racconta la storia di Mark Zuckerberg e dei suoi amici-nemici di avventura, dagli albori, nel primo quinquennio del 2000, quando ad Harvard comincia una progressiva diffusione di esperimenti che sono, in parte, collegati alla genesi del fenomeno mondiale. Fincher, attraverso un'abile costruzione narrativa, ad integrum, segue un itinerario che si snoda in varie fasi, e in cui la ricostruzione avviene dall'esterno. La sceneggiatura-orologeria è a scatti. E il regista propone una visione insieme progressiva, a livello temporale, ma anche con tante tappe intermedie, che, aprendo vortici temporali, si collegano al filo narrativo centrale. Oltre alla forma dell'intreccio, colpisce il contenuto. Una storia del genere è atipica in sè. Fincher riesce a mostrare ogni angolazione, dal lato tipicamente legale per i conflitti derivanti dagli illeciti di Zuckerberg, nei confronti dei suoi finanziatori o amici di vecchio corso, a quello affine all'atmosfera realistica di un college statunitense, in cui droga, alcool, iniziazione alla frat-pack, competizione ed emarginazione si mostrano intatti. Zuckerberg è una sorta di nerd genialoide, e non fa parte dell'elite ricca, popolare (è un concetto che ritorna con costanza), immersa nei festini e nelle opportunità. Il film parte da un dialogo serrato, tra Mark e la sua ragazza, interpretata da Rooney Mara, che porterà alla fine della relazione. Fincher, fin dai primi secondi, mostra una forte compattezza registica, in cui i continui campo-controcampo, rendono bene l'idea di una realisticità della situazione. Tutto il film si regge sulla normalizzazione dei personaggi, che non sono altro che il corrispettivo dei loro amici, e che spiccano per ambizioni marcate. Se Eduardo Saverin, interpretato da Andrew Garfield, è un ragazzo intelligente che cerca la sua opportunità ed è l'unico amico di Mark, il resto dei protagonisti è diviso tra ragazzi amorfi e poco presenti e personaggi di impatto, forti, come Sean Parker, creatore di Napster, affidato a Justin Timberlake. I famosi gemelli Winklevoss sono interpretati dal medesimo attore, un bravo Armie Hammer. La keyword del doppio viene enfatizzata dalle personalità contrastanti dei fratelli, in un modo che risulta molto congeniale all'evolversi della situazione. Il film diventa un avvincente legal con elementi drammatici, significati psicologici (l'ultima sequenza ci mostra il volto complessivo di Mark), elementi sociali. La sceneggiatura, firmata da Aaron Sorkin, permette di non idealizzare, in positivo o negativi, i protagonisti della vicenda, ma fa cogliere le esigenze interiori che motivano le azioni, non dimenticandosi di rimandare qualcosa alle scarne didascalie finali o tacendola del tutto. Funzionale è anche l'aspetto fotografico e soprattutto la scelta della colonna sonora. La magnifica musica di Trent Reznor è l'ingrendiente giusto che, attraverso suoni sinistri armonizzati tra loro, dona un tocco di suspense necessaria, ma senza invadere il film con intramezzi inutili e magniloquenti. L'ultima cosa che mi preme sottolineare è la bravura di Jesse Eisenberg, che nel costruire la figura di Mark Zuckerberg, utilizza una tecnica recitativa poco votata alla spettacolarizzazione e più incline alla complessità interiore, e, di rimando, gestuale.


Il film esce il 12 Novembre 2010.

30/10/10

Review - Scott Pilgrim Vs. The World




Da una graphic novel di Bryan Lee O'Malley, l'ennesima trasposizione di un fumetto al cinema. Qui la musica cambia, rapidamente, e sfida la logica, con tanto di straordinari effetti speciali e un marchio stilistico riconoscibile. I podromi per un exploit c'erano tutti. Ma Edgar Wright, regista di piccoli cult, non è il tipo che si lascia contagiare dalla facilità narrativa o dalla necessità di seguire standard adolescenziali. E, per questo, realizza il suo film, un videogioco, con tanto di vite bonus e punti per obiettivo, che arriva a smontare ogni verosimiglianza di reale (a parte la poco accennata attenzione alla necessità di chiudere definitivamente i rapporti). Il soggetto è semplice, riguarda il mondo amoroso. Ma lo svolgimento è del tutto diverso dal contesto tipico. E' un film che sfida i clichè e ribalta le situazioni tipiche, e, per farlo, il mondo ipercostruito e graficamente moderno è il posto migliore. La pellicola comincia con un tono volutamente normalizzato. Ma non per questo del tutto tradizionale. C'è un personaggio, un nerd dei nostri giorni, interpretato da Michael Cera, che passa di ragazza in ragazza (e la cosa è dissonante, rispetto al ruolo e all'immagine che ha), una ragazza dai tratti orientali, sua ultima conquista, ancora minorenne (Ellen Wong), un compagno di stanza gay, molto meno femminile dello stesso coinquilino,  che dorme nel suo stesso letto (Keiran Culkin), una sorella pedinatrice e ossessiva, praticamente incapace di staccarsi dal telefono (Anna Kendrick, che si mostra la vera fuoriclasse del gruppo).  E se già gli elementi inziali sono surreali, a seguito dell'incontro con una ragazza americana (Mary Elizabeth Winstead) comincia una sorta di folle lotta contro gli "exes" della stessa, che assomiglia ad un videogioco, in cui tutti i protagonisti sono immersi nel fiume dell'idiozia. Se la generazione anni '60 viveva con allucinogeni reali, qui l'intera realtà è completamente allucinata, un vero muoversi ad ostacoli in un mondo irreale, popolato da personaggi che sfiorano la macchietta, con tanto di superpoteri (un cult il vegano dagli occhi di ghiaccio). Il manga e il videogioco sono gli elementi simbolici della generazione raccontata, e la realtà si esplicita in queste due varianti. La cosa che sbalordisce è la capacità visionaria di Wright, che gira sequenze complesse, e riesce a far emergere continuamente, con angolature insolite, anche la profondità, senza inutile stereoscopia. In tutto questo il film è brillante e veloce, capace di sperimentare e di intrattenere. Il numero dei personaggi, ad un certo punto cresce a dismisura, e forse il vero neo sta nelle sequenze finali con un Jason Schwartzman fuori luogo e una scansione narrativa meno affascinante.

Halloween - 14 Zucche da Cinema

Una raccolta di 14 zucche, realizzate e fotografate da utenti Flickr, che si ispirano al mondo cinematografico.



Le tre foto appartengono all'album di ladybugkt e rappresentano in sequenza la coppia di Twilight Bella-Edward, un chiaro omaggio al "Vertigo" di Hitchcock e una splendida rappresentazione della "Moglie di Frankenstein", dal celebre e insuperato film di James Whale, del lontano 1935, interpretato dalla divina Elsa Lanchester.



L'utente PumpkinWayne propone due immagini che potrebbe conquistare i più piccoli. Stitch dalla pellicola di animazione "Lilo e Stitch", che ben descrive lo spirito della festa di halloween, nella sua essenza divertita e mostruosa insieme, e Saetta, la Lightning McQueen del celebre "Cars".

Lo stesso utente è molto attento alle esigenze dei bambini, come si evince da altre foto, che mostrano, in sequenza "Fantasia", celebre film sperimentale, discusso e odiato da molti, della Walt Disney, l'alligatore" dall'ultimo film bidimensionale della Disney, "La prinipessa e il Ranocchio", Mr. Potato e Buzz Lighyear della serie Toy Story, uno dei mostri di "Nel paese delle creature selvagge" di Spike Jonze.






Spostandoci su personaggi più adulti, l'autore ci presenta Iron man e la mitica Jessica Rabbit . Ma, è nella terza foto, che si coglie appieno l'essenza di Halloween, con una raffigurazione di Igor di "Frankenstein Junior" di Mel Brooks.


Infine, l'utente kara brugman propone la sua rappresentazione del classico di Kubrick, "Shining", mentre il sempreverde Jack Skellington ritorna nella zucca di rianpie.


29/10/10

Trailer of the Day - London Boulevard



"London boulevard" è l'esordio alla regia di un nome che, in molti non troveranno, nuovo. Si tratta infatti di William Monahan, che compie il gran salto e passa dalla sceneggiatura (in cui ha mostrato segni discontinui, dall'Oscar per "The departed" a film meno riuscito, partendo da "Le crociate" di Scott, "Nessuna verità" dello stesso regista e "Fuori controllo" di Campbell) alla prima regia. Gira un film che, tratto dalla novella dell'irlandese Ken Bruen, potrebbe aiutarlo per la sua componente spiccatamente eterogenea. La storia si incentra su due personaggi: un'attrice e il suo "maggiordomo", un uomo scarcerato da poco, abile nella difesa personale. I due protagonisti sono interpretati da Keira Knightley e da Colin Farrel e sembra siano la carta vincente del film, insieme a quel sapore tipicamente action-brillante che solo Londra può garantire.

Review- Salt

In uscita il 29 Ottobre in Italia






Il film di Philiph Noyce è un prodotto adrenalinico e veloce. 90 minuti di pura azione. Se fosse stato interpretato da Tom Cruise, sarebbe stato forse un disastro. Il confronto con la Jolie è impari, giacchè il vecchio Tom si sarebbe limitato a fare il guascone inespressivo, Angelina è il motore emotivo del film. L'attrice gioca con i clichè, assume pose giuste, porta elementi drammatici, quasi tendenti ai vecchi melò con espressioni sentite e assume le sembianze mutevoli di una donna dolce e forte, con tanto di connotati fisici in evoluzione. Evelyn Salt è il ruolo che salva Angelina dal genere thriller e la riporta sulla scena, in modo nuovo. Infatti il percorso attoriale iniziato con Winterbottom e, soprattutto, il lavoro su sè stessa in "Changeling" di Clint Eastwood, oltre a cambiamenti nella vita privata e in quella sociale, hanno portato i loro frutti e dell'attrice di "Fuori in 60 secondi" non è rimasto che un paio di labbra voluttuose. La Jolie ha trasformato un personaggio incolore, asessuato (o meglio asessuabile), meccanico per sua genesi, in un personaggio complesso, articolato anche sotto il profilo psicologico, materno (la scena con la ragazzina di colore), innamorato, ma anche spietato e di una forza più che mascolina (Tom Cruise sarebbe stato troppo inadatto, anche per fisicità, al ruolo). "Salt", senza la Jolie, sarebbe stato un prodotto trascurabile e invece è imprescindibile. Noyce mette del suo e tesse intrighi e colpi di scena, fattura di tecnica ottima e un buon casting, non eccellente, ma comunque adatto. Se Liev Schreiber fa il suo suo, Auguste Diehl ha la faccia (e la nazionalità) giusta, Chiwetel Ejiofor è un pò spaesato, troppo incline a tentare di fare il "Don Cheadle" della situazione, che, nel genere, di suo già non riesce. La sceneggiatura sfugge all'analisi politica, è compiuta e ben scritta (nelle mani Di Kurt Wimmer), ma rende paradossali le azioni-organizzazioni dei Russi. Va detto che in realtà il film tocca solo l'aspetto KGB e affiliati, trascendendo da analisi sul contrasto con la democrazia Americana, e tende il piede sulla facile caratterizzazione del blocco "comunista". D'altronde, spesso, nel cinema, i tipi rendono meglio delle figure complesse. Infatti, in questo caso, proprio per una standardizzazione dei personaggi di contorno, emerge con forza il principale, e la Jolie si ritaglia un ruolo nella storia del cinema come eroina che oltrepassa i limiti del genere sessuale.

Ecco alcune foto del film:





Tv-Movie of the Day- Seabiscuit

Oggi alle 16,10 su Rete4

Non ce l'ho fatta. Non a finirlo, nonostante le due ore e venti, ma a trovare qualcosa che vada al di là del già visto "sogno Americano". Non ce l'ho fatta a trovare una lenza che eviti il buonismo forzato, nè una piccola monetina che non presenti da un lato la faccia della bontà, dall'altro della malvagità. Non ce l'ho fatta a vedere un cavallo umanizzato. Nè a sopportare l'atmosfera di vittoria-sconfitta che aleggia sul protagonista, un impassibile ed inespressivo Tobey Maguire, dalla tenera età alla maturità. Se l'inizio sembrava quantomeno affine ad un piglio storicista di impatto con le sequenze-fotogramma che davano molto l'impressione di un film rigoroso, Gary Ross, nelle successive due ore, fa di tutto per rendere tutto patetico, qualunquista, grandioso, disneyano nella sua accezione negativa, americano nella sua accezione limitante, costruito e noioso, noioso fino all'ultimo, senza un tocco di lacrime vere. E "Seabiscuit" non riesce a partire di getto nel cuore, anche perchè lo circonda un mondo esteticamente perfetto, fotografia e musica comprese, forse troppo perfetto per descrivere quella traccia di vero che sta nel contatto con il passato. Se ci fosse stato solo un cavallo a correre, le due ore sarebbero passate più in fretta. Sono i personaggi, infatti, la spina al fianco del film, impossibili da amare o odiare. Da fiction televisiva, nonostante interpreti, oltre a Maguire, come Jeff Brifges, Elizabeth Banks, Chris Cooper e William H. Macy. Se "Secretary" con Diane Lane è votato alla stessa strada, è perchè c'è chi ama il mestiere e il film consolatorio. Di rimando, c'è chi ama lo sperimentalismo e l'ambiguità, la realtà, il sogno infranto. C'è chi ama il western delle origini e chi, invece, tiene a "Balla con i lupi". Personalmente delle confezioni dolcificanti non so che farmene. Già ci sono troppi dolci in giro.

28/10/10

Tv-Movie of the Day - The Illusionist

 Su Rete 4 alle 21,10

"The illusionist" uscì nel lontano 2006, lo stesso anno di "The prestige". Se, qualitativamente, siamo su piani molti diversi, con il film di Nolan che eccelle nel binomio realtà conoscibile-inconoscibilità della realtà, "The illusionist è la risposta tradizionale, compatta, patinata e un pò letteraria alla pellicola di Nolan. Sta di fatto, che in barba alle aspettative, anche Neil Burger ha creato una pellicola meritevole, avviluppata ad una storia d'amore, che sembra irrealizzabile, che bypassa le circostanze avverse e con quel tocco fantastico, deliberatamente chiarito alla fine del film, che accresce la tensione narrativa. Inoltre, il mondo illusionista è inquadrato dentro (e non fuori) l contestualizzazuione storica, che non viene, come in altri casi, dimenticata o messa da parte. La credenza di massa è un punto centrale del film, l'impossibilità dello svelamento rimanda alla lanterna magica, all'illusionismo visivo, senza uno svelamento immediato. Molto positiva l'interpretazione di Edward Norton, che la forza espressiva e la capacità di modulazione sentimentale nel DNA; bene anche Jessica Biel. Sono rimasto parzialmente deluso dall'interpretazione di Paul Giamatti, che finisce per ripetere sè stesso, nella parte del cattivo arcigno e inflessibile, e cade nel clichè.

Tv-Movie of the Day - Come le foglie al vento





Su Rete 4 alle 16,45
Non ho mai avuto una passione per Douglas Sirk. Il mio approccio è stato viziato dal pregiudizio. Ho visto molti frammenti dei suoi film, trasmessi qua e là, ma non sono mai riuscito a finirne completamente uno. "Come le foglie al vento", realizzato nel 1956, è un colpo basso. Il melò colpisce il cuore, per principio. Questo film colpisce la testa, e poi raggiunge il cuore. La perfetta ricostruzione ambientale, accesa con toni cromatici sfavillanti, è essenzialmente lo specchio/spettro della violenza del film. Il realismo tocca corde inusuali, è un'evidente marcatura stilistica, ma al contempo si affida ad una costruzione pressochè perfetta delle psicologie umane. Il contrasto chiasmatico tra amore ricambiato e non corrisposto è la base di partenza e smonta, destruttura la patina di un mondo riccamente adornato e visivamente accecante. E' proprio l'intensificarsi della policromia in senso antinaturalistico ad accompagnare la distruzione del mondo e degli stessi personaggi. La pellicola è recitata, seguendo dei dettami precisi, con il piglio introspettivo che rende i personaggi del tutto alla nostra portata, ma anche cristallizzati in un vuoto da dramma borghese freddo e congelato nelle singole psicologie. La recitazione non si affida a clichè, nè cerca l'effetto. E' misurata e controllata, armonica nel suo essere esplosiva. Grandissima la prova di attore di Rock Hudson. Capolavoro.

27/10/10

Review - Animal Kingdom


"Animal Kingdom" è qualcosa in più di un film. O almeno non è un film nell'ottica comune della definizione. Siano abituati, soprattutto in un film ad impostazione anglosassone, ad una sorta di facilità narrativa. I personaggi sono disposti in modo gerarchico, per far risaltare ruoli principi e le storie prendono la via del razionale e del noto. Un autore, spesso, nello scrivere il film, non riesce a dissociarsi dall'immagine totalizzante, corretta, mirata, tradizionale, facile, imposta dall'esterno, dagli spettatori e dai produttori. E "Animal Kingdom", se ha una caratteristica formale, è la capacità di sfidare le regole imposte. In una sceneggiatura standard, c'è un personaggio preminente. In "Animal Kingdom", il ruolo è assunto da un quasi spettatore, una sorta di giovane narratore che racconta la vicenda, come evidente nelle sequenze iniziali, e che ci accompagna, come se fosse una presenza solo in parte coinvolta negli eventi. O, meglio, coinvolta negli eventi suo malgrado. E' ancora la violenza a dominare, ma siamo in Australia, a Melbourne e non nell'America granitica e glaciale di "Winter's bone". E, piuttosto che occuparsi di un paesaggio quasi normalizzante,il regista David Michôd si impegna a  creare una sceneggiatura (è anche autore dello screenplay) che mescola continuamente le carte. In men che non si dica, personaggi che sembravano imprenscindibili scompaiono, e ne vengono a galla altri. Contro ogni categorizzazione e contro gli imput classici di un film del genere, ambientato tra criminalità e polizia, tra famiglia reale e acquisita, non c'è una direzione fino alla fine, un tragitto che porti lo spettatore a presagire un evento. La porzione di mondo rappresentata è dominata dal caos, quello primordiale. Così l'altorilievo iniziale, con tanto di leone, è appunto l'esemplificazione visiva del titolo, "Regno Animale". Si tratta di una concezione tipicamente darwiniana, ma maggiormente incline alla filosofia, in parte nichilista, in parte, a livello concettuale, nell'immagine dell'uomo data da Hobbes. Il "regno umano" è popolato da strani esseri che agiscono l'uno contro l'altro, anche non volontariamente, dominati da un istinto brutale e in perenne e quasi senza senno movimento. La pellicola è una piccola porzione di mondo, il meccanismo di funzionamento di una famiglia criminale, un film corale che preferisce alla polifonia totalizzante un insieme di monofonie separate, scisse, che hanno un inizio ed una fine. David Michôd crea tanti piccoli tasselli, non del tutto esplicitati, e tace su molto. Come detto, quando scompare un personaggio che si crede essere cardine della storia (e in realtà è solo un pezzo del puzzle, per di più inutile ad una visione di insieme, e con un dolore inesistente, taciuto, compresso di chi sopravvive), tutte le sottostorie e i personaggi corollari alla sua figura vengono meno e la camera li abbandona a sè stessi. Allora, il cerchio si stringe. Anche se il tutto, come nella realtà, rimane appeso nel vuoto ed ogni personaggio è simbolo di ambiguità. Ambiguità morale, si intenda. Il film è una storia recitata alla grande da un cast di attori perfetti non molto noti in cui emerge James Frecheville, e in cui le star come Guy Pearce sono relegati a ruoli di comprimario (d'altronde in meno di due ore, vengono dipanate e intrecciate una notevole serie di storie, con una grande quantitù di attori). Il film animalizza l'uomo e arriva ad umanizzare l'animale. Non fa una grinza.

Sexy Toy of the week -Angelina Jolie


Original Sin
Mr. and Mrs. Smith
Foxfire
Mojave Moon
Wanted
Gia