30/06/10

Le avventure del topino Despereaux




Il film sul “gentiluomo” Despereaux Tilling approccia un’idea cinematografica molto diversa dai clichè dell’animazione. Più che a Miyazaki, che predilige il momento onirico, e a Lasseter che libera l’aspetto più ludico, e all’intera prefabbricata casa Dreamworks, ancella della parodia fine a sè stessa, la storia di Despereaux si muove su un filone a sè stante, più vicino al vecchio e caro modello disneyano di decenni addietro che alla neo produzione Pixar. La variazione più significativa è l’esasperazione dell’elemento psicologico: tutto sembra immerso in un determinismo, anti-determinismo, illogicità dell’esclusione, potenziamento del proprio Ego, immaginazione fervida. In realtà, il tratto è sottile, la penna (macchina da presa) con cui si ricalca la matita (il testo da cui il film è tratto) aguzza, una stilografica rossa con intarsi dorati. La stilografica ha una cadenza lineare, un garbo regale, una gentilezza che mitiga la rotondità scolare della grafia. La stilografica, a livello visivo, determina l’effetto più estroso e ritmico, preciso e capillare, corposo e intellettuale di ogni altra penna. Bisogna saperla usara, d’altronde. Non è una Bic, pluriuso, non una penna a sfera ergonomica, non è una vecchia Replay, molto anni ’80-’90, cancellabile. Ha diverse problematiche: il costo relativamente alto, la scarza manegevolezza, e soprattutto le vecchie, care, macchie di inchiostro, nonchè una limitata attitudine a prestarsi alle fauci degli accaniti studenti. Chi dirige il racconto di Despereaux ha una buona manualità con la cinepresa, una grande compattezza stilistica e una notevole capacità creativa. Il film, graficamente, è impressionante, bellissimo, un piccolo goiello. Più che il mondo umano, in cui la vera gemma è il solito soggetto di Arcimboldi (la zuppa umanizzata), ciò che colpisce è la maestria nei dettagli nel raffigurare l’ombroso mondo dei ratti delle segrete, immerso in un buio che si accende di fiammiferi, e di scheletri e di ossa costruisce le casupole e le carrozze, e la più accogliente e semplice dimensione dei topi, che non mutuano un atteggiamento piratesco ma hanno nella semplicità dei loro abiti e dei loro arredi quella puntigliosità che è del preciso e timido impiegato vessato. Come detto, la prima parte ha una freschezza e una genuinità senza misura, e assomiglia ad un ingranaggio anche piuttosto complesso,la seconda parte non è per nulla monotona, ma l’accrescersi dell’azione, pur non lasciando perdere il filo, pretende di spiegare semplicemente con la narrazione il mutamento di psicologia dei personaggi. E’ così che Roscuro, da ratto modello, tenta, offeso dalla sua errata identificazione, la strada della presunta mancanza di scrupoli e la serva Miggery mostra il lato più prepotente e la sua estrema forza a raggiungere il suo unico obiettivo, dopo anni di vessazione, imprigionando la principessa, a sua volta bella e amorevole, ma anche viziata, prepotente ed ipocrita. Il re, nell’elaboazione del lutto, si spinge in un incupito vivere nell’assoluta mancanza di sentimenti, con la musica che ne scandisce le ore. I genitori di Despereaux ed il fratello non hanno un minimo di comunanza e di comprensione. La realtà mostrata appare, perciò, molto meno veritiera di quanto si presenti, la psicologia potenziata ma piuttosto spicciola. Che senso ha fare un film d’animazione, destinato ai bambini, in cui l’elemento pseudo-psicologico è così forte e la realtà così amara? Si pretende di spiegare ai bambini la vita, ma non lo si fa con la “magia”, a loro comprensibile, ma con quelle spiegazioni che solo i grandi possono capire. La stilografica lascia le vecchie care macchie.

28/06/10

Un anno fa il fenomeno "The hangover"



"The hangover" ( postumi di sbornia) è molto moderno, sincopato nello stile, tagliente, perspicace, sboccato fino a lasciare di stucco, allucinato. Un film molto diverso, in parte meno riuscito, in parte meno costruito è "Arizona Junior", fratelli Coen, che vanta una presenza stilistica più marcata ed una fruibilità famigliare. Il problema, forse, unico, è quello della fruizione: si tratta di un gioiellino comico, dinamico, articolato in una serie di gag non sconnesse e basato su uno script che è un’esperienza nuova, ma è troppo selettivo, destinato ad una fascia specifica per coinvolgere l’intero parterre degli spettatori, limiti d’età alla mano per la visione. E poi, un altro relativo elemento, alla lunga stancante, risiede nell’ipercostruzione dilagante. E’ un film tanto bello quanto costruito, e tale elemento, pur assunto in una funzione simbolica, non si può scindere da una consapevolezza critica di un tratto di cinema che ha bisogno di ben altri criteri per restare nella memoria storica. Si sia consci, però, delle grandi potenzialità di un “on-the road” nuovo stampo, disintegrato in una notte, topos cinematografico per eccellenza. Si tratta della notte di addio al celibato di un amico e racchiude in sé le caratteristiche di un vero viaggio nei bagordi di Las Vegas. I tre tipi che accompagnano il belloccio (Bradley Cooper) in attesa di matrimonio vanno fuori da ogni schema assunto, giungendo a dissacrare ogni falso mito buonista ma anche di convivenza benevola, completamente assorti in una dimensione prima di assoluto caos da droga, poi alla ricerca della realtà di bagordi trascorsa, indizi alla mano.Il film è una screwball comedy scorretta, che non si fà mancare alcuna "perversione" della modernità cinematografica, andando ad eccedere fino al paradosso. Questo film è completamente strafumato e, perciò, pur essenso lineare, è frutto di una mente assurda e malata.

27/06/10

Omaggio ad Aldo Giuffrè





Compare a partire dal 4:37 minuto.



L'ultimo brano è la lettura di un testo dell'opera "L'inferno della poesia napoletana", opera a più voci di letterati napoletani, e contiene un linguaggio non indicato a tutti per riferimenti sessuali evidenti. E' un testo composito in cui emerge la grande capacità di Aldo Giuffrè di rappresentare in modo vernacolare l'essenza napoletana in un concentrato gergale ed espressivo nella vocalità e nel tono memorabili. Ricordiamo che Aldo, fratello di Carlo Giuffrè, con cui ha collaborato in un sodalizio prezioso, fà riferimento, anche se in ruoili minori, ad ua filmografia di tutto rispetto, con grandi registi come Nanny loy, Segio Leone, Mattioli nel masterpiece "Assunta Spina", Sergio Citti, Steno e Monicelli,oltre alla fervida collaborazione con Eduardo De Filippo e Totò. A teatro incontrò Luchino Visconti.

Shrek: "E vissero felici e contenti"


Non ho mai amato Shrek dalla sua origine, ma il primo episodio non può essere privato della carica eversiva e contestratrice contro i modelli precedenti nell'ambito dell'animazione, favolistici o meno. Di certo Shrek è un involgarimento della fiaba, un suo piegarsi a considerazione moderne, tralasciando il suo significato "crudele" , a favore di un lieto fine certo, con una critica mordace solo nei primi due capitoli alla società. E, dal titolo, si capisce che l'ultimo (a quanto pare) capitolo di Shrek ha il suo esito, un esito felice e di ritrovata "accettazione" della propria vita. Colpisce il fatto che gli sceneggiatori abbiano dovuto offrire un nuovo capitolo praticamente facendo risalire tutto all'inizio, con poche varianti, evidenti nell'unica figura nuova del film, un certo Tremotino, un pò mago, un pò voltaggabana, un pò addetto alle pubbliche relazioni, un pò dittatore, un pò arcigno. Per il resto, Fiona guerriera e Shrek costretto ad espiare la sua volontà di libertà famigliare in un mondo parallelo e alternativo in cui si trova schiavo di meccanismi difficili da comprendere, non è il massimo dell'originalità, anzi fà capire, come già evidente nel terzo capitolo, che ormai siamo alla frutta. Il secondo, quello con più riscontro commerciale, non si discosta di molto dagli ultimi due, in quanto accelera sull'elemento caricaturale-parodistico e ha l'unico merito di far ridere, cosa che non accade quasi mai in questo film scialbo e noioso, con qualche piccolo passaggio gradito, soprattutto verso il finale, e con i due assi comici portanti della vicenda, Ciuchino e il Gatto con gli Stivali (destinato ad uno spin-off), ridotti a comparse. In poche parole, la conclusione della saga, si rivela, per chi vi scrive, un'opera scontata, senza verve, nella prima parte del tutto addomesticata, per nulla divertente, ripetitivo ed evidente elemento di raccordo con il capitolo precedente in termini della qualità di scrittura (pressochè pessima). "Shrek" ha scelto la strada della stupidità fine a sè stessa, e del melenso accordo tematico, risultando, dopo un progetto inziale meritevole, uno dei cicli più banali del mondo dell'animazione.A questo punto, Madagascar è su livelli altissimi, a confronto.












La piccola Principessa

Cuaron è uno dei miei registi preferiti. Ha dato ad Harry Potter una cadenza visiva pregevole, riuscendo nell'impresa di trasformare la serie child-oriented in qualcosa di più allusivo e cinematograficamente compatto, in virtù di uno stile riconoscibile. Ha affrescato, senza remore, un ritratto generazionale che sfocia nel dramma, e una storia umana di tre singole persone diverse e speculari, nel bellissimo "  Y tu Mamà Tambièn", che ha lanciato il duo Gael Garcia Bernal-Diego Luna nel firmamento delle star latine con successo internazionale. E soprattutto ha girato quei "Figli degli uomini", film che ha rivitalizzato, per non dire ricreato, il genere distopico-catastrofico, in ottica autoriale, come fosse un misto del Fahrenheit 451 di Truffaut unito ad esigenze simil horror e a una visionarietà alla Kubrick in versione popular (Pink Floyd). Andando a scorgere la biografia, si trova questo titolo, "La piccola Principessa", che è un remake del film omonimo con Shirley Temple, a sua volta legato al testo della scrittrice Burnett. Ma Cuaron unisce ad una buona dose di melassa un senso di mistero, di negazione dell'elemento infantile, di negazione dell'imanità più sfumato, meno riconducibile al modello ottocentesco, un'attitudine psicologica perfettamente novecentesca. E così che Sara (Liesel Matthews)
diventa una bambina adulta, che fà toccare i suoi sentimenti, fino a disegnarli in voli pindarici di fantasia o a farli rivivere negli occhi fissi verso il vuoto, un pò come l'Alice di Tim Burton, ma molto più eroica e vitale nel suo dolore e nella sua compostezza. Il film ha un andamento circolare, con il mascherino posto in alto che apre e chiude, lasciando intravedere una piccola parte, quella cogente, della narrazione, e mascherando tutto ciò che accade intorno, come ad avvolgere di mistero il mondo reale, concentrandosi solo su una dimensione favolistica, che assume i caratteri della mente, spiccatamente surreale, dei bambini. E' una pellicola portata a definire la pulizia e il candore dei piccoli, a farli interagire in un mondo in cui, nonostante tutte le differenze sociali e le disparità di trattamento, ogni cosa si colloca in una dimensione affettiva,, anche se il ricongiungimento può essere anche solo finale e alquanto incomprensibile all'ottica adulta. "La piccola principessa" è un film sulla bontà e sul senso di speranza dei bambini, contrapposto ad un'indifferenza adulta congenita e patologica verso il mondo, regolato da norme invalicabili, come il comportamento rigido e meschino della governante, che agisce in virtù delle sue mancanze, oppure la tappa forzata della guerra, che distacca un padre gentile dalla sua "principessa". I grandi agiscono in virtù di codificazioni comportamentali, definite prima del loro sorgere, a tavolino,  mentre i bambini sognano e nei loro sogni c'è una speranza pronta a tramutarsi, qualche volta, in realtà. Anche perchè la morte non è solo un pianto a dirotto, ma anche una possibilità di contatto diverso. Il mondo offre ai grandi la ragione, ai piccoli l'emozione incontenibile e fantastica. Molto articolata, anche in questo caso, la complessità visiva dell'opera che, pur ricorrendo a convenzionalità fiabesche (come la raffigurazione dell'India), mantiene un livello di resa e di attenzione ai particolari tipici solo di Cuaron.

26/06/10

Trailer





The social Network




"The social network" è il nuovo film di David Fincher in uscita a Novembre nel nostro Paese. Tratto da un testo, raccorda elementi reali con altri fittizzi, in relazione ai creatori del social network più influente del web, Facebbok, interpretati da Jesse Eiseberg e Justin Timberlake. "Se hai 500 milioni di amici, non puoi non avere qualche nemico". Partendo da questo assunto, il teaser gioca la carta "Abrams", ovvero rende del tutto irrisolta la storia di partenza, focalizzandosi solamente sulla voce-off rispetto ad uno scorrere di immagini che non ha nulla a che vedere con la narratività filmica, fino all'inquadramento statico dei due personaggi principali tramite diapositive promozionali.

Attrici sexy del passato

Claudia Cardinale

Sophia Loren

Anita Ekber

Brigitte Bardot
Silvana Mangano

 Ursula Andress
Silva Coscina
Catherine Deneuve

Jane Fonda
Liz Taylor
Virna Lisi

25/06/10

Pampero Fundaciòn

Sara di Vice Magazine, che ringraziamo, ci invia una campagna molto interessante. Si tratta della Pampero Fundaciòn,  una sorta di fabbrica cinematografica che si propone di offrire un appoggio ai giovani cineasti. In tempi di assoluto disinteresse per il lavoro giovanile, sono proprio le fondazioni, naturalmente legate ad un marchio, ad offrire una possibilità di visibilità per chi, in un modo o nell'altro, sceglie la strada cinematografica. In questo senso vi rimando al sito http://www.pamperofundacion.it/ per ulteriori informazioni e aggiornamenti. Il progetto si articola su tre livelli. All'interno del sito, alloggerà, il blog, realtà editoriale indirizzata ad utenti in cerca di informazioni sul cinema e sul documentario. A partire dal mese di luglio, inoltre, Pampero Fundaciòn proporrà eventi culturali formativi di rilievo (screenings, seminari, incontri con registi professionali, internazionali e non, mini-festival). Si propone di essere, perciò, un progetto a lungo termine, duraturo e sempre vicino ai giovani.
Blog ed Eventi si aggiungono al concorso online, Film your Bar, destinato a filmakers dai 18 ai 35 anni che vogliano proporre un documentario creativo che abbia come filo conduttore la medesima location: un bar. I premi e la giuria, composta da professionisti del campo, li trovate sul sito.

24/06/10

Prossimo scontro Germania-Inghilterra

Germania
La banda Baader Meinhof










Inghilterra
Hunger

Scontro Diretto-Il cinema danese contro quello giapponese

                     









                                     










Due film per due squadre. Due capolavori per due paesi che ci hanno regalato piccole gemme cinematografiche. Due paesi e un solo posto per l'accesso agli ottavi.
E soprattutto due culture profondamente stridenti. Abbiamo scelto le opzioni meno eversive del linguaggio cinematografico indigeno, con il composto e internazionale "Il pranzo di Babette" a sfidare il film d'animazione del genio Miyazaky più premiato nel mondo occidentale e più noto, quella "Città incantata" che ha fatto dell'autore un fenomeno di massa. Proporre Lars Von Trier o "Italiano per principianti" di Lone Scherfig avrebbe forse mostrato il lato sperimentale (Dogma 95) dell'offerta, ma è un percorso pressocchè esaurito, e che rappresenta una vecchia fase, ormai disgregata negli individualismi, e dai cambi di rotta, così come un film di Susanne Bier avrebbe fatto immediatamente galvanizzare l'attenzione critica, ma "Il pranzo di Babette" è, per chi vi scrive, il più grande film religioso della storia del cinema, di una religiosità aperta e umana, non piegata alla logica del limite ma ampliata alla pacificazione sensoriale, al gusto, che si manifesta in un banchetto preparato con Grazia e Amore. E' un'opera che vede nella felicità terrena il raggiungimento della concordia con Dio, nella vicinanza all'uomo la salvezza plausibile. Insomma, un film che pone il massimo della religiosità nel "laico" villaggio bruno e scuro, immerso nella notte e nella nebbia delle norme, rischiarato dal sopraggiungere di una donna e dalle sue mani di fata che delizia il palato e sfida il limite del piacere.
Per il Giappone, Kurosawa, ma anche Ozu, avrebbero dato un'immagine più definita e articolata, ma la cultura giapponese si fonda sui manga e sull'astrazione visiva che è il punto focale dello studio Ghibli creato da Miyazaky. Ne deriva una scelta, per quanto banale, obbligata. Dimenticandoci della "Principessa Mononoke", "La città incantata" è un film di formazione che raggiunge dei livelli di nitidezza psicologica senza precedenti. Illustra la mente di un bambino destinato a sganciarsi dai suoi parenti e affida il tutto a un misto di realtà/illusione inscindibile, lanciando il primo sasso per la maturità intellettuale. E il mondo, pur essendo una scatola magica crudele, un villaggio popolato da arpie mostruose, un percorso in cui un uomo deve lottare con tutte le forze per vincere, è al contempo il luogo dell'affetto e dei bei momenti. Una parabola intensa e appassionante, matura e riflessiva, amara ma speranzosa. Un pò come la vita.

Lo scontro è impossibile, per campo non idoneo a disputare la contesa, perchè il grande cinema è tale indipendentemente da un voto o da una dicitura, tantomeno da un gol in zona Cesarini.

22/06/10

In tv- Solo per donne (ma anche NO!)



Domani sera su Rai Tre alle 21,10 uno dei film più belli di Audrey Hepburn, forse il suo capolavoro. I motivi per cui questo film si eleva qualitativamente sulle altre produzioni in cui è protagonista, si pone nella perfetta identificazione tra attrice e personaggio. Come scrissi, Audrey è Holly, e Holly è Audrey. L'intera commedia, diretta da un Edwards ispirato e privata dei riferimenti problematici del testo omonimo da cui è tratta di Truman Capote, è un'omaggio all'attrice Hepburn, nel senso che ogni cosa sembra essere stata creata/realizzata/girata per lei. Praticamente è un inno al romanticismo e all'eleganza, ma mostra la duttilità espressiva e la bravura nel mutevole cambio di registro della bella Audrey, che diventa una donna del sud, con dramma alle spalle, carica di un'ironia debordante. La Monroe avrebbe ben ottemperato al ruolo, come era previsto, per questo segmento, maggiormente incline a quel misto di donna-oggetto che assume caratteri di soggetto dominante. Più difficile l'identificazione con la donna minuta, emotiva, docile, completamente vinta dall'amore. Sono proprio i due caratteri, sentimentale e screwball, che danno al film una caratura tanto moderna. E la fine è una favola, non la realtà del romanzo, nè quella della vita. perchè in un cinema piace sognare, non semplicemente guardare la realtà che vediamo tutti i giorni.

Baci e Abbracci e la comunicazione in Paolo Virzì




Paolo Virzì è il vero mattatore della commedia all'italiana, della commedia corale e tanto leggera quanto articolata su più piani di lettura. I suoi film sono evidenti figli della comunicazione. La comunicazione moderna, quella delle televisioni commerciali e non, con i loro programmi  marchiati per un certo pubblico. Se "Tutta la vita davanti" rielaborava di continuo montati del Grande Fratello, programma più visto dal maggior numero di centraliniste, e "Caterina va in città" tranciava del tutto la carriera e la salute mentale di un bravo Castellitto al Maurizio Costanzo Show, mostrando dei lati da psicotelevisione di massa, "Baci e Abbracci" si apre con un servizio per un telegiornale locale sull'apertura di un centro per l'allevamento degli struzzi da parte di una famiglia allargata, di cui sono inquadrati tre dei personaggi rappresentativi, che tendono a "ben apparire". E' il cerchio quadra, inesorabilmente. Nel bene e nel male, il mezzo televisivo viene canonizzato sul grande schermo, mostrato nei suoi lati meno comprensibili ad occhio nudo, ma non per questo oggetto di una critica che puzza di intellettualismo di bassa lega (tutti guardano i programmi televisivi, nessuno lo dice, sembra echeggiare il regista). Semplicemente è il controcampo della società, la richiesta della società. In questo senso Virzì cerca di mostrare che la televisione è un elemento diverso dal cinema propriamente detto e dalle altre forme artistiche, in quanto nasce come esigenza di massa, come una costrizione ( televisione di Stato) piuttosto che come una scelta. Il cinema diventa, come altre attività, la scelta. Ma Virzì cerca di addolcire il passaggio e si pone in quella tipologia di cinema che smorza i toni e si adagia sul "popolare/popolano", cari giustamente alla nostra tradizione. Il sua cinema diventa specchio della società, per quanto multicolorato e venato da un certo ottimismo, evidente nella conclusione di "Baci e Abbracci", a volte caustico e da black comedy (come il personaggio di Sabrina Ferilli in "Tutta la vita davanti" che alterna stati d'animo, lasciando alla fine emergere le sue reali sofferenze). Il suo cinema è una critica alla società stessa che segue un criterio non di abbattimento del sistema, ma di miglioramento. E' una passione civile, prima ancora che cinematografica, che anima Virzì, e che si può porre sui livelli di un certo, vastissimo, gruppo di italiani, che, indipendentemente da tutto, politica ed altro, crede ancora nella possibilità di agire per migliorare il paese. "Baci e Abbracci" è un episodio minore, che, pur avendo una certa qualità, non rischia molto e quasi sconfina nell'ovvio. Il cast regge bene, la coralità è un pò forzata, alcuni intrecci hanno un carattere troppo favolistico, ma il film comunque ha quella leggerezza che non impedisce una riflessione, seppur declinata, alla fine, in un'ottica non molto condivisibile, su un piano sociale. Ma eravamo nel 1998 e le cose, forse, nonostante i primi elementi di contrasto stridenti già marcati, erano parzialmente diverse da oggi.

21/06/10

Ghost Town e Mini Commento sull'inedito "The invention of Lying"

Domani su Sky 1 ,ore 21.

Ghost Town


E’ una nuova New York quella che si vede in “Ghost town”. Ha il tocco della commedia. Una commedia leggera e leggiadra, quasi contenitiva per l’umore, non di impatto, senza spiazzare, ma muovendosi bene, con destrezza, tra gingilli per i denti e reperti archeologi. “Ghost town” è la città fantasma, metafora della New York che non si vede, della vita semplice, del pranzo al ristorante, della cena tra amici. “Ghost town” è anche la più nevrotica rappresentazione dei newyorkesi dai tempi di Woody Allen. Da Grande Mela, si divide in tante parti ed una fetta spetta al suo animo burbero, una alla sua ossessività, una alla sua professionalità, una alla sua morigeratezza dissoluta.
Lo spunto del film è vivace, dinamico senza esser frenetico, perspicace, ci sono dei punti banalotti, qualche ruffianeria e l’ombra della tradizione di Frank Capra che impera. Le attenzioni riservate al film sono motivate dalla buona prova di un ottimo caratterista, Ricky Gervais, che ha tic, inettitudini e supponenze. Le malinconie sono sussurrate, non invasive, nitide. L’asse della commedia è saldo, le interferenze sentimentali sono il minimo. Tea Leoni mostra una capacità notevole, e fa pensare come la sua carriera stenti a decollare più per motivi di establishment che in base alle reali doti. Greg Kinner è un attore noto, che non perde lo smalto, ma un po’ di brio. La satira è appena evidente, quasi fiabesca, nel suo essere sincera e la storia si dipana senza accelerazioni, coordinata e piuttosto incline alla rappresentazione fanta-realistica piuttosto che all’analisi diretta.

perchè vederlo: per una serata piacevole ed estiva, senza dimenticare quel tocco di intelligenza british e di modello strutturale da commedia classica americana.

The Invention of Lying




Il successivo film della ditta Gervais è quantomeno discutibile, sicuramente un passo indietro rispetto al suo predecessore. Se volessimo definirlo, dovremmo riferirci ad un cinema cervellotico e profondamente razionale, studiato nei minimi dettagli, con una comicità calibrata e a bacchetta, con un intento che va oltre le possibilità di genere, ed una commistione, abbastanza originale, ma per nulla riuscita, di elementi fantastici inseriti in un contesto distopico, nel mondo dominato dall'impossibilità di dire menzogna. Il risultato è appunto un bignami di comportamenti sociali, studiato, a volte eccessivo, quasi mai corrosivo, che assume sul finale la forma del pamphlet moralistico, indigeribile. Praticamente dobbiamo entrare in empatia con uomini diversi da noi, che non hanno la capacità di mentire, e guardare i loro comportamenti studiati come se fossero manichini. Una critica al mondo odierno? Piuttosto si tratta di un'operazione di ispessimento delle difficoltà di interpretazione del film, tanto che, dopo un pò, scocca magicamente la volontà di stoppare. Il modello è molto simile a "Ghost Town", la resa molto diversa. Anche percè, in questo caso, è lo stesso Gervais a dirigere. Nel cast, Jennifer Garner e Tina Fey.




Infine, il trailer dell'ultimo film diretto e scritto da Gervais, con Stephen Merchant, "Cemetery Junction", cast all-Britain, e ritorno ad atmosfere meno oniriche e più inclini all'amarcord, con un misto tra "Mad Men" e "The office", secondo i creatori. Il film è piaciuto abbastanza, anche se moderatamente, alla critica, meno al grande pubblico, con incassi modesti, molto ai giovani cinefili. Vedremo.

20/06/10

Ragazzi Miei







"The boys are back" è un film delicato. E soprattutto è un film che fà della semplicità e dell'intensità le sue peculiarità. Scott Hicks torna a ricoprire il ruolo di regista "emotivo", un ruolo che gli si addice perfettamente. Per dirla in modo chiaro, non siamo in presenza di un regista finto e patinato come Hallstrom, nè tantomeno di Nick Cassavetes, che strappa lacrime come se fossero foglie rinsecchite che cadono d'autunno. Scott Hick è meno invadente e più distaccato, ma non per questo meno capace di affrontare tematiche del genere. Anzi, è proprio il suo relativo distacco, che permette di avvicinarci al mondo dei personaggi, andando a sottolineare non il dramma assurdo e continuo in ogni sfumatura, ma lasciando una speranza che si fà viva con continuità e abbassa il livello della sofferenza. Hicks non cerca la lacrima, perchè non crede nella lacrima. O meglio non spara cartucce di depressione, di dolore, perchè preferisce, con lacrime vere, veder dal dolore nascere la speranza. "The boys are back", ribattezzato "Ragazzi Miei", in uscita da noi il prossimo weekend, sfugge all'anonimato per varie ragioni. In primo luogo per il suo tono e l'articolazione della storia, ma soprattutto grazie ad un'ottima interpretazione del padre-vedovo Clive Owen, che offre, caso raro, una prova asciutta e mascolina, delicata e burbera, sforzandosi e riuscendo ad essere uno dei casi più riusciti di genitore sullo schermo. La pellicola scorre via che è un piacere, nonostante alcuni punti siano ripetitivi e macchinosi. Ma l'intero cast riesce a nobilitarla, creando momenti di rara intensità e partecipazione, senza manipolare lo spettatore. Un film piccolo, non eccelso, ma nemmeno così disprezzabile come è stato trattato dai distributori.

19/06/10

Trailer










Scatti sexy-Tom Cruise







Trailer













Lunga carrellata di trailer. Partiamo dal piatto forte della Disney per l'Inverno 2010. Ancora in 3D, ma un soggetto non molto originale, all'apparenza. "Tangled", nome attribuito al film per evitare che i maschietti se ne tengano ben lontani, invece del più stringente "Raperonzolo", si riferisce proprio al personaggio letterario dei fratelli Grimm, già usata come character secondario nella saga Shrek. Il film sembra avere tutte le caratteristiche per essere una pellicola Dreamworks, o al massimo Disney vecchia maniera, e risponde ad esigenze lucrative più che prettamente artistiche. Ma avrà un sicuro successo.

Il secondo film, produzione Disney, è "L'apprendista Stregone". Verrebbe da dire "Fantasia zero" (ok una battutaccia), per il riferimento a celebre episodio omonimo dell'orrendo film anni '40 "Fantasia" che è trasposto, con un certo uso di effetti speciali e action, oggi. Il cast è da far impallidire in senso negativo, anche se il film potrebbe essere un divertissment alla "Prince of Persia". Non a caso, c'è lo zampino del medesimo produttore, Bruckheimer, che potrebbe essere silurato dalla casa per gli insuccessi dell'ultimo periodo.

Il terzo teaser si riferisce alla trasposizione potenzialmente meno riuscita di tutti i tempi. I Puffi al cinema, con sommo magone. Vedete da voi, che io sto per piangere. Un mito spezzato, una location orrenda, una caratterizzazione pessima, un regista e dei doppiatori mediocri per non dire pessimi. A ciò si aggiunga che i puffi nel trailer si comportano come i Chipmunk, solo che colorati di azzurro.

Il quarto teaser corrisponde ad un nuovo capitolo delle "Cronache di Narnia". Se il primo ci aveva del tutto fatto battere la testa, e il secondo quasi, nonostante il passaggio di consegne tra le case di produzione che aveva fatto temere il peggio (o il meglio?) per l'esito della saga, il terzo capitolo arriverà a Dicembre, periodo propizio per storie reazionarie come queste. Se avessero avuto l'ardire di realizzare un progetto più complesso sulla "Bussola d'Oro", al romanzo di Lewis, sarebbero rimaste solo le frange americane fondamentaliste cattoliche. Un peccato, no? Lewis non è che fosse una persona coraggiosa, come si evince dal "Viaggio in Inghilterra" di Attenborough, peraltro pellicola incolore, ma fare un libro di fantasy come se fosse una lezione di catechismo è troppo per l'umana comprensione.


Il teaser di "Rango", pellicola che vede il ritorno di Gore Verbinski, che ci ha convinti con "The weather man", non fornisce nulla a livello informativo. Sappiamo che un animale intraprende un viaggio esistenziale. Con un ottimo cast vocale, la pellicola è molto rischiosa e certamente da tenere d'occhio.

La delusione più grande ce la riserva l'ultimo lungo trailer, "Gulliver's travel". Rendere in chiave comica una storia del genere può essere un piacere, soprattutto, per chi, come il sottoscritto, odia con tutto sè stesso Swift e quel numero enorme di allusioni e simbolismi dei suoi scritti, ma qui sembra mancare proprio tutto. Vedremo.

16/06/10

Le parole non contano-Omaggio ad Alberto Sordi












90 anni dalla nascita

“Purtroppo molti dei suoi film sono irreperibili. O perché sono scomparsi i produttori e i distributori o perché i supporti in pellicola non sono più reperibili o se lo sono, sono usurati dal tempo e non più utilizzabili. (…) Io rivolgo un grido d’allarme: non si può seppellire nel dimenticatoio una parte importante della cultura cinematografica e chiedo al Ministro Bondi di farsi promotore di un provvedimento di legge che solleciti l’intervento di sponsor privati affinchè finanzino il trasferimento dei film in digitale permettendone l’uso gratuito a chi intenda studiarli. Le spese investite in questa operazione dagli sponsor dovrebbero essere detratte dalla dichiarazione delle imposte”.

15/06/10

Film-siero per il veleno-mondiali...

Stasera in onda

L'erba di Grace
La 7 ore 21,00



perchè vederlo:
E' un film divertente e garbato, british ma leggermente sporco. Il regista, Nigel Cole, è particolarmente legato alla terza età, ritratta in modo assurdo e iconoclasta anche nel meno riuscito "Calendar Girls". L'argomento è quantomeno originale: una donna, da poco vedova, escogita di tirare avanti con l'erba, nella sua accezione più slang. E proprio gli stupefacenti daranno inizio ad una girandola di eventi, a volte divertente, a volte ridicola.
Un film estivo, con un'ottima Brenda Blethyn-

Adventurland
Sky Cinema 1 ore 21
In poche parole:

Amori adolescenziali nelle estati americane anni '80, in un parco giochi. Divertente e malinconico.

Perchè vederlo: perchè è un amarcord sul mondo anni '80, è un ritratto per nulla banale o giovanilistico, si ride, ma soprattutto non si va al di là della verosimiglianza. Film umano, che consiglio, in quanto sorpresa della scorsa stagione estiva.

Domani in anteprima

Trailer "The illusionist" e "Somewhere"




E' uscito il trailer internazionale di un film di cui abbiamo parlato, "The Illusionist" di
Silvayn Chomet, regista del bellissimo "Appuntamento a Belleville". Il film sarebbe dovuto uscire in Italia a Maggio, ma la data è stata rimandata.

Non vi ho parlato finora di uno dei film più attesi del 2010, quel "Somewhere" di Sofia Coppola, che fà preoccupare molti addetti e critici per il carattere ambiguo della destinazione, a metà strada tra film d'autore e film commerciale, come evidente da alcune scelte, nel cast artistico, piuttosto discutibili (non so quanto possano durare sulla scena Simona Ventura e Nino Frassica, anche se inseriti in un contesto in parte biografico, nè voglio pensare al ruolo riservato alle altre guest star italiane, augurandomi che vengano tagliate in sala montaggio, soprattutto in virtù di quello scempio di "Nine" in cui le nostre comparse rasentavano il ridicolo). La storia, che vede protagonisti, Elle Fanning e Stephen Dorff, pur partendo da un tema non molto originale, il rapporto padre-figlia, ha nel trailer quella componente, di solito chiamata stile riconoscibile, che comporta un adeguamento per nulla banale all'ottica della regista, bypassando leziosità. Splendida sarà la colonna sonora, come si evince dal motivo del trailer. Potrebbe gareggiare a Venezia.


13/06/10

Io sono l'amore (I am love)


















Guadagnino, parliamoci chiaro, sembra antipatico da morire. Nelle sue interviste, nei contenuti speciali del dvd ex nolo, dice due concetti in mille parole complesse, scollegate, pretenziose, da cineasta elitario, che deve dimostrare prima di tutto la sua preparazione e poi la sua arte. "Io sono l'amore" è una scommessa in fin dei conti parzialmente riuscita, a differenza dei suoi precedenti lavori, un prodotto sufficiente. Forse perchè è l'incarnazione formale di un mondo pretenzioso, e addizionando stile e contenuto, l'omogeneità, per quanto a volte stucchevole ed anacronistica, rende l'opera fluida. Ancora Barbara Alberti alla sceneggiatura, che scrive, nei suoi pregi e difetti, il solito romanzo ottocentesco trasposto ai nostri giorni. La storia è allusiva, basata sul conflitto di classe, sui conflitti famigliari, anche se la piega drammatica è un fulmine a ciel sereno, giacchè le scissioni socio-famigliari sembrano essere sanate nell'ottica monetaria, che domina imperante. O almeno, sembrano essere congelate, come tutto il film. Ritornano le morbosità, le patinate scene di sesso, il rapporto semiedipico, l'omoaffettività. Praticamente un libro di Freud immerso nel mondo di Svevo. Ma, proprio il carattere ottocentesco, unito ad una rielaborazione formale incline al Kammerspiel, con l'attenzione maniacale ai particolari fisici, ai minimi dettagli di una Milano piuttosto novecentesca, sfarzosa ed elegante, quanto eterea e crudele nell'espressività dei suoi monumenti, permette di evidenziare un carattere, quello dell'originalità progettuale, che si discosta dai modelli in voga nell'attuale cinema italiano. La freddezza, l'antipatia dilagante, la recitazione che fà uso di clichè ma si affida, in certi casi, al semiconscio, sottolineata dai visi bianchi ed efebici di molti attori, diviene l'antidoto alla sgradevolezza, alla mancanza di finezza del modello cinematografico centro-meridionale imperante. Per dirla più chiaramente, tempo fa auspicavamo la realizzazione di un progetto che potesse, in parte, descrivere il nord del Paese, e "Io sono l'amore" ci sembra un tentativo, per quanto improbabile, coraggioso, soprattutto in relazione alle origini del regista. Certo i peronaggi sono costruiti con una caratterizzazione senza mordente, la storia non appassiona, l'autocompiacimento del regista è sopra ogni cosa, così come la cinefilia citazionista, ma l'aspetto tecnico e le interpretazioni sono molto convincenti. Mi riferisco non solo alla musa Tilda Swinton, ma anche a Flavio Parenti, che ricopre il ruolo dell'agnello in una gabbia di lupi, ed è l'unico elemento emozionante ed empatico della narrazione. La Rohrwacher è brava, come sempre, ma ormai le sue scelte stanno cominciando a stancarci e a ripetersi. Il cast include Gabriellini-Ovosodo, Diane Fleri, bella e duttile, Gabriele Ferzetti, sempre bravo sia nella recitazione che a sbagliare regista negli ultimi anni. Una visione potrebbe lasciare l'amaro in bocca o incontrare il gusto dei lettori di Thomas Mann. Mi pongo nel mezzo, con tanti difetti e qualche pregio.

Scatti sexy a go-go























































Grazie a mio fratello, come al solito.