30/11/10

Tv-Movie of the Day- Monicelli in Tv


Su SkyCinema1 alle 21,00


Il Monicelli anni ’50, gli ultimi anni ’50. E’ un po’ una parabola che raggiunge la sua massima estensione e, al contempo, preme ad andare oltre. E’ una forma di neorealismo brillante, non tanto evidente ai critici che furono, molto più comprensibile ad un comune e non necessariamente critico occhio moderno che ha a che fare con la cinematografia di quegli anni. La forza neorealista deriva dall’amarezza di questi ragazzi di borgata, dei reietti, di chi non vuole lavorare, preferisce credere nel colpo della vita. E’ un’amarezza forse meno drammatica degli scatti neorealisti per eccellenza, molto intensi, ma, con lo stereotipo che è un unguento necessario, forse addirittura più credibile. Il lavoro stanca, è sottopagato. Siamo in una fase post-guerra in cui la civiltà non ha portato immediato arricchimento e le risorse lavorative sono eccessive, in una fase di ricostruzione ed ammodernamento. E se l’ansia di drammaticità punta su un patetismo veritiero ma a volte troppo angosciante, Monicelli risponde con una profonda semplicità ed un rispetto di quei valori passatisti e passati che contraddistinguono da sempre la nostra società. Non c’è la potenza di un’inquadratura, ma, come in ogni commedia, è la credibilità del montaggio, il forte slancio recitativo di un Gassman-comico, dopo anni di mitizzazione drammatica senza successo, che balbetta, sa usare poco la mimica e molto la freschezza, a rendere “I soliti ignoti” un film godibile dall’inizio alla fine, con battute celebri, personaggi entrati nella storia (meno riuscito quello di Renato Salvatori, che ha dalla sua tre splendide e floride “mamme” e l’interazione con la bella e meno gattopardesca Claudia Cardinale). L’Italietta di Monicelli ride per non piangere. Disillusioni e sogni infranti, con una certa eticità di buoni sentimenti che regna sovrana. Il colpo è un fallimento, la banda del buco viene, come consuetudine, ribattezzata “I soliti Ignoti”, quasi una rubrica fissa di poveri perdigiorno sui quotidiani locali. Due figure sono emblematiche ed antitetiche, paragonabili per l’età: Capannelle non ha nulla, è un cencio vecchio che respira, eppure sorride con grazia alla vita, quasi beato delle piccole cose. E’ l’elemento più in basso della scala sociale, eppure ispira una simpatia ed una tenerezza mai vista, uomo buono con tanti sogni, mentre Dante Cruciali (Totò) è colui che ha imparato a stare al mondo, occultando le sue azioni, con un certo prestigio intorno, ed un certo numero di contanti illeciti che giungono a casa sua, nonostante il via vai di forze armate. Se Capannelle non si allinea al sistema, Dante è perfettamente allineato al mondo e lo sfrutta tramite l’arguzia. Consigliato agli amanti dei vecchi film italiani, tradizione grandiosa.


su Rete 4 alle 23,50
Romanzo popolare


 
Da Wikipedia:

Trama

Giulio Basletti è un metalmeccanico milanese, sfegatato attivista sindacale e tifoso del Milan. Quando incontra Vincenzina, una ragazza che diciassette anni prima aveva tenuto a battesimo ad Avellino e che è venuta a vivere a Milano, se ne innamora e decide di sposarla. Presto nasce un figlio, e Vincenzina resta in casa ad accudirlo.
A seguito di una manifestazione di piazza, Giulio conosce Giovanni, un giovane poliziotto ferito negli scontri, che diventa suo amico e comincia a frequentarne la casa. Tra Giovanni e Vincenzina nasce inevitabilmente una love-story, e quando Giulio li scopre, dapprima cerca di controllarsi, poi perde le staffe dopo aver ricevuto una lettera anonima (in realtà scritta dallo stesso Giovanni), manda fuori di casa moglie e bambino e tenta il suicidio.
Qualche anno dopo ritroviamo Giulio in pensione, Vincenzina capo reparto e membro del consiglio di fabbrica di un'industria di abbigliamento, mentre Giovanni è stato trasferito in un'altra questura e ha sposato una ragazza del posto. Il finale del film lascia intendere una riconciliazione tra Giulio e Vincenzina, attraverso un invito a pranzo.

Review - Dogtooth (Kynodontas)





Segnatevi questo titolo, perchè non è un semplice film. E' qualcosa, un qualcosa, una qualsiasi cosa, ma non un semplice film. Esperimento pseudo-sociologico alla base e un rimando folle, da tradizione orientale, oltre la tradizione del cinema orientale, eppure girato in Grecia da un greco, tale Giorgos Lanthimos, nome che non avremmo mai sentito se non fosse per lo status di cult della pellicola. E' un film di una violenza inaudibile e indicibile, che è psicologica ma anche visiva, e che non riguarda solo il nucleo famigliare della pellicola, ma arriva a devastare lo stesso spetattore (sinceramente mi devo riprendere dalla visione). Tanto che più che un film drammatico, lo si può definire un saggio di psicologia (psicopatologia) in un mondo distopico (che in realtà è invalicabile rispetto al mondo reale) in cui due genitori educano tre figli adulti nell'essere in tutti i modi parte integrante della famiglia e solo della famiglia, finchè non spunti un fantomatico canico destro, che può sancire l'abbandono della dimora. Una visione che, però, non si avvicina ad un modello alla Mulino Bianco, e che non è legata solo ad una sorta di patologia simbiotica sessuale. Si tratta, infatti, di un'educazione che dalla tenera infanzia ha tappato qualsiasi possibilità di allontanamento fisico, che ha fatto della realtà qualcosa di modificabile, tanto che un vecchio registratore prorompe le parole da introdurre nel vocabolario famigliare (il vecchio gioco di dare nome alle cose, necessario per un bambino), che non corrispondono al significato semantico riscontrabile nel mondo esterno (e così l'organo sessuale femminile diventa una tastiera). I rapporti famigliari, smussati solo dalla presenza saltuaria di una donna-surrogato sessuale per il ragazzo maschio (che in realtà porterà il lesbismo in casa), vengono enfatizzati con scene crudeli, anche di percosse che sembrano essere vivide. Nel film, c'è anche una scena di feroce sequenza contro gli animali. Eppure, non si tratta di uno splatter, ma solamente di un film diverso che tende ad una rappresentazione allucinata del mondo che ci circonda. I vestiti chiari degli uomini, come i loro caratteri fisici, sono imbevuti di una violenza visibile e carica anche di tensione nascosta. Il film è inquietante e originale. Legge e rilegge la società, ed è da tener presente per chi indaga la fenomenologia della famiglia, in tutti i suoi aspetti, anche più perversi.

29/11/10

Addio a Mario Monicelli



Muore oggi a Roma Mario Monicelli. Aveva 95 anni. Lo ricordiamo semplicemente così.

Review - Nowhere Boy


"Nowhere boy" è una biopic parzialmente riuscita. Ha una struttura armonica, parte da un soggetto interessante ("Imagine: Growing Up with My Brother John Lennon") scritto dalla sorella Julia Bard, è ben interpretato. Ma soprattutto è uno sguardo sulla genesi della genialtà (musicale) che pare normalità e sulla società anni '60 con i suoi cambiamenti e i suoi schemi costitutivi. Non è un film ribelle, bensì un film tradizionale. Eppure riesce a dare corpo alla ribellione del giovane John Lennon, e soprattutto a lasciarne intravedere le dissonanze caratteriali, tra un accanita forza e una dolcezza espressiva. Inoltre, la regista, Sam Taylor-Wood non cade nel tranello della semplificazione narrativa, ma in un'ora e mezza riesce a definire punto per punto la vita famigliare e sociale di Lennon. A volte, nei flashbacks, si perde per strada ed enfatizza tutto, ma anche questo aspetto corrisponde ad una volontà di circoscrivere degli eventi, tutti, in pochi momenti del passato che affiorano durante la vita quotidina e permettono, l'uno sommato all'altro, di risolvere il puzzle biografico del tutto.C'è una sequenza, recitata benissimo, posta quasi alla fine della pellicola, che vale il film. Per il resto non manca la prima importante affermazione della musica nella vita del giovane Lennon. E compare Paul McCartney e George Harrison. Ed è proprio il dittico maschile Aaron Johnson e Thomas Sangster a convincere del tutto, nonostante la giovane età. Kristin Scott Thomas e Anne-Marie Duff sono perfette, di classe, e definiscono i personaggi evitando i clichè. Due grandi attrici, forse le migliori del panorama britannico. Infine, la soundtrack mescola Lennon e Goldfrapp in una miscela pop ma non banale.Per il resto, prodotto standard.

Leslie Nielsen RIP

Saluto il caratterista americano con delle citazioni prese da MyMovies, che possono riferirsi anche al libro "Lupu ululà e castello ululì. Le migliori battute del cinema."

Una pallottola spuntata 2½ - L'odore della paura 


Robert Goulet, Leslie Nielsen
Tenente, non ricordo d'aver visto il suo nome nella lista degli invitati.
Beh, a volte uso il mio nome da signorina.



Il fuggitivo della missione impossibile

 

Leslie Nielsen e il poliziotto Richard Crenna
Sono innocente…sono un capro respiratorio!
Colpevolezza o innocenza non spetta a me giudicare. Io ho il dovere di arrestare le schifose carogne come te accusate di aver commesso un crimine. A giudicarti sarà una giuria composta da 12 imbecilli corrotti da ricchi viscidi avvocati privilegiati che fanno tutto tranne che dire la verità.


Kelly Le Brock e Leslie Nielsen
Ryan, che sta facendo?
Il suo cane ha un’espressione meravigliata sul musetto, no?
Bè, a dire il vero quello è il suo “didietro”.
Ah…allora non credo che gradirà molto quello snack che gli ho sbattuto in bocca…


Una pallottola spuntata 33 1/3 - L'insulto finale


Leslie Nielsen saluta i colleghi alla propria festa d’addio prima della pensione, e poi consegna i “ferri del mestiere” al proprio comandate George Kennedy
Bene, abbiamo sparato a un mucchio di persone insieme, è stato fantastico. Ma oggi vado in pensione, perciò d’ora in poi se dovrò farlo sarà fra le mura di casa mia. Spero che sia un intruso e non un parente acquisito come successe alla mia festa di addio al celibato...
Allora Ed, ti riconsegno ufficialmente la mia pistola e il mio distintivo…e, ehm…Jane e io vorremmo tenerci le manette, come souvenir…

 

Una pallottola spuntata


Ricardo Montalban offre un sigaro a Leslie Nielsen
Vincent Ludwig: Cubano?
Frank: No. Metà olandese, metà irlandese. Mio padre era gallese.

Sexy-Toy of the Week - Natalie Portman





E' la protagonista dell'attuale stagione cinemtaografica con quel "Black Swan" che potrebbe assicurare una nomination (e forse una viittoria) agli Oscar. Lavora dai tempi di "Leon", quando ero una bambina, ed è di un'intelligenza rara, oltre che di una bravura indiscussa. Si è cimentata spesso con ruoli controversi. La vediamo prima nel corto di Wes Anderson, "Hotel Chevalier", apertura di "Il treno per il Darjeeling", poi nel più noto (con relativa nomination all'Oscar) "Closer". Infine, il bacio saffico di "Black Swan", sotto.

28/11/10

Review - American Life



Il Sam Mendes che non ti aspetti. Nel riguardare questo piccolo film on the road (in occasione dell'uscita italiana, finalmente prevista per il 17 Dicembre), ho scorto tantissime caratteristiche inedite ad una prima visione veloce. Mendes riesce a mettere su un film di naturalezza disarmante, ricco, ricchissimo di battute intelligenti, molto weird (si apre già con una scena di sesso sotto le lenzuola, con tanto di digressioni tra il comico e l'aspro), altrettanto scorretto in ogni dove. Così dopo una prima parte di gag drammatiche  grottesche compare Maggie Gyllenhall nei panni (pochi) di un'ambigua madre, adepta di uno di quei gruppi para-filosofici con richiami pseudo-scientifici che popolano l'America delle classi bene. Emerge la  visione panica (e morbosa, per non dire altro) nel rapporto con la sessualità, educazione ai pargoli piuttosto discutibile compresa. Mendes nel tratteggiare il carattere della Gyllenhall non ha paura di esagerare e il sovraccarico aiuta la pellicola. Precedentemente Allison Janney, nei panni di Lily, aveva mostrato caratteri altrettanto patologici, nel marchiare a fuoco i difetti fisici dei suoi stessi figli. La storia gravita attorno ad un uomo e una donna in attesa del primo figlio, con grandi difficoltà economiche, in giro per l'America in cerca di una sistemazione. Se Mendes è tagliente nel definire i caratteri minori (compresi i genitori di lui, interpretati da Jeff Daniels e Catherine O'Hara), si mostra più indulegente nei confronti dei due protagonisti. E mentre fa emergere il ruolo un pò giocoso, fanciullesco, debole di John Kasinski, con tanto di occhialone e barba incolta (senza essere un nerd), di contrappasso delinea uno splendido ritratto femminile con Maya Rudolph, la migliore dell'ensamble, che fornisce una prova notevolissima e lavora quasi come carattere normalizzante di un mondo fottutamente pazzo. Da notare anche la scelta degli attori. Mendes, infatti, mette da parte visi laccatti  e sceglie fisionomie più realistiche, rurali, complesse, affascinanti, ma di certo non oggettivamente bellissime. E' proprio l'insieme di crepe, anche fisiche, che rende "American Life" un ritratto emozionante e atipico, molto distante dagli altri lavori da regista. Il film diventa il simbolo di un cinema indipendente che trova strade molto diverse, rispetto ai classici filoni inaugurati dai modelli archetipici di successo. E l'immagine dell'america che ne deriva è tutt'altro che informe, anzi si tratta di un quadro complesso e borderline sul mondo, mentre domina la piccolezza (e serenità) del microcosmo di affetti.

27/11/10

Sexy-Toy of the Week - 9 Songs


Michael Winterbottom è un regista poco etichettabile, capace di passare dal mock ""24 Hour Party People" all'asciutto "A mighty Heart", dal dramma "Genova" ai film degli anni '90, come "Benvenuti a Sarayevo" e "Go Now" dall'alto profilo sociale. In tutto questo (e non dimentichiamo il riuscito " The Road to Guantanamo"), l'unica cosa che si può obiettare al regista è la sua poca attenzione alle caratteristiche testuali. Winterbottom non è perfetto, quasi mai, nell'assemblaggio/scelta di copioni. I suoi film sono come le inchieste giornalistiche, i pezzi da rivista specializzata e militante, di primo ordine, ma pur sempre animati da una carica documentaristica che diventa la caratteristica accomunante, con quegli errori di distrazione tipici degli scritti.  Questa è la sua forza, ma anche il suo limite. Non troverete un artista poliedrico così prolifico come il buon Michael. Non perchè il numero dei suoi film sia massiccio ( con difficoltà avrete due sue opere in una medesima stagione), ma per la capacità di trattare qualcosa, di volta in volta, sempre differente. E con uno stile riconoscibile. Ora è uscito nelle sale italiane "The killer inside me" e ha fatto discutere un pò ovunque, ma un pò di anni fa la miccia era stata questo "9 Songs", caratterizzato da un'indagine diretta sul sesso senza amore. E, nel film, e ancor di più nella versione leggermente estesa, c'è di tutto, con un'attenzione morbosa, fino al liquido seminale in primo piano dopo una vera eiaculazione. Winterbottom è veramente brutale e inserisce questi continui rapporti sessuali (gli attori non sono notissimi) in un contesto di "non amore", intervallato da una serie di concerti in giro per il Regno Unito di grandi band (nella locandina sono elencate, quasi si trattasse di un progetto musicale). il film è molto forte, severamente vietato, e conferma la caratteristica del regista, ovvero la provocazione, che sia dirompente, con carattere documentaristico.

Review - Cattivissimo Me





Partendo da ottime aspettative, posso dire che "Cattivissimo Me" è stata una mezza delusione. Un film divertente, emotivamente coinvolgente, visivamente complesso ( e non lasciatevi ingannare dai personaggi tipizzati e "geometrici"). Ma non basta un insieme di ottimi ingredienti a fare un film di animazione rimarchevole in sè. E' una questione di prospettiva, per citare Antoine Ego di "Ratatouille". E per prospettiva, intendo volontà di aprirsi ad un nuovo modo di fare cinema. Quest'analisi, forse, dipende dal fatto che da un film di animazione, più che da qualsiasi altro genere, mi aspetto un continuo sfondamento della prospettiva comune. Di per sè, con il sopraggiungere di Lasseter, insieme ad un 3D che sembra trovare una sua collocazione logica nella tipologia animata e ad uno Studio Ghibli ormai nella leggenda, nonchè a prodotti alternativi qua è là, provenienti da ogni dove (dall'Australia di "Max and Mary" allo stop-motion recuperato), il genere film di animazione, nelle sue varie varianti (cortometraggi compresi) è più vivo che mai e in costante crescita, capace di sperimentare. Ebbene, Chris Meledandri produce un'opera troppo piaciona, conformista (è il tocco di cattiveria inziale è una boutade bella e buona), troppo citazionista. Accorpate "Tiffany e i tre Briganti" con il suo carico visivo stupefacente (sarà bidimensionale, ma alcune sequenze sono stupefacenti nella loro semplicità grafica e nel loro fascino cromatico) ad un tocco degli "Incredibili", per la costruzione scenografica (con la tutina del villain Vector arancione che ricorda il modello Pixar e un mondo ipertecnolgico abbastanza vicino), metteteci una punta marcata di simpatia stile "Era Glaciale", un soggetto che sembra nuovo (ma in realtà di problematico non ha nulla) e la solita bella iniezione di redenzione alla Scrooge. Infine prendete la bambina di "Mostri contro alieni" e vedetela, piccola e indifesa, che tenta di abbracciare uno strano uomo (che assomiglia ad un insetto), aggiungete altre due fanciulle, una nerd e una ribelle, e il gioco è fatto. E dei villain, degli scienziati, di quegli esserini gialli che compaiono ovunque (si chiamano Minion), no interessa un bel niente, tantomeno della "Luna" da rubare.  Idee su idee, o meglio scampoli di idee da tutta la produzione. Il risultato è un pastiche brillante, che sembra (ed è ) un'operazione commerciale, un collages di sicuro successo. Quando usciva il primo capitolo di "Toy Story" era una quasi scommessa, con "Cattivissimo Me" è stata una certezza a prescindere. Ci sarà un sequel, e preparatevi ad altri. Ma di prospettiva e di capacità di sfondare realmente il futuro cinematografico non c'è molto. E all'animazione chiedo di più (giacchè è il solo campo in cui è possibile ottenerlo).

Review -Tornando a casa per Natale






E' stata una sorpresa. Una di quelle sorprese che sono difficilmente ripetibili. E' un film in cui il Natale, è insieme sfondo e protagonista. Perchè, a differenza del pensiero del regista, che sembra del tutto svincolare dalla tematica natalizia, il film ha una coraltà e una solennità religiosa, o meglio, panica, unificante, che riesce ad abbracciare ogni forma di religione, creando, come nel caso dell'amicizia-cotta tra i due bambini di diversa confessione, un tipo di comunanza non spirituale, ma umana. E il regista, che forse ricorderete per l'esperienza, decisamente controversa, in termini di riuscita, Bukowskiana di "Factotum", è sintetico e deciso a cogliere l'essenza strettamente drammaturgica del testo su cui si basa. Per questo le storie, esemplificate e asciugate, si caratterizzano per un assetto che è insieme da interni e teatrale, con le scenografie esterne che sembrano essere costruzioni di stampo realista, ma che di realista hanno poco, giacchè sono avvolte da un'atmosfera diafana, che presenta, nel contrasto luce-ombra, tipicamente nordico, un carattere di ambiguità fenomenologica, fino alle inquadrature finali che arrivano alla creazione di un mondo insieme reale e cinematografico a sè stante. Ancora, Hamer mostra una forte componente autoriale nel saper cogliere il momento dominante di ogni storia, e a definire un continuo climax narrativo, che una volta esaurito per una storia, subisce un'improvvisa (e inattesa) impennata. Il Natale è parte fondante per il suo carico atmosferico e non simbolico. Per questo, quando il regista afferma che qualsiasi periodo dell'anno sarebbe potuto andar bene per le sue storie, compie, per chi vi scrive, uno sbaglio. E' l'atmosfera Natalizia (più che il significato, che non è universale) a determinare la necessità, in un modo o nell'altro, di cambiare la propria vita. (E tutti i personaggi cambiano in un modo o nell'altro, il loro modo di vivere, nell'arco del tempo brevissimo e denso della Vigilia). Si tratta di  quella sensazione di tribolazione e mancanza che accomuna e che porta a compiere delle scelte, a voltare pagina. E il Natale ha un carico fortissimo. Le storie, singolarmente, avrebbero potuto essere ambientate in ogni contesto temporale. Ma è solo la simultaneità, in un momento di sconforto e di malinconia comune, tipicamente Natalizio, per molti versi, ad accrescere la componente, importantissima per il film, drammaturgica. Mi viene in mente una sequenza che ha un tocco banale ma efficace, ovvero il procedere veloce in Chiesa di un'amante verso il banco in cui siede la moglie del suo uomo. Hamer mostra un elemento inequivocabile, la presenza di una medesima sciarpa, e poi allarga fino a inquadrare nel complesso un uomo rosso in viso, in evidente stato di agitazione. Una pura banalità, da commedia per molti versi, ricondotta su un piano drammatico e che ha tutta l'efficacia del messaggio filmico ed è inscindibile dall'inquadramento in una situazione natalizia (la funzione serale della Vigilia). "Tornando a casa per Natale" è un breve compendio, a modo di suo, di stralci di vita.

In Uscita il 3 Dicembre.

26/11/10

Tv-Movie of the Day - Bianco e Nero

 Su Rai 3 alle 21,05 (peggio di Transformers su italia1)

Dalla mano-mente di Cristiana Comencini, un film che dire repellente è poco. Sono arrivati a fare un film contro il razzismo in cui tutto , in un modo o nell'altro, finisce per essere razzista. C'è un Fabio Volo, che potrebbe dedicarsi anche ad altro, piuttosto che infarcire di mugolii inutili le pellicole italiane, giacchè ha una presenza scenica risibile e una tonalità di voce, con relativa cadenza, da gettare nella disperazione mezza Italia. E gli viene assegnato il ruolo di maschio bianco, un pò mandrillo, con alle spalle una moglie, altrettanto bianca (ma anche pronta a dipingersi il corpo di nero), interpretata da una slavata Ambra Angiolini, che guarda caso interagisce come mediatrice culturale e intrattiene rapporti frequenti con la popolazione africana in Italia. Beh, quindi la bianca aiuta i neri. Il marito, invece no. Anzi è discretamente razzista. Ma poi sopraggiunge una terza persona, donna splendida (e una vera attrice, Aïssa Maïga) color cioccolato. E lì si compie il misfatto, il tradimento. I genitori di lei, d'altraparte, in particolare il padre, non sono razzisti, peggio, sono dei semi-approfittatori redenti di donne straniere, come se fossimo in contatto con la visione fascista dei paesi africani, con relativi sensi di colpa (il padre), o delle donne finte-aperte in realtà di una saccenza alto-borghese antiquata e già vista (come la madre). Ed è solo l'assunto. perchè l'assetto corale è di gran lunga in grado di peggiorare la situazione tra stereotipi e macchiette. Perchè, al di là del finale "rivoluzionario" (all'acqua di rose, per quanto è irreale), è tutta una serie di luoghi comuni. E la Comencini, piuttosto che scardinarli, ne effigia una consistente gamma e fa passare il maschio bianco per lo stallone, la femmina nera per la provocante donna di strada, salvo poi, furbescamente, ricondurre tutto all'amore. Con "Matrimoni e altri Disastri" di Nina Maio, è un film deprecabile.

Tv-Movie of The Day - Nemico pubblico - Public Enemies



Stasera su Premium Cinema alle 21,00

Mann ha qualcosa di estraniante. Si percepisce un gelo spiazzante nelle sue opere, come se fosse un dipinto ipernaturale, un luogo che non interagisce con i personaggi. L’estetica domina sull’emozione, ne sottrae forza, e non si identifica con essa. In questo senso, è comprensibile la passione del cineasta per Edward Hopper, che tende all’alienazione di paesaggi, stanze, edifici, in cui la cornice ambientale prende il sopravvento sulla fisicità umana, emancipandosi da essa. Ci sono inquadrature magnifiche, enormi quadri di schiacciante solitudine umana, affrancati dallo spazio, a sua volta alienato dall’uomo.


Squarcio in profondità di un palazzo. La "claustromania" di Collateral ritorna evidente.





Splendida ricostruzione di desolazione umana. La casa è del tutto disinteressata alla preoccupazione della donna. La luce solare lambisce parte del suo viso, nonostante la cupezza della propria condizione.




Quando si afferma che Michael Mann è un maestro di stile, indipendentemente dall’opinione del diretto interessato, si constata un’evidente verità. Le sue inquadrature sono profondamente ricercate, lontane anni luci dalla banalità gratuita di molti grandi, inserite in un rapporto spaziale che ha grande contiguità e coerenza. Se da una parte il campo lungo ha un’effetto estraniante, come detto, è il primissimo piano che addensa calore alla pellicola, riuscendo a trasmettere l’emozione dei personaggi. In questo senso, a differenza di Miami Vice, Mann sa emozionare. E si affida a tre interpreti sublimi, le cui soggettive rimandano ad una situazione di sofferenza. Se Christian Bale e Johnny Depp ricoprono un ruolo nettamente maschile e si mostrano smarriti dinanzi alla morte, è l'inquadratura dell'ultima sequenza del film con la mdp puntata su Marion Cotillard che scioglie il cuore.

Nei panni di Billie, la ragazza di John Dillinger, Marion Cotillard si conferma una delle migliori attrici sulla piazza. La recitazione, ottima, è sostenuta dalla particolarità del viso. Due sono le scene memorabili: la sensualità lolitiana della vasca da bagno ed il dolore dignitoso della "tortura".

Christian Bale ricopre un ruolo più ambiguo, più sfaccettato. Mann non eroizza troppo il suo comportamento, nè lo estremizza in maniera negativa. E "l'uomo senza sonno" è tanto duttile dal parer un essere neutrale, che mostra le grinfie solo quando deve.

Johnny Deep è papabile per una nomination all'Oscar. La sua mimesi è scarna, non gridata, con una forte carica di mascolinità ed un senso di moralità molto presente. Dillinger viene mostrato, a torto o a ragione, come un uomo da valori profondi. In questo senso, antitetica è la figura di Baby Face, ridicolizzata dai Coen, riportata sulla giusta lunghezza d'onda da Mann. Momento topico: la visione di un classico con Gable gangster, in cui Deep, oltre a baffettini ed occhialini, mostra la sua buona tenuta attoriale, e si dipana emotivamente la sorte del personaggio Dillinger.

Dillinger era appassionato di cinema e musica.
A livello musicale, canzoni jazz, motivetti facili o suadenti, accompagnano i momenti positivi che attraversano i personaggi; a volte le composizioni si fanno epiche o trasmettono una carica angosciosa, nel loro essere sincopate. Bye Bye Blackbird è un inno d'amore molto romantico.

La sceneggiatura si snoda in vari filoni: oltre a quello amoroso, menzionato, la vita di Dillinger è fatta di furti, nascondigli, sparatorie (il digitale le rende benissimo). L'azione è preponderante nel film, componente fondamentale della poetica di Mann. Intere sequenze da antologia, ma si rischia la ripetitività. Un appunto va alla scarsa evidenza degli intimi di Dillinger e dei poliziotti. In realtà, Nemico Pubblico non vuole essere un film corale, nel senso più ampio della parola, bensì triangolare con il duello tra i due uomini, e la donna anello di congiunzione morale (Bale che la salva dall'intimidamento fisico). Il titolo originale è Public Enemies, ma la preponderanza assoluta di Dillinger giustifica la traduzione italiana.

La fotografia di Dante Spinotti è stata accusata di essere laccata e patinata. In realtà, tra caldi e freddi, fa alitare di innovazione un film, nuovo esempio di gangster.


Recensioni in Pillole - Film 2010 - Gennaio



Io, Loro e Lara:
Praticamente una boutade mascherata da prodotto sociale. La mano della CEI si vede, ed è molto marcata (tra l'altro mi sa che Ratzinger non approverebbe). Verdone sembra un povero pretuncolo in crisi esistenziale. Il mondo attorno a lui popolato da nevrotici anormali. Non si ride, non si piange, non si prova. E dei personaggi "no-impressive" ne facciamo a meno. C'è Laura Chiatti, recordwoman dei film Medusa. Manca giusto la Buy (ma c'è la Bonaiuti) e il parterre è completo. Regia elementare. Sonno. Tanto Sonno.

Voto: 3,5/10

Il riccio:
Dal romanzo del momento (in realtà di tanti momenti prima, all'uscita del film), un film preconfezionato piuttosto saccente, poco emotivo, girato senza guizzi. E se Paloma ha quel non so che di nerd depressa, lo deve alle battute, non all'interprete. Meglio la portinaia, Renèe, che punta tutto sulla gestualità e l'espressione. Grazie alla Balasko, vera interprete di razza. Ecco, partendo da lei, si potrebbe optare per un nuovo rifacimento del testo, con quella poesia stralunata originaria che il film rende in minima parte. Il film è un racconto su tante cose, senza esserne una vera riflessione. Non sarà da buttare, ma non arriva alla sufficienza.

Voto: 5/10
 
Soul Kitchen:
Fatih Akin non è un genio, casomai un gran venditore di prodotti più o meno artistici. E "Soul Kitchen" è la sua inflessione easy, commerciale, culinaria. Presentato a Venezia 2009, con successo inspiegabile, è una commedia semi-divertente sul mondo culinario, iscritta nel solito ambiente di disgregazione e difficoltà locali. I Turchi in Germania, solito argomento. Lo spunto non è originale, le storie che si intrecciano simpatiche, ma alcuni momenti autoreferenziali. E si cade spesso nel clichè, mentre i difetti superano i pregi.

Voto: 6/10

Avatar:
Non Pevenuto, ovvero l'ho visto ma l'unica cosa che ricordo è che l'attesa estenuante per la conclusione. Si può fare un film mostruoso dal budget/boxoffice gigantesco e annoiare a morte lo spettatore? Si, se si tratta di un'opera d'arte visiva, in cui la narrazione sta a zero. Ci saranno sequels, che eviterò accuratamente. E James Cameron ha creato un mostro, in cui lo splendore esterno di Pandora sta alla sceneggiatura alla Michael Bay (in termini di livello di qualitativo, non di scelte di copione).

Voto: 4/10

La prima cosa Bella:
"La senti questa voce...". Il Virzì ispiratissimo (e da supportare senza se e senza ma) della commedia italiana classica, corale, con un cast perfetto, un lungo excursus di momenti biografici e un'amore per la semplicità, per il buongusto, con l'occhio di un regista che sa essere intenso ma anche visivamente interessante. "La prima cosa bella" è un colpo al cuore, ben scritto, e tanto vivo. Un lungo viaggio a ritroso nell'infanzia, nella maternità "mammona", nel passato. Una splendida Micaela Ramazzotti, popolana quanto basta, lascia spazio ad una più compita (m altrettanto brava) Stefania Sandrelli, mentre Valerio Mastandrea e Claudia Pandolfi sono i narratori indiretti di un tempo di formazione tanto affascinante e bello, quanto disperato e mancante di stabilità. Resoconto con retrogusto, dramma e commedia. Una riflessione vera e verace. Meritevole.

Voto: 8/10


A Single Man:
Tom Ford dirige il suo primo film e intaglia una visione da dramma interno con scatti fotografici da rivista di moda. E il film gira a vuoto, rimane freddo, finisce nell'essere mera citazione di campionari avanguardisti e di qualche regista moderno. Alla fine, valida è l'atmosfera, la musica, splendida, di Shigeru Umebayashi, ma niente guizzi. Attori in parte, Colin Firth maestoso e brillante, da Oscar (più di Bridges), ma l'esercizio di stile è in agguato. Soprattutto se si parte con il proposito di diventare il nuovo Wong-Kar-Wai.

Voto: 6/10

Tra le Nuvole:
Jason Reitman spiazza con un racconto che andrebbe bene per Michael Moore e delinea dei ritratti (verosimili con interpreti minori davvero licenziati) forti ma mai esorbitanti. E soprattutto complica il tutto, inserendo degli attori professionisti, con storie, menages, punti interrogativi e crudeltà. Clooney è un tagliatore di teste, un uomo che licenzia, senza colpo ferire. Crisi Economica. L'accompagnano due donne: la sensuale (ma il nudo di spalle dice non essere suo) Vera Farmiga e la giovanissima Anna Kendrick. Alla fine i nodi vengono al pettine, per restare così come sono. Con tanto di voli intercontinentali. Belli i titoli di testa (come al solito).

Voto: 7,5/10

Nine
Musical, Bob Marshall, grande cast, Fellini, 8 1/2. Tutti i termini (o quasi) sono in contraddizione. Ne esce un orrendo, tra i più brutti dell'anno, pasticcio in cui ogni cosa è messa lì per annoiare e far disperare lo spettatore. Daniel Day Lewis cerca di salvare il salvabile, ma Mastroianni lo disintegra. Sophia Loren è un fantasma rifatto da capo a piedi. Meglio la Cotillard, che canta bene. La Cruz se la cava, come la Kidman. Ma fa inorridire Kate Hudson e il suo "Cinema Italiano". Per non parlare delle comparsate Italiane. Marshall riesce nell'impensabile: trasformare un musical, che si caratterizza, in genere, per il carattere sincopato, in un film lungo e poco accattivante, per non dire noioso. E sbaglia anche coreografia e scene di sfondo. "Chicago" è su un altro mondo, sebbene sia imperfetto. "Moulin Rouge" l'ha diretto un altro e si vede.

Voto: 3,5/10


L'uomo che verrà:
Storia e Storie. Marzabotto e le sue vittime. Diritti usa il dialetto, come ne "Il vento fa il suo giro" e regala un film di grande impegno civile. Un film che alimenta qualcosa che si perde nel vuoto di una storia incompresa , taciuta, stigmatizzata, non adeguatamente rimembrata. Usa la favola, per colpire. E ci riesce, nonostante qualche difetto e qualche eccessivo e non originale riferimento. La storia di una famiglia diventa la storia di una comunità, la crudeltà è insostenibile. Ci sono attori principi, bravi, e attori "di strada" altrettanto bravi. E ci sono i bambini. Gli occhi guardano avanti, al futuro, all'uomo che verrà, solcati dalla sofferenza di chi diventa grande troppo presto. E' un film storico, ma anche un pamphlet sull'ifanzia. E Greta Zuccheri Molinari è l'interprete italiana dell'anno.

Voto: 8/10


Sarei molto interessato ad avere un vostro parere sui film usciti nel Gennaio 2010, anche per recuperare film non visti.

25/11/10

Playlist - La violenza sulle Donne

Violenza come maltrattamento, come accusa, come machismo, come avvicinamento sessuale, come onta, come odio, come disprezzo, come percosse. Vivian Leigh in "Un treno chiamato desiderio" deve rivaleggiare con il cognato Marlon Brando, che la disprezza e la tratta come un oggetto da gettar via. E' un film doloroso, in cui la disperazione dell'essere non creduta (come la mitica Cassandra) incombe, e in cui la donna è considerata come espressione, qualora non sia una casalinga, di sessualità promiscua. La violenza maschile ha una componente affine alla psicanalsi.


Storia ai limiti della mostruosità. Lee Daniels dirige un ritratto che supera l'orrore, trascende il tempo, nonostante l'ambientazione anni '80, colpisce per carica eversiva e morbosa e soprattutto crea un'immagine di forte oppressione, prima visiva, poi sentimentale. La ciambella non riesce, ma il film, pur essendo sovraccarico, restituisce una storia personale, dal famoso testo di Sapphire, che è un atto d'accusa impietoso ma anche un messaggio di speranza. La Sidibe è dilaniata dai maltrattamenti che il mondo le riserva, ma riesce a trovare la via.

"Giglio Infranto" è un film profondamente femminista e Griffith realizza il suo vero e piccolo capolavoro. No alle scene di massa, no alle visioni complesse, ma si punta tutto sull'interpretazione di una superba Lilian Gish. La storia affonda nel dramma il suo spirito e finisce nel dramma. Il mondo è una trasposizione cinematografica splendida (anche per la fotografia di Bitzer) di un qualsiasi Dickens, o meglio della sua animam poetica.

"Volver" comincia con un atto orrendo e una risposta drammatica: lo stupro di un padre verso la figlia e l'omicidio dell'uomo da parte della madre. In piena salsa Almodovar, con tanto di rosso sangue acceso. Ma è la malinconia, quella del "ritorno", quella della comunanza, quella della speranza, ad impastare il film e a rendere succoso il contenuto. Un amore espresso verso la femminilità, nell'assenza e nella presenza, ma anche un atto di solidarietà alle donne unite nella famiglia, spesso capaci di essere le uniche compagne di viaggio, con uomini senza bontà e senza capacità di sopportazione. Elogio dell'animo femminile, dal gran cast. E Penelope è splendida, eroica, e soprattutto pragmatica.


Il regista non c'è più, venuto qualche anno fa a mancare. Ousmane Sembène ha fatto tanto per la sua terra. E ha ritratto un mondo di donne dominate dagli uomini, in cui l'infibulazione è una pratica barbara che lascia dietro di sè una notevole scia di morti. C'è, nel villaggio, una donna che si oppone, Collè, e un escamotage per prevenire la tappa obbligata di "purificazione", la proclamazione del "moolaadè", il diritto d'asilo. Tra dramma e speranza, si apre una nuova fase. Di denuncia, ma soprattutto di umanità.


La storia dei conventi "Magdalene" è un pò come la storia dei preti pedofili. Avvolta nell'ombra, rigettata dalle autorità ecclesiastiche. La violenza è fisica, detentiva, psicologica, crudele. Le suore rappresentate compiono ogni cattiveria, umiliazione. Le ragazze sono costrette ad un pentimento che non ha ragione e i "Conventi-lavanderia" sono il luogo dei soprusi. La colpa?  La bellezza, la sessualità, la non conformità. La dottrina impone espiazione e nell'Irlanda si compie il dramma di tante adolescenti costrette a tenere chiuso nel proprio animo un segreto così gravoso. E l'handicap di una protagonista, abusata, è affidata non alla grazia divina, ma alla prigione psichiatrica detentiva. "Non sono uomini e donne di Dio e mai lo saranno".



"La ciociara" è un'ode al dramma, un realismo "diversificato", femminile, affine al melò. De Sica dirige il dolore, quello intenso della violenza e crea un mondo popolato dai sensi di colpa e dominato dalle barbarie, naziste ma non solo. Il mutismo e l'esplosione del dolore fanno delle due protagoniste, madre e figlia, un simbolo cinematografico di grande intensità e pongono le basi di una versione più organizzata e più commuovente dell'assetto narrativo. Il film è tratto da Moravia, e la Loren vinse l'Oscar.



Panahi denuncia, e siamo ancora nel 2000. L'Iran subisce un imbarbarimento, ma lo stato attuale è ancora lontano. In "Dayereh - Il cerchio" domina la figura geometrica e si introduce nel sistema narrativo fino a complicarlo. Storie di donne e drammi, ma soprattutto storie diverse ma uguali in un cerchio oppressivo in cui, a detta delle parole del regista, " come se ogni donna potesse essere sostituita da un'altra e questo finisce per renderle tutte uguali".


Potrete ridere con Germi. Ma potrete anche riflettere. Il grottesco sfida tutto, limiti da censura compresi. E il film diventa una dissertazione sociale. In "Divorzio all'Italiana", con leggerezza, ma anche con impareggiale forza dissacratrice, si parla di "Delitto d'onore" e di quel sistema giuridico che, troppe volte, in un Paese occidentale ha impiegato troppo tempo nel diventare realmente democratico. Il fatto che il delitto s'onore sia stato abrogato nel 1981 in Italia, con l'articolo 587 del Diritto Penale che fa inorridire ancora oggi al solo farne menzione, mostra come la strada per i diritti civili sia stata (e sia a livello sostanziale) lunga. Nel film si vede un Don Giovanni (Mastroianni) cercare la fanciullezza piuttosto che la semi-baffuta moglie ufficiale. Da qui un piano ordito per un finto "Delitto d'onore", con il plauso di chi lo vede difesore della moralità contro la donna adultera. Nel cast c'è la Sandrelli, ma soprattutto un Leopoldo Trieste da antologia.


"Lanterne Rosse" è un film ambientato nella Cina anni '20 e unisce al racconto drammatico un'abilità visiva senza precedenti. Yimou crea un mondi di donne-concubine, le cui lanterne brillano e diventano rosse, quando l'amato decida di intrattenersi con una di loro. E' un film che galleggia tra la critica sociale e la poesia, poesia di un mondo affascinante, e in cui piuttosto che empatia domina una costante lotta femminile, senza possibilità di uscita e in cui la minaccia di morte è sempre presente, marcata, una "lanterna nera" in scena. L'ottica molto teatrale aiuta il film, che vanta l'interpretazione di un'espressiva Gong Li.