28/02/11

Review 2011 - Another Year






5.5 su 10

Nella vita, il confronto è un elemento importante. E confrontarsi con gli elogi ricevuti in modo unanime o quasi da critica e pubblico verso quest'opera di Mike Leigh lo è ancora di più. Ho trovato "Another Year" molto diverso da quanto immaginavo. Non ho mai nutrito una simpatia accesa per Leigh, anche se ho apprezzato alcune sue opere. E' un grande regista di attori, uno che riesce a tirare fuori dalle sue figure artistiche l'anima, nel bene e, spesso, nel male. E così, l'inizio senza fine del film è affidato ad una vecchia conoscenza, Imelda Staunton, la Vera Drake di qualche anno fa (e non solo). Ed eccole le tipiche interpretazioni di Leigh, quelle che sottolineano ogni minima espressione personale, sentimentale, viscerale, umana. Il cinema di Leigh è fatto di reiterate introspezioni, di attori che lavorano su sè stessi come nessuno (e la Staunton riesce molto meglio di alcuni veri protagonisti del film, come Ruth Sheen, ancora scossa dal precedente episodio minore del regista, l'insopportabile "Tutto o niente" o un Jim Broadbent imbolsito) e Leigh è il Kazan della situazione senza la capacità di porre in essere veri film, ma solo impressioni sentimentali. Cosa manca ad "Another Year"? Beh, verrei meno al mio credo, se dicessi che lo considero buon cinema, anche perchè, a dirla tutta, non so quanto sia possibile parlare di cinema e non di teatro, magari alla Checov, allestito perfettamente e con precisione dettagliata, con rimandi psicologici da lavoro maniacale, in cui si esprime la connotazione poetica di un regista che pone i suoi personaggi di fronte ad un dramma più o meno consapevole e comprensibile, anche se talvolta mitigato e senza furia. Nel passaggio delle stagioni (altro tema molto Checoviano), accade tutto, perchè non accada nulla, le cose si evolvono e non rimane che una coralità aperta, con ingressi ed uscite, che è poi la manifestazione veritiera della realtà. Ma il realismo di Leigh ha qualcosa di pedante, di ottocentesco, di letterario. E' il realismo della perfezione, della messa in scena impeccabile, della casa con giardino perfetto, delle brave persone che aiutano i "disagiati". Non a caso, l'unico personaggio davvero vivo e non morto in un film che non trova altra sua motivazione proprio che in esso è quello dell'ambigua, nevrotica, Lesley Manville, che è il pezzo di umanità in un mare di perfezione. Ma non basta a fare un film, soprattutto volutamente corale. Non rimane che un'impressione, un ricordo vago, una lentezza fine a sè stessa. Ma la corrosività dei ritratti borghesi di Checov e il loro dramma furioso sono lontani. Rimane il racconto-bozzetto bonario, che si perde senza imprimersi e senza avere una vera valenza cinematografica, magari in bilico tra commedia e dramma. E questo per me non è cinema, e forse nemmeno teatro, soltanto divertissment borghese mascherato da realismo popolare.

Annie Girardot, Gary Winick, Jane Russell RIP

Giornata segnata dai lutti nel mondo cinematografico. Piuttosto che fossilizzarmi sui profili dei vincitori degli Oscar, mi sembra opportuno dedicare un minimo omaggio a due esponenti, provenienti da scuole molte diverse, della cinematografia.




Annie Girardot è stata una musa ispiratrice completa del cinema europeo, in particolare nella sua declinazione francese e italiana. Da noi è nota soprattutto per il ruolo controverso di Nadia, protagonista del capolavoro di Luchino Visconti, "Rocco e i suoi fratelli". In realtà, nel nostro paese i ruoli importanti non mancano, a partire da altri grandi maestri come Mario Monicelli, che l'ha diretta accanto a Mastroianni e Salvatori ne "I compagni", senza dimenticare due cult di Marco Ferreri, "La donna scimmia" e "Dillinger è morto". Co-Protagonista di successi come "Metti una sera a cena" di Patroni Griffi, ha lavorato anche con Sergio Corbucci e i fratelli Taviani, nonchè in un film di Luigi Comecini. L'intera carriera, fino agli anni '90, è legata spesso al nostro Paese. In Francia, è comparsa più volte nelle pellicole di Claude Lelouch (nel 1995 ha recitato nei suoi "Miserabili" con Belmondo, molto apprezzato), ha affiancato Jean Gabin nel "Maigret" del 1958, è stata diretta dal discusso Roger Vadim in un episodio minore accanto alla Deneuve, ed oggi è ricordata soprattutto per i film di un altro cineasta complesso come Micheal Haneke, che le ha fatto vincere il terzo César per "La pianista", uno dei ruoli più importanti della sua intera carriera. Ha vinto, in Italia, un David e una Coppa Volpi a Venezia, mentre a Berlino è stata premiata per "La tardona".




La morte di Gary Winick, avvenuta in concomitanza con la serata degli Oscar, è uno shock per chi non fosse a conoscenza della malattia da cui era, da tempo, afflitto. Winick viene a mancare a soli 49 anni, dopo aver portato avanti una carriera parallela di produttore e regista. Come director, la sua scelta cinematografica è completamente affine, negli ultimi tempi, agli standard Hollywoodiani di commedie "rosa" o famigliari, con buoni successi di pubblico. Il suo ultimo film, del 2010, è il noto "Letters to Juliet", girato parzialmente in Italia, con un cast variegato che annovera come protagonista Amanda Seyfried, e il ritorno sugli schermi della coppia Vanessa Redgrave/Franco Nero. Ha lavorato anche a "Bride Wars" con Anne Hathaway e Kate Hudson, senza dimenticare "30 anni in un secondo" con Jennifer Garner e l'indipendente "Tapdole", per cui ha ottenuto il premio come director al Sundance (considerato l'episodio migliore della sua carriera). Apprezzato da critica e pubblico anche il suo "La tela di carlotta" con Dakota Fanning. La fase precedente al successo è caratterizzata, in ambito registico, da una serie di B-movie di genere diversi non molto considerati (a dire il vero ne ignoravo l'esistenza). Come produttore mi preme ricordare il suo lavoro per gemme come "Schegge di April", per film scomodi come "La terra dell'abbondanza" di Win Wenders o imperfetti come "Lonesome Jim" di Steve Buscemi. Ho molto interesse nel vedere una sua produzione, "Starting Out in the Evening", con Frank Langella per la regia di Andrew Wagner.


Viene a mancare anche Jane Russell, forse più nota della Girardot per il suo sex-appeal piuttosto che per la sua produzione cinematografica, che tolta la splendida permormance in "Gli uomini preferiscono le bionde" accanto a Marylin Monroe diretta da Howard Hawks, ha ricoperto un ruolo di importanza marginale. E' nota soprattutto per la carica sensuale e l'afflato pubblicitario piuttosto che per importanti personaggi cinematografici. Jane Russell si lega ad un importante produttore come Howard Hughes e fa scandalo con la lasciva interpretazione nel western "Il mio corpo ti scalderà", per poi seguire un filone sfaccettatto di produzioni, anche proprie, raggiungendo a volte il successo di pubblicio, ma soprattutto una forte visibilità mediatica non affiancata a dovere da premi e copioni riusciti. E' proprio la prima immagine di femme fatale ad aver avuto la meglio, anche se la Russell, in un modo o nell'altro, pur essendo poco attiva, non è mai caduta nell'anonimato grazie ad un personalità debordante e carismatica, sebbene non indirizzata alla sensualità, anche nella vita privata.

I profili dei vincitori - Natalie Portman


Natalie Portman


Bellezza acqua e sapone, ma con un sapore fortemente conturbante, anche con il pancione. Natalie Portman è un'attrice Israeliana di nascita. In realtà, pur essendo naturalizzata Americana, presenta caratteristiche piuttosto atipiche e ibride (a differenza, per esempio della Bullock, vincitrice lo scorso anno), che ne garantiscono un appeal internazionale, anche molto europeo. Non a caso, la sua storia cinematografica è contraddistinta da un vero meltin'pot di registi che l'hanno scelta, dal conterraneo Amos Gitai, al cinese Wong Kar-wai al francese Luc Besson che la fece esordire, giovanissima, in "Lèon", accanto a Jean Reno, fino al ceco Milos Forman e all'irlandese Jim Sheridan. La Portman vince l'Oscar con "Black Swan" e un personaggio controverso e duplice, modellato sulla "Eva contro Eva" in salsa classica (la Portman è stata una promettente danzatrice e afferma di coprire il 90% delle scene di danza nel film senza bisogno di una controfigura). La dirige un vero genio della cinematografica, Darren Aronofsky, che ne enfatizza, come al solito, il lato più agghiacciante e complesso. Premiata da un vasto successo di pubblico e dall'empatia di un numero cospicuo di fans, Natalie Portman ha il merito di aver fatto delle scelte difficili, di aver creduto fermamente nella forma d'arte cinematografica, e di aver selezionato con cura i copioni, per registi anche indipendenti e di secondo piano (da Zach Braff all'esordio a Spencer Susser, con "Hesher", ancora da vsionare in sala), fino a kollosal (con George Lucas e James McTeigue, che le ha regalato lo status di atrice-cult con "V per Vendetta"), fino alla commedia di Ivan Reitman e alla fantasia/romanticheria di film minori. E' stata candidata all'Oscar con "Closer", in cui interpreta una squillo sensuale, e ha ricevuto molti elogi per il cammeo nel film del compianto Minghella "Ritorno a Cold Mountain". Ha esordito alla regia con "Eve, cortometraggio presentato a venezia e si è ripetuta con un segmento "New York, I Love You", spin-off del francese "Paris, Je t'Aime!, in cui era stata protagonista del decimo capitolo ("Faubourg Saint-Denis"), diretta con maestria da Tom Tykwer. 




Per omaggiarla la clip della vittoria per "Black Swan" (nelle sale italiane con il titolo "Cigno Nero"), acui aggiungiamo un tributo realizzato da un utente di YouTube.




27/02/11

Volete un Oscar ? Ecco i consigli per vincere nelle categorie Attori...




Quanti di voi, attori provetti o sognatori, hanno desiderato vincere un Oscar per la miglior interpretazione? Credo molti, d'altronde l'Oscar è un pò lo status-symbol dell'attore più che di ogni altra professione legata alla cinematografia. Ecco, per voi, una serie di consigli per carpire l'attenzione dell'Acadamy, con l'ovvia considerazione che è solo un gioco e qualora ci riusciate voglio un ringraziamento, con tanto di link al blog, durante la premiazione (ma se state leggendo questo articolo, probabilmente non siete i prossimi FrontRunner agli oscar)

Seguiamo un procedimento logico. Concentriamoci sui nomi e rispettivi ruoli premiati nelle quattro categorie (Protagonista e non protagonista, maschile e femminile) negli ultimi 10 anni, anche perchè andando troppo indietro nel tempo, i gusti dell'Academy sarebbero difficilmente amalgamabili con precisione. Prendiamo in considerazione, in primis, la categoria del Best Actor, dal 2000 al 2009. Ecco i nomi, in ordine cronologico inverso.

Jeff Bridges - Crazy Heart 
Sean Penn - Milk
Daniel Day-Lewis - There Will Be Blood
Forest Whitaker - The Last King of Scotland
Philip Seymour Hoffman - Capote
Jamie Foxx - Ray
Sean Penn - Mystic River
Adrien Brody - The Pianist
Denzel Washington - Training Day
Russell Crowe - Gladiator


Prima portiamo avanti una dissertazione circa l'attore, poi circa il ruolo ricoperto. Tra questi dieci interpreti premiati, il solo ad ottenere due statuette è Sean Penn, nel 2003 e nel 2008, per "Mystic River" di Clint Eastwood e "Milk" di Gus vas Sant. L'altra novità, tipica del nuovo millennio, è la presenza di un numero cospicuo di attori di colore, da Denzel Washington nel 2001, a Jamie Foxx nel 2004, a Forest Whitalker nel 2006. Aggiungiamo la nazionalità non americana di Russel Crowe e Daniel Day-Lewis (che non è al primo Oscar). Quindi, la varietas etnica viene accresciuta rispetto ai modelli prevalenti anni prima. Un'altra novità viene dal fatto che molti attori vengano premiati con film minori e non sempre così riguardevoli. Non è una vera novità, a dire il vero, ma vedere Denzel Washington con l'Oscar in mano per "Training day" potrebbe far storcere la bocca ai più. Su 10 nomi, 9 premiati non hanno a che vedere con il film poi risultato vincitore della cinquina più importante (l'unica eccezione è del 2000 con Russel Crowe per "Il gladiatore"), anche se ben 7 ruoli si riferiscono a film almeno nominati. Ergo, la potenza di un'interpretazione, da sola, non porta alla statuetta, ma di contrappasso, nemmeno la potenza della pellicola facilita il premio, che anzi richiede un livello buono del film e un'interpretazione, in un modo o nell'altro, più forte della stessa pellicola. Ancora, da notare l'abbassamento d'età grazie a Adrien Brody, il più giovane attore ad aver vinto l'Oscar nella categoria maggiore, alla sua prima nomination. Il contrappasso è rappresentato da Jeff Bridges che ottiene la statuetta dopo 4 insuccessi. Va detto che l'interpretazione di Brody è, tra le 10, quella più potente, anche per la tematica che ha portato all'Oscar (non ritirato personalmente) Roman Polanski. Quindi è una categoria molto difficile da abbordare per i giovani attori.
Andando ai ruoli, mi preme sottolineare che tutti e dieci siano di natura drammatica, con la predominanza della biografia e 5 ruoli su 10 sono legati a personaggi realmente esistiti. Andando in ordine inverso, Sean Penn vince per la trasfromazione in "Harvey Milk", primo politico apertamente omosessuale nella San Francisco anni '70. Forset Whitaker è Idi Amin, spietato dittatore ugandese. Hoffman è Truman Capote, il brillante e acuto scrittore dandy di "A sangue freddo" molto legato al teatro. Jamie Foxx è Ray Charles, il soulman senza vista con una storia difficile alle spalle. Adrien Brody è Władysław Szpilman, pianista polacco scampato alla Shoah. Altri due personaggi, di Russel Crowe e Daniel Day Lewis, pur non avendo un diretto legame specifico a nomi e persone reali, sono, in modo diverso, perfettamente inquadrabili in un certo contesto storico, dell'antica Roma e dell'affermazione del capitalismo rampante di inizio novecento. Jeff Bridges ha un ruolo ibrido e malinconico, molto vicino al Rourke di "The wrestler", che identifica un personaggio incapace di calarsi nel reale mondo del business imperante, ancora affidato alla vecchia concezione di musicista e di artista di musica country. Una sorta di uomo fuori dal suo tempo. L'unica eccezione parziale, in realtà un semplice clichè non molto originale, è quella di Washington in "Training Day". Per il resto, il ruolo del miglior attore è necessariamente inglobato e identificabile nella storia passata. Come avverrà anche stasera con Colin Firth protagonista.
 
Sandra Bullock The Blind Side
 Kate Winslet – The Reader
 Marion Cotillard – La Vie en Rose
 Helen Mirren – The Queen
 Reese Witherspoon – Walk the Line
 Hilary Swank – Million Dollar Baby
 Charlize Theron – Monster
 Nicole Kidman – The Hours
 Halle Berry – Monster's Ball
 Julia Roberts – Erin Brockovich

Qui, evitando ripetizioni (il lavoro potete farlo da voi), mi preme sottolineare il fenomeno del premio di risarcimento. Sia la Nicole Kidman che Kate Winslet sono premiate per due interpretazioni minori, rispetto alla loro carriera, ma più integrate nel sistema classico dell'Academy. Altro fenomeno è quello delle box-office-women che vengono premiate in due casi, nel 2000 con Julia Roberts e nel 2010 con Sandra Bullock. Vedendo in modo contrapposto i premi di risarcimento alla Kidman e alla Winslet e quelli di ringraziamento alla Bullock e alla Roberts, si noti come ci sia una scelta di campo precisa per i personaggi, con le prime legate in modo drammatico al passato, le seconde di attualità cocente, le prime donne travolte e forti, le seconde donne vincenti e forti. In poche parole, se siete maestre di tecnica vi conviene puntare sull'interpretazione di un'eroina sconfitta del passato, se siete carismatiche vi conviene scegliere storie legate a donne rampanti, che hanno tutto sulle proprie spalle. Anche, in questo caso, è imprescindibile l'importanza della biografia, evidente in 7 casi su 10. In ordine, abbiamo la Brockovic della Roberts, contro la malasanità, la Woolf scrittrice depressa di una trasfigurata Kidman, la condannata a morte Wuornos per la Theron (imbruttita a livelli esagerati), la moglie di Johnny Cash Reese Witherspoon (altra gallina dalle uova d'oro del boxoffice), la regina Elisabetta II per Helen Mirren,  l'usignolo Edith Piaf per Marion Cotillard, la madre adottiva del campione problematico Sandra Bullock. Rimane fuori la contemporanea donna sfibrata e sfinita di Halle Berry (lo stesso anno della vittoria, in tandem, del poliziotto Washington), la Winslet donna da Olocausto (tematica che attrae molto) e la Swank (al secondo Oscar) nei panni di un pugile-donna in cerca di affetto (unico caso di concordanza con il premio al miglior film). La Portman, probabile vincitrice quest'anno, si inquadra perfettamente in questa categoria minoritaria, controversa e sessualmente complessa.




Marcia Gay Harden – Pollock
 Jennifer Connelly – A Beautiful Mind
 Catherine Zeta-Jones – Chicago
 Renée Zellweger – Cold Mountain
 Cate Blanchett – The Aviator
 Rachel Weisz – The Constant Gardener
 Jennifer Hudson – Dreamgirls
 Tilda Swinton – Michael Clayton
 Penélope Cruz – Vicky Cristina Barcelona
Mo'Nique– Precious: Based on the Novel "Push" by Sapphire

Christoph Waltz – Inglourious Basterds
 Heath Ledger - The Dark Knight
Javier Bardem - No Country for Old Men
Alan Arkin - Little Miss Sunshine
George Clooney - Syriana
Morgan Freeman - Million Dollar Baby
Tim Robbins - Mystic River
Chris Cooper - Adaptation
Jim Broadbent - Iris
Benicio del Toro - Traffic





Entrambe le categorie presentano motivi di interesse per i provetti attori, ma anche per quelli consumati. Viene meno l'importanza assoluta della biografia, così come si affacciano generi meno affini al dramma e più aperti alla contaminazione. Nel caso delle donne, abbiamo due musical (e le rispettive stelle Zeta-Jones e Hudson) ad ottenere il riconoscimento, provenienti da situazioni molto diverse, con la prima affermata "moglie di", la seconda da un talent-show televisivo con furore. Ma c'è anche Penelope Cruz, che riempie di luce il tono sfavillante della commedia amorosa di Allen, che è un vero failure dal punto di vista qualitativo, tolta la performance dell'attrice. Ancora più imprevedibile, in un tour de force vero e proprio nel 2007, la vittoria di Tilda Swinton, che è l'antitesi per eccellenza della regina da Oscar, in un drama-thriller riuscito. Va detto che questa categoria è molto aperta ai personaggi meno istituzionalizzati in ambito cinematografico, come evidente da scelte non sempre comode. Adatto agli attori/attrici anticonformisti. Abbiamo la televisiva e rampante Mo'Nique, un carico di forza a tutto tondo, l'ambigua Rachel Weisz, la sottovalutata (oggi) Marcia Gay-Harden, mai esplosa in ruoli da protagonista, la sfibrata (oggi) Jennifer Connelly, promessa molto mancata, la Zellwegger ormai tesa a progetti di poco conto. Primeggia un unico nome, premiata per la sua interpretazione in "The Aviator" di Katharine Hepburn, Cate Blanchett, che è l'unica star del gruppo (anche se poi sottovalutata spesso dall'Academy). Situazione in parte simile per la categoria maschile, con soli pochi nomi da tener in considerazione per forte appeal di pubblico tra cui George Clooney premiato per un film "minore" (il meccanismo inverso a quello usuale per gli attori di poca fama),  Morgan Freeman (dopo anni di presenzialismo minore), Javier Bardem in gran spolvero (gli ultimi due sono un caso, perchè entrambi legati alla vittoria del film in cui recitano). A loro aggiungiamo l'Oscar postumo al brillante Heath Ledger, che fornisce la possibilità di spaziare ulteriormente nei generi, con il cine-comic adulto "Batman" nei panni del Joker che anni prima era stato oggetto dello stravolgimento di Nicholson. Proprio in questa categoria è possibile trovare altre particolarità. Si tratta di un premio molto spesso dato a personaggi di secondo piano nel mondo cinematografico, al punto massimo come comprimari. E così che Tim Robbins, Jim Broadbent, Chris Cooper, Alan Arkin hanno ricevuto, con ottime prove, in film minori, il coronamento delle carriere. Perciò, nel caso siate in fase avanzata di età, e con una carriera discreta alle spalle puntate a questa categoria. E' anche una categoria legata a personaggi non giovanissimi nè conosciuti, ma di indiscutibile capacità che vengono presi dai loro mondi e lanciati nel panorama hollywoodiano (nel 2009 il "Bastardo senza gloria" Waltz, nel 2000 Benicio del Toro). Se siete la Melanie Laurent, data per candidata l'anno scorso, della situazione, magari da un film straniero o di poca importanza prodouttiva o alternativo, il massimo a cui puntare (ma non sempre vi si riesce e alla Laurent non è riuscito) è l'inserimento nei non protagonisti.


Ora, conclusa questa carrellata, sta a voi trovare la chiave. Io vi ho dato gli indizi. A seconda della vostra duttilità, delle vostre possibilità.  Sta di fatto che, in molti casi, l'Oscar non porta automaticamente ad un successo duraturo, che anzi è più labile e meno ovvio che in altri campi.

Assegnati gli Anti-Oscar, i Razzies...







I Razzie hanno visto la premiazione dei film più "terrificanti" della stagione. Antitesi naturale degli 
Oscar, con oltre seicento membri votanti da varie nazioni, i Razzie si contraddistinguono per la presenza di categorie alternative, e per un profilo low-budget, che precede la manifestazione dell'Academy di un giorno, e si è guadagnata per questo il titolo di "evento di punta" della Notte prima deglI Oscar. Incetta di premi per "L'ultimo dominatore dell'aria" di M. Night Shyamalan, regista di vecchi cult premiati alrtove come "Il sesto senso" e da qualche tempo abbonato rigorosamente a prodotti macchiettistici, denigrati dalla critica e dla pubblico. "The last airbender", tratto da una serie tv molto nota, costato centinaia di milioni di dollari (ma non ha avuto un incasso davvero basso) ha troneggiato in più categorie, da quella per il miglior film, a quella della miglior regia, miglior sceneggiatura (è chiaro che il termini migliore stia come "migliore tra i peggiori", ovvero come peggiore in senso assoluto), a quella del peggior uso del 3D (si tratta di una riconversione acchiappa soldi, ma il premio in questo caso sarebbe stato opportuno assegnarlo a "Scontro tra titani") fino al non protagonista Jackson Rathbone, che ha avuto la meglio sul compagno di viaggio Dev Patel e un imbarazzante George Lopez, senza dimenticare Rob Schneider e il Cyrus meno noto, Billy Ray, padre di Hannah Montana. L'altro vincitore tra i peggiori è "Sex and The City 2", sequel cinematografico del fortunato esordio al cinema delle quattro sgallettate per eccellenza del telefilm made by HBO. E pensare che la Parker sembra premere per un threequel, nonostante la disapprovazione unanime. "Sex and the City 2" ha vinto tre premi, peggior sequel, peggior cast di insieme e peggior attrice (premio nella coralità andato a tutte le protagoniste, ma che io avrei relegato alla sorla Sarah Jessica Parker). Miglior attore (ovvero peggiore) Ashton Kutcher per "Killers" e"Appuntamento con l'amore", miglior peggior attrice (ossimoro mai più riuscito) è Jessica Alba per ben quattro film,"Machete", "Appuntamento con l'amore", "The killer inside me" e "Vi presento i nostri".

Peggiore film del 2010
L’ultimo dominatore dell’aria

Peggiore attore del 2010
Ashton Kutcher (Killers e Appuntamento con l’amore)

Peggiore attrice del 2010
Ex aequo: Sarah Jessica Parker, Kim Cattrall, Kristin Davis & Cynthia Nixon (Sex and the City 2)

Peggiore attore non protagonista del 2010
Jackson Rathbone (L’ultimo dominatore dell’aria e Twilight Saga: Eclipse)

Peggiore attrice non protagonista del 2010
Jessica Alba (The Killer Inside Me, Vi presento i nostri, Machete e Appuntamento con l’amore)

Peggiore uso del 3D
L’ultimo dominatore dell’aria

Peggior coppia sullo schermo/ Peggiore cast
L’intero cast di Sex and the City 2

Peggiore regista del 2010
M. Night Shyamalan (L’ultimo dominatore dell’aria)

Peggiore sceneggiatura del 2010
L’ultimo dominatore dell’aria (scritta da M. Night Shyamalan)

Peggiore prequel, remake, fregatura o sequel del 2010

Sex and the City 2

26/02/11

Review 2011 - Burke and Hare - Ladri di cadaveri






7.0 su 10

Il ritorno di John Landis al cinema non avrebbe potuto trovare un risultato migliore, perchè "Burke and Hare", lungi dall'essere perfetto, è sicuramente un prodotto godibilissimo e di buona fattura, come evidente dalla costruzione scenografica e visiva in genere che non nasconde la solita attenzione al particolare. La descrizione dell'Inghilterra (più propriamente della Scozia) vittoriana è sottolineata da un uso accorto della luce, con meandri bui e malfamati, che si oppongono all'illuminazione artificiale degli interni ed è soprattutto la sequenza introduttiva, quella del mercato nella città di Edinburgo a dare un'idea del carattere contraddittorio di una società morigerata a caccia delle nuove streghe, in cui la volgarità del popolo e la sua pedanteria vivono in opposizione ad un potere dominante che si chiude nelle sale eleganti di qualche sfarzoso (solo all'interno, non nella facciata) palazzo o nelle accademie riservate ai maestri della nascente scienza. Anche il preciso inquadramento è perfetto. Da una parte il commercio, la borghesia nascente, dall'altra le classi colte di studiosi, in particolari di "Illuminati", scienziati affiliati al potere chiamati a "salvare l'umanità" dalla piaga delle malattie e della morte (quello che è poi il positivismo nella sua declinazione più marcata). La storia dei due "galoppini" Burke e Hare, realmente vissuti, è parte integrante di questo ambiente, dominato dalla ricchezza, ma anche dalla condanna del reato, dall'influsso dei potenti, ma anche dalla nascita del concetto di popolo, che si unifica al momento dell'esecuzione, con giubilo arcigno. Burke e Hare entrano nel mercato del recupero dei cadaveri da tempo, in modo da soddisfare l'esigenze del potere illuminato, aperto a esperimenti di comprensione del corpo umano, dell'anatomia e di funzionamento/risoluzione delle malattie. E così che i cadaveri, senza una regolamentazione completa, sono sezionati da uomini impettiti (come un grande Tom Wilkinson) al servizio della ricerca, ma il numero necessario è di molto superiore a quello disponibile. E l'attività dei due è quella di aumentare, di propria mano, il numero, dietro lauto compenso. E' chiaro che, da questo punto di vista, il film debba seguire una strada tradizionale e legarsi magari a personaggi femminili, molla consapevole o meno delle azioni atroci dei due protagonisti. Così da una parte abbiamo una rampante donna in cerca di posizionamento e pronta ad entrare nel giro, dall'altra una fanciulla che cerca il successo come attrice, che viene coinvolta suo malgrado. La storia si banalizza e perde di mordente, ma mantiene un contegno e una dignità, senza scivolare mai nel volgare. Ottimo il duetto Simon Pegg-Christopher Lee, così come l'intero cast (anche se Isla Fisher è sprecata, come al solito). Peccato che la seconda parte riveli i limiti della sceneggiatura in termini di forza cinica e dissacratoria, ma il film è un tassello importante e non va penalizzato ulteriormente. Quindi una visione è più che consigliata, soprattutto in originale.

25/02/11

Uscite del weekend 25 Febbraio con Recensioni e Curiosità

127 Ore

di Danny Boyle

James Franco, Amber Tamblyn, Kate Mara

 6 Nomination all'Oscar

Recensione del blog

http://contactcinema.blogspot.com/2011/01/review-2011-127-hours-127-ore.html



Perchè vederlo in poche righe: 
E' il consiglio della Settimana del nostro blog. Piuttosto defilato ai botteghini esteri, rispetto al precedente del regista "The millionaire", è in realtà molto più riuscito, unifrome, tecnicamente valido, nonchè più asciutto e privo della patina di melò della pellicola precedente. E' da vedere proprio per la capacità di Boyle di evitare il clichè e di seguire strade non sempre consone, modificando il suo stile e attraversando i generi. Certe volte compie dei disastri, altre degli ottimi film. Ed è proprio il rischio ciò che alimenta la vita del protagonista reale Aron Ralston che si trova a lottare contro la morte in un canyon. Nel film non vedrete altro, e non vedrete nessuno se non un gigantesco James Franco, che regge sulle sue gambe l'intera dimensione filmica, arrivando ai gesti estremi. Splendida la fotografia e la musica, del team di Boyle.
Nonj è un film commerciale nel senso Hollywoodiano del termine, ed è facile avere un atteggiamento di freddezza o repulsione, quindi lo consiglio solo a chi ha in mente un prodotto visivamente affascinante e molto viscerale.




Ladri di cadaveri - Burke & Hare

di John Landis
con Simon Pegg, Andy Serkis, Isla Fisher, Jessica Hynes, Tom Wilkinson

 In serata la recensione


Curiosità: La storia di Burke e Hare non è una leggenda, ma un fatto storico realmente accaduto in epoca vittoriana, quando due personaggi si dedicarono prima al ritrovamento dei cadaveri poi all'assassinio per garantire corpi da vivisezionare ai ricercatori della città di Edinburgo dietro lauti compensi. Il fatto, è testimoniato dalla condanna a morte di Burke e da una serie di Act ufficiali (le ordinanze) riguardanti la materia/questione. E' chiaro che la versione cinematografica sia molto diversa dalla reale documentazione dei fatti, ma già l'intro fa ben intendere il contrappasso. "Questa è una storia basata su fatti reali...tranne quelli che non lo sono."

Perchè vederlo: Evitando di spoilerare il mio punto di vista, vi faccio presente che si tratta di un film diretto, dopo anni, da John Landis, il mitico regista dei Blues Brothers e di tante gemme del nostro panorama cinematografico. Aggiungo l'imponenza della ricostruzione scenografica, molto riuscita e la grande disponibilità di un cast all-british che potrebbe interessare non poco.

 

Unknown - Senza Identità 

di Jaume Collet-Serra

 Con Liam Neeson, Diane Kruger, January Jones, Aidan Quinn, Bruno Ganz

 

Perchè vederlo: Non è una mia priorità. Aspetterò l'homevideo con piacere. Va detto che è una pellicola che potrebbe intercettare una parte di pubblico meno affine a generi romantici/comici/da commedia pura, soprattutto maschile. Presentato, fin dalla locandina, come una sorta di sequel di "Io vi troverò", successone di qualche anno fa, e con un Liam Neeson presenzialista, "Unkown" halla sua un buon passaparola di pubblico (non tanto di critica) soprattutto americano, nel cui mercato ha conquistato i botteghini con facilità. Diretto da un europeo e con un cast composito, è avvantaggiato dal mantenersi legato ai clichè della vendetta, dell'intrigo, dell'ambiguità psicologica.

 

Manuale d'amore 3 

 di Giovanni Veronesi

Con Robert De Niro, Carlo Verdone, Riccardo Scamarcio, Monica Bellucci, Michele Placido

 

Perchè vederlo: Forse un motivo voi riuscite a trovarlo, io, data la mia nauseabonda non-affinità ai film di genere, sequel dei sequel, prodotti in serie come fossero dei compendi tutti uguali, ad episodi in più, e con un cast che non ha nulla di omogeneo, lascio volentieri ad altri la possibilità di entrare in sala. In tutto questo, vorrei solo ricordare che Bob De Niro, presenza televisiva imbarazzante (per la deficienza degli intervistatori italiani) in tutte le sue declinazioni, non riesce a interagire con un buon agente da decenni e si ritrova con una carriera divisa in due, popolata da grandi classici e grandissime amenità. La pensione per gli attori, poteva essere un'opportunità. Nel cast Monica Bellucci la voluttuosa, Riccardo Scamarcio il tenebroso, Valeria Solarino la mediterranea, Laura Chiatti la presenzialista, Michele Placido il meridionale. Il ruolo della Finocchiaro non deve essere imponente, come evidente dal piccolo spazio nel poster. Certo, l'unica che sa recitare, la mettiamo da parte.

Shelter - Identità paranormali

 di Mån Mårlind, Björn Stein

Con Julianne Moore, Jonathan Rhys-Meyers, Frances Conroys


Che cast! Peccato che il film sia stato stroncato ovunque, e che i due attori principali non brillino per comunicatività tra loro. Il nostro "Non-consiglio" della settimana. Non vedetelo. Per maggiori informazioni,

http://www.rottentomatoes.com/m/shelter/


24/02/11

Review 2011 - La vida de Los Peces (The life of Fish)





8.0 su 10

"La vida de los Peces" è una forma cinematografica che andrebbe studiata da esperti. Girato in un unico ambiente, articolato nelle sue diverse ramificazioni interne ed esterne, una casa, condensato in un minutaggio che non arriva nemmeno all'ora e mezza, è un racconto in presa diretta, senza inutili orpelli. Per molti versi l'assetto è teatrale, in quanto è un film essenzialmente di movimento, un movimento cadenzato di un personaggio-fulcro, il protagonista, reso possibile da un montaggio asciutto. Ed è un movimento reale, temporalmente scandito senza ricorrere a flashbacks di raccordo che avrebbero appesantito, un percorso che è uguale a quello dello spettatore, che non si distacca quasi mai dal protagonista. Film di "contatto" e di "contatti", di continue sottigliezze, di gesti, di primi piani insoliti, di campo-controcampo senza una cognizione unica, di lirismo, di realismo, di simbolismo. "La vida de los Peces" è un oggetto indefinibile, lungo nel suo essere breve, meditativo nel suo essere silenzioso, ambiguo nel suo essere irrisolto. Un cinema alieno, che non è molto facile cogliere, che si allontana dalla sua terra, il Cile, per fornire un'immagine non stereotipata, nè occidentalizzata, ma personale, ancorata ad una singola storia, collegata ad altre, in un acquario di pesci metaforico che finisce per diventare meccanismo di fuga-avvicinamento insensato e ingestibile. La storia di Andre è quella di un ritorno-addio, e già in questi due elementi chiari fin dall'inizio si legge la sua contraddizione. Il vagare verso mari lontani equivale al distacco dal paese natio, avvenuto un decennio prima  e ora materializzatosi definitivamente, dopo un ultimo saluto. In questo frammento si riannodano le storie del protagonista, le amicizie si salutano, gli amori brillano e perdono luce. Tutto nell'ora e mezza del film, senza dilazioni, senza grandi scene madri, senza allontanarsi dall'unico luogo, una villa di un amico. A volte sembra che il tempo si congeli, che l'emozione diventi eterna. A volte la sensazione è quella di un melò asciutto, animato dalla recitazione impercettibile e daigli splendidi giochi di luce, oltre che dal suono diluito di una musica che si apre alla malinconia e alla speranza insieme. Non c'è banalità alcuna, ma un senso di mistico vuoto che potrebbe risulatare, ai non amanti, non digeribile. A me è piaciuto. Diretto da Matías Bize, cast superbo. Santiago Cabrera è il protagonista, mentre nella seconda parte si profila una predominanza, tra gli altri comprimari, di Blanca Lewin, l'amore naufragato, l'amore ritrovato, l'amore immobile nel mare del passato tanto diverso dai nuovi mari del presente solcati come viaggiatore di professione.

Review 2011- Come lo Sai




7.0 su 10

Ultima fatica di James L. Brooks,  director inventore di uno stile tutto suo, riconoscibile e apprezzato. Proprio per questo, non riesco a capire quale sia il motivo dell'accoglienza impietosa riservata a questo titolo, ultimo nella cinematografia del regista solo in senso temporale, ma per esempio superiore al film precedente, quello davvero ignobile, intitolato "Spanglish" e con una Paz Vega tremenda. Il "failure" commerciale della pellicola è stato accompagnato dal giubilo di chi non crede che un prodotto del genere debba costare tanto, più di cento milioni di dollari. Su questo aspetto, in verità, non si può che convenire e l'alto budget non sembra proprio prerogativa di una commedia, soprattutto di una commedia che punta tutto sulla sceneggiatura. In realtà, credo che la maggior parte dei soldi spesi sia da attribuire al compenso degli attori, Whiterspoon in testa, con a seguire il trio maschile Nicholson-Rudd-Wilson. Non c'è da stupirsi. Per i produttori che hanno stanziato i fondi, l'opera doveva essere un sicuro successo, anche perchè la Whiterspoon è abituata a fare exploit incredibili ed è paragonata, negli incassi, al Sandler nazionale, che supera i 100 milioni nella sola patria con facilità. Peccato che, forse, ci si sia dimenticati di guardare al dato del film precedente di Brooks, "Spanglish", in cui il protagonista era proprio Adam Sandler. Parlando delle caratteristiche del film, non ho trovato nulla di fuoriposto, di esagerato, di paradossale. Insomma, di demenzialità c'è poco (e la nuova commedia vive solo su questo, da qui la difficoltà di colpire il pubblico odierno), ma c'è una carica effervescente e fresca di ibridsmo, di "Bromance", di leggerezza, di complessità nei caratteri sfumati. E c'è la storia, che diventa espressione di insoddisfazione e che segue nella comune difficoltà, il tipico tragitto di una commedia, allargato a personaggi secondari che riempiono la vita dei protagonisti. In un certo senso, è un tipo di commedia elegante, raffinata, anche a livello visivo, semplice e insieme attenta a definire i personaggi con un fiume di battute.  Aggiungo che non è un film di "Losers"o di "Vincenti" ma di esseri umani complessi, con esigenze che si manifestano di volta in volta. La narrazione ruota attorno ai protagonisti e diventa un corollario rispetto ai caratteri che ne sono il centro. Ed è una pellicola ben recitata, a dire il vero recitata magnificamente. Se Rudd e Wilson tendono l'uno al realistico paradossale, l'altro al paradosso realistico, e Nicholson è una comparsa che appare continuamente (anche indirettamente), la vera fiamma del film che arde di luce propria è proprio la Whiterspoon, che riesce a prendersi, con scaltrezza, l'attenzione del regista, attraverso primi piani esaustivi e molto più articolati di quanto sembri. In tutto questo, la dimensione filmica fa capolino nel clichè, nel rimodellamento, nell'ambiente, nella semplicità, nella mancanza di eccesso e nell'umanità. Ed è qualcosa che sfugge a chi cerca sempre il MacDonald's rispetto ad una comune trattoria di cibo locale. Da qui la differenza tra la commedia di Apatow e quella di Brooks. E io sono un passatista.

Oscar Prediction 2011 - Gli Attori

I giochi sono fatti, la data è vicina e le previsioni sono usuali per il blog. Aggiungiamo anche le nostre scelte, magari argomentando. In rosso la mia scelta personale. Le previsioni sono evidenti nelle foto scelte.


Actor in a Leading Role (Miglior attore protagonista)

* Javier Bardem in “Biutiful”
* Jeff Bridges in “True Grit”
* Jesse Eisenberg in “The Social Network”
* Colin Firth in “The King's Speech”
* James Franco in “127 Hours”


Questa categoria sembra assunta. A vincere l'Oscar sarà Colin Firth, attore british, impeccabile nello stile, dopo la nomination dello scorso anno andata a vuoto con "A Single man" a favore di Jeff Bridges per "Crazy Heart". La storia del "Re balbuziente" sembra aver garantito la tipica accoglienza dell'Academy per ruoli del genere, soprattutto se modellati su personaggi reali e magari pure aristocratici.

In realtà, tutti e cinque i candidati, in modo diverso, presentano motivi di interesse. Bardem e Bridges hanno già conquistato di recente la statuetta, l'asciutto Eisenberg e Franco sono i due attori più bravi delle loro generazioni. In fin dei conti, non sarebbe immeritato un premio a nessuno, ma dovendo scegliere un unico nome, il mio voto andrebbe all'alternativo James Franco, il contrario di tutto e tutti, anche di quanto si sia visto con i ribelli delle generazioni anni '60. Aggiungo che l'Oscar a Firth è meritato a prescindere, ma "Il discorso del re" è il film sbagliato per la premiazione.

Tra i non nominati, Ryan Gosling per "Blue Valentine" riceve il mio placet.


Actor in a Supporting Role (Miglior attore non protagonista)

  • Christian Bale in “The Fighter”
  • John Hawkes in “Winter's Bone”
  • Jeremy Renner in “The Town”
  • Mark Ruffalo in “The Kids Are All Right”
  • Geoffrey Rush in “The King's Speech”

Questa è, invece, una sfida più interessante e dipende molto dall'exploit che farà, in termini di premi, "Il discorso del Re". E' facile che, per arrotondare il numero delle statuette, e aggiungere fuoco alla manifestazione, il favorito Christian Bale per "The fighter" possa essere superato dal già vincente Geoffrey Rush. Ma si tratterebbe di semplice operazione di "acquisto" voti per lanciare il film e ottenere altri grossi introiti al botteghino. Il motivo della forza de "Il discorso del Re" sta nel motivo dell'insuccesso relativo al boxoffice americano di "The social Network". Altrimenti non ci sarebbe stata trippa per gatti. Tolta la condizione di un "premio" per montare l'attenzione sulla summa delle vittorie del film di Hooper, il premio sarebbe già nelle mani di Bale.

Personalmente, ritengo che l'inclusione di Mark Ruffalo per "I ragazzi stanno bene" sia un grave errore. La sua interpretazione e il suo personaggio avrebbero meritato un'accoglienza, come l'intero film, molto più contenuta. Anche la mancanza di Garfield è una stonatura. Se dovessi dare un premio ai candidati, sceglierei, personalmente, John Hawkes, grande indie-man che garantisce un'interpretazione asciutta e sfumata. Ma anche Reener si mostra all'altezza delle aspettative in "The town", che era superiore a molti dei dieci candidati per miglior film.

Tra i non nominati, Andrew Garfield per "The Social Network" è la mia scelta.


Actress in a Leading Role (Miglior attrice protagonista)

  • Annette Bening in “The Kids Are All Right”
  • Nicole Kidman in “Rabbit Hole”
  • Jennifer Lawrence in “Winter's Bone”
  • Natalie Portman in “Black Swan”
  • Michelle Williams in “Blue Valentine”
La favorita è Natalie Portman per "Black Swan" e la cosa sembra risaputa (ha vinto tutto). D'altronde, non considero il suo successo sicuro come quello di Firth, anche perchè il ruolo è molto più moderno e ambiguo, e ricordando il caso del favorito Rourke, nel film precedente del regista Aronofsky (lo stesso di "Black Swan"), sconfitto da Sean Penn in "Milk", potrei azzardare un certo peso della donna in attesa dell'Oscar da più  tempo di tutte, Annette Bening. Sono convinto che la Portman la spunterà, o almeno lo spero con forza.

Categoria quasi perfetta, nomi eccellenti, difficile fare una scelta. A parte la Bening, brava ma nemmeno da nomination, le altre quattro sono fenomenali, le migliori della stagione. Nicole Kidman è di una glacialità turbata superba, intensa è l'aggettivo per Jennifer Lawrence, la Williams è atipica e sottile, duttile, ma il mio voto va alla Portman, che è un cucciolo ferito di dissonanze.

Tra le non nominate, vi sembrerà strano, ma la mia scelta è Resee Whiterspoon per il "failure" "How do you know?" di James L. Brooks, che è molto più brava di quanto sia stato scritto, e riesce, nei continui primi piano, a diventare l'arma emotiva del film, senza bisogno di parole.





Actress in a Supporting Role (Miglior attrice non protagonista)

  • Amy Adams in “The Fighter”
  • Helena Bonham Carter in “The King's Speech”
  • Melissa Leo in “The Fighter”
  • Hailee Steinfeld in “True Grit”
  • Jacki Weaver in “Animal Kingdom”

Altro giro, altra festa. La vincitrice annunciata (ma non da tutti) è Melissa Leo per "The Fighter". La sua forza, però, dovrebbe essere limitata dall'avere in squadra nomination anche l'antagonista sullo schermo Amy Adams, con cui dividerà parte dei voti. La Carter tornerebbe in gioco, in relazione alla necessità di premiare con forza il film più "Piacione" dell'anno, "Il discorso del Re", ma io non dimenticherei Hailee Steinfeld, ragazzina del "Grinta", che era una protagonista vera in realtà.

Le performance sono tutte buone, anche se preferisco la freschezza della Steinfeld e la bravura complessa e sfumata della Adams. Anche la Weaver ha un ruolo fantastico in "Animal Kingdom". Le altre due brave, ma inferiori.

Tra le non nominate, scelgo Rebecca Hall per "The town" o "Plaese, give"

23/02/11

Il postone della settimana di ContactCinema - Speciale Oscar #3

I 10 candidati modello LEGO













Exit Through the Gift Shop

Banksy gioca la carta del mistero (ma nel caso di vittoria chi riceverà la statuetta non potrà essere mascherato) e continua ad imbrattare la città di Los Angeles, sede dell'evento, dei suoi stencil.







 Anne Hathaway è la comica della serata. Vedere per credere.





Ma James Franco è il vero MadMan della serata. Grande scelta dei presentatori. Sotto il video con Judd Apatow.





Training per le due star.


Poster da Oscar visti da Dean Walton...







Black Swan
Riporto a galla un fantastico video con Jim Carrey protagonista-ballerina al SNL versione americana.





The Social Network

Al SNL anche l'incontro tra Mark Zuckerberg e Jesse Eisenberg, l'uomo reale e l'attore che lo impersona. A ciò aggiungiamo una comparsa-sosia per mescolare le acque.



True Grit

Vediamo il trailer dell'originale del 1969 con John Wayne





The King's Speech

Segnalazione "hot" della settimana. Il film sembra essere stato girato nel luogo dove ha avuto il proprio set anche un film porno gay.



L'unica Italiana in gara è Antonella Cannarozzi per i costumi di "Io sono l'amore" di Guadagnino.