31/07/11

Review 2011 - Montecarlo





Hollywood sogna un nuovo Wilder, magari conformato, magari europeo solo di facciata e non di animo. E sogna una nuova Audrey Hepburn. Ma i sogni sono lontani dalla realtà, e si possono trasformare in piccoli incubi quotidiani da cinema di serie b. Ecco a voi "Montecarlo", scialba storia sullo scambio di persona tra adolescenza on-the-road, amore e qualche biasimevole patetismo. La commedia sofisticata può tirare un sospiro di sollievo, la sua brutta copia moderna non ha direzione nè forma. E' solo isterismo da teenager, fenomeno passeggero, esoticismo da quattro soldi. E' solo un miraggio estivo da dimenticare.





Per certi versi, "Montecarlo" è un affronto alla storia del cinema classico, per altri un tentativo di affinare parzialmente il gusto di una commedia, quella made in USA, figlia dei tempi e tendente al becero. Predomina il primo aspetto perchè, nonostante venga evitato ogni gargarismo gergale e volgare, la banalizzazione del canovaccio standard che ha fatto la storia di tante commedie anni'30-'40 appare ben più grave della scelta coraggiosa di tenere a freno gli elementi morbosi e scorretti di troppo cinema post 80's. Se il cinema dell'età dell'oro puntava sulla freschezza della scrittura, "Montecarlo" punta sulla commistione di elementi diversi, vicini tanto alla tradizione Disney adolescenziale (risibile e televisiva) quanto al filone standard del cinema che gioca la carta europea, ennesimo esempio di quanto la mancanza di idee sia ciclica. La sceneggiatura è una gigantesca presa in giro, una vergognosa girandola che riesce a rendere i criteri convenzionali di credibilità delle chimere vere e proprie, assumendo una prospettiva che definire irreale è dir poco. Tra tutti i difetti (copiosi), la cosa più grave è appunto l'incapacità di mantenere un rigore narrativo che sia solo parzialmente logico. La carta del surreale sarebbe stata un'idea, peccato che non solo non viene giocata, ma addirittura ostacolata, arrivando a fare dello scambio di persona la chiave di volta di un film e aggiungendo tante e tante sottotrame inverosimili e sbilenche da rendere futile ogni tentativo di giustapposizione narrativa razionale, magari basata sul calssico causa-effetto. Se il mito dell'Europa, magari quella classica di Wilder è ridotto a visione da cartolina (dirige Thomas Bezucha, ndr) , non meno problematico è l'elemento interpretativo. Tre attrici molto diverse, la Disney-star Selena Gomez e le senza personalità (almeno per ora) Leighton Meester e Katie Cassidy, si fiancheggiano sostenendosi per portare a compimento l'opera, ma il tentativo è osteggiato dall'inverosimiglianza di ciò che si trovano a recitare. Cory Monteith fa intendere che il suo dopo-Glee sarà tutt'altro che roseo ed è inserito solo per la visibilità televisiva e l'appeal derivante, con un ruolo di poco conto. Il resto è fuffa.


28/07/11

Documentary 2011 - Cameraman: The Life and Work of Jack Cardiff












La storia individuale si intreccia con quella artistica ad ampio raggio. Ed ecco che Jack Cardiff, direttore della fotografia memorabile, diventa un volto, un'espressione, una storia in sè stesso, nei suoi eventi, nei suoi attimi. Ed è un omaggio all'uomo e all'artista, al cinema e alla passione. Sostenuto da un'eleganza formale oltre misura, "Cameraman: The Life and Work of Jack Cardiff" è una pagina importante di storia del cinema destinata a rimanere non semplice carta morta ma immagine nitida, in movimento, voce e cuore sullo schermo. Un'idea che farà piacere a Scorsese, che nel cinema sul cinema ha rappresentato, finora, il non plus ultra della tradizione documentaristica hollywoodiana.


Piuttosto che discutere sulla qualità, molto alta anche se non sempre fruibile con facilità, del documentario realizzato da Craig McCall, che sceglie, con arguzia, l'idea delle interviste incrociate (con Cardiff ancora in vita a delineare la sua prospettiva), unite a reperti storici di backstage e dichiarazioni di insigni maestri, aggiungendo molte sequenze, indicate con didascalia, di opere inerenti all'epoca, mi preme evidenziare la figura centrale del documentario, che costituisce un nobile esempio di passione artistica fine a sè stessa. Jack Cardiff è stato un direttore della fotografia acclamato e geniale e ha vissuto e oltrepassato tante tappe diverse della storia cinematografica fino a diventare una sorta di "simbolo-feticcio" dei tempi passati, presenti e per certi versi futuri. Vissuto tra il 1914 e il 2009, indirettamente o meno, ha compiuto un tragitto che è strettamente legato alla concezione di cinema che è oggi patrimonio comune e che presuppone una valenza artistica già stabilizzata e riconosciuta (rispetto agli esordi ottocenteschi in cui la componente tecnica era dominante). Cardiff comincia a lavorare ("Gli ultimi giorni di Pompei") nel 1935, in un momento in cui il muto è un lontano ricordo e la figura del direttore della fotografia è altrettanto in evoluzione (o meglio involuzione). E' il periodo in cui si afferma compiutamente il regista come elemento cardine di riferimento dell'opera e viene maturando quella che sarà poi una consuetudine di attribuzione. Il film, in quanto tale, diventa, progressivamente, inscindibile dal suo director, mentre il direttore della fotografia (una volta così centrale, come nel caso di Bitzer con Griffith) ora è una figura tecnica importante ma secondaria.  Lo star-system farà il suo, occultandola ulteriormente. Eppure Jack Cardiff ce la fa, come altri, ad essere un nome noto e apprezzato nel settore e a diventare parte integrante dei meccanismi principi della produzione di allora. La sua fama è tale, nei settori specializzati, che riesce a diventare egli stesso un regista, di certo non conosciutissimo, ma capace di piccole gemme come nel caso di "Figli e Amanti" del 1960 (potete ammirare un piccolo frame, evocativo, tra le immagine introduttive del post, sotto la dicitura originale "Sons & Lovers). In Cardiff l'elemento tecnico e artistico sono un tutt'uno. Da vedere le sue opere più note, in tandem con la coppia Powell/Pressburger, "Narciso Nero" con cui ottenne l'unico Oscar della carriera per la cinematografia a colori e il caso successivo, di fattura sublime, con "Scarpette Rosse" del 1948. Evitando di aggiungere dettagli, faccio notare che la carriera di Cardiff finisce ufficialmente nel 2007, quando l'uomo ha 92 anni, due anni prima della fine. E il documentario è incentrato, con fermezza, tanto sul suo ruolo paradigmatico nel sistema cinematografico, quanto sulla sua incredibile forza d'animo, sulla sua personalità gentile da englishman e soprattutto sul carattere modesto e cordiale che ne ha fatto un punto di riferimento per grandi nomi del settore, da cui, magari, come nel caso di celebri attrici, cogliere l'essenza recondita.

25/07/11

Crossover - East is East (1999) / West is West (2011)












"East is East" era l'esordio atipico di una famiglia allargata, tra modernità della terra di approdo, la Gran Bretagna, e tradizione di un mondo lontano, il nativo Pakistan, "West is West" è il sequel dello stesso nucleo famigliare con qualche aggiunta e qualche defezione, in un ritorno alle origini speculare. Tra dramma e commedia, pregiudizio e lotta allo stesso, in entrambi i casi permane una certa leggerezza ironica, ma anche una visione discreta, umana, priva di stereotipi comuni e non eccedente il limite "culturale" delle rispettive tradizioni. Entrambi film modesti ma ben recitati e soprattutto un piccolo miracolo nella raffigurazione basata sul rispetto di mondi diversi. Se il primo episodio intrecciava una storia d'amore matura in una cittadina del Lancashire, con figli a carico e problemi nel coniugare costumi inglesi con quelli religiosi e culturali di tradizione pakistana, il sequel riesce a ribaltare parzialmente la situazione, con un viaggio incontro-scontro, dalla dicotomia tradizione vs. modernità, nel Pakistan delle meraviglie e delle difficoltà.

La cosa che appare più importante in questo dittico cinematografico è la sensibilità nell'affrontare il tema dello scontro di culture a largo raggio, partendo da una conoscenza piuttosto approfondita dei diversi contesti. Non a caso, lo screenwriter è un inglese di origini pakistane, Ayub Khan-Dinn, che rappresenta un elemento di mediazione piuttosto imparziale e teso all'integrazione piuttosto che allo scontro. Carico di risate, quasi grottesche in certi punti, e con la possibilità, spesso, di perdere, soprattutto nel primo film, un senso del realismo adeguato, il progetto è piuttosto riuscito sotto un profilo contenutistico, anche grazie ad un'ottima scrittura dei personaggi principali che viene ad essere ridimensionata nel secondo capitolo, quando la frammentazione delle situazioni e il venir meno di certi character indebolisce una componente narrativa stabile, chiudendo (è il caso del limitante cammeo iniziale di Jimi Mistry, il più noto del gruppo) sottotrame precedenti troppo in fretta e aprendone altre con altrettanta facilità. Se il sequel parte da queste lacune, in realtà si riscatta per la scelta di un tono meno incline alla macchietta (costante dell'ultima parte di "East is East") e più meditativo, riflessivo, pronto a scalfire la virulenza del patriarca in un accenno di sensibilità lontana dal tono burbero del primo capitolo. E' molto bravo Om Puri a traghettare questa mutazione, mentre l'espressiva Linda Bassett, perfetta per la parte, soffre di una certa limitazione in "West is West", tutta a vantaggio dell'iniziazione di Aqib Khan nel ruolo del giovane figlio Sajid. Venendo alla regia, "East is East" è diretto da Damien O'Donnell, "West is West" da Andy De Emmony, entrambi privi di un marchio riconoscibile. le pellicole sono di fattura discreta, riuscite nel complesso, nonostante vistosi difetti e una mancanza di organicità interna. Cult la soundtrack.



23/07/11

Review 2011 - X-Men: L'inizio











Prequel di un fumetto Marvel trasposto per la prima volta al cinema nel 2000 e che ha avuto una moltitudine di ramificazioni, passando dalla trilogia centrale a cura di Bryan Singer e Brett Ratner, fino allo spin-off su Wolverine di Gavin Hood, "X-men: L'inizio" è certamente tra i migliori risultati raggiunti nella serialità omonima, ma non è esente da difetti evidenti di inquadramento complessivo dei personaggi e di stabilità narrativa. Il nuovo director, Matthew Vaughn, non brilla per personalità, anche se garantisce un tocco retrò e una fine eleganza tutta british. L'arma vincente è rappresentata dal cast e in particolare da uno splendido duetto in odor di bromance tra James McAvoy (Professor X) e uno stupefacente Michael Fassbender (Magneto). Fuori dalla spettacolarità hollywoodiana fine a sè stessa, "X:men : L'inzio" cerca di porsi come antitesi naturale agli eroi monodimensionali di tanto cinema da supereroi giunto in sala. E ci riesce, nonostante qualche sbavatura.



Le potenzialità della saga "X-men" sono tra le più forti della produzione fumettistica adattabile su grande schermo. La complicazione psicologica, il dissidio tra accettazione e rifiuto sociale, la contrapposizione interna alle due fazioni, la molteplicità dei personaggi in continua evoluzione, ne fanno un perfetto canovaccio narrativo da sviluppare seguendo diverse strade. Proprio per questo, in poco più di dieci anni, ben 5 film legati alla saga sono giunti a noi, adottando, di volta in volta, prospettive nuove, riuscite o meno (penso al terzo capitolo della trilogia diretto da Ratner). Ma la proliferazione di film sugli "X-men" ha anche svuotato e limitato l'appeal di mercato e l'eccezionalità delle storie e dei personaggi del fumetto. "X-men: l'Inizio" ha il merito di riportare in auge la centralità della scrittura rispetto all'azione, e di impreziosire il tutto con uno dei cast migliori di sempre per un film di supereroi, curando in modo certosino il look vintage dei personaggi e inserendoli in un contesto storico abbozzato ma preciso. In questa perfetta confezione esterna, viziata forse dalla mano inesperta di Vaughn, chiamato a mettere a fuoco l'intera produzione in termini relativamente brevi, con alle spalle film ad impatto zero e qualche produzione big piuttosto defilata ("Stardust"), più volte viene meno un lavoro adeguato di narrazione, nonostante non via siano difetti sostanziali, quanto più una volontà di concatenazione spazio-temporale eccessiva, arrivando a dare uno spazio esiguo a characters di contorno (penso al personaggio di Kevin Bacon) che sono privati di caratteristiche imprensindibili in un film di genere, legato ad un'ottica manichea piuttosto marcata. E così il duo Professore X e Magneto diventa il motore fondamentale della pellicola sotto un profilo narrativo (come è giusto che sia), ma anche per quanto concerne la resa psicologica, grazie alla forza mascolina e vitrea di Fassbender, uno dei più bravi inyterpreti del panorama attuale e alla spigliatezza di un sempre discreto James McAvoy. Il loro rapporto è l'elemento di punta del film. Il resto del cast è di supporto, con alcune eccezioni. Perfetta è la giovane (e già canditata all'Oscar) Jennifer Lawrence che riesce a dare al personaggio di Mystica un approfondimento curato, così come Nicholas Hoult nel ruolo di Bestia. Invece sono fuori forma la "Mad Men" January Jones che non riesce a convincere mai del tutto e un'insipida Rose Byrne (di solito molto in forma).

22/07/11

Review 2011 - De Vrai mensonges










Salvadori tenta ancora l'approccio alla commedia sentimentale francese, scimmiottando qualche illustre maestro (soprattutto le coincidenze esistenziali di Resnais alle prese con la coralità, di altra levatura) e rinnovando la figura-feticcio della cerbiatta Audrey Tatou, in evidente stasi creativa. La Tatou è Amelie in quasi ogni film, così come la Hepburn era Arianna/Sabrina/Holly. Peccato che Salvadori non sia Billy Wilder nè Blake Edwards, al massimo è un mestierante non troppo originale che crea film scorrevoli e piacevoli, tutti basati su una frivolezza che risente molto della svagatezza svogliata dell'Allen in giro per l'Europa. Ma può bastare?


"De Vrai mensonges" è un film abbastanza innocuo, un frivolo pamphlet amoroso di vecchia generazione, una pseudo-favola moderna, con personaggi minimalisti e grotteschi insieme, piuttosto indecisi nello scegliere un tratto di caratterizzazione normalizzante. E' una favola dei "tipi", o meglio, dei "difformi", o meglio ancora degli "strangers", a sè stessi e a noi. L'intera narrazione si basa su una reiterata beffa a fin di bene, mentre cresce la poca credibilità realistica e si afferma una componente quasi surreale che fa pendant con un'intera categoria di film francesi della nuova generazione tutti uguali a loro stessi. Certo non c'è Danny Boon a compromettere il tutto, nè un uso di stereotipi bassi, ma l'aspirazione è quella di creare una commedia sul distacco tra la realtà in sè e quella modellata a proprio piacimento, per ragioni affettive, dalla protagonista, speranzosa di un cambiamento della condizione di delusione della madre, arrivando all clichè dello scambio di persona, al rapporto paradossale, alla farsa. Quindi, nulla di nuovo. E' questo il gioco che regge il film, votato anche ad un epilogo dannoso ai fine di un possibile cinismo. Elogio del sentimento improvviso (ma calcolatissimo ai fini narrativi), "De vrai mensonges" è un'opera didascalica e artefatta, da vedere con l'occhio di vuole godere di una spensieratezza di poco conto, senza complicazioni. E, sebbene il mio amore per la vecchia Amelie, sia piuttosto limitato, non si può che celebrare la sua grandezza eversiva rispetto alla minuscola vita di un personaggio senza poesia alcuna. Conta molto anche la forma, e se Jeunet è in grado di rinnovarla, Salvadori è addirittura portato a renderla un misto di vintage e quotidiano, con un risultato banalotto e incerto.

21/07/11

Review 2011 - Amici Miei: Come tutto ebbe inizio










Discusso (e discutibile) esempio di merchandising post-mortem senza approvazione autoriale, spacciato per prequel di una trilogia amatissima della commedia italiana ( più nella versione di Monicelli che nell'episodio, incolore, di Loy), "Amici Miei: Come tutto ebbe inizio", dal paragone ricercato con forza con i diretti antenati, ha tutto da perdere. E infatti  la sconfitta del team De Laurentis è stata cocente. Nulla da sottolineare circa la qualità del film, un brodino surriscaldato senza verve o armonia, legato a beffe inverosimili e ripetitive. Ma è l'operazione in sé a rappresentare una tipologia di produzione lontana dalla pratica moderna.

Attentare a Monicelli è da stolti. Le ragioni sono molteplici e di varia natura. Monicelli è stato, nell'arco di una carriera lunghissima, una voce nazionale a tutti gli effetti, un acuto scrittore di storie (con un team amicale alle spalle di levatura immensa). Quello che Filmauro non ha saputo cogliere è la profonda, incredibile, simbiosi istituita tra il regista e un pubblico senza limiti sociali o ideologici. Il progetto, precedente alla fine dell'artista, è andato in porto con una certa celerità, tanto che ci si interroga su quali siano i meccanismi che ne abbaino determinato l'approdo in sala nei primi mesi del 2011, in un momento tutt'altro che propizio alla diffusione, soprattutto considerando l'ostilità di Monicelli circa la messa in cantiere della pellicola. Tralasciando questioni pubblicitarie e commerciali, occorre sottolineare che la trilogia storica "Amici Miei" costituisce un caso abbastanza isolato nella filmografia del caro Mario. Non è un progetto diretto ma acquisito (da Pietro Germi), vanta un gruppo attoriale perfettamente amalgamato (e miracoloso, visto i talenti singoli messi assieme), e soprattutto è entrato nella memoria storica collettiva per l'arguzia delle battute, il taglio scorretto e la sottile vena melanconica. E' il nostro "Il grande Leboswki", volendo dare una definizione che può sembrare fuori luogo, ma non lo è. E' un fenomeno di massa, quasi isterico, quasi una tappa da formazione. In tutto questo, un prequel (che ha in comune soltanto un'impostazione simile che cerca di omaggiare la trilogia in modo alquanto scontato) ambientato nella Firenze del '400 ha una distanza incolmabile con la preesistente produzione "Amici Miei", dando piena forza ai commenti di chi vede nel titolo e nel battage pubblicitario una semplice mossa commerciale. Non a caso, la credibilità artistica di una casa che produce il cinepanettone sempre più involgarito e fine ad una comicità raso terra, non può confrontarsi, uscendo indenne, da un confronto così serrato. Lo scarto è così evidente che a nulla servono i richiami della narrazione e il cast mostra tutta la sua inadeguatezza ( si può definire uno dei casi più eclatanti di attori completamente fuori contesto, anche perché la qualità individuale è di per sé piuttosto bassa), senza dimenticare una sceneggiatura davvero infima ( tra gli altri anche Brizzi è accreditato nel ruolo in questione) e una regia, di Neri Parenti, completamente antitetica alla mano del maestro. Si salva la ricostruzione scenografica, guarda caso la cosa meno utile al film nel recuperare l'essenza del trittico originario.


19/07/11

Review 2011 - MacGruber








Figlio del SNL, politematico sfoggio di virtuosismi poco edificanti e di clichè non sempre originali, "MacGruber" si rivela, in effetti, un lungo sketch sovraccarico. Ma è proprio questa la sua forza: fuori da una narrazione compiuta, il non-sense si espande ad ogni livello, scegliendo, come chiave di lettura, la formula del paradosso idiota low budget di vecchia scuola. Sostenuto da interpreti azzeccati (ma non debordanti), "MacGruber", in fin dei conti, funziona.


La difficoltà stava nell'allestimento complessivo. Trasformare un breve sketch, per quanto seriale,  in un film di 90 minuti non è quasi mai operazione fruttuosa. Anche nel caso di "MacGruber", volendo leggere la pellicola nella solita articolazione causa-effetto di matrice realista, il risultato è del tutto fuori sincro. Ma sarebbe limitante verificare le incongruenze di tal tipo in un contesto che mira a svuotare il dato realistico e costituire una parodia (a lato) di un telefilm action degli anni '80.  Casomai, sarebbe opportuno chiedersi se l'accozzaglia di gag ed elementi garantisca un risultato appetibile e non gratuito. Anche in questo senso, "MacGruber" non è emblema di novità , non è commercialmente all'avanguardia ed è l'ennesimo tentativo di dare forza al mercato della parodia occupato, in gran parte, da produzioni che definire pessime è usare un eufemismo ingiusto. E allora qual è il merito del film? Probabilmente la sua carica eccessiva, il suo ricorso ad un volgare in odor di Apatow, la sua ambiguità, il rutilante ondeggiare di situazioni sempre diverse e sempre uguali. Non certo la regia, di Jorma Taccone, che ha alle spalle una carriera di terzo piano, ma il cast, composto da nomi storici televisivi, ora in gran spolvero sul grande schermo, Will Forte e Kristin Wiig (un fenomeno della commedia), oltre a Maya Rudolph (che il gran salto l'ha fatto da qualche anno) e Ryan Philippe, un po' in ombra.


18/07/11

Review 2011 - Submarine




Piledriver Waltz (ALEX TURNER)
 If you’re gonna try and walk on water make sure you wear your comfortable shoes. 












"Submarine" è un atipico "coming of age" di una generazione perduta e ritrovata. Finisce e comincia da "Harold & Maude", ma si incammina verso un sentiero più normalizzante, per quanto caustico, umorale, cinico e spiazzante. Assistiamo alla parabola senza fine di Oliver Tate, reincarnazione pseudo-moderna di Harold, ma i percorsi si fanno speculari e al senso di inettitudine come rifiuto del mondo da parte del vecchio adolescente, subentra la normale anormalità del nuovo protagonista, un "eroe" dello spicchio di terra in cui vive, un ex-perdente ora divenuto un  neo-vincente. Contrappasso dei tempi moderni, finissimo lavoro di psicologia del "contrario".




Prendete "Harold & Maude", 1971, regia di Hal Ashby, protagonisti Bud Cort e Ruth Gordon, coppia "scandalo", ragazzino e anziana, amore puro. Per forza maggiore, rendete Maude e il suo anticonformismo un miraggio, cancellatelo con garbo, o meglio fatene un ricordo lontanissimo, un rilievo intertestuale possibile ma non obbligatorio. La storicità di quel personaggio che porta segni indelebili sulle braccia sarebbe stata fuori luogo. Lasciate Harold, il ragazzino, privatelo della carica grottesca (immaginerà il suo funerale come incipit di raccordo, ma sarà ben lungi dall'inscenare il suicidio) e fatene il fulcro di una nuova avventura, magari duplice, triplice. E ora il remake può avere luogo. In quest'ottica molti avrebbero una percezione negativa circa l'esito, soprattutto con il gigante antenato a fare da contraltare, deterrente e giu di lì. Invece no. "Submarine" funziona perchè "reinterpreta" forma e contenuto, atmosfera e sottotesto, affrancandosi del tutto, tanto che più che un rimando implica un omaggio e soprattutto un'attualizzazione. Chi è Jill Tate se non una Mrs. Chasen più diretta, più esplicita, ma altrettanto apprensiva ed oppressiva? La ricostruzione è anche scenografica, con oggetti "alternativi" che avrebbero potuto far parte del camper di Maude. Ma ciò che distanzia il film dal corrispettivo è il personaggio principe, Oliver, analizzato e portato sullo schermo come il simbolo di un'inettitudine positiva, non più ai margini, ma dentro una società, che sia essa scolastica, affettiva, famigliare. Nuovi temi e personaggi vengono fuori; dal bullismo subito o arrecato, alla passione amorosa provata e ricambiata per una paffuta ragazzina che di nome fa Jordana (titolo di uno dei segmenti narrativi che costituiscono l'ossatura del film), dall'autoanalisi del protagonista nei confronti degli adulti, con un intervento necessario per arginare la leadership mistica esterna (di un personaggio secondario, Graham Purvis) nel cuore della madre,  fino alla malattia grave. In questa esplosione narrativa, nulla viene lasciato al caso, tantomeno il peso delle inquadrature-poetiche che diventano un paradigma di riferimento molto più forte che in"Harold & Maude", tanto da costituire un tratto chiave per la lettura. Richard Ayoade, a differenza di Hal Ashby, non aspira ad una classicità storica da cinema narrativo, ma rende la narrazione funzionale al suo discorso formale, con un montaggio accorto, l'uso di flashbacks introspettivi, il fermo-immagine e una varietà stilistica perfetta per colpire l'immaginario delle nuove generazioni, non dimenticandosi di sostituire il Cat Stevens ispirato della pellicola di riferimento, con un altrettanto notevole Alex Turner, che crea composizioni retrò memorabili ( sei le canzoni in pausa dagli Arctic Monkeys). E' la rivoluzione formale l'asso nella manica, senza dimenticare la capillare definizione dei caratteri dei personaggi, grazie ad un parterre notevole ( i giovani Craig Roberts e Yasmin Paige, i veterani Paddy Considine e Sally Hawkins, il sottovalutato Noah Taylor), ma anche ad un lavoro altrettanto preciso di identificazione esterna nel design del guardaroba, in mano a Charlotte Walter. Insomma la visione è obbligata.