31/07/10

Suso Cecchi D'Amico

Era la vera donna del cinema italiano. Di quelle che non si vedono mai. Viene a mancare uno dei nomi più importanti del panorama cinematografico, Suso Cecchi d'Amico. Simbolo di amore e passione per il cinema, artista, ha scritto le sceneggiature di moltissimi dei film italiani più importanti del Novecento. Abituata al lavoro in tandem, la D'amico ha collaborato con tantissimi autori, partendo da Luigi Zampa, fino a Luigi Comencini, da Camerini a Blasetti, fino a Pietrangeli, da Monicelli, con cui il sodalizio è continuato fino alla fine della sua carriera, alle prime prove di Michelangelo Antonioni. Ma ancora la collaborazione con Francesco Rosi, quella con Franco Zeffirelli e i registi internazionali Michalkov, Renè Clement, che nel 1949 vinse l'Oscar con il film da lei sceneggiato "Le mura di Malapaga", Scorsese e il suo "Viaggio in Italia". Ma su tutti si ergono due nomi. Collaborò alla stesura dei primi film di Vittorio De Sica, "Ladri di biciclette" e  "Miracolo a Milano", due capolavori del neorealismo, scritti con Cesare Zavattini. E collaborò dall'inzio della carriera con Luchino Visconti. "Bellissima", "Senso", "Rocco e i suoi fratelli", "Il Gattopardo", fino agli ultimi "Ludwig", "Gruppo di famiglia in un interno" e "L'innocente" le sono stati accreditati. Leone d'Oro alla Carriera nel 1994, l'ultimo lavoro risale al 1996 con Mario Monicelli.

Sofia Coppola, la regista delle differenze generazionali



Sofia, figlia di Francis, ha assaporato l'atmosfera cinematografica dall'infanzia. E ha optato per la regia. E' stata la seconda regista donna ad essere nominata nella categoria specifica agli Oscar, e aspira a diventare la seconda regista donna a vincere il premio, dopo l'exploit della Bigelow. Chi vi scrive, ha amato tutte le sue opere. Ma cosa hanno in comune le sue pellicole? In primo luogo, non sono frutto di una medesima adesione ad una singola matrice temporale. Il che è normale ad ampio raggio, ma diventa piuttosto difficile da comprendere per un'esordiente che ambienta i suoi film in tre diverse fasi storiche. Se "Il giardino delle vergini suicide" è un colpo al cuore della tradizione americana anni'60, "Lost in traslation" è affidato all'ultramodernità del Giappone e alla tecnica e "Marie Antoinette" parte dalla fine del 1700 ma riesce a far si che quel periodo risulti pari o più moderno di oggi. La capacità di Sofia di bypassare l'ordine temporale non è cosa da poco. E così quando "Somewhere", presentato a Venezia, sembra avere una precisa contestualizzazione,va detto in partenza, che si tratta di una sorta di diario personale che guarda al passato autobiografico della regista.I livelli temporali si intrecciano, continuamente. Il cinema è forma mentis che si oggettivizza in forma artistica. Se parliamo di tempo, parliamo di generazioni. E, nei film di Sofia, il conflitto è relazionale, ad ampie differenze d'età. "Il giardino delle vergini suicide" è un atto d'accusa alla tradizione passatista che priva di spontaneità e di piacere le donne. L'antidoto che garantirà la liberazione sarà la Rivoluzione Sessuale. E così è lo scontro genitori-figli alla base del film. Scontro che assume le sembianze di una tragedia greca. Kristin Dunst, attrice feticcio della Coppola, è perfetta nell'interpretare l'adolescente turbata. Ed è un pò il simbolo dello stile della Coppola, con l'atteggiamento ribelle che si unisce a tratti fisicamente americani e rurali. In "Lost in Traslation", l'incontro non si tramuta in uno scontro tra la neosposa Scarlett Johansson e il veterano Bill Murray ma non è nemmeno un incontro certo, forse è un abbandono, forse è un arrivederci, forse un addio definitivo. La storia d'amore è vittima dei limiti autoimposti e imposti ed è soprattutto, in maniera poco percettibile, affidata alla "non-scelta" dei personaggi. Infine "Marie Antoinette" è il ritratto lucido di una fanciulla che, suo malgrado, è costretta a pagare delle colpe di donna che non ha. Pur essendo giovane, rappresenta il vecchio, L'Ancien Regime, ed è travolta dalla furia, giovane, rivoluzionaria. I giovani e i vecchi, le generazioni, il tempo sono alla base dello scontro che porta alla sconfitta. Non un dramma opprimente, ma nemmeno qualcosa di cui gioire. Lieve e tagliente, Sofia Coppola è una delle poche registe che, con i relativi errori, avrà per anni qualcosa da dire al mondo, artistico e non. E, con tutti i dubbi, "Somewhere" è comunque un prodotto necessario.

Clip di film Italiani brutti - Una sola domanda: Perchè?




Troppo Belli: L'urlo! :: For the best videos, click here!













I film Italiani? Un pò arduo parlare di cinematografia Italiana a tutto tondo. Dagli anni ottanta in poi, il cinema italiano diventa appendice della televisione, commerciale in primo luogo. Nascono generi nuovi. Negli anni '70, le commedie-sexy avevano tracciato una strada precisa. Nella loro semplificazione a canovacci, basati sull'improvvisazione, il cinema-sexy è stato un cinema necessario per far incarnare nell'arte una forma di divertimento nuova, adatta alla nuova società. I film di serie-B avevano una matrice precisa, foriera di mutamenti sociali. A distanza di anni, quei film, come ha giustamente analizzato Tarantino, sono dei cult, dei piccoli film che, pur non essendo veri classici, tantomeno capolavori, riflettono uno specchio di società con perizia di stile e capacità di analisi, grossolana ma definita. Dagli anni '80 in poi, la tv commerciale è un fiorire di cinema-sexy. La donna diventa oggetto da mostrare e la tv pubblica si adegua al mercato, arrivando al parossismo di essere, per certi versi, peggiore della Tv commerciale. La televisione, in genere, diventa il fulcro della casa, dei suoi conflitti, delle sue morbosità. Le star del cinema italiano scompaiono, quelle straniere vengono risucchiate nel gossip televisivo. E' così che, appena accennando all'ultimo film di George Clooney, ci si concentra sul fidanzamento con la Canalis. E' così che la Bruni diventa l'amata di Sarkozy invece che la nuova Musa di Woody Allen. La mitizzazione delle star è stata una caratteristica da sempre del sistema dello spettacolo. Ma, tramite la nascita di un nuovo linguaggio televisivo dominante, si è creato quel legame vizioso tra il mondo del piccolo schermo e quello del grande schermo. Per varie ragioni. In primo luogo, in Italia, non esiste una diversificazione della carriera attoriale. Non parlo del dualismo attore di teatro-attore di cinema, ormai incompatibile agli occhi del sitema commerciale. Mi riferisco, parzialmente, alla comune partecipazione di attori di cinema a fiction italiane, della Tv di stato e non. Il tipo di prodotto, che pone le sue basi neii vecchi melò, è logoro e logora chi vi partecipa. Al massimo è possibile optare per i film Tv, brevi, di ispirazione americana (pensiamo alla HBO) e non a lunga serialità. In questo caso, l'attore di cinema rischia di diventare personaggio definito, non mutevole. E' una maledizione che chiunque paga, prima o poi. Ma non è questo il vero problema del cinema nazionale. Il problema è il suo legame alla televisione, per altri versi. Le soubrette, da anni, diventano attrici. Le veline diventano attrici (per non parlare delle veline, annunciatrici, meteorine, che diventano politiche). I reduci dai reality diventano attori. In Italia non c'è rispetto per i ruoli. Questo non significa che nessuno può scegliere la propria strada, bensì che, per farlo, deve mostrare un minimo di rispetto/credibilità del ruolo, lavoro e fatica. E' come se un medico divenisse tale senza sapere cosa sia una malattia di base. E allora potrà imparare con il tempo, ma diventare specialista noto è quantomai improbabile. Ogni carriera si costruisce, non si crea di punto in bianco. Oltre al problema della professionalità, la televisione è anche omaggio dovuto ad un certo tipo di cinema. Con difficoltà vedrete Mazzacurati o Crialese o Sorrentino negli studi di Porta a Porta. Più probabile che vediate il cast del cinepanettone, del film di Veronesi o di Verdone. Ancora più probabile che, a parlar di cinema, ci sia un politico e che a parlar di politica ci sia un attore. Da questo tipo di società non potevano che nascere questi film, che non corrispondono all'intera cinematografia italiana, ma ne danno un'immagine poco allettante. Detto questo, pare giusto portare avanti una ripartizione dei fondi statali a sostegno del cinema con criteri nuovi. Ma, con tutto il rispetto per ministri, politici, produttori, sarebbe auspicabile che a dare un incentivo sia una commissione di cineasti stranieri, legati al cinema italiano e suoi profondi conoscitori, ma non coinvolti nelle solite presunte beghe di amicizie e varie. Trasparenza e soprattutto rivalutazione del cinema all'estero, da presentare ai Festival e soprattutto da pensare come qualcosa che non rimandi solo alla nostra società catalizzata dalla televisione, ma corrisponda ad un ritorno ai fasti del passato. Di autori non ne mancano, tantomeno di attori e tecnici, manca probabilmente una destinazione di un certo cinema. E se accanto ai prodotti televisivo-cinematografici, si investisse su un altro cinema, il nostro DNA sarebbe già predisposto alla manifestazione artistica, per anni e anni di incessante sviluppo culturale del "BelPaese".

30/07/10

Trailer - I film invisibili













Il primo trailer, "The Tillman Story", è probabilmente il documentario più esplosivo dell'anno. Siamo ancora dalle parti della guerra in Iraq, ma su un piano diverso, individuale. La storia di una famiglia di un ranger venuto a mancare. Una vita spezzata e dei misteri sulla morte. Non un soldato semplice, uno delle migliaia strappati agli affetti, ma un ex campione sportivo di football, Pat Tillman. Una sorte troppo oscura, un coraggio, delle persone care, indomabile nella ricerca della verità su un caso scottante. La Francia ha convinto con "Heartbreaker", di Pascal Chaumeil, presentato al Tribeca. Una storia venata di commedia e romanticismo con Roman Duris, stella del cinema d'oltralpe, e la nota Vanessa Paradis. Segue "Bhutto", altra storia vera, altro documentario che sfocia nel dramma. Il protagonista è una lei. Una signora della politica pakistana, tornata in patria, e vittima di un attento preordinato alla sua eliminazione. Donna focosa e pericolosa, leader amata e discussa, Benazir Bhutto rappresentava, per ciò che diceva e ciò che era, un elemento disturbante nel clima fondamentalista delle zone limitrofe. Presentato a Cannes nel 2009, "Mercy" è una storia di un uomo che per scrivere d'amore deve viverlo in prima persona. Sodalizio tra padre e figlio. James Caan incontra l'esordiente Scott Caan, suo figlio. Ancora, "The living Wake" è un ritratto molto fuori controllo di personaggi strani e stravaganti, un artista, che crede di essere ad un passo dalla dipartita, e il suo unico amico. Mike O'Connell e Jesse Eisenberg nel cast. In uscita in Italia, finalmente, "Il rifugio" di Ozon che sarà a Venezia ma con un film diverso, "Politiche". Il film, sulla carta molto complesso come al solito a livello psicologico, ha come soggetto la gravidanza di una donna con un lutto e una nuova famiglia, per certi punti di vista anche originaria, ad attenderla.

Trailer di tre film italiani attesi a Venezia in varie sezioni







Il primo è il più atteso da una generazione intera, o meglio dagli amici del Bar Mario in ogni parte d'Italia. "Niente Paura" apre in modo provocatoria con le parole di Ligabue: "Questo paese non è di chi lo governa, ma di chi lo abita". Il ritratto sull'Italia di oggi è doveroso e sincero. Il documentario, di Piergiorgio Gay, è una sorte di "Buonanotte all'Italia" su ciò che il nostro paese rappresenta. Spezzoni e frasi. Sul finale, si vedono Falcone e Borsellino. Quello che resta, immutabile, di un'Italia pronta a credere nel sogno. Ascanio celestini, autore noto e anche musicista, si cimenta con la sua prima regia e lo fa con uno stile molto personale, venato di letterarietà e poesia tra realismo e sogno. Colpisce la clip di "Sorelle mie", uno sguardo sulla famiglia d'origine, nel tempo, nei volti reale dei "Bellocchio".

Nemico Pubblico-La storia di Mesrine

Stasera in onda la prima parte alle 22,45 su SkyCinema Mania
La seconda parte alle 21,00 del 9 Agosto.

Nemico Pubblico N.1 (Jacques Mesrine, Francia) -Prima e Seconda Parte






Jacques Mesrine non è un semplice personaggio, è un’attitudine. Se uno scrittore, nell’ambito di un non-fiction-book, volesse dipingere su tela cartacea l’essenza del “nemico pubblico”, non riuscirebbe a ritrarre la complessità e la forza di un colosso umano come Mesrine. E’ anche per questo che la sua autobiografia è una traccia autografa, pur non del tutto reale, da cui è possibile avere un’idea dell’uomo. Chi era Mesrine? Un po’ guascone, permaloso, arbitrario, donnaiolo, violento, violento come pochi, scaltro ed ingegnoso. Lo scacco al sistema. Mesrine era anche emotivo, opportunista, individualista. Nella seconda parte, punta a darsi l’aplomb del rivoluzionario, vicino alla sinistra di Bauer, ed in procinto di legarsi alle Brigate Rosse. In realtà, la distinzione del magnate Lelièvre era non solo coerente, ma del tutto fondata. Mesrine non era un rivoluzionario ma un gangster. Un uomo che lottava contro il sistema ma finiva per integrarsi con esso e sovvenzionarlo. Robin Hood dei poveri, derubava le banche, principali organismi legittimati al ladrocinio. Ma non tendeva alla filantropia, né era dedito alla sovvenzione di movimenti o gruppi. Il capitale sottratto veniva reinvestito in ottica capitalista e personale, tra Bmw e lussi. Inoltre, Mesrine, nell’assoluto individualismo, tendeva alla mercificazione della sua immagine, con l’obiettivo di essere adulato, o meglio, amato. L’egocentrismo e l’esibizionismo fini a sé stesso non si inscrivono in un discorso rivoluzionario, se non di mimesi quantomai improbabile. Si comportava come un giullare, una simpatica canaglia, un truffaldino, un galoppino. Non era il criminale della porta accanto, invece, ma sapeva essere spietato, soprattutto nella prima fase della sua vita. C’è quasi un punto di rottura tra la stesura dell’autobiografia “L’istinto di morte” e il periodo successivo. I due film di Richet sono quasi due opere diverse, con alcune tracce comuni, ma affrancate dalla compilazione in un unico dittico. L’antagonismo tra la prima parte minore e la seconda parte imponente sarebbe del tutto fuori luogo e rende l’idea di un indefinito, solo che la stessa natura dell’opera e della vita di Mesrine si può suddividere in due fasi. C’è il Mesrine non molto noto degli inizi, ancora non affrancato dal passato nella guerra d’Algeria, di famiglia borghese, piccolo mascalzone. Uomo rude e dolce, passionale ma suscettibile, capace di arrivare alle mani con la prima moglie. Il carattere si mostra indomito soprattutto, nel primo film, in quella che è la spettacolare fuga dal carcere di massima sicurezza canadese dove era detenuto, un cortile perimetrato e un’arguzia senza precedenti. Nella seconda parte, il tono cambia, e l’elemento meditativo e psicologico che avevano toccato il culmine nella assurdità di una prigione protettiva dove la sicurezza va a braccetto con una rieducazione vigliacca, forzata, svilente e cruenta di carnefici/carcerieri (d’altronde l’atteggiamento riservato ad un giornalista dal Nemico Pubblico è altrettanto indegno) lascia il passo ad un concitato ritmo frenetico di azione. La regia svolge un lavoro che supera di gran lunga la concatenazione hollywoodiana. La spettacolarizzazione si unisce ad un piglio maggiormente ironico, senza dimenticare l’elemento personale e sociologico nel coinvolgimento della massa. Il risultato è il crescendo dell’opera, che si riannoda semplicemente su sé stessa, senza fuggire dalla complessità contenutistica. Un film estremamente importante, Vincent Cassel straordinario. Le fughe di Mesrine sono come le nostre fughe dall’abominio di alcuni tratti del sistema. E l’iconicità non prescinde un giudizio morale.

Trailer






"Due date" segna il ritorno del regista di "The hangover" , Todd Philips, alle prese con un altro viaggio. Due uomini in viaggio on the road, sperando di giungere prima della nascita del figlio di uno dei due. Film alternativo ed esilarante, con due attori lanciatissimi: Robert Downey Jr. e Zach Galifianakis, coppia perfetta.Nel cast Jamie Foxx, Juliette Lewis, Michelle Monagan e Alan Arkin. Se fossi in voi, avrei già pronti i soldi per il biglietto. "Nowhere boy" è il biopic sulla giovinezza di John Lennon. Apprezzato, soprattutto per le interpretazioni, forse è un ritratto limitativo, ma al contempo offre un soggetto, quello della normale genesi del mito precedente al successo, per nulla abusato. Nel cast Kristin Scott Thomas e Aaron Johnson.



Il trailer sottotitolato in italiano di "The Expendables", da noi mutato nel facile "I mercenari", è un esempio della tamarrata divertente all-action. Con un cast del genere, da Stallone a Jet Li, a Rourke a Bruce Willis, a Jason Statham a Dolph Lundgren fino al governatore Schwarzenegger, l'omaggio ai cult-movie di azione anni '80, è chiaro. Ma i "bastardi senza gloria" hanno ancora il fisico adatto? E soprattutto hanno trovato qualcuno che scrivi una buona sceneggiatura degna di essere definita tale? Dirige Stallone.

I miei primi 70 anni...e non sentirli



Bugs Bunny compie 70 anni...ma non li dimostra. Il coniglio più irriverente e simpatico del piccolo schermo è figlio di molti padri, ma la sua vera personalità emerge nel corto "A Wild Hare" di Tex Avery, pubblicato il 27 luglio 1940. Per la prima volta Bugs Bunny, con l'immancabile carota in bocca, si affaccerà dalla sua tana per farsi beffe del mitico cacciatore Taddeo e pronuncerà la battuta che lo ha reso famoso "What's up, Doc?"..."Che succede amico?". Il successo è immediato, tanto da ritrovare il nostro Bunny in molte storie che lo vedono protagonista di scontri con Taddeo, Yosemite Sam, Marvin il marziano, Daffy Duck e Willy il coyote. Lo abbiamo ritrovato naturalmente in Tv, nei videogiochi, ed anche al cinema, nel 1988 comparve nel film "Chi ha incastrato Roger Rabbit" di Robert Zemeckis come abitante di Toon Town. Nel 1996 nel film Space Jam i Looney Tunes, capeggiati da Bunny, si trovano a dividere lo schermo con grandi campioni della NBA, primo tra tutti Michael Jordan ed attori celebri come Bill Murray. Nel 2003 lo ritroviamo nel film Back in action, sottovalutato, di Joe Dante che combina riprese dal vivo con personaggi animati analogamente a Space Jam di cui però non rappresenta il seguito. Bunny è la mascotte della Warner proprio come Topolino lo è della Disney, il simbolo di una casa cinematografica che è diventato star dei cartoni Looney Tunes e Merrie Melodies. A distanza di anni è ancora molto amato per la sua simpatia, la sua furbizia e un pizzico di sarcasmo che lo hanno reso inimitabile. In Italia Bunny è stato doppiato da Franco Latini negli anni '70 e più recentemente da Massimo Giuliani.



29/07/10

Trailer








"Middle Men" ha un soggetto molto più esplosivo del legal di Fincher "The social network". Web, rete, ma in relazione al porno e alla sua facile mercificazione con introiti e tanti imprevisti. Un buon cast, un regista, George Gallo, che non entusiasma, visto il passato recente. "Love Ranch" è il film del compagno di Helen Mirren alla regia, Taylor Hackford. Non a caso l'attrice è la protagonista di questo film che tocca la tematica dellla prostituzione legale da bordello: Sonoro flop al boxoffice, ha deluso le aspettative di critica e pubblico. Il terzo film è "Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno", ultimo titolo (il trailer è sottotitolato in italiano) di Woody Allen. A prima vista e a leggere le prime recensioni, un altro passo falso, capace di mandare in palla una carriera. Le speranze ci sono visto il cast e soprattutto pensando che nulla può essere peggio di "Vicky Cristina Barcelona".

Venezia conferma la sua lineup In aggiornamento

5 gli Americani
-Somewhere, è il quarto film di Sofia Coppola, girato in parte in Italia, sul rapporto padre-figlia.
-Road to nowhere di Monte Hellman è un'opera minore, marcatamente indipendente, e con un cast non omogeneo, su di un cineasta che compie un reato.
-Meek's Cutoff di Kelly Reichardt, che torna dopo il successo indie di "Wendy and Lucy", confermando nel cast la brava Michelle Williams, in tandem con Paul Dano. Il film mostra caratteri atipici e rurali, accompagnati da una visione delle relazioni umane in situazioni di degrado fisico.
-il poetico "Promises Written in Water" di Vincent Gallo è un film piccolissimo, in bianco e nero, girato in 16 millimetri, sull'atipica storia di una giovane malata che rifiuta di curarsi.
-Black Swan, film d'apertura, accoglie di nuovo, dopo la vittoria con "The wrestler", Aronofsky alla Mostra con un "Eva contro Eva" che assomiglia a "Mullholland Drive" e con un cast d'eccezione, Natalie Portman su tutti.

Russia:
-Aleksey Fedorchenko dirige "Silent souls"
Giappone:
-Norwegian Wood, di cui vi proporremo presto il teaser, è un dramma-romantico da un libro, omonimo, molto noto.
Grecia:
-Attenberg di Athina Rachel Tsangari, che con "Dogtooth" ha conquistato tutti.
Germania:
Tom Tykwer, regista di "Lola Corre", torna con "Drei", storia che parte da un'assunto amoroso.
Cina:
-Tsui Hark dirige "Detective Dee and the Mystery of Phantom Flam", un film epico-mistery di arti marziali.

Coprodotti:
-Miral di Julian Schnabel, dall'omonimo romanzo della compagna giornalista Rula Jebreal, anche sceneggiatrice dell'opera, con attrice Freida Pinto, di coproduzione Usa, Italia, Francia e Israele.
-La versione di Barney con Dustin Hoffmann e Paul Giamatti per la regia del televisivo Lewis, coproduzione Usa, Canada, Italia.

Francia:
-Happy Few, di Antony Cordier, sull'amore di coppia
-Abdel Kechiche, regista che ha sfiorato il "leone d'oro" con "Cous Cous", alle prime con un caso di pregiudizio e crudeltà umana in "Black Venus" con Olivier Gourmet
-Potiche di Francois Ozon, con Gerard Depardieu e Catherine Denevue, storia di una donna che si rivela essere dotata amministratrice di azienda, in condizioni storiche ben definite (anni '70 francesi)

-Noi credevamo di Mario Martone, coproduzione Italia-Francia, film storico sul Risorgimento e i moti del 1848 con Anna Bonaiuti, Francesca Inaudi nel medesimo ruolo, e la triade Servillo-Zingaretti-Lo Cascio protagonista.
-Balada triste de trompeta del regista tragi-comico e grottesco Alex de La Iglesias, sull'amore, in guerra, da parte di due clown per una medesima donna.
-13 Assassins di Takashi Miike, coproduzione Regno Unito-Giappone, in cui un gruppo di 13 assassini combatte un signore del male in una missione suicida.
-Coproduzione Cile-Messico-Germania, la seconda prova registica di Pablo LarraÍn, dopo "Tony Manero", "Post mortem".

Italia
-La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, dal bestseller di Paolo Giordano
-La pecora nera di Ascanio Celsetini, scrittore politicamente impegnato, con Maya Sansa e Giorgio Tirabassi. alle prese con i manicomi.
-La passione di Carlo Mazzacurati, film tragi-comico inerente la figura di un regista senza lavoro, costretto a barcamenarsi tra personaggi assurdi. Cast d'eccellenza con Silvio Orlando a primeggiare.






Fuori concorso:
Venezia accoglie le anteprime di film attesi.
-"The town", seconda regia di Ben Affleck
-Casey Affleck risponde con il mockumentary su Joaquin Phoenix e la svolta rap in "I'm Still Here"
L'italia ha un nutrito parterre anche fuori concorso:
-Michele Placido è pronto a suscitare polemiche con "Vallanzasca – Gli angeli del male", un buon cast capeggiato da Kim Rossi Stuart e una storia alla Mesrine per il bandito più noto in Italia negli anni '70.
-Stefano Incerti risponde con "Gorbaciov" e Toni Servillo mattatore. Saprà una storia di criminalità locale appassionare gli Italiani? Incerti ha tanto buone intenzioni, pochi i fatti, finora.
-Gabriele Salvatores presenta "1960", docu legato alle teche Rai, alle prese con la storia del cinema e non solo.
-Giuseppe Tornatore è alle prese con il ritratto del produttore Goffredo Lombardo, a cui sono legati i titoli di Visconti.
-Dante Ferretti, Oscar per le scenografia, vanto italiano, è immortalato nell'opera di Giagni.
-"Niente Paura" è un pò il racconto dei giovani maturi di oggi, del loro passato e del loro futuro. Le canzoni di Ligabue e la vita; il cantante stesso diventa attore.
-Mazzacurati fa bingo e presenta la seconda opera nella mostra, "Sei Venezia".
-Bellocchio propone uno sguardo famigliare in "Sorelle Mie".

-Martin Scorsese, con Kent Jones, torna con il documentario biografico e affresca la storia del celebre Elia Kazan.
-Machete di Rodriguez è il primo film di "Anteprime di Mezzanotte". In America, uscirà dopo pochi giorni. E' un cult solo per il nome del regista che porta.
-The tempest di Julie Taymor chiude il Festival con la storia di Prospera (voluto il femminile) nelle mani di Helen Mirren.
-Takashi Mike fa bis, come Mazzacurati, e ci presenta il secondo capitolo di Zebraman. A lui si aggiungono, per il mondo orientale, Lau e John Woo e una serie di nomi meno noti. John Woo riceverà Il Leone d'Oro alla Carriera.
Il resto della compagine, con film in 3D e autori meno noti, è fuori dalla portata cinematografica di chi vi scrive.

In "The green hornet" c'è un cameo-crossover di Cameron Diaz



Tom Cruise twitta. Noi riportiamo. Nel trailer di "The green hornet" con Seth Rogen, diretto da Michael Gondry, si vede, intorno al minuto e mezzo, un cameo di Cameron Diaz, che ritorna con il medesimo personaggio di "Knight and day", Jene Havens, in cui affianca Tom Cruise. Il crossover è divertente come scelta, in questo caso molto in linea con il marketing e l'attude dei film.

28/07/10

A Toronto, "Easy A", "La versione di Barney" e "It's kind of a funny story"







A Toronto, diretto antagonista del nostro Festival di Venezia, i nomi più importanti del ghota cinematografico presentano i loro film. Sta di fatto che il festival sceglie le certezze, i film anglofili, e lascia da parte un mercato molto più ampio. Tra le poche novità curiose, "Easy A" è un pò una scommessa tipica dei festival americani. A Venezia, un film a basso budget, alternativo e non, indipendente nell'accezione americana del termine, non troverebbe posto. Giustamente. Diverso il caso di "it's a kind of a funny story" di Anne Boden e Ryan Fleck. Nel curriculum dei due regista di questa commedia di crescita personale, che tocca argomentazioni serie, c'è "Hal Nelson", a cui è seguito, con medesimo plauso, "Sugar". Il cast, composito, vanta Zach Galifianakis, ormai onnipresente, Emma Roberts e Viola Davis con Keir Gilchrist protagonista. Infine molto interessante "La versione di Barney" che ha un soggetto esplosivo, ancorato alla realtà, un cast strepitoso, con Dustin hoffman e Paul Giamatti. Da verificare la regia di richard J. Lewis.

Extra di "Una sconfinata giovinezza"



E' questo l'ultimo film di Pupi Avati. Sono pochi frames, non un vero trailer.  Le aspettative sono pressochè nulle, al lastrico, per me. Personalmente dei fratelli Avati e dei loro film girati con una continuità stagionale, o, ancor di più, semestrale, ne ho le tasche piene. La buona fattura c'è, quello che manca è il contenuto. O almeno i film di Pupi Avati sono degni delle pubblicità del "Mulino Bianco". Tentano ancora di esprimere qualcosa di sottile, di lacerante, di sfumato, ma arrivano alla banalizzazione del tutto. E il casting mi fa intendere che il giusto approdo per i due sia la televisione. Magari di Stato. Se non lavorano i fratelli Taviani, che hanno qualche capolavoro alle spalle, mi sembra deleterio per Avati continuare sulla strada dell'iperproduzione. Visto che, da tempo, i risultati sono stati compromessi da una caduta autoriale di peso, avvertibile in modo netto nel decennio trascorso, quando abbiamo dovuto sorbirci dei pezzi di fiction  spacciati per cinema d'autore, nonchè incursioni moderne ancora peggiori sull'Italietta del passato e del presente. Perchè non c'è presente senza passato, il ricorso al flashback è importante, ma di "eterna giovinezza" cinematografica Pupi Avati ha solo il titolo dell'ultimo film.

Questo film non è in concorso a Venezia.

Best interpretation of an actor

Marilyn Monroe Vs. Brigitte Bardot

pollcode.com free polls
Marilyn Monroe Vs. Brigitte Bardot. Chi preferite?
Marilyn Monroe Brigitte Bardot



Angelina Jolie
Biografia in poche righe:
La femme-fatale del cinema di oggi. Mascolina dark-angel in cerca di redenzione. E il blond-angel Brad Pitt l'ha redenta.
Su Twitter:
http://twitter.com/angelinajolie


Angelina ha da poco creato il suo account, ma non accetta followers. La Jolie ha fatto sapere di non essere particolarmente attratta dal mondo dei social-network, ma ha creato il profilo per mettere fine al fenomeno fake che riguarda un numero congruo di protagonisti dello show-business americano, non verificati, e in molti casi, non presenti su Twitter. Si fa presente che l'account potrebbe, come nel caso di Charlize Theron, secondo lo staff dell'attrice, essere utilizzato per scopi benefici più in avanti dalla stessa Jolie.

5)
Wanted: Scegli il tuo destino












Il film è inguardabile. Il fatto che sia un comic il testo da adattare non lo giustifica. Eccessivo, a metà strada tra la tamarrata e l'idiozia, ha una sceneggiatura di bassa lega e personaggi fuori luogo. Penso a Jason McAvoy e anche a Morgan Freeman. Del film si salva solo lei che, pur diretta da un regista russo, Timur Bekmanbetov, alla prima prova da blockbuster americano, sa essere esotica e interpretare con passione. Il ruolo le calza a pennello e rende un minimo di giustizia alla Lara Croft finita nel dimenticatoio, energica e adrenalinica, ma con dei copioni brutti in modo assurdo, di inizio 2000.

4)
Sky Captain and the World of Tomorrow


In questo caso, il film è da recuperare. Stroncato, per molti versi, dall'inizio delle riprese, per il dispendio monetario, osteggiato dal cinema indipendente, e del tutto distrutto dalla critica italiana (che con il produttore non ha un rapporto felice), in realtà è un'operazione alla Jerry Bruckheimer in largo anticipo, più compatta e visivamente convincente. La Jolie è perfettamente integrata nel ruolo di donna amazzone guerriera. Ed è bellissima. Più pirata di lei, nessuno. E Jack Sparrow sembra una femminuccia a confronto.

3)
Ragazze Interrotte











Giovane e imbruttita, la Jolie entra nel mondo del cinema con l'Oscar tra le mani. E' Miglior attrice non Protagonista per "Ragazze Interrotte", bel film di James Mangold, sulla condizione delle adolescenti ricoverate in clinica per motivi psicologici. Ne emerge un ritratto umano, critico verso il sistema, profondo. La Jolie è attorniata da una brava Winona Ryder e da un buon cast, ma, nei limiti dell'esagerazione da Oscar, è l'elemento disturbante e, per questo, più forte del film. La Jolie sembra, per altri versi, essere stata una "Girl interrupted". Figlia di Jon Voight, le sue dichiarazioni e il suo comportamento fecero interrompere il rapporto con il padre. Angelina è rimasta, per lungo tempo, legata alla giovane madre, venuta di recente a mancare.

2)

Changeling


Il capolavoro di Clint Eastwood le ha garantito la nomination all'Oscar come protagonista. Ma quell'anno, Kate Winslet, bravissima in altri ruoli, vince con la sua interpretazione peggiore e lascia al palo la Jolie e Anne Hathaway (che forse ha speranze con il film di Edward Zwick, "Love and other drugs", quest'anno). Changeling è un melò con inflessioni sociali moderno e classico, in cui tutto concorda alla perfezione. La bravura della Jolie è indiscussa, ma in questo caso la recitazione è ancora più sentita. E Christine Collins, nonostante lo scarso apprezzamento da parte dei critici americani, è uno dei personaggi più belli della storia del cinema. L'Europa l'ha capito.


1)
A Mighty Heart



Il film di Winterbottom è asciutto, poco loquace e rigoroso. E' un piccolo documentario. Ed è un atto d'amore di una moglie verso il proprio marito, il giornalista David Pearl, ucciso barbaramente. E la Jolie è asciutta ed emotiva, rigorosa e poco loquace. E' vera, la vera Mariane Pearl a contatto con il vero dolore.

Trailer







Al centro, nella disposizione, c'è l'iperpubblicizzato film di Snyder, "Sucher Punch", il primo trailer è di un film meno noto diretto da un regista interessante (Roland Joffè, regista di "Vatel"), si chiama "There be dragons" e vanta un certo budget (30 milioni di dollari), e un cast di prestigio. Infine, ritorna sugli schermi, in 3D, "La Bella e la Bestia", primo film d'animazione candidato nella cinquina dell'Oscar nella categoria preminente, e, per chi vi scrive, il film più caro della vecchia scuola Disney. La qualità delle immagini migliora, ma l'operazione, che si inserisce nel filone delle riproduzioni di pellicole al cinema, non ha molto senso pratico. Per giustificare la cosa, sarebbe auspicabile ritirare le vecchie edizioni dvd dal mercato (e credo che la cosa sia stata già fatta), creare una campagna pubblicitaria d'impatto e soprattutto preparare un'edizione dvd/blu-ray ricca di elementi imperdibili per i cinefili.

Stasera in Tv, su Rai 1, alle 21,10



Putrido, peccaminoso, perverso. C’è del torbido. La moralità dell’azione individuale, intessuta dei condizionamenti sociali, si annichilisce al cospetto di un esorbitante ed invasivo predominio dell’istinto, parte stessa dell’afflato della condizione umana. E, talora, la bruta istintività si accompagna ad un raziocinio malato, ossessivo, oppressivo, in grado di pianificare un lucido omicidio e di scalfirne e distruggerne le prove giudiziarie formatesi in itinere ad un processo senza appello. “Il caso Thomas Crawford” è uno scontro, una partita d’azzardo, un confronto eroico head-to-head, eyes-to-eyes, di una sottigliezza enfatica (come ampollosi sono i dialoghi, frutto di un’elaborazione eccessivamente teorica di una sceneggiatura zeppa di metafore proverbiali), tra un uomo attempato, ingegnoso esperto dell’arte della frattura e appassionato di gingilli filo-scientifici sulla perpetuazione del moto, e un ruspante pubblico ministero della procura distrettuale, arrampicatore sociale di un ego e di una saccenteria smisurati, imbattibile, ma con i punti deboli dell’uomo comune (la continua partecipazione all’ideale della vittoria come traguardo personale, yuppie del 2000) e la necessità di un ridimensionamento e di una rinascita morale. I due, impersonati brillantemente dal leggendario Anthony Hopkins, sarcastico, in grado di creare una sorta di maschera bicolore (che oscilla tra simpatia e orrore) del suo personaggio, e da Ryan Gosling, nascente star, dall’aria dimessa, ma dalla grande partecipazione emotiva, si danno battaglia su un campo impari in una lotta intellettiva, a dir poco graffiante, all’ultimo indizio. Molto efficace la tradizionale regia di Gregory Hoblit, che segue da vicino i suoi personaggi. Il film, buono, non raggiunge dei livelli di pathos e tensione, tipici del genere, nè brilla per originalità.La cosa migliore sono i due attori, e se uno è sul viale del tramonto con dei progetti ormai stantii, l'altro, giovane, è ancora nella fase precedente al grande salto, bravo, buon interprete, ma senza film memorabili alle spalle e con quasi esclusivamente scelte indie. L'intero cast è all'altezza, se si fosse osato qualche spunto più opriginale, il film sarebbe stato un must. Invece è un prodotto da guardare, magari in Tv, magari d'estate, magari stasera.

27/07/10

Gwyneth Paltrow e il country (pop)



Gwyneth Paltrow non è nuova al canto. E un'antesignana per le artiste della nuova generazione. Se Scarlett Johansson ha esordito qualche anno fa, subissata dalle critiche e Kate Winslet ha realizzato una canzone di Natale, così come Nicole Kidman che, nel rifacimento di "Somithing stupid", ospite del boy-pop Robbie Williams, ha convinto molti e conquistato le charts, Gwyneth respira nella musica aria di casa da sempre. Il padre era un produttore discografico di successo, e con la figlia ha "duettato", prima di morire, nel piccolo "Duets".Il padre è il regista del film. La Paltrow, che come compagno ha scelto il piccolo guru della musica odierna, Chris Martin, leader dei Coldplay,rende omaggio al suo mondo di origine con "Country Song", film in uscita alla fine di dicembre negli Stati Uniti, in cui interpreta anche la traccia portante omonima. Nel cast spuntano nomi noti della musica "popolare" americana. Per ora, ecco a voi, la title-track.

In "Duets"

Su Italia 1 in onda alle 21,10

Non vi consigliamo:
40 anni Vergine

Judd Apatow è stato il Re mida della commedia Hollywoodiana. Salutato come l'unico in grado di risollevare un genere del tutto votato alla demenzialità, ci è riuscito in fin dei conti. Peccato che il giochetto sia durato poco, troppo poco e che il filone "bromance" abbia assunto dei caratteri meno goliardici per essere in linea con le amenità di Apatow. Per chi scrive, "40 anni vergine" è un brutto film, lento e noioso, a cui sarebbe bastata una sforbiciata di 40 minuti per garantire un minimo di resistenza da parte dello spettatore. Non contento, Apatow è tornato a dirigere sulla stessa falsariga "Molto incinta" per poi crescere con un peplum monumentale (a livello di durata) come "Funny People". L'unico risultato è che si arriva a preferire Apatow produttore e sceneggiatore, perchè i suoi film, quelli che dirige, sono tutto fuorchè ben diretti, originali, carichi di verve. Più precisamente sono di una noia mortale. E così "Zohan", che non è certo un capolavoro, casomai un cult idiota, "Strafumati", finora la vetta massima della produzione dell'ultimo periodo degli affiliati, e "Forgetting Sarah Marshall", in attesa dello spin-off abbastanza amato oltreoceano, appaiono produzioni molto più coraggiose. E sono film che Apatow produce.Nei film che Airige, invece, tende a non eccedere nella costruzione narrativa, ma i suoi personaggi sono del tutto privi di emapatia, di carattere, di simpatia. Lanciano la battuta ed escono di scena, oppure, lo Steve Carrell del film in onda stasera ne è un esempio, tendono all'inettitudine bonaria e all'inadeguatezza alla fine stancante. L'intero ensamble delle varie produzioni diventa ripetivo: Seth Rogen, Paul Rudd, Leslie Mann (per evidenti motivi quest'ultima), John J. Reilly, Johan Hill e Micheal Cera, con qualche nome di nicchia come Catherine Keener e Richard Jerkins, a cui si aggiungano personalità in vista, da Jack Black (uno dei film più brutti che abbia mai visto,"Anno Uno") ad adam Sandler (che invece ricopre il suo ruolo migliore di un'intera carriera, a parte Anderson) e qualche novità. E così la verginità, come la maternità, come l'adolescenza, come la malattia presunta, diventano solo dei pretesti per accozzare elementi comici-non comici, con qualche gag e molti colpi di sonno. Stasera vedete altro.



alle 21,00 su Studio Universal vi consigliamo:

Zoolander



Ben Stiller è un beota, o almeno così vuole far credere, impegnandosi con grande passione. Edifica la sua fortuna sulle mossette facciali, sembra fatto di nylon. E’ simpatico, nonostante non si veda quasi mai ridere. Anzi, è proprio questo il suo pregio: quando si mostra divertito, stuzzica poco, pochissimo, di contrasto, nei casi in cui si trova ad essere sbeffeggiato, deriso, e quando volteggia nelle quattro peripezie genuine, imprescindibili nei suoi film, stimola una reazione più piacevole. Sembra affetto dalla “paperinite”, con un linguaggio più tenace, vivace, da rammollito. Non è un eroe, è un attore sull’orlo del precipizio, impegnato nel solito film da anni ed anni, uno spaccacuori disastrato e molto anonimo, il guardiano di un museo “animato”. Con “Grrenberg”, recensito di recente, il salto di qualità. In molti film, è l’outsider, il nerd, senza la fama definita e senza la medesima consapevolezza di esserlo. Zoolander è un soggetto di cui l’attore è anche regista.
Forse il miglior Stiller. Sicuramente lontano dallo stereotipo dell’ultimo film che porta il suo nome con il credit director, “Tropic Thunder”. Non molto alto, capelli a spazzola, vestiti leopardati, tigrati, zebrati, fascia attorno alla zucca ed espressioni molto “baby” succulente e lolitiana, la Blue Steel, la Ferrari, la Tigre, la grandiosa Magnum, in grado di bloccare la stella ninja, creando uno scudo così possente che quello spaziale, a confronto, sembra lesso. Movenze fotocopiate e divenute emblema di un “way of living”, tuttora. Più che varie espressioni, un’unica: la bocca arricciata, lo sguardo nell’obiettivo, le guance, volutamente, sgonfiate. Stiller è un modello, uno scambista (di consonanti), una mezza calzetta, uno che ha ripetuto, molte volte, la seconda elementare e che, già da piccino, aveva nel cucchiaio della mensa compreso della sua propensione naturale per essere pagati solo perchè belli, “belli in modo assurdo”. Eppure ha un successo indomabile, placato dall’ascesa di Owen Wilson biondo, meditativo, sportivo, hippy quanto basta, integrato nella passerella, più per che capriccio che per reale volontà. Riuscirà a strapparsi le mutande di dosso, in contatto, forse, da sciamano, con una realtà extrasensoriale, non calando giù i suoi jeans strettissimi. La trama non è innocua, l’industria della moda sarebbe responsabile di tutti gli omicidi politici degli ultimi duecento anni. Rilettura arguta. Due scene: una fornitura di benzina, molto sessuale, e mortuaria e la citazione delle scimmie e dell’ossi dell’Odissea di Kubrick, visiva e filosofica. “Relax”, dei Frankie Goes To Hollywood, e guarda. “Sono bulimica. E allora leggi nel pensiero?!”

Anteprima Dal set -Tatanka Scatenato dal testo di Saviano con Clemente Russo

Vi presentiamo le immagini in anteprima dal set di "Tatanka scatenato" il documentario sul mondo del pugilato tratto da un brano dell'opera di Roberto Saviano "L'inferno e la bellezza". Per le immagini un ringraziamento a mio fratello che le ha scattate ieri al Centro Commerciale Campania (citare la fonte). Si tratta di una sorta di documentario su una piccola oasi felice nel Far West dominato dalla camorra casertana. La pellicola, infatti, contrappone la carriera mafiosa o di strada ad un'altra possibilità. La scuola di boxeur di Marcianise è stata infatti, per lungo tempo, il punto di ritrovo di giovani che poi hanno rappresentato l'italia agli eventi sportivi più importanti. E' un'oasi nell'inferno. Ma rivendica con tutta la forza la sua appartenenza ad un mondo civile, che segue le regole, lavoratore, corretto, vanto dell'Italia intera. Un mondo troppo spesso dimenticato dalle cronache locali. E proprio Clemente Russo, medaglia d'argento a Pechino nel 2008, è "il tatanka scatenato", il bisonte scatenato, accompagnato dal vice, Domenico Valentino, ex-parrucchiere per donne, ora diventato un peso piuma di qualità. E' proprio la dissonanza tra un mondo giusto e operativo, i cui allievi sono accolti dalle Fiamme Oro, e un mondo malavitoso la carta vincente del film diretto da Giuseppe Gagliardi e probabilmente di passaggio a qualche Festival rinomato (l'intenzione sembra essere Berlino) nel 2011.

The tempest chiude Venezia

L'opera di Shakespeare torna al cinema con Julie Taymor. E il mondo trema.  La Taymor ha una capacità indiscussa di originalità, soprattutto visiva ma anche di struttura. Ma ha anche una propensione a lasciar debordare un testo, a commercializzarlo, a modificarlo. Con "La tempesta" il tentativo di ridare linfa all'opera shakespeariana e non solamente di trasporla è evidente già nel cambiamento di sesso del protagonista: Prospero diventa Prospera e la si affida ad Hellen Mirren. Un cast eccezionale interpreta i personaggi del "drama", con Russel Brand chiamato a stupire tutti e un gruppo nutrito di grandi attori da Chris Cooper ad Alfred Molina, da Djimon Hounsou a Ben Whishaw fino al mitico David Strathairn a ricoprire i ruoli minori. Il cast tecnico vanta, per i costumi, Sandy Powell, vera vedette dell'Oscar, e Elliot Goldenthal che firma la soundtrack.

26/07/10

Scontro al vertice

Marilyn Monroe Vs. Brigitte Bardot

pollcode.com free polls
Marilyn Monroe Vs. Brigitte Bardot. Chi preferite?
Marilyn Monroe Brigitte Bardot


Chi preferite?
Brave attrici, per molti versi eccelse, per molti versi discutibili. Una è la commedia d'oro hollywoodiana, l'altra la musa della Nouvelle Vague francese. Una è un simbolo, l'altra trascende il simbolo, una finisce la sua carriera giovane per una morte che ha dell'assurdo, l'altra finisce la sua carriera giovane e si dedica alla politica e alla lettura della società moderna. Una cantò per Kennedy, l'altra cantò e basta, non male nè bene. Una è il simbolo di una finta acqua cheta un pò oca, l'altra una donna sensuale che fa arrabbiare le donne.






25/07/10

Stasera in Tv


SkyCinemaClassics 22,50
Accadde una notte


Il cinema di Frank Capra è troppo pacificato per avere, da parte mia, un’eccessiva ammirazione. In realtà, il gusto personale non può distogliere da un tratto, leggero come una piuma smaltata, ma tenace come lo sporco di grumi di succo di pomodoro, che, oggettivamente “dà a Capra ciò che è di Capra”. Il regista di nascita italiana (Sicilia) coniuga ed interpreta lo spirito americano nei suoi valori più marcati, nei suoi ideali più netti, nei suoi sogni realizzati. E’ il regista della chance, dell’opportunità, del sogno americano. Per questo, la sua poetica è troppo pacificata per essere moderna. Eppure i film di Capra esercitano un fascino che non si annienta anno dopo anno, sembra rafforzarsi, come una torre che pende da una parte, quella dei suoi detrattori ma si innalza, ferrea e grande, dall’altra, mentre si intrattiene con le altre torri più alte dei suoi tempi, senza esitare a colloquiare, data la pendenza, con gli autori meno noti e soprattutto con la gente semplice. Credo che la semplicità sia la caratteristica vincente di un cinema che non ha bisogno di nient’altro che di ottime interpretazioni. “Accadde una notte” è l’unica screwball-comedy ad avere afferrato l’Oscar come miglior film. Non è mero romanticismo, defilato, ma ha un guizzo ludico irriverente, a volte dinamico, a volte statico. Il tipo di comicità sta in entrambi i frangenti. La location è fondamentale, d’altronde. Un film intero girato tra treni, stazioni ferroviarie, complessi alberghieri che fungono da motel e non sono molto diversi dalle colonie estive dei giovani di un po’di tempo fa, mostra, già, la sua velocità nella voracità del luogo, che è un tipico “cotto e mangiato”. L’allusione al cibo si può intendere se si riscontra un altro parametro: le scene d’affetto, le “Mura di Gerico”, ovvero quello spago attaccato alle due estremità del muro e ricoperto da un lenzuolo spesso, un escamotage che sa di puritanesimo, in realtà, verso la fine , come per l’evidente gusto del proibito, vanno a ribaltare l’impressione e quasi a denigrare l’intero sistema delle apparenze sociali. L’unico vero personaggio negativo è colei, che, per motivazioni economiche, e giudizi morali (secondo un criterio di rispettabilità imposto da canoni esterni), rompe, indirettamente, e per un breve tratto, fino alla ricongiungimento finale, l’afflato emotivo. La storia è molto semplicistica: figlia di un magnate, Ellie scappa dalla prigione dorata del padre, e fugge dall’unico uomo che ama, l’aviatore Westley. In realtà, la fuga si trasforma in un vero “on the road”, in cui il viaggio sembra un momento di difficoltà (arguta la scena del rifiuto delle carote crude, divorate, poi) ma anche di liberazione e ricongiungimento con il mondo. Pietro è il giornalista , appena licenziato, squinternato, scorbutico, una canaglia con le orecchie a sventola di Dumbo. L’incontro è fortuito, e tra una scenetta teatrale improvvisata per allontanare gli investigatori e ripetute critiche, scocca la scintilla. E’ proprio in questo versante che l’elemento “screwball” è dominante, con un alterco continuo tra le parti e personaggi off-limits. C’è chi afferma di non poter morire perché ha un appuntamento. Gli attori sono incredibili: Gable ha fascino e la chemistry con la sublime Claudette Colbert è di classe e malandrina. Quando la donna si risveglia, nel treno, con gli occhi ancora socchiusi, sul petto del giornalista, la dolcezza è infinita e la resa è tanto semplice da sembrare reale, umana. Questo è il film su cui punta la Christine Collins di “Changeling”, la notte degli Oscar del 1935, sperando nel guizzo romantico e a lieto fine contro “Cleopatra”. Un signor film.

Stasera su Joi alle 23,00, c'è un must:


Gran Torino

Clint, il nonno Clint, il vecchio Clint. Superata la boa degli ottanta con la facilità di un frugoletto, icona vivente di una cultura americana passatista, di ideali repubblicani radicati ma non ferrei, polemici e nazionalisti nel senso più accorato e meno estremista della parola, Clint ha diretto due film, di grande impatto emozionale, girati con una discreta perizia tecnica, non la più marcata, né zelante, pedante, ma neanche troppo cerebrale, immersi nella storia di una vita di speranze vacue, di calci composti, di pugni a sé stessi ( come aveva fatto la donna pugile, con un gancio destro alla sua vita), di ricerche infinite, come è stato il percorso di Christine, dalla terra senza pace all’impavido nembo. Gran Torino è più ruffiano di “Changeling”, più “sui tempi”, meno opprimente. Eppure non si può scindere da esso. Non c’è il peso di una storia dimenticata, di una giustizia che deve essere resa ad una figura realmente esistita. In realtà, Walt Kolawski, se è possibile, è più rappresentativo, sincero, immediato, di una madre che non si rassegna. Sembra paradossale, ma, si può dire che il worker della Ford in pensione, ex-soldato della guerra coreana, tuttofare, sguardo arcigno, atteggiamento burbero, toni da uomo di borgata e non da “femminuccia”, fucile tra le mani e passione per la Gran Torino sportiva del 1972, sigaretta in mano ed accendino cromato, polo smanicata, birra Bud, rudezza di vecchi confini di proprietà, che sembrano separare gli altri da un’interiorità nascosta, timidezza apparente, parolacce ed imprecazioni, non esca da un film, da una scrittura, da un’interpretazione, ma sia un vicino di casa, un parente matusalemme, un pittoresco personaggio non integrato in un sistema di finte buone maniere e sguardo disinteressato, il tipico veterano che racconta le sue gesta dal barbiere. Walt è un veterano e va, saltuariamente, da quell’ “italiano” del barbiere, vive tra irlandesi, polacchi come lui, e qualche sporadico “coglione di colore” (sue parole), con la moglie ed un cane coccolato senza smancerie. Per parte della sua vita. Poi il quartiere si anima di “musi gialli”, la moglie muore, i figli scompaiono, i nipoti si mostrano interessati al mobilio di casa, in caso di futura, certa e quasi attesa morte. Clint distrugge, con grande precisione, come al solito, il modello famigliare genetico. Non è un veterano di una guerra pulita ( e quale guerra lo è?), ma di un’esperienza snervante, stringente, nefasta, di crimini orribili, di gesta mancate, di immagini impresse. Non è una guerra che si può raccontare, ma si rivive costantemente, fino alla morte, mentre il resto delle cose scorre, senza partecipazione, con il solo senso di mantenere quei pochi pregiudizi razziali che consentono di impegnare la mente. Come con Christine Collins, c’è un passaggio dal particolare all’universale, dal personaggio esistito o immaginario alla critica sociale. Se in quel caso dominava la corruzione, in questo, si erge un mondo violento, di gang, di posizioni sociali immodificabili, di rapporti deviati, di strade perdute, sporche, in cui il rispetto verso l’altro non è più peculiare delle nuove generazioni, e non c’è uno spirito di sacrificio. Dall’universale si passa nuovamente al particolare, quando si ammette la possibilità di derogare a tali generalizzazioni. Thao è un ragazzo hmong, di una discendenza di neo-americani, giunti in Michigan dopo il collaborazionismo con la Cia, timido, imberbe, debole, Sue è più grande, sua sorella, spigliata, aperta. Saranno la sua nuova famiglia. E l’elemento feticista (l’ossessione per la Gran Torino) passerà in secondo piano. Umano, compatto, grande. Uno dei film più belli del 2009. E le critiche americane rivolte all'ultimo Clint prima di "Invictus", in genere, sono, parole mie, sono "coglionate senza sennos e senso".

Napoleon Dynamite


Il film indie americano può rispondere a diverse esigenze. E se "Greenberg", di cui parleremo con ritardo oggi, è un film classico e moderno allo stesso tempo, realistico ma di un realismo poche volte esplicitato al cinema, "Napoleon Dynamite" è moderno in tutto. Più che un film strafumato, è stralunato con i personaggi che tentano di partire dal loro pianeta e contattare la terra, alieni che da qualunque parte della sfera celeste arrivano nella società standard americana. Il limite maggiore del film è quello di creare dei "tipi" facilmente riconoscibili piuttosto che delle persone, puntando al loro carattere surreale. Di certo, il paradosso è molto più vero di certe rappresentazioni realistiche, ma, seppur piacevole, ad un certo punto conduce il film su un luogo comune, molto vicino ai modelli del sistema che si critica, ovvero alla ricerca pedissequa dell'ispirazione originale che sfocia nel demenziale o nell'eccessivo. E i "tipi" cominciano a funzionare male proprio quando si cerca di attribuirgli un ruolo diverso da quello con cui ci vengono presentati e creati. Paradossalmente, è proprio l'evoluzione dal "tipo" alla "persona", nell'ottica della storia, che non aiuta il film, perchè diventa, in maniera semplicistica, un semplice passaggio dal "vecchio tipo" al "nuovo tipo" e dell'individuo non rimane che l'apparenza. Il film si lascia guardare, anche se trabocca di indipendenza/originalità come unico fine, e ha nel suo DNA, come le commedie da blockbuster, l'obiettivo (riuscito) di diventare una piccola macchina per soldi. Un pò ipocrita nel dichiarare il contrario. Costato due lire, ne ha incassate molte. E ha consentito al regista Jarod Hess di realizzare un percorso, seppur in caduta libera, che era impensabile prima del sostegno di quella fascia di nerd che ha conquistato facendo ricorso ad un'alienazione irrealistica e rendendola, con grande astuzia e qualche idea notevole, nonchè delle motivazioni di inclusione sociali corrette, una caratteristica di rivalsa piuttosto che di emarginazione. Forse, in questo, ha colpito davvero.

24/07/10

The Big Post of the weekend...Questa settimana vi presentiamo...


Poster di "Let me in"


Al Comic-Con prima immagine di Skyline, dei fratelli Stause, produzione Brett Rantner.

Jackass 3D



"Il vento tra i salici" (The wind in the willows), Peter Jackson e la Weta ci mettono la faccia con gli effetti speciali. Perchè il resto è davvero povero. Nella foto le riproduzioni dei personaggi.


"Sucker Pucher" di Snyder alla prova pubblicitaria per eccellenza, la riproduzione su scala reale. Vedere dove si posizionano gli occhi dell'uomo nell'ultima foto.


Sotto, l'opera artistica di sabbia ispirata a "Dragon Trainer". Notevole. Di fianco "Lindsday Lohan" in Machete.



Il kolossal "Thor" con l'elmetto in anteprima, sotto.





"Lovely still" è probabilmente il film outsider piccolo e minuto di rara intensità dell'anno. Il duetto recitativo tra gli Oscar Martin Landau ed Ellen Burstyn è già di per sè una garanzia. Ed Elizabeth Banks, insieme ad Adam Scott, ha un ruolo diverso dal solito. Ciò che colpisce dal trailer è l'intensità comunicativa dei due veterani, però. Un'intensità che è poetica in un contesto avvolto dalla poesia delle immagini.



Trailer del comic-geek "Scott Pilgrim Vs. The world". Cercate i remix del video in questione.



http://disney.go.com/tron/index_flash.html#/music
Trailer completo di "Tron:Legacy" e preview della soundtrack nelle mani dei Daft Punk al link.

Aggiungo la locandina di "Niente Paura", film che vede Luciano Ligabue semplice attore diretto da Piergiorgio Gay sulla crisi dell'Italia dei giorni nostri.