31/01/10

In the loop













In the loop



Non ha ancora una data di uscita in Italia. Probabilmente non verrà mai proiettato in una sala, ma poco importa. Il film è un esempio magistrale di scansione dei tempi . Da un soggetto di The Thick of it, serie british, conserva la sua stuttura televisiva iperveloce e disarticola una concatenazione di sceneggiatura perfetta, integrata in ogni sua parte. Il tipo di montaggio fa sì che lo spettatore non perda interesse anche quando sono troppe le cose che si sospendono o non si definiscono del tutto. Si decide di staccare, cambiando inquadratura, in due diversi momenti: o quando la tematica potrebbe essere più esplicitamente compresa con la sua coordinazione, oppure, per disorientarci, in momenti di puro no-sense narrativo (quindi per ciò che riguarda la diegesi non per quanto riguarda il messaggio). Lo spettatore è frastornato da un cumulo di battute al vetriolo, di imprecazioni, minacce fisiche, capovolgimenti, tensione sessuale e non che si instaura tra i personaggi. Si cita il film di Kubrick,"Il dottor Stranamore". Con caratteristiche differenti, soprattutto sulla resa visiva, che in questo caso assume un carattere più standard, famigliare e televisivo, il film è una satira sprezzante, potente, sulla guerra in Iraq. Se la guerra fredda in Kubrick aveva inoltre assunto connotazioni essenzialmente di carattere patologico nella raffigurazione di personaggi senza senso, in questo caso ci si attiene ad una caratterizzazione più dimessa, ma perciò, in tutti i limiti del caso, più realistica. Chi governa, presiede non è altro che una asso nella manica del proprio portavoce, tensioni e vicende personali influiscono sull'esito di importanti scelte strategiche, bugie, complotti, ambizioni di lunghe carriere, cambiamenti continui di prospettiva, mescolanza di eventi indiretti e montati ad arte, così come modificati a livello testuale nei documenti ufficiali, enfatizzazione del grottesco intrecciano tanti piani che convergono in un unico: la guerra è una decisione arbitraria generata dal nosense e perciò non può mai essere sensata. "In the loop" vanta una recitazione brillante, che giganteggia, ma soprattutto offre nel divertimento una grande riflessione e combatte la leggibilità del cinema imperante, destando, tramite montaggio breve, l'attenzione.

23/01/10

Le promesse


Amy Ryan, classe 1969


Attrice giunta tardi al cinema, ha scelto, come comprimaria, solo ottimi film. Ha uno sguardo turbato e una spiccata personalità. Parte dal teatro e si vede. E' una delle stelle deòl 2010 con due film come "Jack Goes Boating", prima regia dell'amico Philip Seymour Hoffman,e soprattutto un ruolo in "Green zone" di Greengrass



Amy Adams, classe 1974

Amy Adams ispira una simpatia immediata. E' una Judy Garland non conturbante, con un viso pulito, come va tanto oggi. Uno dei suoi limiti è la pulizia. Uno dei suoi grandi pregi è la capacità recitativa. Nel "Dubbio" ha surclassato Meryl Streep, In Julia & Julia l'ha doppiata. Strano non vedere le due attrici sedute allo stesso tavolo alla cerimonia dei Golden Globes. Meryl, si sa, è una regina, ma Amy è una laboriosa formica quanto lei. Menzione per il ruolo in Junebug.

22/01/10

The green list

Le promesse
Anne Hathaway,classe 1982


Anne è un'attrice di un certo livello, anche quando sbaglia i film.Ne ha sbagliati molti, anche nel prossimo, con Tim Burton, c'è una certa marginalità di errore plausibile. D'altrocanto, ci ha regalato due interpretazioni fantastiche: moglie inflessibile in Brokeback Mountain, ragazza problematica in "Rachel sta per sposarsi". Demme gli ha offerto la parte di una vita in un film forte e difficile.





Emily Blunt, classe 1983
Invece di un frame, propongo una foto del servizio di Vanity Fair. Non interpreta una regina (Victoria, ndr), è una regina. Di certo una delle donne più belle del mondo, dotata di una grazia spigliata, moderna.
Bellezza da quadro, già dalla posa si può intendere la fecondità artistica di questa futura star.


Rachel Weisz, classe 1971

Rachel sembrava aver imboccato la via del successo ma ha preferito cavalcare libera. Ciò ha giovato alla sua immagine. Dopo un Oscar in età giovanile, strameritato, per "The Costant Garden", le opzioni sono due: o tenti di fare alla Jennifer Connelly e segui una strategia di vendita, o cambi continuamente. Il frame accanto è esplicativo della scelta di Rachel. Si tratta di Ipazia, filosofa e scienziata, uccisa dall'ondata cristiana, nel film "Agorà" che probabilmente non giungerà mai nelle sale italiane. Una postilla.Certi film sono troppo tristi (The road), troppo scomodi (Agorà), troppo violenti (Little Children), sono semplicemente troppo per chi vuole garantire un assetto gerarchico in un paese allo sbando. Mi preme sottolineare che un film sia sempre un'opinione. I film di De Sica-figlio sono ricchi di opinioni. Anche i "telefoni bianchi" lo erano e molte volte erano pure qualitativamente superiori alle idiozie italiane di oggi. D'altronde, si tratta di opinioni a senso unico, di opinioni che distraggono, che lobotomizzato. Ma noi le rispettiamo. Solo che in molti non rispettano le opinioni di chi la pensa diversamente. D'altronde, se ognuno è libero di fare ciò che vuole (Stato, Chiesa, case di distribuzione...) indipendentemente da tutto, anche senza una democraticità e logicità, noi possiamo ritenerci liberi di fare tutto ciò che vogliamo. E procurarci i film, per esempio, acquistandoli da siti stranieri senza aspettare secoli per la distribuzione. Legalmente e secondo una logicità spiccata. Meglio sovvenzionare il nostro auspicabile futuro cinematografico, che la nostra scadente realtà italiota.Fine della postilla.

Maggie Gyllenhaal, classe 1977

Maggie è la femme fatale dei nostri tempi. Il ruolo in Secretary l'ha consolidata nell'immaginario collettivo. Non sceglie un numero vastissimo di film ma non sbaglia quasi mai. Da Sherrybaby, mai uscito in Italia, al nuovo Crazy Heart, Maggie è troppo anticonformista per stare simpatica ad Hollywood.

21/01/10

The green -Parte prima

Le promesse

Ben Whishaw, classe 1980.

Misto di Rimbaud, come nella foto, e di Oscar Wilde, di fatto è l'attore emergente più atipico. Avrebbe le chiavi per entrare nella porta dorata eppure conserva con grande oculatezza la sua prospettiva artistica.






John Krasinski, classe 1979.

John è un ritorno alla commedia sofisticata. Il viso e' molto curioso, grande la relazione con il suo personaggio. Si cuce addosso qualunque cosa interpreti. Ha lavorato poco fino ad ora, ma se qualcuno come Nancy Meyers gli darà spago, anche se già in "It's complicated" la sua figura è perfettamente inserita e brillante, il successo sarebbe assicurato.



Gael Garcia Bernal, classe 1978

Finora non credo abbia sbagliato un film, da "The king" ad "Amores Perros", passando per Almodovar. E' indubbiamente il volto maschile più bello del cinema attuale. Quando però si parla di un ruolo ad Hollywood nutro le mie perplessità, non tanto per la fonetica, quanto per lo snaturamento artistico.




Tahar Rahim,classe 1981

Era l'elemento di spicco del notevole "À l'intérieur", oggi ha girato un film di Audiard molto premiato. E' l'attore francese con più possibilità di sfondare. Dopo Vincent Cassel, chiaro.





Mark Ruffalo, classe 1967

Sottovalutato dall'establishment e ai margini del vero sistema, Mark è un attore che ha mostrato qualità rare. In "Zodiac" tiene testa a Jake Gyllenhaal. Attendo con ansia un ruolo da protagonista vero in un film che gli calzi a pennello.

14/01/10

Termometro-In uscita

Sono tre i film in uscita questo week...

Vi posto le critiche della settimana, naturalmente estrapolate dai pezzi di giornale.

AVATAR
Se la domanda fosse «vale la pena di vederlo», la risposta sarebbe sì, naturalmente. Con la raccomandazione di cercarvi lo schermo più grande possibile e l'apparato audio/video al massimo livello. Qualora v'interessi andare al sodo e sapere se il film è bello, la risposta è ancora un sì convinto. Se a questo punto però pretendereste la notizia di un nuovo capolavoro firmato James Cameron, dobbiamo optare per il no: per niente apocalittico, polemico o malevolo, ma pur sempre un no.

Valerio Capranica, Il mattino


Cameron sembra accontentarsi di rispolverare la favola di Pocahontas. Ma nella versione Disney, non certo in quella di Terrence Malick

Paolo Mereghetti, Il corriere della sera


Termometro: James Cameron rilegge miti, storie già scritte, tra ecologia e innovazione tecnica. Farsi un'idea è impossibile, tra acclamazioni e campagne di svilimento. Chi è James Cameron? Il re del cinema, si dice. Quello che si può affermare con certezza è diverso. E' un ottimo regista, di per sè non geniale nel contenuto, abilissimo nell'ottimizzazione della forma. I suoi film sono potenti. E' scaltro in modo assurdo, rielabora, non crea.Chi sarebbe Cameron senza i dollari su cui contare? Probabilmente un semplice Peter Jackson con meno emotività. Il passo falso è consentito per i comuni mortali e James Cameron è a tutti gli effetti un superuomo. Film attesissimo da molto tempo.


La febbre segna 37,2...da alcuni giorni scende con continuità...

11/01/10

Up in the air



Reitman vola alto. E osa. Osa laddove aveva fallito. Osa quando nessuno riesce più a farlo. E' una strana curva che segue il regista. La curva che parte dal prodotto discreto, ben confezionato, come "Thank you for smoking", con dei difetti marcati, all'acchiappamasse "Juno", senza una prospettiva definita, fugace film pieno di tutto e nulla. "Tra le nuvole" è perfetto. Non ha sbavature, qualche leggera inflessione, una struttura tanto riuscita da rimandare al cinema classico dell'età dell'oro di Hollywood ma con quel lato oscuro che è tipicamente moderno. "Tra le nuvole" non è una commedia, nè un dramma. Non è nemmeno una commistione di generi. E' una vera simbiosi, in molti punti. E ciò rappresenta un marchio di fabbrica, un segno distintivo che solo i grandi autori possono vantare. Per dirla in termini chiari, lo stile di Reitman dall'esordio in poi è più riconoscibile, nel bene e qualche volta nel male, di quasi tutti i suoi colleghi. E' un revival sixties ipertecnologico che concentra una grande duttilità della macchina da presa con una sagace direzione di attori. Reitman ha il merito di porre, a livello di characters, stars e outsiders sullo stesso piano e di trarre ciò che vuole indipendentemente da ogni aspetto che non riguardi la recitazione. D'altronde, è grande solo l'attore che sa adattarsi ad ogni ruolo. E George Clooney, ottimo attore, in questo caso raggiunge l'eccellenza. Su Vera Farmiga si può dire che la sua indefinitezza è un valore aggiunto. Non è acerba come Ellen Pompeo, ma matura, sensuale, dotata di abilità oltre la norma. Di lei si sentirà molto parlare. Anna Kendrick, che, con la sopracitata collega, avrebbe in tasca la nomination nel ruolo di comprimaria, è stupefacente. Attorno a lei si crea una dinamica fondamentale nell'evoluzione del protagonista. Infine, va sottolineato il cinismo, lo sguardo disincantato di un regista che in maniera netta rifiuta l'happy ending, e lascia con merito l'irrisolto solo nei suoi personaggi, mutevoli, e non nella struttura narrativa. Colpo di coraggio. Anche perchè il soggetto esplode. Parlare di licenziamenti facili e di dinamiche da usare nei casi specifici è quantomai sociale, senza cadere nel retorico. A ciò si aggiunga l'insensatezza di qualunque scusa, sia essa puramente psicologica che derivante dall'esperienza sul campo. Il gioco è sottile, l'analisi profonda, il contrasto stridente. Titoli di testa memorabili. Le ultime sequenze sono un ralenty di emozioni sui volti, di perdite, di elaborazioni e scelte per poi accelerare nel brusco e improvviso finale. Reitman, tifiamo, per te!



07/01/10

Frammenti parte seconda


Senso di Visconti















Notorius di Alfred Hitchcock














I giorni del cielo di Malick











Era mio padre di Mendes













Reds di Warren Beatty















Scarpette rosse di Powell e Pressburg

Stanley Kubrick


Sto leggendo, per motivi scolastici, il testo di Michael Ciment "Kubrick". L'analisi, in certi momenti, raggiunge una perfezione assoluta nella destrutturazione di un pensiero che assume i toni di una filosofia personale riconoscibile e coerente. Ciò che mi colpisce in negativo, però, sono le interviste, a prima vista. D'altronde avere una discussione con Stanley poteva, a detta di tutti, confondere a dir poco o comunque far oscillare l'uditore da una parte all'altra del suo "spazio mentale" (Fear and Desire, il primo lungometraggio). Dai SAM 3 del conflitto arabo israeliano, alla similitudine del timbro vocale dei demagoghi, citando il libro. Kubrick è un genio, adoro quasi tutti i suoi film. E' il genio del Cinema, come Shakespeare lo è del teatro, Dante della letteratura, Michelangelo della scultura. Cosa fa quest'uomo per essere così incensato? In breve si documenta voracemente, continuamente, cercando un perfezionismo assoluto. Tende alla "fine dell'arte", ovvero cerca di compiere l'incompiuto, finire ciò che non è finito. Tutti i generi, tutte le combinazioni, il sovraccarico geometrico e le costruzioni logiche, la rigidissima impostazione lavorativa, le centinaia di ciak, lo sfinimento amichevole degli attori, il controllo assoluto per quasi tutti gli elementi tecnici, la maniacalità delle sceneggiature, il gusto estetico sopraffino, la ricerca di musiche di grandi compositori, la coniugazione di aspetti in contrasto, l'imprevedibilità, il ritmo ballettistico e sinfonico, la sfida alla censura, il tipo di vita, smaccatamente antidivistica e quasi "asociale", la scansione ritmica del tempo e la sua alienazione diacronica e sincronica. Kubrick non manca di risvegliare il sentimento. Chi è Stanley? Ad una celebre intervista su Playboy Magazine, a chi gli chiedesse il significato interpretativo di 2001:Odissea nello spazio, rispondeva che, democratico, lasciava ad ognuno la possibilità di vederla a modo proprio. In questo senso Ciment è il detective dei film noir dell'epoca classica di Hollywood che deve capire ciò che non capisce. Le interviste, perciò, non possono che essere un continuo mancare il bersaglio. Kubrick non mostra un pò di empatia, risponde, contraddice, precisa, si oppone. Del resto è sua l'arte. E seppur lascia la possibilità di interpretare come si vuole, le pochissime volte in cui parla preferisce esporre il suo punto di vista. Per il resto, la bravura di Ciment va oltre Kubrick e non ha un valore artistico bensì analitico. Ciment ricostruisce l'organicità di una filosofia non sua, cercando di bypassare le deviazioni che lo stesso Stanley contesta in parte nelle interviste. Perchè Stanley le contesti non è dato sapersi. Quello che si può dire, citando il "Quarto potere" di Orson Wells, è che una parola, mille parole, per quanto giuste, non possono spiegare la profondità di un uomo. Ciment è un detective chiamato a scoprire il fatto, a smascherare il pensiero, ma non è nè il fatto nè il pensiero. Eppure qualcosa di Kubrick c'è anche in lui: chiamasi Passione.

06/01/10

Frammenti parte terza

La fiamma del peccato
di Wilder












The fall
di Tarsem Singh












La principessa e il ranocchio
di Ron Clements,
John Musker








Big fish di Tim Burton




La foresta dei pugnali volanti
di Yimou







La città proibita
di Yimou









Mare dentro
di Amenabar










Lontano dal paradiso
di Todd Haynes

05/01/10

Frammenti



Rubrica che mira alla conoscenza di opere attraverso i loro frames. Visione più che parola, forma più che contenuto...


Barry Lindon di Kubrick












La passione di Giovanna D'arco di Dreyer














Nella valle dell'Eden di Kazan















Ossessione di Visconti
















Madre e figlio di Sokurov

Prima o poi







Invictus








In primis, non c'è dubbio che Clint Eastwood sia uno dei migliori cineasti dell'ultimo mezzo secolo...Negli ultimi anni ci ha regalato almeno 5 capolavori, 5 film che rappresentano una marcata adesione all'America dei valori. Clint, repubblicano, è un vero democratico.E' la base fondativa dell'America, colui che parte dalla storia individuale e riesce a sussumere una traccia volutamente universale. In questo percorso, c'è una capacità indiretta di mostrare le cose. Dal comportamento dei personaggi-persona, deriva il messaggio. In Changeling, dai comportamenti dei burocrati, deriva la connessione alla corruzione dilagante, che, comunque, è sottofondo, non scrittura. In Gran Torino, la questione razziale passa attraverso un cambiamento di prospettiva dei personaggi, da cui l'adesione a nuovi valori fondativi. In Million dollar baby è la tenacia di Hilary Swank che riaccende il cuore di Clint, ed è la morte della stessa che riflette sui limiti e le possibilità dell'amore paterno. Lettere da Iwo Jima manifesta il suo accorato antimilitarismo nel progredire della tensione, quando il nazionalismo non tace del tutto ma riaffora, negli splendidi toni opachi, una certa umanità. Invictus, il nuovo lavoro di Eastwood, parte da presupposti diversi. Clint compie un lavoro diverso, pregevole nelle intenzioni ma non troppo nella resa. Il messaggio di unificazione nazionale e fratellanza, in relazione alla notorietà di Nelson Mandela e chiarito sin dall'inizio del film, trova la sua parziale comprensione solo nel procedere dell'intreccio, lineare per giunta. Il film non parla di persone ma di messaggi che si trasformano in persona. C'è un passaggio opposto, dall'universale al particolare. Ciò determina una minora empatia con lo spettatore. L'empatia è un qualcosa che si conquista con una scrittura livellata allo spettatore, con l'identificazione. Clint, cosa successa solo verso il finale di Million dollar baby, e con grazia ricercata in Gran Torino, divide il mondo in una struttura troppo manichea, in cui i due protagonisti spiccano per altruismo e vicinanza, indipendentemente dalle motivazioni non esplicitate che li spingono a credere l'uno nell'altro. La sceneggiatura sembra campata in aria, il primo tempo ha degli elementi ridicoli, nella scelta di inquadrare la dimensione privata in chiave macchiettistica, il secondo tempo migliora notevolmente con l'uso di un montaggio parallelo più veloce. In realtà, Clint compie un relativo passo falso anche per quanto riguarda la regia, che è smaccatamente da fiction, poco incisiva nel suo essere totalmente scontata. La metafora dello sport, d'altronde, è definita con grande forza e, pur essendo in parte già vista, ha, nel secondo tempo, una giusta concatenazione. Qui si torna ad una capacità emotiva pura, che solo Eastwood riesce a garantire nella sua lotta contro ogni tipo di pregiudizio razziale.Il suo film è buonista, forse, come The Millionaire, ma ha un valore etico ed una aspirazione alta che solo Clint può riuscire a trasmettere. E' una poetica pedagogica. E di certo non è un sogno irreale, ma pura realtà. Molto bravo Morgan Freeman, come al solito, appena discreto Matt Damon. Un film imperfetto di cuore. Un film minore che può aspirare, per il carattere ideologico soprattutto, a qualche nomination, non del tutto immeritata.