31/01/11

Tv-Movie of the Day - AVATAR





Stasera in Prima Tv su Sky
alle 21.30 su SkyCinema1 e SkyCinemaHits

Ho voglia di rivederlo, domani ne parlerò attentamente (è uno dei casi in cui non ho postato una review, anche perchè sarebbe stata una cattiva review).

Cool stuff - Jesse Eisenberg/Mark Zuckerberg al ‘Saturday Night Live"




Al Saturday Night Live, Jesse Eisenberg, protagonista di "The Social Network" incontra il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg. Da vedere.



Review 2011 - Parto col folle ("Due date")






6.0 su 10

Torna Todd Philips, a pochi mesi di distanza dall'uscita della sua altra produzione, il sequel di "The hangover", a maggio, e tenta il bis, dopo l'exploit di "Una notta da leoni", non riuscendo del tutto nell'intento, nonostante un'accoppiata, sulla carta e sullo schermo, fantastica, formata da Robert Downey Jr. e Zach Galifianakis, l'uomo di ferro e il cucciolo con la permanente. Il film è un on-the road di gag più o meno riuscite, con una prima parte più trattenuta (e realistica) che si avvicina all'ineguaglabile modello di "Un biglietto in due" del compianto John Hughes con Steve Martin e John Candy e una seconda che vira sul no-sense fine a sè stesso, un pò banalotto, un pò demenziale, un pò eccessivo. E così, nonostante la vis comica dei due protagonisti, e i cammei adeguati (molto meglio Juliette Lewis e Michelle Monaghan di un imbolsito Jamie Foxx), il film è un corollario di momenti divertenti senza una continuità narrativa compiuta e mancante di un carattere veramente originale. La mano di Philips diventa (ed è un bene) meno forte, e le volgarità diminuiscono, così come viene meno la genialità comica intravista in "Una notte da leoni". Siamo più sui livelli dei prodotti precedenti del regista ("Old School"), con una marcia in più data dal soggetto e dagli attori, oltre che da sequenze girate con attenzione meticolosa (soprattutto se contestualizzate al genere e al tipo di film) e una soundtrack ricca di spunti interessanti, sebbene abusati. Divertente per una serata, ma alla fine rimane ben poco.

30/01/11

Sundance 2011- 5 film interessanti a caso

Win Win


 di Thomas McCarthy

Cast: Paul Giamatti, Amy Ryan, Bobby Cannavale, Jeffrey Tambor, Burt Young

Release Date: 18 March 2011


Un gran cast per il ritorno alla regia del prolifico McCarthy, diviso tra il ruolo di attore e quello di director in piccoli film-gioiello, capaci di ritagliarsi un angolino nel panorama indie di tutto rispetto. Stiamo parlando di "The station agent" e dell'acclamato "L'ospite inatteso" in cui la direzione degli attori è stata l'elemento vincente di pellicole ibride (Roger Jearkins ha avuto una meritata nomination all'Oscar per "The visitor" e una riscoperta cinematografica grazie al regista). Al Sundance ha presentato il suo film più commerciale e dalle maggiori possibilità di investimento. La storia è quella di un avvocato-allenatore liceale che si trova di fronte ad un evento inatteso; diventa tutore di un anziano e la sua vita e quella della sua squadra viene travolta dall'arrivo della nipote dell'uomo. Con un cast superbo e un Giamatti in piena forma, il film uscirà nelle sale statunitensi il 18 Marzo.



The Son of No One


Trailer al seguente link:
http://www.youtube.com/watch?v=2aRLMdY5G_U

di Dito Montiel

Un action-thriller dai risvolti criminal. E' questa la scommessa del regista, Dito Montiel, che ritrova il suo attore feticcio, Channing Tatum, già visto nei precedenti "Guida per riconoscere i tuoi santi" e nel meno efficace "Fighting" e può vantare il ritorno sulle scene di Al Pacino. La storia, legata al solito giovane poliziotto, chiamato a svolgere il suo dovere nella zona in cui è cresciuto, con relativo segreto nel passato famigliare, non è originalissima. Il cast è eterogeneo e mischia Tracy Morgan a Juliette Binoche, Katie Holmes a Ray Liotta. Il film non sembra aver conquistato la stampa, con recensioni generalmente negative.


Salvation Boulevard

di George Ratliff

Stroncato da molta critica-web senza pietà (con voti che arrivano, in certi casi ai due/decimi), e ritenuto prodotto maggiormente televisivo (c'è chi sostiene che sia una pellicola "straight-to-dvd"), aveva, dal soggetto, molte potenzialità, nonchè un cast di livello, con Pierce Brosnan chiamato a interagire con l'indie-orienthed Melissa Tomei, con la bella Jennifer Connelly, con l'astro nascente Isabelle Fuhrman, e sul versante maschile, con i veterani Ed Harris e Greg Kinnear. La tematica religiosa trova il suo appannaggio nel riferimento ai gruppi evangelici fondamentalisti tipici degli Stati Uniti e in uno strano omicidio di un professore universitario, a cui segue un'indagine condotta da un ex-poliziotto ora convertito alla religione. George Ratliff è il regista, dopo "Joshua" e sembra che i risultati siano lungi dall'essere positivi.


The future

di Miranda July


Passerà presto a Berlino, dopo aver conquistato un pò tutti al Sundance, il secondo lungometraggio di Miranda-moonwoman-July, regista del primo e apprezzato "You and Me and Everyone We Know". E, stavolta, a leggere le impressioni e soprattutto la sinossi di "The future" viene da mettersi le mani nei capelli. Perchè la July va molto oltre la coralità pazza e stralunata ("moonwoman") del primo capitolo e sfida ogni limite reale, arrivando a far parlare un gatto in stato terminale, adottato da una coppia di trentenni in crisi da routine (e la July, oltre a sceneggiare, non può che ricoprire il ruolo principe accanto a Hamish Linklater). Il film sembra una compiuta opera d'arte e la July pare non smettere mai di vagare con la fantasia o con la droga (detto con affetto). Lo attendiamo con impazienza paziente.


Life in a day ("La vita in un giorno")

 di Kevin Macdonald

Mettete il caso che un regista voglia girare un documentario di frammenti di video altrui. E che i video altrui siano reperibile, previo richiesta di partecipazione, su YouTube. Mettete caso che venga organizzata, tramite sponsor e produzione Ridley Scott, una giornata di raccolta volontaria di tutti i video, il 24 Luglio. Al Sundance, Kevin MacDonald, regista di film di fiction di successo come "L'ultimo re di Scozia" e "State of play" e di documentari molto più riusciti in termini qualitativi ("Touchung the Void", diventato "La morte sospesa" nel nostro paese), ha presentato il progetto il 27 gennaio, a poco più di 6 mesi. Un vero record, visto il numero incredibile di video postati nelle 24 ore, 80.000. E' nato così "Life in a day", una sorta di compendio di diverse esperienze umane pubblicate sul web in 24 ore e riassemblate, con un montaggio difficile, in un'opera compiuta, di soli novanta minuti. Il film ha avuto la sua anteprima anche sul web e ne saranno organizzate altre. Da tenere d'occhio il link su You Tube per avere informazioni più precise, postato sotto. Spero vivamente che nei novanta minuti non sia finito per sbaglio un fotogramma di GemmadelSud, che in quel periodo pubblicava video con continuità ammirevole in termini di disgusto.

Ecco il link: http://www.youtube.com/user/lifeinaday

Cool Stuff - All of the Transformers Autobots

Original Transformers Autobots
Research and Design by: CarInsurance.org

from:  www.slashfilm.com

Review 2011 - Tamara Drewe







7.5 su 10

Sorpresina del mese, "Tamara Drewe" è la leggerezza fatta film. Stephen Frears ha coraggio da vendere e soprattutto una certa grazia inventiva nello scrivere, capace di unire elementi non del tutto normalizzati (e anche volgarotti) con spunti (le strisce della giornalista e sceneggiatrice originarie della graphic novel  Moira Buffini) tipicamente british, con tanto di "countryside" classico di ottima fattura. In tutto questo, riesce, in più punti, a far ridere in modo contagioso, ma anche a mescolare i generi e a creare una storia difficile da intuire, scandita tramite l'alternanza delle stagioni, che non sembra avere una logicità chiara, o almeno si divide, fondamentalmente, in due parti molto diverse, tra primo e secondo tempo. Infatti come un romanzo che parte dalla descrizione dei personaggi in modo alternativo (ma la coralità è importante anche nelle peculiarità del singolo character ai fini narrativi) e giunge all'azione solo dopo una ricostruzione attenta e stratificata, così Frears organizza il film che condensa tutta la sua "azione" negli ultimi 40 minuti, creando una sorta di novità imprevista nello spettatore, che si disabitua a seguire l'ordine lento della prima parte e si trova di fronte ad una concatenazione irresistibile di eventi-chiave. E il finale è un ritorno alla calma originaria, magari ribaltando gli assunti di partenza. Gran struttura, insomma, e trovate geniali. I personaggi sono finti, sovraccaricati, non macchiette, ma pedine funzionali al disegno registico. Non a caso, ritorna continuamente il leit-Motiv di Thomas Hardy, con la sua immagine del burattinaio.  E il regista non è che un suo "moderno-figlio" che si trova a dovere risolvere una pluralità di storie intrecciate sullo stesso personaggio, ambiguo, della bella Tamara Drewe, interpretata da una magnifica Gemma Artrton, coadiuvata da un cast altrettanto fuori le righe, con Dominic Coop e Luke Evans di bella presenza che cricondano la giovane giornalista, e un altro triangolo amoroso tra Tamsin Greig, Roger Allam e Bill Camp sullo sfondo, a sua volta sovrapposto al precedente, mentre acquista importanza il ruolo di due adolescenti combina-guai. Il tutto viene risolto in modo forzato, ma efficace e la pellicola diventa una simpatica e imperfetta egloga di modernità. Frears cambia, continuamente, e i risultati sono più che rimarchevoli. Una commedia del genere, british fino al midollo, l'Allen della trilogia "londinese" non potrebbe che sognarla.

29/01/11

Review 2011 - Yattaman






7.5 su 10

Il genio di Takashi Miike si addice perfettamente alla rivisitazione cinematografica di un cult dell'animazione giapponese anni '80, "Yattaman". La pellicola, infatti, è una ricostruzione fedele, un divertissment in pieno spirito goliardico, una gemma visionaria che fa uso di una trama-pretesto (d'altronde gli episodi di "Yattaman" erano tutti uguali, con il canovaccio dello scontro tra buoni e cattivi reiterato) e sfrutta al massimo l'effetto nostalgico, non dimenticando di inserire numerose citazioni, e soprattutto mantenendosi fedele alla descrizione empatica dei caratteri negativi, senza tralasciare i due originali Yattaman, che svolgono una funzione di supporto agli esilaranti, macchiettistici exploit del trio Doronbo (le sequenze più riuscite sono legate alla loro attività di ladri-venditori fraudolenti). Le allusioni (ma anche molto più in là) sessuali, le dinamiche relazionali, si intrecciano con l'avventura, la solita ricerca dei frammenti della pietra Dokrostone, e tutto diventa un concentrato policentrico di bellezza visiva (le sequenze sono dei piccoli capolavori visivi di un "live-action" costruito con grande maestria e attenzione al particolare, e gli stessi robot ipertecnologici del cartone mantengono e aggiornano le loro sembianze antropoforme). I personaggi non perdono alcuna caratteristica, dalla fisicità ai costumi, magari soggetti ad un processo di rinnovamento e differenti, per qualche elemento, dal cartone originario. A ciò si aggiungano una serie di attori pronti a sacrificarsi continuamente per la parte e in grado di reggere, con entusiasmo e nessun imbarazzo, una sceneggiatura che più volte vira sul no-sense. Miike riesce nel miracolo e il film termina con un rimando al prossimo episodio, proprio come abitudine del manga animato, facendo accrescere la carica di continuità rispetto al passato e diventando un piccolo cult di genere. Campione di incassi in patria, esce nel nostro paese a due anni di distanza dall'uscita ufficiale solo grazie alle Officine Ubu, che proporrano presto (tra qualche settimana, saltando i tempi previsti per il passaggio dalla sala cinematografica all'homevideo) anche il relativo dvd. Non perdetelo.

Review 2011 - Whip It








7.0 su 10

La seconda visione, a volte, può fare miracoli. Avevo liquidato il film d'esordio alla regia di Drew Barrymore come un mediocre prodotto di intrattenimento simil-alternativo. L'ho rivisto e ho cambiato radicalmente idea. Pur essendo caratterizzato da una semplicità valoriale e da una certa prevedibilità sentimentale, è una pellicola in sè pienamente riuscita, che unisce al gusto della ricostruzione anni '80 (nonostante l'ambientazione sia contemporanea) piccole genialità di copione, mescolando amarcord, accenni a John Hughes e freschezza tipica dei prodotti da teenager privati di quella patina morbosa dei nostri giorni. Non c'è demenzialità, nè analisi noiosa dei percorsi adolescenziali, ma una lettura leggera e curiosa, scaltra e femminista, alla "Adventurland" di Greg Mottola, per intenderci, ambientata in una pista di pattinaggio e non in uno vecchio Luna Park. E tornano i personaggi, anche quelli minori,
definiti a dovere, così come l'immagine femminile si ispira ai criteri mascolini e l'approccio è realistico più che da becera caratterizzazione di quarta mano. Anche le interpretazioni sono meritevoli e il film punta molto su Ellen Page, credibile e ammaliante in un ruolo non banale ma adatto alla sua personalità, a cui si aggiunge un'ottima antagonista, nei panni della madre rigida e severa, Marcia Gay Harden. Ma è l'intero cast, diretto da una Barrymore divertente e gioviale, a funzionare, così come il tono fresco e leggero di una pellicola che non dimentica la centralità della sceneggiatura, affidata a Shauna Cross, la cui esperienza di roller-skaters pare echeggiare, quasi da autobiografia, nel testo, funzionale anche ai modi underground della Barrymore appunto.

28/01/11

Review 2011 - Vento di primavera ("La rafle")




6.5 su 10

Non si può accusare "La rafle" di essere un film non emozionante. Per quanto mi riguarda, il soggetto, la deportazione degli ebrei di Francia autorizzata dal governo-collaborazionista di Vichy, non è un semplice corollario ai fatti avvenuti altrove, ma è una scelta scomoda, che chiama in causa non soltanto (come si fa di solito) la crudeltà tedesca ma anche l'omertà, l'appoggio, l'accettazione e l'omissione europea, dei popoli che hanno permesso la realizzazione del crimine più grande dell'umanità. La Francia viene salvata solo con una didascalia finale, in cui si menzionano i migliaia di ebrei protetti dai cittadini, ma questo non comporta un revisionismo, nè uno sguardo consolatorio, tantomeno un'assoluzione. Certo il coraggio è maggiore di un'Italia che si chiama fuori dai giochi delle deportazioni, con fiction agiografiche e eroi-ago nel pagliaio. A morire furono, dei 13.000 deportati durante l'estate del 1942 (non sono riuscito a cogliere pienamente il senso del titolo scelto per la distribuzione da noi), anche 4.000 bambini. E nessuna voce ufficiale, nessuna vera mobilitazione popolare, si mosse per salvarli. "La rafle", ha il merito, dunque, non di riaprire una pagina storica, ma di riempire un vuoto, che deve essere colmato dall'immagine, uno dei pochi appigli alla memoria storica, il vuoto dell'accondiscenza, nel silenzo opprimente dei gendarmi e dei politicanti che si adoperano per lo sgombero, il rastrellamento, la deportazione della popolazione ebraica. E, evitando ogni polemica, due sono le cose che colpiscono del film; da un lato l'innocenza a contatto con la guerra, l'infanzia mutilata, dall'altro la relativa assenza di umanità. Più che il solito Hitler pagliaccesco, che compare appena, il film, come detto, è una piaga dolorosa per chi non osò ribellarsi alla disumana pazzia del leader-guerrafondaio, e, per certi versi, non manca il giudizio sull'attività diplomatica e quella militare (gli Americani preferivano portare prima a termine la guerra rispetto alla liberazione dei convogli carichi di ebrei diretti nei campi di concentramento). Sostenuto da un cast ottimo, che mescola grandi interpreti come Jean Reno e Melanie Laurent oltre ad una piccola comparsata di Sylvie Testud e con una ricostruzione storica attenta, il film scorre. Non dice nulla di nuovo, sposta solo parzialmente il baricentro, e il finale sembra un'illusione pseudo-romantica, ma è un'ulteriore squarcio di storia che solo il cinema avrebbe potuto rappresentare nella sua integrità e durezza. E di questi tempi, non occorre "dimenticarla".

Review 2011 - The Tillman Story






7.5 su 10

Per chi non ne avesse piena cognizione, la storia del giocatore di football Pat Tillman è uno dei tanti casi controversi che hanno caratterizzato l'epoca/amministrazione Bush Junior. La morte del ragazzo, determinata da "fuoco-amico", impegnato nella guerra in Afghanistan dopo un arruolamento volontario post-11 settembre, è stata oggetto, in qualunque maniera, di mascheramento, di manipolazione investigativa e di omissione reiterata, fino a diventare un caso interessante sotto un profilo politico ma anche di comunicazione. La morte di Tillman è apparsa infatti un evento a tutti gli effetti, dapprima elevato a simbolo di eroismo, divenendo strumento di propaganda ideologica, non molto lontana da quella smaccatamente totalitaria, poi un vero "caso" giudiziario, ricco di incongruenze, che si presta quasi del tutto, ormai, ad una lettura ambigua del sistema. Il documentario, diretto da Amir Bar-Lev, è un'esposizione chiara, poco politicizzata, molto lucida per ciò che concerne la complessità degli avvenimenti, visti dalla prospettiva umana (con la chiara volontà di non tralasciare anche aspetti privati, anche perchè la famiglia Tillman è al completo servizio della storia e inglobata nella prospettiva del regista) e nell'ottica di ricostruzione oggettiva della drammatica morte del giovane. Va fatto presente che Tillman non era un semplice soldato (nonostante avesse più volte manifestato, anche nei documenti relativi alle possibili esequie di "stato", l'intenzione di non essere trattato diversamente dagli altri), nè un giocatore di football di poco conto, ma un campione sportivo, inserito, nonostante limiti fisici, nella National Football League e diventato un simbolo del militarismo che caratterizzò il doppio mandato Bush, soprattutto nella fase immediatamente successiva all'attacco alle Torri, e che vide un paese allinearsi, per la stragrande maggioranza, a favore del conflitto in Afghanistan. In tutto questo, gioca un aspetto importante il ruolo propagandistico dei mass-media, che diventano "novellatori" di storie costruite ad hoc, per alimentare il consenso e definire una scissione manichea buoni/cattivi in grado di influenzare ogni strato della popolazione (stesso meccanismo legato alle armi di distruzione di massa). Ad un certo punto si fa riferimento anche al caso "costruito" della giovane Jennifer Lynch, imprigionata e torturata, che appare, per molti versi, una montatura mediatica. Il regista non arriva ad una conclusione univoca (che manca anche a livello ufficiale ancora oggi), e tende ad esprimere un'opinione, rafforzata dalla voce narrante di Josh Brolin, piuttosto definita ma non veramente politicizzata. Quindi è in grado di riprodurre l'elemento umano, senza per forza assumere una posizione antagonista al sistema, attraverso la problematizzazione, e cercando di inquadrare le opinioni dei famigliari, dei compagni, degli stessi generali coinvolti, a volte loro malgrado, nello scandalo. Il risultato è un tassello compiuto, un reportage chiaro, strutturato su una pluralità di livelli, che implica, tra l'altro, fenomeni come il "propagandismo di stato" e la veridicità dell'assetto "politico-militare", oltre ai limiti di un sistema che si definisce democratico. E fa indignare non puntando sulla lacrima facile, ma sull'ingiustizia della "verità celata", la stessa ingiustizia che provano i famigliari dei morti nelle "Stragi politiche" anni '70-'80 nel nostro paese, e che vedono un continuo reiterarsi del "segreto di stato". Il documentario su Tillman ha una forza rigorosa nell'assumere una prospettiva scomoda e pone la "moralità" dell'agire come modello chiave di un paese "democratico". E l'attualità non può essere che un termine di paragone chiaro.

27/01/11

L'Olocausto in formato cinematografico- Il "Giorno della memoria" in TV stasera

Train de vie - Un treno per vivere

In onda su Cult alle 21,00

In onda su La7 alle 15,55

Il "capolavoro" sull'Olocausto, il film che riesce in un'unica inquadratura a segnare il peso della portata storica di un evento tanto grave e abnorme. Sottovalutato dai critici internazionali e ricondotto ad una parodia beffarda, è un film lancinante e discreto, ma di una malinconia incredibile, difficile da spiegare a parole. Radu Mihaileanu mette insieme diverse radici culturali, cita lo sterminio di varie componenti etniche, in un treno verso la speranza difficile da dimenticare. E, come detto, in un'unica sequenza di gran cinema, fa gelare il sangue.

Il falsario - Operazione Bernhard

Alle 21,05 su RAI3

Un pò calligrafica ed eccessivamente prevedibile la parabola dell'ebreo-falsario Salomon Sorowitsch, chiamato a collaborare con i tedeschi, operando sul fronte delle falsificazione delle banconote estere. Il destino di un uomo si intreccia con la collettività e il dilemma, scontato, è il solito: "Collaborazione" o "Dignità"? Film fatto per piacere alla Academy (vinse l'Oscar come Miglior film straniero), ne rimane ben poco.


La vita è bella

Su Iris alle 21,10

"La vita è bella"è l'ultimo film italiano che ha avuto una risonanza internazionale notevole. Va dato merito a Benigni di aver saputo mettere mano in modo egregio alla materia e di aver messo su un prodotto storico basato essenzialmente su gag ed elementi manichei netti. Va dato atto, inoltre, al comico toscano, di essere stato in grado di capovolgere la tristezza in risata e viceversa, usando lo slapstick e non perdendo il proprio stile, riconoscibile chiaramente. "La vita è bella" è, però, un film molto leggero, mieloso, codardo, privo della forza necessaria ad un prodotto del genere e che evoca più la pietà che l'indignazione, sulle splendide note di Piovani. E' una fiaba che non fa porre domande, quasi rassicurante, sebbene drammatica.

The Reader - A voce alta

 Alle 21,15 su SkyCinemaHits

Per certi versi il riscontro con la tematica dell'Olocausto è forzato, ma la contestualizzazione e la riflessione non amorosa (con tanto di scene spinte), legata al processo per crimini contro la donna, esplora le concezioni giusnaturalistiche e giuspositiviste riguardanti la tematica del "crimine" affrontate nel vero processo di Norimberga. La donna, incolta e illetterata, interpretata da una brava (ma non da Oscar) Kate Winslet, diventa il simbolo di un paese contraddittorio, in cui la condanna diventa da una parte giustizia, dall'altra vendetta, in cerca di un capro espiatorio, rispetto ad un'intera società consapevole della portata storica dell'evento inerme e omertosa.

Il pianista

Stasera su StudioUniversal alle 23,10


Il capolavoro drammatico sulla Shoah (termine improprio) rimane, a pochi anni di distanza, "Il pianista" di Roman Polanski, storia vera di Władysław Szpilman. Il film, oltre ad affrontare la tematica della persecuzione ebraica in Polonia e a dare profonda compattezza e visione al carcere-ghetto creato in Varsavia, è un incessante e forte atto di lirismo, in cui si coglie appieno lo spaesamento di un grandioso Adrien Brody, che vaga in un mondo di solitudine e distruzione,  l'eco di note di un pianoforte. La musica è la salvezza, mentre il mondo rimbomba della musica della morte.

Ogni cosa è illuminata

 su PremiumCinema alle 23,20

Ripropongo un vecchio commento

La storia del passato come collante di una serie di "cimeli" che creano un'individualità. Jonhatan è un ragazzo ebreo americano piuttosto atipico. Occhialoni tondi grandi e faccia pulita. E' un alieno e Elijah Wood è l'attore più adatto. Cerca la Storia famigliare, trova l'Olocausto e la città Trachimbrod, in Ucraina. Ovvero la "non città". A suon di divertimento iniziale, con tanto di storpiatore di Inglese a guidarlo , Eugene Hütz, leader dei Gogol Borello, presenti nel film, il racconto prende, in modo percettibile, un altro filo e indulge su quegli unici strumenti/oggetti rimasti del vecchio paese in una casa circondata da girasoli. Ogni cosa è illuminata, allora, come da titolo. Un piccolo film, meritevole e intenso, con una prima parte irresistibile, e un'ottima capacità visionaria. Dirige Liev Schreiber.

 

 

Jakob il bugiardo

Su Iris alle 23,20

Terzo atto della Shoah-in-commedia, dopo Mihaileanu e Benigni. Dirige Peter Kassovitz, c'è Robin Williams. Non ho avuto modo di vederlo.