31/05/11

Review 2011 - Neds







Alla terza regia, Mullan si conferma autore di impatto, capace di rievocare un'inquietitudine umana attraverso una forma tradizionale e non lasciandosi imbrigliare da marcati elementi retorici. La linearità narrativa diventa la forza di una pellicola orientata sulla scrittura in sè come tramite di un elemento sociale che non diventa mai moralismo di bassa lega ma analisi psico-sociologica potente e immediata.

Il regista di "Orphan" e del più noto e discusso "Magdalene" torna alla macchina da presa (a cui affianca una redditizia carriera da interprete) con un'epopea della "marginalità" che si avvicina molto alla raffigurazione dell'adolescenza in Shane Meadows, che è il diretto referente, con l'unica corposa differenza nell'approccio stilistico, più caotico/contraddittorio/aperto nel director di "This is England", più impostato, umanistico e tradizionale in Mullan. Se questa premessa potrebbe essere sfavorevole allo scozzese, va considerato, da un altro punto di vista, che Mullan riesca ad essere molto più incisivo nel carico realistico dell'insieme, accrescendo la dimensione legata alla psicologia e non dimenticandosi di inserire un raccordo meno edulcorato sulla violenza fisica (che diventa spesso insostenibile). Per certi aspetti,entrambi gli autori rappresentano, nei film con riferimenti più o meno storici all'Inghilterra del tempo (passato e presente), una sorta di opposizione parziale e un'identificazione di prospettiva che li pone su livelli più o meno equivalenti. In "Neds" il marchio di fabbrica di Mullan si riversa sulla asciuttezza del Loach di "Sweet Sixteen", concentrandosi su un ragazzo singolo, interpretato da un "english-boy" tradizionale come Conor McCarron, faccione con quella parvenza di rossore tipica degli uomini dell'europa del nord e capelli biondini-rossastri. Mullan è davvero in gamba a delineare la parabola di desolazione umana di un semplice ragazzo-standard, di famiglia tradizionale, assumendo ripetumente e con slancio l'ottica del protagonista, fino ad entrare nei suoi sogni interiori, esteriorizzati attraverso lampi geniali e vere visioni (termine che si addice non poco, considerando qualche sequenza tra l'onirico e il surreale che fa cadere la carica realistica e accrescende l'elemento simbolico in un'accezione di una religiosità ambigua, come al solito per Mullan, dopo i conventi di "Magdalene"). In un linguaggio che trascende ogni artifizio, e si avvale di una ricostruzione leggibile, Mullan punta tutto sulla bravura, eccelsa, dei suo cast di giovanissimi "poco-noti" e sulla scrittura priva di momenti morti, nonostante la durata non da poco. Per ora, uno dei migliori film dell'anno.

29/05/11

Review 2011- Febbre da Fieno









Semplice e minuto, "Febbre da Fieno" è un patchwork visivo non entusiasmante ma comunque molto lontano dalla tradizione italiota imperante nel cinema da box-office della stagione. Laura Luchetti dirige una comedy-drama vecchio stile, magari affacciandosi con una certa scaltrezza sulla cinematografica estera. Discreto tentativo di ri-partenza.

Se c'è qualcosa di veramente ingiusto, nel nostro panorama artistico, è la vittoria della ripetizione. I film "fatti in serie" (e non parlo di una serialità autoriale vecchio stampo ma di quella da product-placement di oggi) sono film "popular", venduti e e vendibili ad un botteghino prevedibile e poco scaltro. La Luchetti (ma non è l'unica nè la migliore) ha il coraggio di osare e tende a svincolarsi dal clichè, non rinunciando a qualche traccia pubblicitaria non troppo nascosta. Magari ricade in qualche altra ovvietà, ma le sottigliezze non fanno bene alla critica. La vera cosa bella è che laddove persiste solo la commedia futile e spaesata, paesana e macchiettistica, maccheronica e italiota, "Febbre da Fieno" è un antidoto salutare, una sua drammatizzazione discreta, un po' internazionale, un po' vintage, un po' emotiva, un po' atipica. E' proprio il retrogusto che il film emana, tra sogno, realtà ideale (e attesa dallo spettatore) e realtà cinematografica (con uno scarto coraggioso) che riesce ad elevare la credibilità artistica dell'opera, piena di difetti (la voce fuori campo è imbarazzante nelle prime sequenza panoramiche su Roma) ma anche di pregi rari. In primis, la mancanza di volgarità, il tocco leggero, quasi impercettibile, del narratore esterno, la solidità di un cast poco noto, l'uso di una colonna sonora articolata (e che non si limita all'hit di stagione) e una certa grazia nell'assemblaggio visivo e scenografico (il negozio è un laboratorio molto cinematografico). Per essere un'opera prima e per cercare di affrancarsi dal "canone" stantio dominante, direi di non essere troppo fiscali e di mostrarsi soddisfatti. Certo qualche tratto diventa così sobrio da scavare nella pura fiction, ma nel complesso la partenza della Luchetti è sicura e stabile.

27/05/11

Capolavori - Me and You and Everyone We Know








Primo film della poliforme Miranda July, "Me and You and Everyone We Know" è un'opera di singoli momenti magici e surreali tra poesia della vitale ed elogio della stranezza umana. Film di pancia e di cuore, riesce ad essere anche un film di testa grazie ad una scrittura brillante e carica di significati sfuggenti.


Che strano questo film. Il concetto di "difformità" di solito è indice di ribellione. Eppure nella July la "stranezza" non ha che vedere nè con un dramma nè con un esagerato esporsi narcisistico. 
E' una variante stabile, umoristica, geniale, di accostamenti senza senno che non perdono mai di vista il senso della storia. Più che una "morale della diversità", la July tende ad una "morale dell'umanità", riuscendo a mettere in bocca ad un bimbo dolcissimo parole volgari che diventano immediatamente innocenti. E' proprio questo gusto antifrastico che permea l'opera. Come quando un pesce rosso diventa causa di una dinamica scena di azione/inazione che è memorabile. La comunità è rivista in frammenti, a loro volta combinati insieme per costituire un integrum narrativo di ferro. E la cosa sconvolge per ribaltamento del clichè e freschezza di caratteri, ma anche per una volontà di colpire lo spettatore con l'arma dell'iper-costruzione che sia visiva, sonora, interpretativa che sembra, quasi un contrappasso, estrmamente naturale. Non vi è nulla di naturale nè di stabile nè di ovvio, ma l'opera è naturale, stabile e ovvia. Dall'elogio della diversità, si passa all'ovvietà della stessa, che diventa famigliare, vicina, "normale". In 90 minuti la July riesce a rendere umani dei caratteri di carta e a far trasmigrare lo spettatore umano in quel potenziale carattere di carta,  non disdegnando una moderna sfumatura sociale, addolcendo i tabù e affrontando di petto il "controverso". E' una visione che fa bene al cuore, alla pancia e alla mente. E la July utilizza delle "sinestesie" motrici per creare il suo saggio sulla vita che risulta, nella sua sincera e calibrata organizzazione, molto più interessante di chi riempie le proprie opere di dissertazioni filosofiche senza senno e senza senso. Qui un senso c'è.

25/05/11

Review 2011 - Chico & Rita








Discontinuo ma affascinante "dramma" in musica trasposto sullo schermo in chiave animata, "Chico & Rita" è un'opera multiforme, in cui le singole facce (dal repertorio musicale alla componente amorosa, al paesaggio ambivalente di mondi distanti) si amalgamano a fatica in una sintesi interessante e vitale, ma non per questo priva di qualche difetto, seppur non troppo evidente, di organizzazione della materia.

"Chico & Rita"è una sorta di "Buena Vista Social Club" al contrario, con un'incidenza musicale meno legata ai ritmi della terra di origine e più indirizzata al bolero sinuoso da caffè, da salotto, da concerto e più vicina al jazz ibrido e sempre in mutamento (che accoglie la tradizione latina). Ma ciò non gli impedisce di essere una visione speculare altrettanto vernacolare (seppur in modo diverso), soprattutto nella prima parte del film, non disdegnando nemmeno nudi veri e proprio e scene di amore passionale. In fin dei conti, più che un film sulla musica cubana, "Chico & Rita" è un affresco sul substrato culturale che una componente di diversa provenienza etnica può accrescere in un dato contesto ambientale. Il bolero, la voce suadente, delicata e malinconica di Rita si uniscono alle scuole musicali di tanti "altrove", creando una combinazione unica, una forma di jazz nuova, che la definizione scolastica è solita etichettare come "latin jazz", negli anni 40'-50'. Quindi c'è il dato culturale, ma evidentemente non può bastare e, infatti, i registi Fernando Trueba e Javier Mariscal aggiungono una componente "storica", di visione per nulla prevenuta su una Cuba straripante e colorata rispetto ad una freddezza glaciale delle varie metropoli occidentali. A dire il vero, il passaggio geografico non aiuta a dare al film un'organicità precisa, soprattutto perchè lo costringe ad optare per ellissi evidenti e a diventare frammentario, rendendo l'opera stessa meno ammirevole sotto un profilo unitario. E la cosa è ancora più scoraggiante per la volontà di determinare, in modo coraggioso, una compresenza di elementi artistici e sociali di non poco conto, unendo all'animazione caratterizzata una storia amorosa, elemento centrale, che tende a prevalere sulla documentazione realistica e sulla stessa importanza assunta dalla musica. In tutto ciò, l'appeal viene a cadere in molti punti, pur non compromettendo la riuscita del lungometraggio in sè, che è un piccolo viaggio visivo, uditivo ed emotivo di sincerità enorme e di ammirevole intenzione.

24/05/11

Review 2011 - Angèle e Tony






Intimo racconto carico di una speranza lieve, "Angèle e Tony" è una descrizione minuta e mai eccessiva, pudica nel senso letterale della parola. Eppure in questa "poesia delle piccole cose" si intravede, man mano, una grazia rara e un'empatia corposa. La regista, Alix Delaporte, è l'incarnazione di un cinema francese forse demodè ma di rara comunicabilità con un pubblico non vastissimo ma fidelizzato.

Comincia davvero male, il film di Alix Delaporte, il che significa, in un'ottica diversa e speculare, che cominci davvero bene. La regista non ama scioccare con un assunto adrenalinico, nè eccedere in un linguaggio visivo fine a sè stesso. Semplicemente decide di spiazzare lo spettatore, facendogli, di netto, accantonare la possibilità di capire chi siano i personaggi portati sulla scena. Comincia male, nel senso che un individuo abituato alla tradizione hollywoodiana, che parte con il botto o con un'introduzione limpida, si trova immediatamente catapultato in un mondo asettico, carico di silenzi e di campi lunghi, con una protagonista statica, che sia in una scena amorosa o in un bar. La Delaporte preferisce disseminare qualche indizio, ma non riesce a carpire l'attenzione di chi guarda come fa un thriller perchè il suo modello di riferimento è il dramma umano, agrodolce. In poche parole, utilizza la tecnica del frammento in un'opera psicologica, lontanissima dal contesto canonico di riferimento. Poi, pian piano, con una certa disinvoltura, aggiunge l'elemento narrativo vero e proprio, magari non dimenticandoi di aggiungere una quantità moderata di naif e una certa freschezza espositiva. La progressione delle "piccole cose" quotidiane aumenta e si trasforma, nel finale lieto, in una poesia, un attimo che diventa una serie di istantanee cariche di una speranza naturale, umana. E , in questo modo, l'asetticità dell'introduzione viene meno con costanza, fino a concedere un attimo di "respiro vitale", semplicemente facendo leva sulla storia in sè, sui caratteri moderati, sull'assenza di parole, sul peso del paesaggio e su picchi interpretativi misurati ma non per questo meno rimarchevoli. La "poesia delle piccole cose" della Delaporte diventa una sottotraccia di un cinema prevalentemente francese che è destinato a sopravvivere, nonostante tutto, in un distacco apparente che non è stato mai così umano e in una dolcezza che non è stata mai così lieve. L'incontro di due anime non è altro che un incontro di due anime. Bisognerebbe dare lezioni a molto cinema vacuo che problematizza il semplice.

23/05/11

Tv-Esclusiva - Exit Through The Gift Shop










Stasera alle 21,00 su RAI5

Il documentario su Banksy, di Banksy, con Banksy, presenza  invisibile, camuffata. E' il prodotto, sempre che sia la definizione adatta, più atipico dell'anno e probabilmente l'operazione più intelligente che si potesse mai creare attorno ad un personaggio così sfuggente e ambiguo. Per chi non lo sapesse, Banksy è un vero artista da strada, ma al contempo è la figura più controversa della sua generazione. Non ci sono foto che lo ritraggono, nè fermi ufficiali nonostante l'attività poco ortodossa. Non ci sono interviste, nè discussioni realistiche sulla sua vera identità. L'uomo che si nasconde, incappucciato nel film, è una sorta di "maschera", un simbolo della provocazione e del condizionamento di massa, prima di essere una persona reale. E Banksy gira un documentario su sè stesso, che ben presto prende la strada del mock, in cui il confine tra realtà e fantasia viene meno, continuamente. Chi sarà Guetta, il Mr. Brainwash del film? E' una persona o un personaggio? La realtà è quella argomentata dall'inizio (con tanto di videocamera amatoriale e una serie di nastri raccolti dal 1999), in relazione all'apogeo della street art come movimento anticonformista, oppure è una realtà ricostruita, pensata per lo schermo, in cui i personaggi stanno continuamente al gioco? Se il trailer del film, presentato al Sundance, è stato un viral capace di conquistare la rete, questo film non è in grado di dare alcuna risposta realistica e accertata. E' un'operazione che riflette sull'arte e arriva alla sua negazione, con la critica alla capitalizzazione, ma anche con l'impossibilità metaforica di una conoscenza. Così come gli stencil di Banksy, i "rats" e tutte le figure allegoriche che ne sono espressione, il film non offre una visione accettabile e coerente, crea fenomeni inesistenti e sottrae la verità, continuamente, al conoscibile. E' una grande baracconata di storie, senza un vero fine. E questo è il suo pregio più grande. E' un documentario che può far storcere il naso, ma Banksy non mira certo a conquistare, bensì a problematizzare il semplice e semplificare il complesso, evitando di dare una chiave. Brutale, ma coerente con la propria etica artistica.

Review 2011 - Pirati dei caraibi - Oltre i Confini del mare






Da "non-fan" della serie, vista di sfuggita e senza un minimo di interesse critico, il parziale reboot di "Pirati dei caraibi" non ha nulla di più, nulla di meno dei suoi predecessori più o meno illustri, in termini di appeal. E' un giocattolone vecchio stile, tra trovate visive riuscite (ma anche un inutile dispiego del 3D e un confenzionamento della computer grafica a volte raffazzonato), con una semplicità di dialoghi da rendere i vecchi Indian Jones dei film ermetici, in cui domina la figura di un Jack Sparrow traballante come al solito, ma meno definito e l'azione diventa la vera protagonista, mentre il director, il Bob Marshall di "Chicago", tende a dare il suo contributo con affascinanti ma poco funzionali visioni "quasi danzate" e non coglie appieno la potenzialità di una macchina più rigorosa. Per il resto, l'inclusione di altri personaggi è quasi superflua e i nomi altisonanti non fanno che aumentare il senso di inadeguatezza dei cambiamenti. Scegliere Penelope Cruz e poi affidarle un ruolo centrale, ma anche privo di un'introduzione logica adeguata, è un po' un contrappasso. E lo stesso si può dire del "Barbanera" di Ian McShane, che non è affatto male nell'insieme, ma non viene sfruttato a dovere, anzi è travolto, suo malgrado, da un elemento grottesco inspiegabile. Insomma, un difetto sta proprio nel distacco netto dalla vecchia produzione, il trittico di Verbinski che, pur non avendo sempre storie degne (il canovaccio qui si complica), era piuttosto unitario. Non è che poi la Knightley o Bloom fossero, per dirla tutta, grandi interpreti dei personaggi della vecchia produzione, ma era lecito attendersi una maggiore varietà psicologica e non il contrario. D'altronde, come dicevo, l'appeal sul pubblico non manca, e il film riesce, sottraendo qualche picco horror, ad essere comprensibile anche dai più piccoli. E' come se il produttore, Jerry Bruckheimer, stesse cercando, fin dall'inzio delle riprese, nuovi fan in età scolare per continuare il suo percorso, accettando di perdere buona parte dei fan della prima serie (e gli incalliti sono costantemente venuti meno e diventati più critici a partire dal secondo capitolo della vecchia saga). Va detto che l'elemento migliore del film (oltre alle musiche di Hans Zimmer, come al solito favolose) si rinviene in un'attenzione ai personaggi minori (con il "Barbossa" di Geoffrey Rush un po' appannato), grazie alla sottotrama riguardante il rapporto tra l'uomo religioso e la sirena, che è davvero una piccola perla di bellezza visiva e combinazione con il mito (la sequenza delle sirene che attaccano la scialuppa è veramente ben costruita, d'altraparte e fa intendere che è il big-moment/climax della storia), grazie all'alchimia tra Sam Claflin e Astrid Bergès-Frisbey (che assomiglia alla più nota Gemma Arterton).

22/05/11

Review 2011- Come l'acqua per gli elefanti









La fiera del "già visto" in un pesante dramma da triangolo amoroso tutto giocato sugli eccessi macchiettistici di caratteri pedanti. Se qualcosa si salva, è nella capacità di congelare il tutto in un'eleganza della forma articolata e accattivante.


"Come l'acqua per gli elefanti" è un dramma vecchio stile, di quelli tutti giocati sulla voce narrante extradiegetica del personaggio principale (con rimando alla sequenza introduttiva e finale in cui il protagonista invecchiato apre e chiude il lungo flashback narrativo) e su una giustapposizione causa-effetto di eventi che hanno caratterizzato la giovinezza rimembrata di chi racconta. Così, seguendo una linearità temporale estremamente precisa (e l'elemento "convenzionale" diventa troppo evidente anche per lo spettatore meno scaltro), l'opera è una summa di elementi diversi tutti legati all'atmosfera circense e al rapporto triangolare tra i  personaggi fondamentali. Per quanto, infatti, i characters secondari cerchino di entrare in scena, la semplicistica evoluzione narrativa richiede la presenza di un protagonista, un antagonista e l'oggetto (soggetto in questo caso, la donna) del contendere, determinando brusche uscite di scena dei personaggi di contorno, usati come aiutanti/oppressori, secondo l'ottica classica, o al massimo per aumentare la carica grottesca di singoli frammenti descrittivi fini a sè stessi. A ciò magari si aggiunge, come in ogni racconto che si rispetti, un riferimento al mondo animale (in questo caso l'elefantessa Rose) naturalmente antropoformizzato. Ed ecco, che il melò vien fuori, carico di violenza, personaggi manichei definiti a priori (ed è un peccato vedere un attore premio Oscar come Christoph Waltz diventare una stanca ripetizione del "folle cattivo sadico" in ogni comparsata/parte che recita nei film hollywoodiani, non dimenticando il ruolo in "The green hornet"), e scene strappalacrime, con una serie di traversie per il giovane eroe-buono (Pattinson che si sporca il viso e che non farebbe male ad una mosca, come San Francesco) e per la povera Reese Whiterspoon, che, tra un vestito luccicante e l'altro, è costretta a subire le angherie/umiliazioni del violento amante/datore di lavoro, tutto dedito al guadagno, all'accumulo, quasi un "Mastro Don Gesualdo" e alla forza bruta contro i suoi dipendenti, animali o meno. La "favoletta" (perchè il livello di analisi psicologica è quella, ma evitando anche un discorso pedagogico/simbolico complesso) è riuscita, ma qualche levigatura gli ha impedito di essere troppo trash. C'è infatti un assetto di ricostruzione visiva, firmato Francis Lawrence e "fotografato" dal grande Rodrigo Prieto che si sottrae alla normale destinazione dell'opera e la nobilita. Per quello che può.