30/06/11

Amarcord - The Station Agent






In attesa di "Win Win", in uscita a luglio nel nostro paese, ecco a voi "The Station Agent", primo film di Thomas McCarthy.

"The station agent" è una particella minuscola, un piccolo ma incisivo sguardo sulla periferia americana, sulle grandi case immerse nei giardini come organi in un corpo, sulle stazioni diroccate che sembrano uscire da un film western dell'epoca del bianco e nero. Non ha nulla di entusiasmante, nulla di avvilente. La storia di Finbar McBriden (interpretato da un attore di prima classe, Peter Dinklage, oggi protagonista del serial "Game of Thrones"), ruvido uomo affetto da nanismo, è inserita perfettamente in un discorso narrativo in cui è difficile distinguere del tutto il dramma dalla commedia, attingendo ad una joie de vivre (e di sopravvivere) che non riguarda solo la sua persona, ma anche quelle che la circondano, come la depressa Olivia Harris (e solo Patricia Clarkson poteva essere tanto perfetta per un ruolo ambivalente, tra estrema vitalità e momenti di sofferenza interiore), il logorroico venditore di hot dog con padre ammalato Joe Oramas (Bobby Cannavale, un abitudinario per il regista) e la gioiosa e problematica Michelle Williams, bibliotecaria. In tutto l'arco del film la sofferenza di chi vive situazioni di disagio è accompagnata dalla continua capacità di afferrare una ragione di vita, un guizzo prolungato di felicità, magari nelle amicizie reciproche, di quelle nate quasi per disperazione e che diventano perfette possibilità di dare una svolta. La cosa che più colpisce dell'opera è la cura certosina per i dettagli della personalità (il clichè è solo incidentale, come nel caso dell'impiccione latino), per le armonie dell'ensamble, per la normalità con cui viene affrontata la situazione, per il tono dimesso ma accattivante. Il regista, che seguirà, in modo diverso, questa volontà di rappresentazione ai margini nel successivo "The visitor" con Roger Deakins, riesce a definire umori dei suoi characters e a sprigionarli all'esterno, allo spettatore. La cosa buffa è che chi guarda resta così coinvolto dalla normalità della situazione da divenirne parte interna, come se egli stesso fosse un personaggio, inserendosi nel contesto al pari di un amico fidato. E' la normalità del cinema, la sottrazione della narrazione coatta e mirata, e, perciò, si avvicina molto alla vita. Ed è emotivamente trascinante, vicina, senza bisogno di enfasi o di caratterizzazioni spicciole.

28/06/11

Review 2011 - Arthur









Revisione. Rifacimento. Riaggiornamento. Remake. "Arthur" è la versione 2011 di "Arthur" versione 1981, a sua volta revisione "creativa" di una serie di commedie anni '40, a loro volta fuoriuscite da stampi della generazione anni 30', a loro volta frutto di un disegno cinematografico più europeo che americano. E così nacque un genere sempre uguale a sè stesso, nei suoi meccanismi, non nella sua riuscita. Niente di nuovo, niente di che, e soprattutto nessun tocco d'arte a salvarlo dall'oblio del suo egocentrismo e della sua ambizione, figlio moderno di antenati troppo illustri.

Un merito va dato ad "Arthur", versione 2011, regia di Jason Winer: la piacevolezza. Non ostinato come le nuove commedie volgarotte del decennio (tra punti massimi sublimi e terrificanti battutine pre-scolari), la pellicola con Russel Brand è un tentativo di svincolarsi dalla trita e ritrita "ottica" sessuofila del mood statunitense a vantaggio di qualche scelta più patetico-referenziale. Ma il demerito maggiore di "Arhur" è l'essersi addentrato senza alcuna consapevolezza critica nel sentiero ameno e difficile della commedia propriamente classica, quella che nasce con Lubitsch e arriva a maturazione con Wilder, fino a diventare un canovaccio standard, un marchio di fabbrica in continua decadenza, bypassando cambiamenti sociali in modo spesso arguto, ma anche finendo in una voragine qualitativa difficile da riempire. "Arthur" sta proprio in questa seconda categoria. E' un film di intrattenimento, spesso incolore, spesso asettico, ma non ha nè un bisogno nè una necessità. Anche l'originale del 1981 non è che fosse (soprattutto considerando anche il sequel di pochi anni più tardi) una fonte imprescindibile, ma almeno univa in uno sgangherato cocktail-party artistico attori/caratteristi perfettamente in parte, dal compianto Dudley Moore all'Oscar John Gielgud, senza dimenticare Liza Minnelli, non evitando di interagire con lo yuppismo rampante tipico del periodo. L'"Arthur" di oggi non è una critica sociale al sistema, è una favola che assomiglia sempre di più solo ad un'angolazione di realtà, quella che magari, tra scandali e poco altro, fuoriesce dai giornali di gossip, sebbene sia edulcorata, positivizzata. Ed è quotidiana molto più che allora, tanto che alcune sequenze come la BatMobile sembrano riecheggiare inchieste giudiziarie e dicerie vere o presunte dei nostri giornali. Arthur risulta così insieme un personaggio moderno ma anche superato in termini di idiozia da altri nuovi e vecchi anchorman in cerca di festini e adulazioni, che sperperano money in frivolezze patologiche. Il film è leggero, rispetto alla pesante realtà. E il cast non è all'altezza del vecchio ensemble, con un Russel Brand dalla vocina fastidiosa che perde appeal quando si prende sul serio, una magistra Helen Mirren che si confronta con un monster della recitazione come Gielgud senza brillare, e due attrici di nuova generazione molto diverse, una depotenziata Greta Gerwig un po' persa, un po' Amelie, e una sensuale ma rigidissima Jennifer Garner. La scolare direzione di Winer rende ancora più drammatica la sorte del regista originale della pellicola, che aveva osato molto di più in termini comici e non, quel Steve Gordon di cui "Arthur" rappresenta l'unico progetto cinematografico andato in porto, prima della morte nel 1982.

27/06/11

Review 2011 - Cars 2





Il rombo dei motori delle macchinine più cool della nuova generazione finisce in un tonfo secco, quando al posto del carburante gli sceneggiatori mettono insieme una serie di clichè angustianti e poco edificanti. "Cars 2" conferma la qualità standard del primo capitolo, piuttosto bassa se comparata ad altri film di produzione Pixar, con un'aggravante notevole: la pura volontà di lucrare sul motivo seriale facile facile. E la parola "sequel" comincia a ritornare troppo spesso nella filmografia Pixar.

"Cars 2" è l'esatto complementare del primo capitolo, successo più di merchandising che di botteghino e critica. Abbastanza scorrevole e prevedibile, con una lunga serie di luoghi comuni che potrebbero causare orticaria a chi cerca un minimo di cinica realtà, "Cars 2" è anche un prodotto piuttosto vuoto, in molti casi eccessivo nella caricaturizzazione dei personaggi ma soprattutto dei luoghi destinati alle gare, con un'Italia che si avvicina molto a Neri Parenti e all'immagine volgarotta e insolente piuttosto che alla realtà molteplice dei nostri costumi. Lo stesso accade con il Giappone e con l'Inghilterra, nuovamente "tipizzate" dall'occhio approssimativo americano con la sua visione "all-over" del mondo. E non è un semplice peccato veniale, quanto la constatazione che il rapporto con le culture "altre" diventa saccheggio (nel caso di Miyazaki) oppure canzonatura. "Cars 2" è un film baby, ma talmente baby da risultare lontanissimo dai suoi predecessori, "WAll-E", il nonnetto di "Up";  il capitolo conclusivo e con lacrimuccia della saga "Toy Story". E' un prodotto depotenziato di coraggio e di artisticità, che si raccorda al cinema per bambini come nemmeno più vecchie produzioni meno blasonate fanno (leggasi il riferimento all'evoluzione continua dellla Dreamworks). E' un tripudio di scintillanti tinte accese, un attento e di mestiere lavoro di grafica e computer, un intreccio estenuante e un po' patetico di sentimenti sotto una traccia di action senza vette. E' un film modesto, maledettamente piatto. Il che non fa che confermare come Lasseter abbia problemi da director piuttosto evidenti. per questo, un ritorno di Brad Bird sarebbe un toccasana artistico di un certo peso.

23/06/11

Review 2011 - Killers






Direttamente in homevideo, l'ultimo tassello della cinematografia spicciola e demodè di Luketic parte con una certa carineria per finire in un disastro narrativo riconciliante da film demenziale. L'intento di far rivivere la comedy hollywoodiana degli anni 40' viene ridicolizzato da un colpo di coda paradossale che oltrepassa la soglia limite del no-sense. E gli attori fanno l'occhiolino sorridenti e amorfi come statue di bronzo pronte ad essere fuse.

Rivitalizzare. Un termine che non ha un senso nella cinematografia americana, soprattutto in un territorio tanto, troppo difficile, come la commedia. D'altronde, se la produzione statunitense cerca di tornare al passato dell'età dell'oro della comedy, quando la Hepburn (Katherine) giganteggiava e vinceva Oscar, in Italia si cerca di bissare/trasporre la commedia corale di Monicelli, Risi e pochi altri. E' un continuo e dilatato remake di decenni di serialità artistica e, forse, per certi versi è l'unica possibilità di mantenere a galla umori nazionali in cerca di svago perenne. Luketic propone una versione old-style fin dall'abbigliamento vintage, tra nastrino-foulard dell'attrice Katherine Heighl e abito informale dell'attore Ashton Kutcher, che cerca di riallacciarsi all'inventiva "strafumata" di molte commedie del passato. La cosa notevole (e non è un caso, lo stesso è accaduto con l' opera precedente del regista, "La dura verità") è che per i primi minuti, tolte le esagerazioni da action anni 70', il confronto sembra reggere, sebbene in minuscola parte.. Ma l'impressione è fuorviante, per non dire errata, per non dire offensiva. Il tutto diventa ben presto un pastiche narrativo, una veloce corsa affaticata e surreale verso un finale scioccante, in cui il paradosso diventa incapacità di reggere le nozioni elementari di verosimiglianza, in cui il banale si trasforma in mostruosamente banale, il kitsch in spazzatura, un qualsiasi film italiota da quattro soldi (in termini di qualità mica di budget) in un cult assoluto. E Luketic ci regala due mostri dell'espressione assente come la Heighl e Kutcher, senza dimenticare di aggiungere altri, troppi, personaggi messi lì giusto per dare quel minutaggio necessario per far quadrare il cerchio della temporalità media di un film del genere. E se c'è un redidivo Tom Selleck forse qualcosa sfugge davvero alla comprensione critica del regista. Forse va bene così. Forse, ma forse, ma si...


21/06/11

Review 2011 - "Winnie The Pooh : nuove avventure nel bosco dei 100 acri"









La bellezza non ha età e nemmeno attualità. La Disney torna a rispolverare la vecchia maniera, quella bidimensionale, sceglie un mito dell'infanzia di tutti, il pop-gadget Winnie The Pooh e tira fuori un film splendidamente fuori tempo massimo, tra articolazione narrativa elementare e poesia infantile. L'utopia si accompagna alla deliziosa ricostruzione formale, mentre ritorna, come una madeleine proustiana, a galla un passato individuale scolpito come una pierta nella mente di tutti, l'età della fanciulezza. Peccato che forse l'anacronismo e la demistificazione, ad oggi, siano le uniche possibilità adulte di lettura.

Il mito di Winnie The Pooh, da un punto di vista prettamente commerciale, non è destinato ad essere scalfito dalle mode passeggere provenienti dal Giappone e affini. Da un punto di vista artistico, invece, l'era dell'orso mieloso è finita da un pezzo. Va dato atto alla Disney di avere osato riportare a galla un formato, quello bidimensionale e quasi pittorico, ormai escluso del tutto o quasi dall'animazione di matrice hollywoodiana. In Francia c'è Chomet, il notevolissimo regista di opere d'arte animate malinconiche e silenti. In Giappone, lo Studio Ghibli si vanta di un Miyazaki affascinante, mentre qualche sorpresa arriva dalla stop motion intercontinentale. La Disney ha perso smalto a favore della facilmente vendibile Pixar, diventata il traino dell'azienda del vecchio Walt. E così dopo "Rapunzel", riconvertito in 3D, uscito lo stesso anno di "Toy Story 3", il binomio continua con l'affondo romantico di Winnie e la campagnia di merchandising del sequel di "Cars", il più debole della stagione Pixar da anni a questa parte. Allo stato attuale, non è molto difficile ipotizzare uno straordinario successo delle macchinine di Lasseter rispetto al candido bosco di Willie, visti anche i risultati imbarazzanti di quest'ultimo in molti botteghini europei. Ed è un peccato. Perchè la nuova avventura cinematografica del clan Willie è di una leggerezza inusuale, di una facilità debordante, di una semplicità perfetta per l'età scolare. Mi riferisco, forse (e da qui l'amarezza), ai bambini di qualche generazione fa, non a quelli da anni soggetti a processi di spettacolarizzazione tramite ogni mezzo comunicativo. Con una capacità minuziosa di analisi dei personaggi, sempre nei limiti del vecchio politically correct, e con una serie di storie legate, in un'ora scarsa di durata, "Winnie The Pooh: nuove avventure nel bosco dei 100 acri" è un'opera conciliante e normale, capace di aprire varchi mentali nella testa dei più grandi e di commuovere per la delicatezza, anche dei toni visivi, classici, come se l'innovazione tecnica ci avesse abbandonato, o almeno, per un attimo dimenticato. Il ritorno ai classsici minori della Disney è immediato, tra momenti musical e una voce narrativa che chiude il cerchio. Ed è questa la bellezza consolatoria del film, se non ci fosse la percezione reale che opere come queste rischino di essere cancellate dalla dimensione moderna dello "spettacolare", dell'artificio fine a sè stesso, dal cadeu inutile della tridimensione. Sui titoli di coda, canta Zooey Deschanel.

18/06/11

Review 2011 - I guardiani del destino






L'esordio alla regia di George Nolfi, screenwriter, si lascia apprezzare per la notevole capacità visiva, grazie alla mano di un veterano come John Toll, ma il colpo è fallace laddove si incontra Philip K. Dick e la commistione tra fantasy e romance non trova una propria stabilità reale, edulcorando trovate narrative di peso e concentandosi eccessivamente sulla storia individuale dei due protagonisti. Il duetto Damon-Blunt funziona alla grande, la sintonia è perfetta, i tempi recitativi affini. Ma la prevedibilità è dietro l'angolo e il risultato è una confezione formalmente ineccepibile con contenuto decisamente inferiore alla attese e al nome del marchio letterario che porta.


Trovarsi di fronte ad un esordio alla regia di uno screenwriter è causa automaticamente di un pregiudizio. Ci si interroga sulla capacità generica di uno sceneggiatore di riuscire ad essere un regista adeguato. "I guardiani del destino" sfata quest'ottica di base, anzi la capovolge. Nolfi, alla prima regia, riesce a portare a casa il risultato attraverso un attento lavoro di direzione complessiva, soprattutto misurandosi con una raffigurazione di certo non facile e ormai inflazionata, il contatto con la New York moderna, raggelata con eleganza e vista nel suo maestoso contrasto tra vecchio e nuovo, architettura razionalista e piccole cellule di matrice organica che la rendono un fiore all'occhiello. Il problema è un altro ed è affrontabile secondo due angolazioni diverse. Nolfi, infatti, sceglie di misurarsi con un autore di una complessità nota, quel Philip K. Dick che ha rappresentato il fantasy del Novecento, i cui testi sono diventati adattamenti cinematografici quasi mai riusciti (e in particolare ricordo l'esperienza traumatica con "Next" e il viaggio oltreoceano di John Woo in "Paycheck"). Nolfi, in questo modo, non si mette al riparo dalle critiche da parte di chi vede nella trasposizione un evidente limite artistico, anzi decide (ed ecco il secondo motivo di insuccesso parziale) di trasformare una riflessione totalizzante sul libero arbitrio e l'essenza dell'uomo in una storia individuale chiusa in sè stessa, omettendo il senso profondo del testo originale trasformando il tutto in un'opera a varie velocità e diciture, tra aplomb perfetto, commedia sofisticata e action pura, con il fantasy a fare da sfondo. Il processo è noto e si può definire un tipico caso di adattamento "americanizzato", soggetto ad un processo di semplificazione molto diffuso ad Hollywood. L'intera narrazione, quasi liberata del tutto da riflessioni pseudo-filosofiche, diventa un buonista incontro tra due anime, interpretate da Matt Damon ed Emily Blunt. E il vero piatto forte del film è la grande compliicità tra i due attori, che consentono di migliorare la qualità di situazioni tipiche della "sophisticated comedy" e danno vita ad un rapporto davvero intenso e affiatato. Gli altri personaggi ne risentono notevolmente e l'accentramento individuale comporta, inoltre, una flebile definizione dei characters di contorno, siano essi importanti o meno ai fini narrativi. "I guardiani del destino" merita una visione, anche se, forse per una certa piattezza e mancanza di colore, non convince mai realmente.

17/06/11

Review 2011 - Manuale d'amore 3







E' circa un decennio che il film "tematico" irrompe sistematicamente nella cinematografia italiana. Dal "cinepanettone" al "cinecocomero", dai Vanzina al Lucini di "Oggi Sposi", senza dimenticare uno dei "re" (nostro malgrado) del film romantico/generazionale/societario, quel Fausto Brizzi che ha portato la televisione sul grande schermo. Veronesi ci tiene a mantenere viva la tradizione con il terzo episodio, non richiesto, di "Manuale d'Amore" e continua una parabola discendente, tra macchietta e scarti di sceneggiatura, nonostante il tono elegiaco, decisamente inadatto. Non ci sono scuse. "Manuale d'amore 3" mostra che la linfa vitale della commedia nazionale scarseggia e, per correre ai ripari, c'è bisogno di un cambiamento radicale. E l'acquisto di ex pezzi da novanta come De Niro non è la medicina ad una malattia ben più grave. Citofonare Zalone.

Veronesi ha tentato il "colpo facile", con la benedizione del "presidentissimo", e l'ha fallito. Terzo capitolo di una saga di successo, quel "Manuale d'amore" che ha fatto presa sul pubblico più per strategie di marketing che evidente forza comica. L'ars amandi è diventata una formula, una "serie", una summa diversa di episodi antitetici, collegati o meno nell'intreccio narrativo. E, come ogni formula, ha subito un evidente contraccolpo con il secondo capitolo in termini qualitativi, fino a diventare un sonoro tonfo nell'ultima versione uscita quest'anno. La "chiamata alle armi" di De Niro, quel Bob che sta affossando con grande efficacia una carriera di primo piano, e l'arruolamento di Verdone/Scamarcio non salva la roccaforte nè sotto un profilo economico nè sotto un profilo artistico. Veronesi non è mai stato un fine uomo di cultura, nelle sue pellicole, ha cercato una rappresentazione tipizzata, non sempre di infima qualità, ma molto legata ad un'ottica comune, al clichè. E' il tipico regista dell'Italia degl primo decennio del 2000, troppo attento al pubblico, quasi inacidito nei confronti di chi non gli riconosce meriti come quello di aver "modernizzato" la commedia, creando un raccordo tra la fase "classica" della nostra cinematografia e quella moderna. Personalmente, lo ritengo non molto distante dal Pieraccioni incolore, in cerca delle geometrie di scrittura alla Brizzi, alter-ego perfetto di quel Verdone che lo accompagna spesso nelle sue opere e che, ormai, si è ridotto alla ripetizione con varianti (per esempio nell'ultimo "io, loro e Lara"). Il problema del regista toscano è molto simile a quello dei colleghi appena citati e si dimostra chiaramente in questo capitolo. In molti non hanno cognizione, ancora oggi, che la scelta del soggetto e la capacità di una scrittura unica centrale sia la cosa più importante per far funzionare una commedia. Il film ad "episodi" ha avuto una gloria imperitura nella nostra società anni 60', rischiando in alcuni casi circostanziati di diventare bozzetto semplicistico. Il voler riportarlo in vita magari edulcorandolo con fotografia patinata, product-placement, attori ad impostazione teatrale, è un passo falso, fuori tempo massimo, un fenomeno accettabile solo per una fase di passaggio, non destinato ad un grande fututo. E' per questo che una narrazione, di certo imperfetta, ma vitale, come quella di Nunziante per Zalone , è esplosa di netto, per la sua capacità di seguire una strada paradossale e lineare, magari accentrata sul personaggio, evitando di caricarlo di eccessivi legami a situazioni precedenti. In "Manuale d'amore 3" si tenta di mescolare comicità e una certa poesia del tema, seguendo tre linee guida, tre episodi interni, legati in modo risibile con accenni difficili da cogliere in certi casi. Nessuno dei tre episodi ha un che di memorabile, si tratta di evidenti "costruzioni" incolori, magari un po' artigianali, un po' naif, un po' prive di razionalità, che non dicono nulla allo spettatore, a volte aperti da monologhi recitati imbrazzanti, con un "Cupido" (Emanuele Proprizio) che sembra uscito da una recita scolastica e delle grosse insicurezze anche da parte di Scamarcio, Chiatti, senza parlare del trittico altrettanto ridicolo Belllucci-Placido-De Niro. Entrambi gli episodi (primo e terzo) sono di una pochezza esasperante e si dilungano eccessivamente. Meglio va con l'amarezza del secondo, in cui torna a volare Verdone, con una scansione perfetta e tipicamente italica dei tempi comici ed un affiatamento notevole con la brava Donatella Finocchiaro, insieme ad un soggetto surreale che permette di portare in scena, per pochi secondi, nei panni di una psichiatra, una rinata Lella Costa. A chi volesse vedere il film, consiglierei solo il secondo episodio, che, lungi dall'essere perfetto, mostra che Verdone un po' di stoffa ce l'ha. Nonostante tutto.

16/06/11

Review 2011 - Venere Nera (Venus Noire)













Presentato a Venezia la scorsa edizione, ancora inedito da noi, ma con acquisto da parte della Lucky Red, "Venus Noire" è un'opera complessa e ficcante. Dalla durata abnorme, vicina alle tre ore, la pellicola è un colpo al cuore e all'anima degli spettatori, ma anche un j'accuse contro l'umanità, vista come un mondo deforme e grottesco di violenza e crudeltà, di perversione e di pazzia. Il contrasto tra l'individuo e la collettività raggiunge l'apice della drammaticità e riesce, anche grazie a primi piani strettissimi, a ribaltare l'ordine delle cose. Il volto di Sarah Baartman, Venere Ottentotta, guardata come una bestia da soma, un animale esotico, una fiera peccatrice, è di una bellezza disarmante e unica, mentre chi la addita dall'esterno come fenomeno da baraccone,  è, in realtà, in viso, di una grossolanità che sfiora la caricatura, il brutto, il grottesco, l'inumano. Il film di Abdellatif Kechiche è un vero dipinto, che entra nella storia del tempo (nell'800) e riesce ad identificare i tratti distintivi dell'odio e del razzismo, venuti fuori dal colonialismo e dal contatto con mondi lontani e diversi. Così il corpo della Baartman viene staccato dalla sua anima e diventa "corpo bestiale" da montare, da toccare, da vivisezionare, da sfuttare, da esporre, da denudare, da vendere. In realtà, il regista non è un povero stolto in cerca di una martire. Sarah è, per certi versi, artefice del suo destino, della sua distruzione, della sua sorte. Non riesce a ribellarsi allo sfruttatore, cerca con lui l'empatia, l'apprezzamento, la giustificazione della sua condizione. E proprio la sua forza così limitata, in un corpo considerato abnorme, è espressione massima della sua umanità. L'attrice protagonista, Yahima Torres, è una scoperta di grande intensità. Di una bellezza moderna, evidente nei tratti dolci e poco marcati, è perfetta per la parte, quasi una donna del ghetto prestata al passato, con un contrappasso evidente e riuscito. La storia di Sarah, diventa, in questo modo, nell'intenzione del regista, una possibilità di analisi a tutto tondo, ma anche di attualizzazione. La ricostruzione scenografica è perfetta, da manuale, con un uso della luminosità e del colore che non fanno altro che accrescere la componente drammatica del film. Rimane ben poco da dire, e anche le emozioni provate sono di sconcerto, ma anche di un senso profondo di crudeltà, che forse non ci rende tanto diversi dalla massa terribile, colta o meno, scientista o meno, di chi addita, così come, dall'altra faccia della medaglia, di chi viene additato. In questo senso, pur evitando la commozione, "Venus Noire" è un film che entra nell'animo di chi lo guarda ed è un horror a tutto campo, in cui la speranza è cancellata dalla verità. E, in cui, non vi è una martire, ma solo una donna che accetta i soprusi disumani a cui dovrebbe opporsi.

15/06/11

Review 2011 - Cedar Rapids








Commedia adulta dell'inettitudine. Il nuovo film di Miguel Arteta, dopo il cinephile adolescenziale "Youth in revolt", è una visione dall'alto e dal basso del comportamento umano, tra ansie di carriera, "strutture" di ipocrisia, competitor senza sosta, puritanesimo sullo sfondo. Il cinismo è totale, anche se non chiuso al cambiamento speranzoso. L'America di Arteta è una grossa "factory" arrivista, dove spesso la misura di una persona sta non nella sua essenza ma nella sua capacità di guadagno facile e non.


Arteta è un regista atipico e piuttosto interessante nella cinematografia di matrice hollywoodiana. La sua è un'attitudine indie, forse nemmeno troppo originale, tra budget basso e volontà di conformarsi a canoni classici e facili tipici della tradizione americana. E così che "Cedar Rapids", molto più del discontinuo ma riuscito "Youth in Revolt", diventa una commedia solida, guarnita con una cifra sottile ma non per questo intellettuale o complessa, anche grazie a scene cult che starebbero bene in un film dei Farrelly per intenderci, seppur edulcorate e private di una tonalità vagamente surreale. Ciò che fa la differenza e pone Arteta tra i talenti maggiori della nuova generazione statunitense è il piglio totale ed omogeneo dell'opera, nonchè il taglio contenutistico che, oltre ad essere perspicace, è anche un rimando acuto alla società americana, uno specchio capace di inquadrare con precisione e realismo, senza cadere nell'analisi spinta. Alla commedia "easy", Arteta aggiunge una carica di cinismo inconsueto, una sfuggevolezza individuale dei caratteri (soprattutto con il Michael Cera del precedente capitolo) e uno sguardo atipico sui personaggi, non più facili omuncoli con battute dissacranti telecomadate, ma personalità complesse, tra inettitudine e maturità acquisita, visti nella mutazione, nell'atto stesso del cambiamento. Ed Helms, noto per essere uno dei punti di forza di "The Hangover", interpreta una figura che molti eticherebbero come "nerd" di vecchia generazione, timido e timorato, sotto il gioco di tutti, anche da un punto di vista sessuale (e il rimando a Freud diventa ovvio, anche se non esplicitato, con la soggezione alla donna matura Sigourney Weaver). La traccia tematica seguita dal regista è duplice: da una parte elencare le contraddizioni di una società mascherata e incoerente, quasi a documentarle con un occhio attento, dall'altra iniziare, attraverso un'allegra combriccola (che assorbe personalità altrettanto naif ma più esperte affidate ad un gruppo di attori quasi crepuscolari, da John C. Reilly ad Anne Heche), il personaggio principe alla vita, portandolo a trasformarsi da anti-eroe oggetto ad eroe soggetto. Ne viene fuori un "Fantozzi" senza componente surreale, anzi definito secondo un'ottica psicologica da manuale, che si trasforma ed arriva ad affermare agli occhi di tutti la vittoria del mondo della correttezza e della bontà, dell'educazione e dell'amicizia disinteressata. Sarà banale, ma non è altro che l'incarnazione umana del Peter Parker della Marvel. Certo la cosa più divertente è "il traviamento" ma il film merita nella sua interezza.