02/06/11

Review 2011 - Una notte da Leoni 2 (The hangover II)






La creatività di Todd Philips si spegne definitivamente in un pasticciato "remake" spacciato per sequel che non ha nè l'urgenza nè la vis comica dell'originale. "Una notte da leoni 2" è un film meccanico, poco ispirato, prevedibile e anche reazionario. Rispetto all'originale, viene meno la carica eversiva e il gusto della sorpresa, mentre abbondano volgari sequenze sex-orienthed sconnesse e per nulla in grado di definire un orizzonte narrativo in sè interessante e organico. Bocciato su tutta la linea.

Philips ha tentato il bis facile e le conseguenze sono state, come immaginabile, disastrose. Se "The Hangover" aveva contribuito alla rottura di un equilibrio comico orientato alla coralità informe di Apatow e affini e aveva rappresentato un tentativo di smorzare il tono moralistico e fiacco di tanto cinema della tradizione hollywoodiana anni '90 attraverso un tono parossistico e assurdo, il sequel "mangia-soldi" non è che una scialba e noiosa lunga citazione del suo predecessore, con poche new entry di rilievo e un tentativo di scimmiottare (è il caso di dirlo, visto l'animaletto che anima questo capitolo) il film di riferimento, privandolo di qualche geniale invenzione narrativa e articolandolo su una serie di clichè banali e offensivi, senza aver un minimo di mordente o di aspirazione critica. La Thailandia di "Una notte da leoni 2" è un luogo di perdizione, modellato con la stessa capacità critica di un cinepanettone nostrano, lo stesso interesse ad una raffigurazione-luogo comune, la stessa attitudine al ricercare elementi da deridere. In questo senso, Philips non riesce a non essere il solito "americano" medio, impegnato in una ricostruzione estera incapace di essere personale e diversificata. Ma non è solo questo il motivo del tonfo qualitativo della sua ultima opera. Il suo cinema, deja-vu di tanto cinema e rielaborazione di sè stesso (da "Old School" le cose sono ben poco cambiate), è diventato un perfetto prodotto di mercato e ha perso quella animosa passione "politically uncorrect" di alcune prove più riuscite, per introdursi nel marasma generale senza alcuna particolarità o accenno di colore. Tutto ciò ha contribuito a svuotare la narrazione, rendendola non più funzionale al contenuto, ma staccata da esso, indipendente, una "costruzione" di gag becere e senza midollo, reiterazioni reazionarie di vecchie scenette da b-movies, mentre l'on-the-road viene meno e l'eccesso caricaturale dei personaggi viene in superficie. E così che Zach Galifianakis si incammina verso un "ruolo-tipo" ormai insopportabile, Cooper è la versione smilza e ormonosa di Bartha, entrambi anonimi a dir poco e i cammei (di Paul Giamatti e Mike Tyson) non sono che incursioni estemporanee e non necessarie. L'unitaria struttura del primo capitolo, così "svalvolato" da diventare un cult-classic weird, viene incanalata in una nuova ossatura elementare, priva di originalità e di inventiva, ricca di personaggi sopra le righe e anonimi allo stesso tempo. E, soprattutto, tolto il carattere di Ed Helms, nulla ha una sostanza realistica e, in modo consequenziale, la forza vitale del film si perde in un batter d'occhio, tanto che le risate scarseggian, mentre si fa spazio una saturazione generale che appesantisce il tutto e lo rende poco digeribile.

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