14/06/11

Review 2011- Gianni e le Donne






Di Gregorio e il cinema minimalista, attento alla sottrazione della risata sguaiata, dei tempi comici televisivi, dell'incessante narrazione. Il suo è un ritorno salutare e umano riuscito, mai sopra le righe, quotidiano e ricco di silenzi ed espressioni vacue di vita comune. Prendere o lasciare. Io prendo.


Non mi stupisce l'insuccesso di "Gianni e le donne", secondo film del giovane regista (e l'aggettivo "giovane" è una voluta provocazione) Gianni Di Gregorio, così come non mi stupisce il successo della commedia italiana di serie-b nobilitata da un tam-tam popolare plebiscitario ( o quasi). Di Gregorio ha all'attivo "Pranzo di Ferragosto", un riferimento ideale piuttosto che reale da cui partire per l'analisi. Mi spiego. La grande attenzione al primo film, alimentata dalla partecipazione al Festival di Venezia in un anno di vacche magre per l'Italia e post-Gomorra, di cui Di Gregorio è sceneggiatore, è stata salutata con un campagna stampa riuscita e un'attenzione al fenomeno "over" potenzialmente esplosivo. Quello che non si è compreso è che la grande attenzione mediatica ha portato ad un successo notevole, budget irrisorio alla mano, ma non ha fatto segnare un trend vero e proprio. In poche e semplici parole, non ha colpito la massa, anzi, con il suo disincanto amarognolo, ha rappesentato un limite per le prospettive future del regista romano perchè, piuttosto che avvicinare un pubblico variegato in modo graduale, lo ha raggiunto di petto, con la conseguenza di allontanare la frangia più commerciale, che magari era alla ricerca di un film "tipizzato" e comico. E' stata sottovalutata anche la cultura di Di Gregorio, convinti di trovarsi di fronte ad una commedia all'italiana vecchio stampo, forse caricaturale. In realtà, a vedere sia il primo riuscito episodio, sia soprattutto il secondo, ci si rende conto che il tono è quantomai lontano dal guazzabuglio ironico fine a sè stesso, anzi è presente una malinconia da inettitudine senza sconti, cinica e addolcita dal non-giudizio del narratore. E' lo stesso regista a interpretare sulla scena il suo omonimo Gianni, protagonista-oggetto di un mondo famigliare-soggetto. Gianni è un servo, a modo suo, un uomo di mezza età, costretto, nel primo caso, ad essere il "badante" di un gruppo di arzille e capricciose anziane, nel secondo l'uomo "tutto fare" di una famiglia allargata che si affida completamente a lui, privandolo di ogni prospettiva allettante, proprio mentre gli ultimi fuochi della sessualità lo portano a sperare in un incontro che non arriva mai. La "romanità" del primo film viene ribaditata, attraverso un accento inconfondibile, un panorama visivo riconoscibile, una scansione ritmica giornaliera che è molto meridionale, scarica dalle tensioni oppressive della metropoli. Si tratta di una Roma vaga, sospesa, ferma, estiva, addormentata, ideale. tale è anche l'articolazione narrativa che non esiste nella solita forma causa-effetto ma diventa una diacronia di momenti diversi e simili, legati ai personaggi, alla reiterazione con valenza contenutistica (il personaggio della madre opera secondo questo schema), al gusto vitale ma anche ridicolo, caricato (e non "caricaturizzato") e ad un asettico cinismo di fondo. Un film umorale, da rivedere magari, perchè denso di elementi di respiro non facili. Proprio per questo, la gradualità era una componente fondamentale per sollevare la curiosità su un autore sfaccettato e per nulla "popolare" con grande perizia tecnica ed una scelta interartistica (musicale e scenografica) di gran gusto.

2 commenti:

  1. bravo francesco! me l'ero dimenticato questo film, a me piace di gregorio.... grazie! :)
    accidenti che rece "de cultura", m'inchino a te ;-)

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  2. grazie mille roby, ma non esagerare che poi me lo credo davvero!!!!!!!! mio padre direbbe "de coltura", nel senso che è meglio che mi trovo un lavoro di coltivatore... ;)

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