30/11/11

Review 2011 - George Harrison: Living in the material world













                                                                       ****

Scorsese prodigio. Una carriera cinematografica di capolavori di fiction attraversata, continuamente, da una succosa e mirabile serie di documentari prettamente storici/biografici/personali. Il cinephile Martin alle prese con l'essenza totalizzante del cinema, senza limiti formali o contenutistici. Il potere di una storia attraversa e bypassa la forma scelta per raccontarla. Nell'anno della "conversione" al 3D con "Hugo", già idolatrato in patria, tre suoi documentari hanno segnato il passo (tra 2010 e 2011): "A letter to Elia", rivolto all'ultimo Kazan post-blacklist, "Public Speaking", tête-à-tête con Fran Lebowitz e i ricordi di un'America artistica che non c'è più e soprattutto "George Harrison: Living in the material world", dieci anni, proprio ieri, dalla morte prematura. Scorsese mostra un interesse maniacale e delicatissimo alle storie e riesce a sottrarre la sua mano esperta di regista dall'opera, quasi ovattando lo stile e asservendolo alla narrazione. La musica ri-diventa protagonista, e dopo il gruppo canadese "The Band" in "L'ultimo valzer" e il mitico Bob Dylan in "No direction home", opera essenziale per i neofiti prima di gustarsi il masterpiece in fiction di Todd Hayner in "I'm not there", corale metamorfosi delle tante carriere del cantastorie del Minnesota, senza dimenticare la non troppo riuscita parentesi live di "Shine a light", spettacolo dei Rolling Stones, viene a galla un nome importantissimo e imprescindibile nella storia culturale del Novecento, quel George Harrison che ha fatto parte dell'esperienza discografica e musicale più sconvolgente nella scena occidentale degli anni '60, I Beatles. Non parlo di gruppo, ma di esperienza, data la molteplicità di letture diversificate che hanno riguardato la band di Liverpool. Scorsese crea, partendo da una storia personale gigantesca, quella di Harrison, anima prima che artista, alla ricerca, nelle sue dissonanze, di una spiritualità pura e unica, una gigantografia umana che lascia senza fiato per cura, dedizione e che mostra come l'amore per l'arte sia qualcosa di radicato nella sua personalità di narratore. La documentazione non è incidentale o di facciata, ma passata al vaglio di ogni momento, indefinito o meno, della storia di George. "Living in the material world" è un'enciclopedia episodica di una vita, o meglio una Vita vera condensata in una quantità spropositata di immagini personali inedite, di interviste lunghe e penetranti, di intermezzi musicali appropriati e usati per scandire momenti tipici nella svolta di carriera di artista. In più di tre ore, mai tanto pesanti, mai tanto leggere da poter perdere l'attenzione, Martin non fa agiografia ma quasi "autopsia" dell'uomo, delle sue parole, delle sue scelte, della sua condizione esistenziale, delle sue innumerevoli frequentazioni, di ciò che ne rimane e di ciò che è ormai, di rimando, scomparso per sempre. Un collage inappuntabile che non si propone di proporre un giudizio e che denota un'ammirazione personale da parte del director nei confronti di una personalità tesa alla spiritualità come quella di Harrison. Scorsese non mostra il grande sforzo per riorganizzare un'opera "senza fine", anzi manifesta la sua leggerezza nell'assemblages ed invita chi guarda a percepire, senza eccessi, il pesante lavoro compiuto, quasi mettendolo a contatto con le maglie testuali dell'operazione. In questo film c'è la bellezza di Harrison solo perchè c'è la bellezza di Scorsese, due passioni e due forze vitali che si incontrano, in vita o al cinema,  e non smettono di sorprendere e di colpire per la sincerità delle loro scelte.

28/11/11

Review 2011 - Warrior










                                                            ***

Chiamato a ripetere, forse un po' ingenuamente, il successo lampante dell'Oscar Contender 2011, "The Fighter", "Warrior" ha perso la sfida economica, rivelandosi un failure al botteghino. Ma la sua è una parziale sconfitta anche considerando il livello qualitativo e il paragone con la creatura di David O. Russell. "Warrior" è un'opera carnale, per certi versi sentita e con climax emotivi che possono coinvolgere lo spettatore, un'odissea di vita prima di tutto famigliare, in sfaldamento e in ricostruzione, fatta di piccoli passi avanti e di immediate recriminazioni su un passato che stenta a cancellarsi per chi l'ha vissuto. Nonostante la forza intrinseca alla storia, a sua volta foriera di immediati dé-jàvu filmici di facile rimando, "Warrior" non riesce a concatenare in modo intelligente le singole storie personali ed individuali e arriva, in qualche caso putroppo non fortuito, a mettere a punto intersezioni narrative poco naturali e frutto di una costruzione più artificiosa che meramente artificiale. Ed è un peccato. Se "The Fighter" riusciva a rimanere corale grazie al suo rapporto simbiotico tra una famiglia dominata dalla personalità forte di una madre aggressiva e chioccia (Melissa Leo, Oscar per il ruolo), in "Warrior" compare, in modo antitetico, un padre in cerca di una redenzione impossibile (uno straordinario Nick Nolte) e due figli agli antipodi l'uno dell'altro, personalità distinte, storie separate, e difficoltà a reggere un percorso narrativo omogeneo e coerente per due personaggi che arrivano ad una sintesi incontro/scontro (o meglio il contrario) solo nel finale. L'immanenza di "The Fighter", la sua acuta possibilità di analisi dei personaggi dentro e non al di là della storia in sè, diventa un continuo ed estenuante rimando ad un contesto implicito/esplicito sempre impregnato di passato in "Warrior". Ad un certo punto subentra un ulteriore filone, quello dell'eroismo presunto di uno dei fratelli che complica e appesantisce, non avendo altra funzione che quella di allungare il brodo e la durata della pellicola. Gli errori sono legati allo sfruttamento delle storie e alla mancata omogeneità temporale ed è tutto imputabile alla sceneggiatura non troppo bilanciata . Il regista,che figura anche tra gli autori della storia e dello script, Gavin O' Connor, mantiene fede all'ottica dualistica del precedente "Pride & Glory" e ha la possibilità di dirigere due veri fuoriclasse che riescono a dare alla pellicola quel quid in più necessario per conquistare lo spettatore, Tom Hardy e Joel Edgerton che non sfiguarano anzi migliorano le prestazioni della corrispondente coppia di "The Fighter" formata da Wahlbergh e l'Oscar Christian Bale. Per il resto molto buona la confezione tecnica, notevole anche la direzione della fotografia. Il film è vivido e convincente, anche se eccessivamente tradizionale e fuori fuoco a livello di scrittura, ma davvero ben interpretato.

27/11/11

Review 2011 - The Help










                                                                         **

Caso al botteghino americano, partito in sordina per diventare un solido blockbuster, "The Help" mette insieme il meglio e il peggio del cinema insieme. Basato su un racconto di Kathryn Stockett, arrivato progressivamente ad un successo imprevisto e fuori tempo massimo (la tematica dei diritti civili per le popolazioni afroamericane ormai a mezzo secolo di distanza, la nomina presidenziale del primo uomo di colore alla Casa Bianca, segno di integrazione ben più che possibile, Obama), il film di Tate Taylor è un eloquente atto di commemorazione che funziona, all'interno di un meccanismo ben oleato, come motore contenutistico di un messaggio di uguaglianza che conquista senza mezzi termini lo spettatore, eliminando barriere culturali e ideologie marcatamente conservative. E', in quest'ottica, "The Help" fa davvero il  suo lavoro e risponde ad un'esigenza di cinema etico e popolare insieme ammirevole. Una menzione "a lato" alle polemiche sulla ricostruzione del materiale storico, che di per sé ha alimentato un numero di critiche circa l'attendibilità di dati e situazioni, con lunghi articoli a sostenere o meno la tesi di un eccesso o meno di drammatizzazione della realtà storica. In questo caso, si può obiettare attraverso la presupposizione implicita che un film non sia realtà, ma ricostruzione "romanzata" della realtà e ricordando la derivazione letteraria dello script iniziale. Più problematico e più criticabile il modo in cui la sceneggiatura è impostata. Come detto il risultato finale, l'empatia e la commozione dello spettatore, sono raggiunti e solidi. Ma la strategia narrativa operata dal regista/sceneggiatore Tate Taylor è alquanto discutibile e poco riuscita. "The Help" diventa un ibrido tra commedia e dramma che non riesce a svincolarsi da meccanismi e cliché narrativi di decenni e decenni fa, tanto che ad un certo punto l'elemento grottesco viene a galla e più che ironico è alquanto disgustoso. Il carattere di Octavia Spencer, una sorta di Grillo Parlante, è una manifestazione banale e stereotipata della donna di colore che fa la colf e che è macchiettistica e stravagante nella tradizione cinematografica che porta alla storica Mammie di "Via col Vento". La stessa costruzione dei caratteri abbastanza stereotipata ed esagerata si nota facilmente dall'altra parte nelle crudeltà ossessive contro le persone di colore del personaggio dell'avida rampolla bianca americana interpretata da Bryce Dallas Howard che, a dire il vero, non è poi così lontana dalle esagerazioni Palin/Bachmann dei nostri tempi. In questo modo, le due protagoniste centrali, Viola Davis ed Emma Stone appaiono normalizzanti e propongono, soprattutto la Davis, che mescola forza espressiva e grande emotività, le interpretazioni migliori. Il limite di "The Help" è tutto nella rielaborazione dei caratteri singoli, tanto che attrici di impatto come Sissy Spacek vengono relegate a caricature, mentre personaggi di secondo piano come la Celia di un'insuperabile Jessica Chastain irrompono nella tradizionale dicotomia su cui verte il film e conquistano, di forza, la scena. "The Help" è un film corale ed è un bene per l'alleggerimento delle oltre due ore di durata, ma, tra reticenze e ridondanti ed evitabili siparietti poco edificanti, più che proporsi come un pamphlet tende spesso ad una rielaborazione finzionistica che è molto poco cinematografica. Sui titoli di coda, Mary J. Blige e la sua "The living proof" ci porta ad un paragone immediato con "Precious" in cui proponeva "I see in color". "The Help" è antitesi del film di Lee Daniels (ed è un bene) ma non riesce, come nel caso precedente, a svincolarsi da una scrittura che privilegia eccessi, psicologie spicciole e stereotipi che funzionano  quasi come quei pregiudizi che si vogliono combattere/estirpare giustamente da principio o almeno ne danno ma forte. Probabilmente lo rivedremo agli Oscar 2012, soprattutto per il successo commerciale, ma "The Help" non è tra i migliori film hollywoodiani della stagione, sia ben chiaro.

25/11/11

Review 2011 - The Future








                                                                        ***

Seconda prova per Miranda July, dopo la grande notorietà di "Me and You and Everyone We Know", straniante opera corale di una freschezza e originalità rara. "The Future" è la trasposizione del concetto di arte contemporanea sul grande schermo. Mai banale, mai già visto, mai "alla portata" dello spettatore. La torre di avorio in cui la July si chiude arriva ad ispessirsi e ad innalzarsi ulteriormente. Il legame sintattico primario, la ricostruzione/tracciabilità narrativa, si perde in un rimando "alla luna" tra il fantastico e il non-sense assoluto. La labilità del confine reale/irreale, evidente fin dalla scelta di assumere la prospettiva, parzialmente in campo, tramite veri e propri intermezzi visivi/vocali, di un gatto malato in cerca di attenzioni, viene del tutto stravolta con il sopraggiungere di un blocco temporale vero e proprio che impedisce di distinguere e comprendere con chiarezza gli eventi accaduti o presunti nella seconda parte della pellicola. "The Future" è, sin da principio, ostico e poco gaudente, immerso in un isolamento personale (il gatto che attende ansiosamente il giorno prefissato dell'adozione, la coppia trentenne alle prese con dissidi interiori e un senso di inattitudine lampante nelle singole attività professionali) non inedito ma profondo. In "Me and You and Everyone We Know" a tal proposito abbiamo utilizzato, abbastanza propriamente, il termine "sinestesia" per addurre alle caratteristiche formali in rapporto ad uno spettatore tipo. "The Future" è infatti un tripudio di accostamenti sensoriali inediti, un complesso e artificialissimo accordo tra costruzione visiva minuziosa e costruzione narrativa/psicologica (gli oggetti assumono una funzione narrativa, attraverso la lettura che ne viene fatta dai caratteri, si pensi al quadro della fanciulla che mette in moto la storia parallela di lei, o alle famose "scale"di Escher che fanno nascere in lui, in modo inconscio, il dubbio su un tradimento della donna e, sotto un profilo acustico, la canzone "Where or When" versione di Ella Fitzgerald diventa parte integrante di un meccanismo di riconoscimento emotivo), ed è soprattutto un'opera, ad un livello sensibile, influenzata e quasi permeata del tutto dalla personalità contraddittoria, creativa e orientata all'analisi interiore della sua regista, sceneggiatrice e attrice, la July, che costruisce il film senza mediazioni commerciali, con un budget irrisorio e tenendo fede alla sua visione organica di cinema, in tandem con riflessione artistica/estetica, psicologica/introspettiva, evitando di modificare, anzi esacerbando, la sua poca lucidità narrativa. "The Future" non è un film perfetto, anzi, spesso, perde quella levità e quella leggerezza presente nel film precedente nonostante la densità di materia e di sottostorie multiple, non entra in una simbiosi emotiva con lo spettatore, anzi lo allontana ed è respingente ad una visione ottimistica, disseminato com'è di tribolazioni interiori e di speranze parzialmente mancate. E' un film triste, strano, piccolo e intellettuale. Ed è soprattutto una pellicola di Miranda July. E già questo potrebbe o meno, dato il precedente caso, invogliarvi o destarvi dalla visione.


The Future non ha ancora una distribuzione italiana, è stato presentato al Sundance e al Festival di Berlino. Uscito nelle sale americane il 29 luglio 2011, è in dvd dal 29 Novembre 2011 su 

http://www.amazon.com/Future-Miranda-July/dp/B004Z29WAI


in lingua inglese, con sottotitoli in inglese e spagnolo, ma è Regione 1 (visibile in USA e Canada).


18/11/11

Review 2011 in Pillole


Everything Must Go






Pellicola insolita per un attore gigione come Will Ferrell. "Everything must go" è un film amaro che non si concede all'emotività facile, arranca e non poco nel mettere un turbo e non riesce mai ad ingranare una marcia solida e stabile. Dan Rush, regista e screenwriter esordiente, è lontano miglia e miglia dalla Hollywood pacificata dell'"happy ending". E' uno dei tanti neo-indagatori delle storie e dei personaggi che si paventano dinanzi ai suoi occhi, più interessato al travaglio psicologico che al meccanismo narrativo cinematografico in sè. "Everything must go" finisce, per questo, per essere un film davvero insolito, lento e privo di momenti eclatanti, fino a diventare uno specchio quasi a senso unico del character principe, una sorta di inetto nuova maniera, travolto dal consumo di alcool e dalla conseguente caduta di tutte le sue  certezze famigliari ed economiche. Ma il messaggio di speranza emerge e lascia il segno, mentre l'incontro con la nuova vicina di casa, l'espressiva Rebecca Hall, si confonde in un misto di tenerezza e attrazione sublimata. Sfuggente e angusto, non è consigliabile a chi non accetta cambi di rotta radicali nelle scelte interpretative di un attore. Ferrell, infatti, mette via la caratteristica demenzialità bambinesca in eccesso e sceglie un atteggiamento dimesso e complesso che è maturo, ma anche sconvolgente, in parte, considerati i suoi abituali standard.

 Sex List ("What's your number?")






"What's your number?" è una delle tante commediole di serie b lanciate sul mercato statunitense quest'anno. Non è stata fortunata al botteghino, dopo la proliferazione di R-Rated Comedy nell'estate appena trascorsa e tale constatazione non richiede acute analisi specifiche. Anna Faris, infatti, non riesce a trasportare la sua dose innata ed esplosiva di simpatia con fortuna al cinema, tanto che il suo nome è ancora associato, troppo spesso, esclusivamente alla saga di "Scary Movie", al di là del divertente "La coniglietta di casa" in cui reinventa Marylin ma ha bisogno delle sostegno della strong Emma Stone, scricciolo rosso più duttile e giovanile. "What's your number?" non è la commedia perfetta, vive di un duetto (con il non molto espressivo Chris Evans) che funziona ma non brilla per empatia, è insieme figlio della grande trasformazione "sex-addict" del genere in America, chiamata a rispolverare i vecchi classici dualismi di canovaccio aggiungendo un tocco di pepe e qualche nudità che fa tanto liberal, senza una vera idea originale che possa consentire uno sviluppo narrativo solido. "What's your number?" è piuttosto anonimo e poco incisivo e maschera questa base di partenza contenutisticamente povera con il riferimento molteplice e scorretto al mondo sessuale privato della sua carica erotica e divenuto il solito gioco dei numeri e giù di li. Il regista, Mark Mylod, è perfetto sin dal curriculum (la serie "Shameless", la trasposizione cinematografica di "Ali G") per questa prospettiva e il film non manca di essere caustico e esilarante in certi punti, ma la scelta di campo ne limita la possibilità di rispondere ad esigenze multiple. La tematica romance non va a braccetto con l'angolazione politicamente scorretta della new-comedy e il risultato è altalenante e soprattutto privo di destinazione specifica. Non è un chick-flick, ma nemmeno un buddy-movie puro e la Faris perde progressivamente brio e personalità costretta a ripetere battute spesso scontate e ritrite.



Ma come fa a fare tutto? ("I Don't Know How She Does It")






Sarah Jessica Parker ha un rapporto ormai problematico con il grande schermo. Dopo aver, in soli due film al cinema, cancellato tutte le prerogative di successo di una serie tv storica di cui è stata protagonista, nel bene e nel male, quel "Sex & the City" che ha riscritto i codici televisivi un decennio fa, e dopo aver girato uno dei titoli più bistrattati di tutti i tempi in tandem con l'altrettanto antipatico Hugh Grant ("Che fine hanno fatto i Morgan?"), la Parker non è riuscita a tenersi lontana dalle scene per un anno e in questa stagione ha inanellato un altro failure senza precedenti, "Ma come fa a fare tutto?", commedia priva di ogni motivazione circa la sua realizzazione che ha riportato incassi miseri e confermato la scarsa attitudine alla recitazione di Miss. Carrie Bradshaw. Dallo script, piuttosto fastidioso e fumoso (le gesta da eroina di una madre lavoratrice benestante, in tempi di crisi economica, non sono il top), carico di tradizionalismo becero e accomodante e privo di una visione realistica sulla società, ai soliti clichè ultra-zuccherosi dei "figli abbandonati", senza un vero intreccio, ma con l'implicita descrizione meta-narrativa dall'interno, attraverso l'inflazionato strumento delle interviste, alle interpretazioni di un cast male assortito e davvero sprecato (Greg Kinnear, Pierce Brosnan e soprattutto la splendida Christina Hendricks di "Mad Men"), il tutto è completamente fallimentare. E il regista, Douglas McGrath, non un genio ma nemmeno l'ultimo arrivato, si trova suo malgrado a cercare di dare una parvenza cinematografica a qualcosa che è lontano anni luce da un interesse possibile da parte di un cinema, indie o meno, che possa dirsi tale. Manca il racconto, la narrazione, manca il film. Il vuoto incombe. La pochezza diventa estenuante.

13/11/11

Review 2011 - One Day








Seconda produzione fuori casa per la danese Lone Scherfig, ex regista di culto del circuito indie Dogma 95,  ricordo troppo lontano e sbiadito, visto la svolta easy e davvero poco sperimentale. "One Day" è un film privo di qualunque forza che non sia la melassa zuccherosa proveniente dallo script, curato da David Nicholls, autore, inglesissimo, anche del fortunato best-seller omonimo. E l'unica arma che viene dispiegata è un facile ricorso costante al già visto, depotenziato della forza hollywoodiana del melò strappalacrime solo grazie ad una ricostruzione asettica e assopita, minimalista e cerebrale, che riesce a diluire la forza delle emozioni devastanti e a scaglionare eventi topici della love story nell'impostazione cronologica volutamente in risalto. Tra il sottovalutato e ben più corposo "(500) Days of Summer" e una serie banalissima di pellicole da pomeriggio televisivo, magari tratte da Rosamunda Pilcher, "One Day" finisce per scontentare quasi tutti. Figlio dell'ibridismo cinematografico dei nostri giorni, lontano da un'impostazione chiara sotto un profilo nazionale, con attori scelti per motivi puramente remunerativi piuttosto che per reale aderenza al personaggio (il caso della Hathaway e il suo accento poco british ha scatenato una polemica non irrilevante da parte dei fan irriducibili dell'opera originale) e con un duetto interpretativo centrale altrettanto incolore tra la stessa Hathaway ed un imbolsito e anonimo Jim Sturgess, "One Day" è un film noioso, freddo e carico di contenuto caramelloso in superficie. Stupisce la continua mancanza di risultato dell'ormai stra-abusata Patricia Clarkson, prestatasi ad una serie di pellicole veramente di basso profilo, mentre appena passabile la fotografia vintage di Benoît Delhomme. Nota di demerito anche alla scelta delle canzoni della colonna sonora, sbiadite hit senza forza, mentre alla compositrice Rachel Portman viene affidato un ruolo non molto diverso dalle sue consuete frequentazioni artistiche. Laccato e patinato, "One Day" è di gran lunga al di sotto delle potenzialità espresse dal primo film anglofilo della Scherfig, "An Education", tratto dal più ammirevole Hornby e con una protagonista, Carey Mulligan, che da sola reggeva il film grazie ad un candore e ad un'interpretazione sottile e calibrata, senza dimenticare un cast di supporto di medesima qualità. Nemmeno da prendere in considerazione la sagacità dei film precedenti, come il corale "Italiano per Principianti".