31/08/10

Oggi è già domani

Oggi è già domani (Last Chance Harvey)
Passato direttamente in Tv, come quei film tedeschi delle saghe strappalacrime, con un titolo che è tutto in programma, il film del regista Joel Hopkins è una piccola perla di leggerezza e mestiere. La forza sta nei due attori. Una sorta di "Prima dell'alba" di mezza età, con due caratteri molto semplici, resi con perizia e grande tocco, da due storici esempi di recitazione ad alti levelli, della scuola inglese e di quella da Actor's Studio, Emma Thompson, che, in termini di bravura, si smentisce poche volte e Dustin Hoffman, impeccabile e col piglio di chi può gestire liberamente la sua carriera. Evitate il doppiaggio, se potete. Il film ha una grazia e un incedere lieve, evitate ogni volgarità e stereotipo, è un prodotto impeccabile per modernità e psicologia.



E' la seconda volta che il film è annunciato in Tv e sostituito da una squallida serie televisiva in replica. La serietà, questa sconosciuta.

Trailer of the day-Beautiful Boy



Shawn Ku, seppur giovanissimo e inesperto, porta un tema difficile nel suo film "Beautiful Boy". La disgregazione-riunificazione famigliare di una coppia di coniugi a seguito di un evento che sconvolge le loro vite: la strage in un college compiuta dal loro figlio, a sua volta suicidatosi. Interpreti Maria Bello e Michael Sheen. E' un soggetto forte e che richiede molto buon senso. Vedremo.


Foto di "The social network" di David Fincher, sui fondatori di Facebook e le questioni legali (ma anche relazionali) tra gli stessi. Le prime impressioni, spesso va detto partigiane, indicano un'accoglienza molto buona, ottima a dire il vero. Nel cast Jesse Eisenberg, Justin Timerlake, Andrew Garfield, le splendide Brenda Song e Rooney Mara, scelta come nuova eroina per l'adattamento in mano allo stesso Regista dei testi di Larsson, Joseph Mazzello e Max Minghella.

La colonna sonora è stata affidata a Trent Reznor. Un assaggio sul nuovissimo sito ufficiale del movie:

http://www.thesocialnetwork-movie.com/











La colonna sonora su youtube:

Stasera in Tv su SkyCinemaFamily alle 21,00 --I love shopping



Avete presente un abito Prada o, ancora più proficuamente, l’ultimo paio di pantaloni in qualche strano anfibio della collezione Hermès, magari abbinati ad un gilet minimal di color carne, quasi da identificarsi con le forme nude di un corpo d’alabastro, capelli Uptown-style anni ’60 ed un paio di Jimmy Choo? Adorate Burberry più del suono di un groove caraibico? Sareste disposti a spendere la quasi totalità del vostro stipendio da segretaria di un aitante avvocato o da giornalista di una pubblicazione settimanale sul risparmio e sul mondo dell’economia per dedicarvi all’acquisto compulsivo di anellini Cartier, di bracciali Rolex, o dell’ultima penna glitterata e “diamantata” della pluriennale Mont-Blanc? Quante carte di credito possedete? Avete l’abitudine di agganciare la vostra nemica acerrima di corso, unica disponibile al momento, nell’intento di passare per l’ennesima volta davanti al negozietto che vende qualche assaggino della collezione Louis Vutton, in modo da non suscitare un’ilarità sogghignante della commessa che vi ha visto passare sette volte su sette, da soli, nell’ultima settimana? Siete perennemente in rosso? Allora, due sono le cose: o siete l’incarnazione di Rebecca, la Rebecca di Kinsella, la “Shopaholic” di New York o, più proficuamente, e prendetelo con il beneficio d’inventario, nascondete nell’atto di sperperare ogni vostro guadagno, una certa insoddisfazione. Ed è naturale essere insoddisfatti (chi non lo è?!), sarebbe da evitare, tasche non permettendo, comprare la borsa Pucci. Non cadrò nella trappola di criticare il film per l’ottica che esibisce. Il problema di “I love shopping” è altrove, nella scrittura dei personaggi, nella poca identificazione con il libro (o meglio libri per ragazze) da cui è tratto, in un gusto troppo kitsch per essere credibile, anche a livello di vestiario. L’aspetto più compromettente è la citazione di ogni paradigma modaiolo che si sia sviluppato a livello cinematografico. Ricordate Andy, “il Diavolo veste Prada”.Rebecca è una giornalista che cerca di approdare ad Alette, la rivista per eccellenza dl settore, ma deve passare per la solita iniziazione ad nello stesso gruppo editoriale, solo che per un settimanale di economia. La “ragazza dalla sciarpa verde” scrive una rubrica di semplificazione economica, peccato che non sappia la differenza tra costo e ricavo, tanto più tra Keynes e i fisiocratici, per non parlare della curva IS-LM. Compie, all’apparenza, un percorso speculare a quello di Andy. Al di là del character, il problema è interpretativo: Anne Hathaway non è Isla Fisher, e ciò va tutto a beneficio di Anne. Caciarona e catastrofica, Rebecca assomiglia alla Bridget Jones inglese della Zellwegger. E siamo un palmo di mano sopra il secondo capitolo, ma molto al dì sotto della ruvidità provinciale del primo Bridget. C’è, poi la bionda Leslie Bibb che interpreta lo stoccafisso dalle game lunghe e fa il verso ancora al “diavolo”, non avendo un minimo della simpatia e della bravura di una grandissima Emily Blunt. E la neo-Streep è la Scott Thomas, che, in realtà, appare più umana ma meno sfaccettata di Miranda. Si ride, qualche volta, di gusto nella prima parte, ma poi si scivola sullo stucchevole. Splendidamente vuoto, passa all’implicare una tesi moraleggiante ma qui cade, senza appello. Clichè a volontà, va detto che, privato di ogni parametro tecnico, e soprattutto della soundtrack godereccia, lascia piuttosto spensierati. Anche se John Goodman è un po’ fuori posto.E il regista, l'Hogan delle commedie anni '90, è diventato più commerciale del solito.

Post semiserio - Cosa resterà di questi Festival di Venezia? 2009

 Chi è? Chiedetelo a Venezia!

I Festival sono un luogo di scambio intellettuale e di proliferazione artistica in ogni forma. Qual è il contatto tra una mostra cinefila e il mondo degli ingranaggi cinematografici del nostro paese? E qual è il criterio di selezione dei film presentati alla mostra che giungono nelle nostre sale? Un dato di fatto evidente è che un numero congruo di film selezionati per la categoria maggiore, "in concorso", senza tener presente le diverse diramazioni in continuo cambiamento di nomenclatura (Giornate degli Autori, Orizzonti e un mucchio di eventi fuori concorso, oltrea a specifiche sezioni che compiaono ad anni alterni, senza cognizione di causa), non arriva mai al cinema, a volte nemmeno in dvd, diventando un "missing-movie". In modo schematico, vediamo, per la sezione principale, con qualche eccezione, quali sono appunto i possibili criteri di selezione di un'opera nell'ambito distributivo e nelle scelte commerciali. Partiamo dal 2009.

Sono usciti nelle sale tutti e quattro i film italiani:
Baarià di Tornatore, presentato come il "Nuovo Cinema Paradiso" del regista, ha avuto una visibilità mostruosa. Prodotto da Medusa, e con sovraesposizione televisiva (con tanto di dichiarazione del Presidente del Consiglio che gridava al capolavoro, anche forse perchè Medusa è di casa), nonchè una spesa da capogiro, il film ha incassato poco più di dieci milioni di euro. E' un risulato non pienamente soddisfacente, rispetto al budget e alle previsioni. Scelto come rappresentante agli Oscar per l'Italia, è stato snobbato e relegato ad una visibilità soprattutto nazionale.
"Il grande sogno" di Michele Placido è stato inserito nella bolgia politica della polemica sessantottina. A dire il vero, è stato proprio lo stesso Placido a non smorzare i toni, cercando (e lo fa ripetutamente a Venezia, vedi il caso di "Ovunque sei" o la presentazione con dichiarazione preventiva per l'imminente "Vallanzasca) di trovare un appiglio mediatico indiretto (anche le dimensioni degli organi genitali di un attore fanno notizia). Il film, con un cast molto commerciale, da Argento a Scamarcio, passando per Jasmine Trinca, che dopo un quasi decennio di carriera riceve il premio Mastroianni (altro passaggio strumentale) per Migliore Promessa, è stato snobbato da critica e pubblico, con un botteghino misero, di poco superiore ai tre milioni di euro.
Deludenti anche gli altri due film, "La doppia ora" che ha visto premiare la Rappoport per una storia finto indipendente con un apprezzamento eccessivo ma non l'appoggio del boxoffice (circa 800.000 euro) e "Lo spazio bianco" di Francesca Comencini (sotto il milione) che ha portato al Lido Margherita Buy nei panni di Margherita Buy neui panni di un'insegnante che si chiama Margherita.
E' uscito nelle sale il Leone d'Oro, "Lebanon", risultato modesto al botteghino, soprattutto per il premio accordato (un film del genere sarebbe rimasto nel cassetto senza il Leone, va detto). Di gran lunga superiore il riscontro di "Soul Kitchen" di Akin. Il film, non ha seguito la scia della presentazione immediata al pubblico, ma è uscito in sala, dopo aver ricevuto moti elogi, nel Gennaio 2010. La cosa ha aiutato la promozione. Akin, inoltre, è un nome autoriale molto amato in Italia e il suo tono, da commedia con elementi culinari, ha avuto un impatto forte su un pubblico curioso ma stanco dei soliti drammi autoriali. Quasi un milione e 800.000 euro sono il buon bottino.
Nonostante la Coppa Volpi ad un grande Colin Firth, e le nomination all'Oscar, l'esordio patinato dello stilista Tom Ford nell'adattamento di "A single man" ha interessato meno del previsto. Poco più di un milione di euro. La distribuzione della coraggiosa Archibald, è stata buona, così come ben calibrata la data di uscita. Il film è apparso troppo malinconico e struggente ( a ragione). E la cosa non ha aiutato.
Molto peggio Herzog, presente alla mostra con due titoli in concorso, il commerciale "Il cattivo tenente" con un Nicolas Cage in ottima forma, sorta di sequel del film di Abel Ferrara, e lo stralunato e lynchiano "My Son, My Son, What Have Ye Done" in uscita dopo un anno dalla presentazione (con un risultato che sarà pessimo), il 10 settembre 2010. Herzog sta al commercio quanto Michel Bay sta all'autoriale.
Ancora flop. E' l'anno di "Michael Moore" che smonta il sistema capitalistico, divenendo la sua prima vittima. E così che il documentario "Capitalsm: A love story" diventa un fiasco nel nostro paese e arranca anche negli Stati Uniti. Il boom politico del personaggio è venuto meno, e con ossequi eccessivi ad Obama, Michael Moore si trova tagliato fuori dalla solita polemica e fa flop. Più discusso "Lourdes", il film di Jessica Hausner (grazie a chi mi ha corretto), che ha avuto una grande attenzione critica (devo vederlo) ma un riscontro commerciale basso, sui 300.000 euro. E Solondz non è una celebrità in Italia, perciò i suoi incassi risibili sono accettabili, nell'ottica del cinema che propone (che ha un riscontro cinefilo-di cassetta) non indifferente. Il suo film si chiama "Perdona e Dimentica" ed è nella nostra whish-list.
Risibile ( e non solo per la faccia da pagliaccio di Castellitto) il riscontro di Rivette con "Questioni di punti di vista", un pò meglio "The road" con Charlize Theron e Viggo Mortensen, sopra il milione di euro.
Anche accettabile il risultato dell'iraniano "Donne senza uomini", circa 300.000 mila Euro. La casa distributrice ringrazia la Santanchè per la pubblicità gratuita (giacchè mette il becco nella questione con una capacità di resistenza ammirevole, LOL).
Non sono usciti (e non usciranno mai) al cinema:
-"Mr. Nobody" di Jaco Van Dormael. Grande cast, da Diane Kruger a Jared Leto, da Sarah Polley a Rhiys Ifans, ma storia ipercomplessa inadatta al cinema.
-"White material" di Claire Denis, che recensirò presto, non troppo adulata come al solito, con Isabelle Huppert (e se un nome francese ci può essere, perchè fa esotico, due nomi nel cartellone pubblicitario significano insuccesso, nelle "teorie segrete" dei distributori italiani).
-"Persécution" di Patrice Chéreau. Buon cast, anche noto, così come il regista, film ossessivo, ma il vero motivo resta sempre quello (troppi nomi francesi).
-"Prince of Tears" di Yonfan. Non lasciatevi influenzare dal titolo, è solo per la versione internazionale. Il regista ignoro chi sia, il film è un pamphlet sull'amore a Taiwan, a quanto pare tanto bello da vedere quanto ripetitivo. Anche in questo caso la nazionalità (con il peso limitato a Venezia) inficia una seria distribuzione italiana. Che, per non smentirsi, non ha preso minimamente in considerazione il film.
-"The Traveller" di Ahmed Maher, film storico-poetico Egiziano di cui si è parlato solo per la presenza di Omar Sharif. Oltre al fatto che potrebbe benssimo sostituire una delle fiction in costume Rai. E io che ero convinto che gli Egiziani volessero girare una nuova versione della "Mummia" con Brendan Fraser con i soldi ricavati dal successo, potrò dormire sogni tranquilli.
-"Survival of the Dead" di Romero che gira un film horror (ma và!). Le cose della vita. C'è chi nasce regista, e chi nasce regista di horror. Al primo la gloria, al secondo la cassetta, se è fortunato.
-"Tetsuo the Bullet Man" di Tsukamoto. Con grande sincerità, ignoravo i primi due capitoli. Li ignoro tuttora. So che il cognome del regista potrebbe alludere all'eccessivo dispendio di benzina delle moto di ultima generazione. Almeno credo.
-"Accident" di Pou-Soi Cheang
-"Between Two Worlds" di Vimukthi Jayasundara
-"Lola" di Brillante Mendoza
Questi ultimi tre erano impresentabili per evidente impossibilità degli addetti nel leggere correttamente i nomi.

30/08/10

Un film-telegramma

Respiro stasera alle 21,05 su iris







Crialese a casa sua. Stop. Lampedusa, luogo estraniante. Stop. Madre "strana" in simbiosi con figlio. Stop. Anni '60, la gente cinguetta. Stop. Fuga verso il mare e ricongiungimento alla terra. Stop. Ma sarà un sogno? (parere personale). Stop.

Trailer "Maschi contro Femmine" di Brizzi



Il film di Brizzi esce ad Ottobre, il 29. Sarà un vero piacere ritrovare le sue finezze e/o sfumature psicologiche, le sue lunghe sequenze descrittive, il suo candore popolano, le battute cariche di umorismo e ciniche, il suo sguardo sull'Italia da libro di sociologia. Per tutti questi motivi (o meglio perchè i suoi film sono il contrario di ogni argomentazione e appartengono alla lunga sequela di commedie ad episodi, con leit-motiv centrale, con degli stereotipi da far paura al mondo demenziale americano) il 29 Ottobre starò a casa mia. Pregiudizio? Si! Ma anche buon senso. I soldi li spendo per altro.

Stasera in prima Tv su Canale 5 alle 21,20 Juno

Juno












"Juno" è un prodotto discreto, capace di coniugare il mondo indipendente con l'esigenza commerciale. E' il perfetto film indie statunitense, in quanto non si identificava come prodotto di nicchia ma aspira ad un pubblico generalizzato. Qual è la differenza tra un cinema mainstream e un cinema indie? L'unica vera differenza sta nell'originalità, veritiera o presunta, dello script. Un film indie ha una certa durata temporale mai eccedente, di norma, i 90 minuti, ma soprattutto ha il merito, da sempre, di trattare tabù e argomenti più "sensibili" al mondo reale, se confrontato con una pellicola standard. E' così la gravidanza adolescenziale diventa tematica della corrente indie, con il politically correct evitabile, qualche raffica di battute a go-go e una recitazione naturale. "Juno" di Reitman fa un pò il punto della situazione e crea un raccordo tra il mondo originale dell'indie, che ha qui un suo sviluppo stilistico, oltre che di scelta tematica, e il mondo del blockbuster, qui evidente nella precisa volontà di ottenere il consenso di un preciso target di mercato, nella scaltra politica distributiva, e soprattutto nella assoluta asciutezza ideologica con conseguente pragmatismo di chi scrive. "Juno", infatti, non si propone di affrontare il problema della gravidanza indesiderata durante l'adolescenza con fare realistico, ma si limita a segnare due strade, senza mostrare un minimo di vero coinvolgimento autoriale. Per questo la pellicola è stata strumentalizzata da ogni istanza, definita pro o contro-aborto nelle società occidentale maggiormente condizionate dal potere religioso (discorsi del genere sono fioccati negli stati Uniti e in Italia, per intenderci). Proprio la massima evangelica del "lavarsi le mani" e scegliere di comodo è la grande pecca del film che perde credibilità non quando cerca il consenso economico (ogni film indie è votato in tal senso, nella cinematografia americana, ed è motore del blockbuster, esatto opposto che nel nostro mercato), ma quando arriva a svuotarsi di ogni significato e a diventare un "finto-tabù", "finto-evento", "finto-cult", forse meno banale di una commedia zuccherosa, ma con lo stesso criterio di leggerezza bipartisan che sfocia nel "politicamente corretto". E un film che aspira ad essere un cult, non può essere affetto da una tale forma di piaggeria. Reitman ci sa fare, soprattutto senza la Coby davanti ai piedi (l'Oscar assegnato alla donna è una buffonata). Peccato che nel suo prossimo film, ci sarà ancora la firma della sceneggiatrice. Bravi gli attori, in particolare una grande Ellen Paige e variegata la soundtrack, anch'essa un successo e un classico.

Juno - Music From The Motion Picture

di Barry Louis Polisar

29/08/10

Stasera in Tv su Premium Emotion alle 21,00 - Notting Hill

La comedy-romance di Roger Mitchell è banale. Ma di quella banalità surreale che avevano i classici del genere da Audrey Hepburn in poi. E' un'accozzaglia di personaggi, primari e secondari, con una sceneggiatura che rimanda alla coralità della commedia british (non a caso la scrive Richard Curtis). E' melensa, quasi diabetica (La famosa sequenza della panchina è diventata un cult per le giovani coppie, musica di Ronan Keating in sottofondo compresa). Ma è una commedia entrata nel cuore, una "Pretty Woman" degli anni '90. I motivi del successo sono vari. Prima di tutto, è ben recitata. E non parlo tanto delle star Roberts e Grant, che ammiccano, ma dei coprotagonisti. In particolare lo Spike di Rhys Ifans è diventato un character imponente, capace di oltrepassare, per le risate che provoca con un atteggiamento che oscilla tra il bear pansessuale e il bambinone dalla faccia da schiaffi, il genere e diventare elemento autonomo rispetto al film. In realtà, tutto il cast è discreto. Altro motivo della bontà del film sta nella bravura di Mitchell che evita volgarità inopportune, ma non mostra moralismo o limiti. Mi piace ricordare la colonna sonora firmata Trevor Jones con l'aggiunta di  numerose canzoni zuccherose da "She" nella versione di Costello a quelle di gruppi pop ormai scomparsi, fino a Keating. E anche se i brani  ono talvolta stucchevoli, permettetemi di consigliarveli per San Valentino. Prezzo modiche e giusta atmosfera.

PS ma oggi non c'è la sfilata del carnevale di Notting Hill?

Oggi in Tv alle 19,20 su Mya - Un marito ideale

"An ideal husband" al cinema c'era stato. Così come Oscar Wilde. Con risultati spesso discutibili. E Parker, regista british un pò sconclusionato, ne è l'artefice principale. Oltre a quest'adattamento, nelle sue mani, nell'ultimo decennio, "L'importanza di chiamarsi Ernest" e "Dorian Gray" versione patinata con Ben Barnes statuetta di cera. "Un marito ideale" del  1999 è un prodotto intermedio, di gran lunga più vicino allo stile del Wilde scrittore, rispetto all'idiozia simil-horror dell'adattamento di Dorian Gray, ma pari nella riuscita all'altro testo del letterato portato sullo schermo da Parker, l'Ernesto di Rupert Everett, che ha riprodotto il dandy Wilde più che il personaggio del testo da adattare. La medesima scelta interpretativa ha interessato questo lungometraggio, in cui Everett è il padrone assoluto della scena e l'imitazione modernizzata e meno drammatica del drammaturgo irlandese. Il prodotto è ben confezionato, a volte spiritoso, ben recitato (d'altronde Cate Blanchette, Julianne Moore, Minnie Driver, Jeremy Northam ed Everett sono degli ottimi interpreti), ma sa tremendamente di fiction televisiva. Non mi riferisco alla tecnica e al budget, ma alla scrittura.  Sorge spontanea la domanda di come sia possibile trasferire un'opera pensata per il teatro sul grande schermo, garantendole credibilità e forma adatta. Parker, di certo ha creato un prodotto godibile, ma è anche l'espressione massima dell'impossibilità di portare Wilde al cinema. Non parliamo dei significati reconditi o dell'analisi societaria dello scrittore, ridotti a brandelli da una consequenzialità narrativa che manca il bersaglio. Una visione leggera, che sfiora qualche idea brillante, per poi perdersi nel banale.

L’altra faccia di Beverly Hills (1998)



Beverly Hills, gli anni ’70 sono cominciati da poco. Nuove generazioni sputano su un piatto unto le loro idee, non c’è asservimento sociale, né servilismo famigliare. In realtà, il livellamento cetuale non è stato scalfito, almeno negli United States. E la metafora del sogno americano è sempre in piedi. Nascono dei movimenti giovanili, soprattutto, di valori comunitari, ma il contesto geostorico-politico non permette un capovolgimento di obiettivi, per la famiglia media, bassa o alta, per l’Americano standard, l’employeer aziendale. E così lo sdoganamento del sesso libero, la nuova dimensione priva di ruolo nell’ambito famigliare, l’acquisizione di nuovi modelli comportamentali, umani, spinti dalle scienze e dal progresso tecnologico, non corrispondono ad una strutturazione economica di notevole diversificazione. Le scuole sono per lo più private, a Beverly Hills, e c’è la solita, quasi innaturale, sequenza di lineari rampicanti, una macchina davanti ad un garage e l’ennesima villa. Nasce il gossip, lo scandalo di Charles Manson è impresso su una maglietta. Il mondo diventa merchandaising, l’assassino celebrità. Non c’è molta differenza con Hollywood Babilonia, con i servizi di cronaca nera dei tempi che furono, ma è il mezzo televisivo che trasforma, eludendo un diritto di cronaca sacrosanto, l’azione nell’essenza della persona. L’epoca del divismo è sottolineata dalla passione per la recitazione del giovane Eliott (Kevin Corrigan) , un po’ stupido, impertinente ma tanto uniformato da vivere in totale simbiosi con il fratello minore, di casa, che tenta di interpretare “Guys and Dolls”, cercando di emulare il Brando di tanti lustri fa. La vera protagonista della pellicola, che è in parte autobiografica, è Vivian (Natasha Lyonne), un seno da poco cresciuto, i primi motivi di turbamento adolescenziale, il primo reggiseno, comprato in ritardo mostruoso insieme al padre divorziato, le mestruazioni, il primo rapporto sessuale, il vibratore di prima maniera, e l’insana vicinanza della cugina Rita (una fantastica Marisa Tomei che non sbaglia un colpo), un pagliaccio umano, con un bel corpo, una certa simpatia comunicativa, e notevoli problemi di droga alle spalle. Quando lo psicofarmaco diventa una routine, per intenderci. A ciò si aggiunga un padre di una certa età, finto-lavoratore, che cerca di vivere sgraffignando moneta al fratello (Alan Arkin è un maestro di modulazione di stile e una certezza dell'indie). Il tutto entra a far parte del concentrato cinematografico che la regista e sceneggiatrice Tamara Jerkins ci propone. E non c'è una vera pecca, ma grande brio, consapevolezza, ottima capacità di attivare l'amarcord e una sceneggiatura coerente e accattivante. Il talento della regista che ci ha conquistati definitivamente con la “Famiglia Savage”, è proprio quello di delineare dei personaggi non stereotipati, riuscendo ad affinare uno stile riconoscibile, quasi miracoloso nell'ottica di limitazione delle registe donne. Un piccolo indie-film che suona come un gradevolissimo esempio autoriale da tenere d'occhio.

28/08/10

The September Issue

Documentario sul mondo della moda, o meglio sguardo sulla donna della moda, Anna Wintour, direttrice da decenni di Vogue America. Tutt'altro che semplicistico il taglio, legato alla vita di redazione, senza alcuna concessione al gossip, ad Hollywood, alla spettacolarizzazione. Ne viene fuori un pastiche sopraffino di dimensione umana individuale e di lavoro di gruppo, di superiorità e di grado, ma anche di coerenza e ringraziamento sincero. La Wintour, su cui la Streep ha modella il ruolo di Miranda Priestly, non ha i tratti marcati di una donna megalomane, ma mostra la sua esigenza con un certo piglio. E un'editor, non un'amica. E' puntigliosa e abituata all'ordine e agli ordini, ma non è Hitler. Affiorano, in pochi casi, quando la donna si concede direttamente alla telecamera, dei piccoli ricordi personali, ma non durano che un balenio e se ne perde di vista la portata. L'ambiente di lavoro è analizzato a dovere. La fotografa e caporedattrice Grace Coddington è succube delle decisioni della Wintour, obbligata a snellire e mutilare le sue creazioni fotografiche. d'altronde le due donne, insieme, formano un tandem grandioso, unendo capacità artistica e piglio imprenditoriale. Dirige il televisivo R.J. Cutler, e l'unica cosa da notare è che i nomi degli stilisti e le apparizioni sono direttamente legati al marchio e alle benevolenze della direttrice. Con "Valentino, l'ultimo imperatore", da noi recensito, un altro sguardo intenso e netto sul mondo che separa la passerella dalla realtà. E il bello è che non c'è un vero back-stage per modelle, ma un lavoro di scrittura autoriale molto più avvincente e meno gridato.

Prevista l'uscita il 15 Settembre del film direttamente in Dvd nella speciale edizione con libro Feltrinelli

Letters to Juliet





Non è che da un film del genere ci si aspetti la luna. Tantomeno le stelle. Eppure ""Letters to Juliet" è una delusione, smorzata solo dalla leggerezza. Gary Winick, il regista che tenta di seguire le orme del suo omonimo Garry Marsall, non è uno sprovveduto e il film è una tipica commedia-rosa che scimmiotta gli anni '90, ma senza le assurdità di Julia Roberts. Quando si parla di "Chick-flick", film per ragazzine, questo titolo calza a pennello, anche se ha un tono classico e per nulla sboccato. La cosa che non manca mai, oltre ad una certa fluidità, garantita anche dal cambiamento continuo di locations, in un "on the road" verso l'amore, il passato e la felicità,è l'eleganza. Amanda Seyfried è, come al solito, una reginetta di bellezza, Vanessa Redgrave incontra il suo Franco Nero ed entrambi sono bellissimi, Gael Garcia Bernal è perfetto, Christopher Egan è troppo country ma anche smilzo per essere un degno contendente. E non ci sono battute fuori tono, doppi sensi. Peccato che siano sostituiti da momenti che sfiorano il ridicolo. In particolare la ricerca dell'amor perduto, Lorenzo Bartolini, è così naif e stereotipata che viene da piangere, pensando quale sia il ruolo attribuito agli Italiani nell'ottica internazionale. Il film, spot turistico di Verona per tutte le Giuliette del mondo, e dell'Italia da cartolina, diventa una parodia del nostro mondo, uno stereotipo eclatante, patinato e limitante (per non dire del tutto falso). Nella soundtrack, oltre a Taylor Swift, che accompagna il finale, un misto di brani italiani da "Quando Quando Quando" scritta da Tony Renis a Max Pezzali a Malika Ayane. E si supera la soglia della sopportazione.

The King's Speech










"The King's speech" è il nuovo film di Tom Hooper dopo "Il maledetto United" e il cinema british si affida alla competenza della narrazione storica che perde il suo carico televisivo, o che, comunque, fa dello stile televisivo non un deterrente ma un vantaggio nel modo di gestire la comunicazione sul grande schermo. Tom Hooper continua un pò ciò che Stephen Frears sta realizzando da anni. Si documenta, inserisce con precisione i simboli eventi storici, opta per la dimensione privata, mai inscindibile da quella pubblica e sceglie un personaggio rappresentativo. In questo caso fa diventare Giorgio VI un uomo e ne definisce paure e problematiche (la balbuzie curata da Lionel Logue, interpretato da Geoffrey Rush) e dimensione personale. Una sorta di prequel di "The queen-La regina" di Frears appunti, giacchè Giorgio VI è stato il padre di Elisabetta II. Il cinema inglese, spesso, sviluppa una dimensione storiografica. E questa è la sua grande peculiarità, ma anche la sua condanna alla ripetizione. Certo che Colin Firth punta in alto con un personaggio tanto sfumato, così come Hooper. alla musica Desplat, alla sceneggiatura non Peter Morgan ( che nel genere ci sguazza e ha collaborato sia con Frears che con Hooper) ma David Seidler, forse troppo televisivo. Nel cast, la coprotagonista è Helena Bonham Carter, in forte ascesa. Nelle foto piccole, il vero Re e il confronto diretto tra il personaggio e la persona vera.

27/08/10

Giustizia privata



"Giustizia privata" è una pellicola esagerata, fracassona, irritante, che mescola un pochetto di splatter, eccessivo comunque per il genere, ad una sceneggiatura da quarta elementare. La lotta al sistema assume caratteristiche senza senso, la dinamica degli avvenimenti e la loro rivelazione causa-effetto sono la cosa più stupida dell'ultima cinematografia di genere, appunto. Il film procede per astrazioni, non per analisi. E le astrazioni stanno nei dialoghi, nei botta e risposta che arrivano a parodiare il genere, creando un tessuto narrativo impreciso, indefinito, senza forma solida, che sembra essere, in questi frangenti, attaccato con lo sputo. Una pellicola del genere è degradante, perchè cerca di essere originale con un soggetto visto e declinato mille volte, prendendosi sul serio, quando dovrebbe ridere di sè stessa. E fa male vedere Jamie Foxx mancare l'ennesimo bersaglio. Gerald Butler ha gli occhi gelidi sgranati verso il vuoto. Espressione solita, forse unica. Non ricordo la voce originale, ma il doppiaggio è così enfatico e finto. L'unico comprimario che ricordo è Leslie Bibb, ma solo per ragioni estetiche. Gli altri sfuggono via, senza averli nemmeno identificati. F. Gary Gray continua la sua parabola discendente, e, ormai sembra aver scelto la vittima da sacrificare, Jamie Foxx, destinato al prossimo film, "KaNe & Lynch", del regista, in coppia con il molliccio Bruce Willis. L'opera è vuota, i personaggi stereotipati e manichei.

Foto dal set - I tre moschettieri in 3D









Diretto da Paul Ws Anderson (nell'ultima foto), si profila una versione rutilante e un poc-corn movie. Le scelte del cast confermano questo indirizzo. Matthew Macfadyen, Ray Stevenson, Luke Evans, Christoph Waltz, Milla Jovovich, Juno Temple, Orlando Bloom e James Corden fanno intendere che la portata è decisamente quella di un blockbuster, forse un pò anonimo, ma teso al semplice divertimento. In Uscita nell'aprile 2011.

26/08/10

Domani in Tv su cult alle 19,00 -Frozen River - Fiume di ghiaccio




Un fiume di ghiaccio, una lastra d’acqua su cui camminare. Le nuvole si frantumano in mille pulviscoli bianchi, si intravede un piccolo lembo di cielo blu. Ma è subito sera. E l’intera distesa, la riversa dei Mohawk, le case povere dello Stato di New York, ai limiti del confine con il Canada, la bisca di giocatori incalliti ed il pub di uomini d’alcool riempiti, sono in perenne isolamento. La demografia è complessa, non per l’eccessiva estensione, quanto per il sipario di incomunicabilità che separano una roulotte, l'unica nella riserva ed un prefabbricato azzurro, annerito dal tempo e dal gettito di una fiamma ossidrica. Le case sono circondate, spesso, da una coltre di neve e rischiano, nella loro umiltà, sporcizia, mancanza di ordine, di assomigliare a dei luoghi di derelitti, di gente perduta, dimenticata. Il film, complice l’ottima sceneggiatura di Courtney Hurt, anche regista, parte da una situazione di emarginazione sociale, dipendente da motivazioni assistenziali, economiche (scarsa disponibilità di reddito famigliare), poi procede nella disintegrazione di un sistema patriarcale ( gli uomini sono, per lo più assenti, un marito è morto, un altro è scappato, ma non c’è alcuna traccia di un femminismo spietato e calcolato, come si evince dalla grande responsabilità umana di un ragazzo quindicenne), ed infine analizza la prospettiva, abusata nella tematica, in questo caso, invece, più che originale, dell’immigrazione e del razzismo. Non siamo in Messico, ma il travaso di clandestini, collegato a forme di mafia, ha una sua logica applicazione: un auto con portatagli, un pulsante nel sistema centrale, un numero di soldi fisso, una stessa traettoria, che sfida la dimensione naturale. La traversata sul fiume comincia. Ray ha uno sguardo stanco, la pelle cadente, numerose rughe che non sono più d’espressione, lavora in un supermarket di prodotti a basso prezzo, guadagna poco e male.  Lila ha i capelli cortissimi, è ancora giovane, lavora al bingo, ma non vede bene, anzi vede malissimo. Vive in una roulotte e guarda da lontano il suo bambino, di appena un anno, preso alla nascita dalla suocera e non restituito. Subisce le conseguenze del suo passato, del contrabbando, di sigarette, una volta, oggi di carne umane, di forza lavoro cinese o iraniana. Le storie sono simili, c’è una forma di attenuato razzismo da entrambe le parti, eloquente in alcune affermazioni. La cosa che più colpisce, oltre alle ottime interpretazioni (Melissa Leo grandiosa, nominata agli Oscar) e all’ambientazione, con un gioco di luce inusuale ed un movimento spaziale tanto ripetitivo quanto affascinante, è la perfetta aderenza dei personaggi alla realtà, senza smussare i loro caratteri, senza precise catalogazioni a priori. E così che la donna bianca porta la pistola, e non la mohawk. E così che un ritratto femminile si trasforma in un film angosciante. Non c'è nessun elemento da thriller classico, eppure l'atmosfera è permeata da un mistero tetro e continuo, opprimente. E' cinema indie, ed è sopratutto piccolo grande cinema.