26/02/12

Review 2012 - Quasi Amici (Intouchables)









Campione assoluto di incassi nella natia Francia (ma anche l'Europa lo sta premiando in modo incredibile, si veda il portentoso box-office tedesco), "Quasi amici" è il fim "intouchable" dell'anno, un inno alla vita, alla fraternità interraziale e al "popolare". Lo hanno definito una boccata d'ossigeno, ne hanno ipotecato, sagacemente, remake vari, hanno esasperato le reazioni del pubblico con ampio riscontro pubblicitario. "Intouchables" è diventato un fenomeno di massa, una pellicola"intoccabile" appunto, un film difficile da criticare senza essere tacciati di una forma di snobismo culturale. Chi ha elogiato il film ha sottolineato la carica liberatoria e divertente, la perfetta fusione del duo attoriale, l'intelligenza della sceneggiatura. Ecco, partendo dal presupposto che questi aspetti siano più o meno condivisibili, con delle riserve, pochi hanno avuto l'ardire di mostrare i numerosi limiti del film, che non è opera mirabile, ma solo intrattenimento puro e vacuo, nonchè opera nata per accogliere simpatie più o meno univoche. C'è un confine quasi impercettibile che divide la popolarità, quindi l'universalità di un messaggio, dalla demagogia, dal "populismo". E "Intouchables"non è un'opera popolare, ma un'opera populista. Grandi registi del popolare, della nostra commedia popolare, hanno saputo coniugare diverse istanze sociali sul grande schermo, senza perdere un briciolo di dignità intellettuale. In questo caso, non solo una qualsiasi capacità intellettuale è assente, ma la stesse elite culturale viene messa alla berlina, ridicolizzata all'interno della pellicola, che contrappone alla "morte" dell'arte contemporanea e non, la vittoria del kitsch estremo, della battuta, della facilità. Ma soprattutto è la vittoria dello stereotipo rassicurante, elemento che non sembra essere stato compreso pienamente da chi ha visto nel film un'istanza sociale che gli è avulsa. La dicotomia dei personaggi è sempre la medesima: il bianco ricchissimo, immobilizzato su una sedia a rotelle, "morto" dentro ad una cultura fine a sè stessa, il nero con una famiglia problematica, sessualmente audace (per non dire sboccato), mattacchione con un gran cuore. Ecco qui, in soldoni "Intouchables" è questo: un incontro rassicurante, un clichè cinematografico, un'opera che nasconde dietro la commedia una forte staticità sociale. E, nel suo essere opera conservatrice, anche e soprattutto sotto un profilo stilistico (che è assente, con i galoppini Nakache e Toledano del tutto privi di personalità alla regia), è anche un'opera che mette le mani avanti, che non può non piacere al "popolo" perchè nata con intenzioni "popolari". Nel caso in cui una voce si opponga alla facilità della rappresentazione, dell'intreccio, quella voce è immediatamente snob. Per questo, aggiungo, che si tratta di un'opera "populista" e demagogica, semplice, magari in alcuni punti accattivante, ben recitata e simpatica, ma a cui viene assegnata una profondità di contenuti che non solo non le appartiene, ma che è pari per approssimazione ad una sentenza, ad un'epigramma di un grande autore, isolata dal suo contesto. Può apparire pregnante, ma è nulla se paragonata ad un pensiero totale e totalizzante. "Intouchables" è superficiale, intrattiene come un prodotto per la tv, diverte. Ma non fa "ridere fino alle lacrime", nè conquista. Ed è diventata una grande operazione di marketing.

23/02/12

Review 2012 - Paradiso Amaro


















Un dramma/comedy ibrido per Alexander Payne e fin qui nulla di nuovo. L'apprezzato regista di lontana origine greca, ha all'attivo pellicole piuttosto atipiche che conservano, in fin dei conti, una sorta di continuità tematica e poetica. Se "Election" è la riot-comedy surreale e decisamente pimpante ed è parzialmente (ma solo parzialmente) fuori dal cerchio "drammatico", pur sviluppando contenuti "black" tutt'altro che pacificanti, "Sideways" è un "On the road" classico, in bilico continuo tra commedia e dramma, senza una possibilità di catalogazione se non quella di "Wine-movie", considerando l'elemento unificante del tragitto dei numerosi personaggi. Più vicino, ma solo in parte, nelle premesse, a quest'ultima fortunata pellicola è "A proposito di Schmidt" per l'ovvio paragone con la dipartita improvvisa della moglie per il neo-pensionato burbero Jack Nicholson, mentre "La storia di Ruth, donna americana" è decisamente uno sguardo meno interiore e più politicizzato sull'eterna disputa abortista o meno. Un continuo passaggio dall'esterno all'interno domina l'ottica del regista, che riesce, a mio parere, ad essere caustico e ottimo indagatore nella definzione di complesse contraddizioni sociali, mentre si chiude su sè stesso, con altrettanta precisione, ma senza troppa originalità, nelle storie individuali. "Paradiso Amaro" è una sorta di sintesi dell'attitudine introspettiva del regista, una storia carica di diversi umori, che non lesinano un intelligente "politically uncorrect", in cui emerge, con una forza dirompente rispetto alle dinamiche stesse della sceneggiatura, l'ambientazione hawayana, non solo da un punto di vista paesaggistico, ma soprattutto, attraverso il riferimento diretto ai "Descendants" del titolo originale, alla "storia" e al costume dell'arcipelago statunitense omonimo. Al di là della scenografia naturale che sembra davvero impregnata di sinestesie che colpiscono lo spettatore, "Paradiso Amaro" è un'opera intima e ad argomento drammatico, ma non si dimentica di essere anche fortemente vitale, a volte anche troppo rispetto alla storia centrale, e fonda su questo gioco di contraddizioni umane tra dramma e commedia un motivo di parziale originalità e di continuità con le esperienze precedenti di Payne, pur mostrando eccessi e scarti troppo marcati con un atteggiamento poco realistico nello sviluppo dell'azione narrativa. Lo screenplay, non originale (tratto da Kaui Hart Hemmings), probabilmente si aggiudicherà la statuetta più ambita, l'Oscar, non immeritata, anche se qualche limatura sarebbe stata auspicabile, nel tentativo di integrare le diverse anime del testo. La forza del film sta anche nel cast, corale (Shailene Woodley la sorpresa) e con personaggi fortemente caratterizzati e soprattutto nell'incisività drammatica di George Clooney, che mette da parte aria da piacione e si ritrova misurato ed intenso ad interpretare un padre assente e distratto, con moglie in stato di coma e una serie di problemi sia famigliari che lavorativi da sciogliere. Interessante è soprattutto, anche in questo caso, l'angolazione scelta dal regista, che si diverte a creare una storia in progress e a capovolgere clichè pregressi del melodramma classico, con un tocco personale, in bilico tra teatralità dell'ingresso dei personaggi e scrittura radicata e accentrata degli stessi characters, che si mostrano solidi e realistici, con qualche sfumatura naif che non guasta. Un film di personaggi più che di azioni, di umori variabili più che di testa.

21/02/12

Review 2012 - Hugo Cabret















Ad un'età adulta, il passato comincia a riecheggiare quasi fosse presente. E Martin Scorsese, il cineasta manicheo, classe 1942, sembra aver, per un tratto di strada della propria esistenza, virato dalla propria ottica adulta, per ricongiungersi, mentalmente, con l'infanzia, la sua, naturalmente, ma soprattutto quella del cinema. L'anno appena trascorso è coinciso con una autocelebrazione meta-linguistica dell'arte cinematografica, leggere alla voce "The Artist" che, con risultati discontinui ma apprezzabili, ha segnato il ritorno malinconico all'epoca del muto, seppur senza un rigore filologico adeguato e all'interno di un'operazione ambigua. Al maestro Scorsese possono essere rimproverate, in genere, alcune cose, ma di certo mettere in dubbio la sua passione per la settima arte è eresia pura. Pochi sono stati i registi capaci di amare il cinema nella sua totalità prima di esserne artefici, altrettanto limitato è il numero di registi con una vocazione e un interesse bibliografico alla materia tanto profondi e duraturi. Scorsese incarna l'idea del Cinema, seppur nella sua declinazione quasi esclusivamente classica. Scorsese è l'ultimo regista dell'età dell'oro, un'età che ha a malapena vissuto, ma che è entrata nel suo DNA artistico fino a diventarne una costante poetica prima che stilistica, di reinvenzione e di attraversamento dei generi. E quando compare un'opera mista di prosa e schizzi come "La straordinaria invenzione di Hugo Cabret" scritta dal visionario Brian Selznick, Scorsese viene chiamato in causa a prescindere dal genere della pellicola. Sebbene la fantascienza per ragazzi sia ormai quasi una prerogativa esclusiva di Tim Burton, la cui poetica si adatta perfettamente a questo tipo di storie, nel caso del testo di Selznick, il riferimento ad un genio della cinematografia come Georges Méliès, l'illusionista, l'artigiano della meraviglia, il mito, implica una diversa consapevolezza storica e solo Scorsese sarebbe stato in grado di ottemperare ad un ruolo, che non è solo spinoso dal punto di vista della ricostruzione, bensì altrettanto complesso nella necessità di preservare un contenuto narrativo ed emotivo forte capace di bypassare la semplice analisi filologica. "Hugo" è una gigantografia del cinema, dell'uomo Méliès, della sua storia personale, ascesa e discesa della fortuna, riabilitazione finale, attitudine al lavoro e passione, soprattutto passione creativa (con la costruzione dello studio e del teatro Robert Houdin)  ma è anche una storia che si forma nel film (sceneggiatore John Logan che aveva già preso parte, guarda caso, allo Sweeney Todd di Burton), storia di un bimbo dickensiano, di un automa antopoformo, di un meccanismo che conduce al cuore delle cose e della vita attraverso chiavi, mezzi di comunicazione accidentali con un mondo dimenticato e spazzato via dall'insorgere delle realtà drammatica della prima guerra. Storia di buoni e non di cattivi (anche l'inspettore burbero di Sacha Baron Cohen si ricrederà) di speranze disattese e di possibilità riaperte, di citazioni, saccheggi, di spezzoni montati, di pagine che si animano (l'enciclopedia del cinema con i frammenti di opere storiche che si paventano sullo schermo) . E, da non sottovalutare, Storia di una Parigi realistica e fantastica insieme, ricostruita dal duo Ferretti/Lo Schiavo, in marcia per ipotecare il terzo Oscar da art director. Un film immenso, tecnicamente validissimo, che impressiona anche per capacità di empatia con il pubblico, grazie anche ad un cast eccezionale e a non protagonisti efficaci nella rappresentazioni di scenette quotidiane che fungono da intermezzi. In più i due giovani ma già noti Asa Butterfield e Chloë Grace Moretz davvero perfetti per la parte.