31/03/11

Review 2011 - Country Strong












5,0 su 10

Peccato, peccato davvero per varie ragioni. Perchè "Country Strong" poteva essere uno studio attento sul fenomeno delle country-pop-singer che hanno trovato il loro successo un pò ovunque, partendo dall'America rurale, magari con qualche santo in paradiso. Ci riferiamo soprattutto alla corposa Carrie Underwood, ma anche alla ninfetta per teen Taylor Swift e ad una serie di prodotti commerciali, appetibili per una vasta platea, senza la vera essenza del country, tanto che la diretta vicinanza al genere diventa uno "specchietto per le allodole" formale che nei contenuti ha poco a che vedere con la musica popolare americana. Qualche tratto di questo fenomeno non manca nel film, in cui soprattutto colpisce la critica, per nulla banale, al mondo che circonda le star, con un finale in odor di "drama" nella sua connotazione più viva. Peccato che a questa sottile descrizione, si giunga attraverso una scrittura per nulla plausibile, carica di sentimentalismi, in cui i diversi personaggi interagiscono tra di loro come in una soap vecchio stile, in un gioco di coppie che non ha senso nè credibilità. Proprio la volontà di affiancare alla star in crisi due stelle musicali in cerca di "fama" non è una scelta adeguata, soprattutto per la stupidità relazionale dell'impostazione fin dall'assunto. L'unica spiegazione sta nella volontà di montare un numero cospicuo di scene dal vivo di country-music, in cui i singoli attori potessero rappresentare le diverse anime del genere, da quella commerciale di Leighton Meester a quella autoriale di Garrett Hedlund. Entrambi, abbastanza lanciati nel mondo cinematografico, non fanno faville, si mostrano inadeguati ad interpretare personalità che sulla carta dovrebbero essere più complesse. Non è per nulla positivo l'approdo cinematografico di un grande songwriter reale come Tim McGraw che, non nuovo ai set, in questo caso è addirittura meno in parte del solito, con una sola espressione e l'incapacità di dare forza al film. Ed è chiaro che la protagonista, una sorta di Shania Twain/Faith HIll vecchio stile, Gwyneth Paltrow, che aveva già dato prova delle sue doti vocali in "Duets", sia l'unico vero motivo per cui valga la pena vedere la pellicola. La Paltrow, rilanciata dal franchise "Iron man", è perfetta per la parte, mai eccessiva nè onnipresente, eppure è l'unica luce del film. La regia di Shana Feste è priva di inventiva e incapace di creare un'alchimia corale verosimile. Il finale aiuta per quel che può.

Review 2011 - Space Dogs 3D





4,0 su 10

Beh, "Ho perso le parole", dice il Liga nazionale, non muovendosi da decenni dal suo rock da parrocchia che tanto piace alle mamme, a cui fa eco un  fresco "Eh già" proveniente dal rocker esistenzialista Vasco Rossi, un lamento inascoltabile di suoni vocali senza nè capo nè coda, con un testo da quattro soldi. Siate consapevoli che questa ruffianata in 3D, è un misto di "Ho perso le parole" ed "Eh già" tenute insieme dal denominatore comune (che, per chi non avesse inteso è la stanca ripetizione di qualcosa già in origine brutta, tanto brutta , ma che con l'andare del tempo è diventata ancora più insopportabile). In ogni fenomeno, artistico o meno, c'è lo stallo che chiamiamo "blocco dello scrittore", "pausa di riflessione", "campar di rendita acquisita". Nell'arte figurativa c'è la copia, che può essere omaggio, citazione, ma sempre copia rimane. L'arte, d'altronde, è una copia di sè stessa dalla notte dei tempi (e infatti la sua è un'origine mimetica, come mimesi della realtà) e la cosa non va che accettata. Ora se il discorso vi sembra sghembo, beh lo è. "Space Dogs" è una copia di un archetipo. Come lo sono Ligabue e Vasco Rossi. Il denominatore è la volontà di riprodurre, in serie, con una sistematicità imbarazzante, qualcosa di già diventato "patrimonio comune". Quindi Ligabue non sogna nemmeno di spostarsi  da Mario, Vasco Rossi è da un decennio  nella fase "voglio trovare un senso", Space Dogs è l'ennesimo cartone (passatemi  il termine) con animali parlanti, senza anima alcuna (animali e anima non vanno proprio a braccetto nel senso etimologico), inserito in quel lungo filone di film spaziali di serie b, in cui anche gli elementi fisiognomici non sono che la mescolanza di altre copie recenti o passate (e da Bolt in avanti o viceversa ci sarebbe da scriverne un libro), con un'unica "finta" novità, la produzione russa e il riferimento ai cani inviati nello spazio, appunto. Ed eccolo l'elemento che fa quadrare il cerchio. Nella ricerca dell'archetipo, l'unica scelta è di un soggetto che abbia che fare con l' elemento spiccatamente "da cinema" della storia russa recente, appetibile e un pò banalotto, e non c'è nulla di meglio che riaprire la lacerante "rincorsa allo spazio" della cagnolina Laika e affini. A questo punto, però , in netto legame con l'occidentalizzazione di massa, il film diventa un ovvio percorso basilare, che deve essere di vittoria e di felice riuscita, con tanto di soundtrack occidentale country-pop (per nulla legata al film e brutta di suo), uso del 3D e personaggi facili facili, che ragionano come "uomini in provetta", lieto fine da far venire il latte alle ginocchia e qualche storiella strappalacrime interna, magari basata sul difficile trascorso di un protagonista e sull'attrazione latente che si manifesta nella lotta/contrapposizione. Cosa rimane? Nulla, anche perchè il carattere visionario di un cinema "europeo" o comunque d'avanguardia viene completamente avvolto dalla dimensione filo-americana, senza averne però un briciolo di qualità. Guarda caso, l'animazione è ormai anch'essa inglobata in un sistema artistico anglofilo spesso di estrema qualità, mentre il cinema russo che scimmiotta quello occidentale non è altro che è una pessima copia, di discutibile valore, in cui non appare nemmeno un elemento caratterizzante. Non funziona, e la resa tecnica piuttosto scarsa non aiuta a ridurre l'effetto "film-tv" del sabato pomeriggio.  Bocciato e non aggiungo altro. "Ho perso le parole", vi dico soltanto. Mi potete rispondere con un laconico "Eh già".

30/03/11

Review 2011 - La donna che canta ("Incendies")







8,5 su 10

Altro giro, altra festa. "Incendies", candidato all'Oscar come Miglior film straniero e battuto dal più appetibile "In un mondo migliore" della danese Bier, è il vero "art-house movie" della stagione. Diretto con grande rigore ed evitando inutili manichesimi da un canadese doc come Denis Villeneuve, si può definire il "Segreto dei suoi occhi" del 2010, un intenso e articolato ritratto personale e storico in cui l'elemento della ricostruzione, intesa come lavoro di comprensione di un passato lontano, diventa il leit motiv della narrazione. Ricostruzione significa, come in molti altri casi cinematografici, schematizzazione. E infatti il lungometraggio è attraversato continuamente da didascalie in rosso che rappresentano un tassello fondamentale nella comprensione totale dell'intreccio, brevi titoli introduttivi dei personaggi che entrano in scena. La compattezza della sceneggiatura che ne deriva mette in luce l'abilità e la forza del setting in quanto tale. La commistione tra storia personale, analizzata a ritroso attraverso un giustapporsi contrappuntistico di accadimenti passati e tappe scandite di ricerca attuale, e storia collettiva, con evidente richiamo ai trascorsi conflitti religiosi (e non) del Libano, è perfetta e riesce a far echeggiare punti di vista diversi (è un racconto corale), che emergono con la limpidezza narrativa di un classico del cinema moderno, successivo a "Quarto Potere", per intenderci. E' proprio l'inserimento di sottogeneri tipici del cinema hollywoodiano, accanto ad un'ambientazione di desolata bellezza naturale a dare, anche con accurate sequenze emotivamente forti, la marcia in più al film. A cui aggiungere una molteplicità di motivi che per noi possono suonare, in parte esotici, e che rimandano ad una dimensione storica e geografica che non abbiamo vissuto direttamente. Il carico della memoria, della "non-conoscenza", delle sofferenze che leggiamo nel nostro passato viene alla luce nella storia triste e antieroica della protagonista, presenza assente costante di un'epopea dolorosa ma anche carica di speranza, in cui anche la recitazione diventa spigolosa, mai melensa ma meno accondiscendente del solito, grazie anche a dei personaggi scritti con cura. E alla fine resta impresso un motivetto facile che si esprime attraverso il canto. La chiamavano "la donna che canta".

29/03/11

Review 2011 - Senna








8,5 su 10

Un documentario che sta tutto in uno sguardo, e quello sguardo non è di un uomo qualunque, ma di Ayrton Senna, brasiliano con nelle pupille l'immagine della saudade. E' la sua personalità spiccata ad emergere, mentre, di contrappunto, il resto, dai nomi dei piloti, alle controversie sportive, si avvolge nel dimenticatoio. Non è la fine tragica ad aver fatto di Senna ciò che è oggi, ma è soprattutto la sua attitudine vitale e malinconica insieme, il suo "ribellismo", la sua passionalità perfezionista, il suo senso della vittoria come riscatto di un popolo, quello brasiliano, allora noto per la povertà dilagante, ad aver contribuito ad ergere la sua figura, facendone un simbolo dell'agonismo sportivo senza tempo. La grandezza dell'uomo e del corridore non può essere disgiunta su due livelli diversi. Il documentario, straconsigliato, di Asif Kapadia, imposta il suo asse di osservazione con una compresenza di queste due linee di lettura e fa scorgere, grazie al numeroso materiale d'archivio, una personalità titanica e complessa, sia nella vita che sulla macchina. La vivacità narrativa consente di affrontare il personaggio Senna senza orpelli, senza parzialità, ma soprattutto è in grado di ricostruire un'immagine sportiva, storica, individuale, a tutto tondo, con un continuo cambiamento di voice-over, che fa da collante, in modo perfetto, agli avvenimenti che caratterizzarono la sua carriera. Le interviste, soprattutto d'archivio, infatti, costituiscono solo la partitura sonora, il sottofondo narrativo, che accompagna, a volte, la scena, in molti casi "presa dal vivo", iscrivendosi perfettamente in essa. E' proprio il lavoro di cucitura/rifinitura a meritare un plauso, in primo luogo perchè è frutto di un'attenzione ammirevole e certosina e soprattutto perchè è talmente ben oleato da essere il vero motivo del carico di emotività che il film trasmette a chiunque, tifoso o meno del pilota. Attraverso una semplificazione realistica e immediata, il personaggio Senna assume un'ottica precisa, quasi spirituale, introspettiva, e, al contempo, il suo modo di pensare, il suo credo, le sue speranze non vengono abbandonate dal regista, ma fatte proprie e scelte come elemento distintivo della lettura documentaristica, che arriva, perciò, a seguire con vigore Senna piuttosto che a descriverlo in modo piatto. Di questo documentario, sono convinto, sentiremo parlare per la sua angolazione (e il tema lo permetteva già di suo) calda e coinvolgente. Ed è l'omaggio più grande che il cinema avrebbe mai potuto rendere a Senna.

28/03/11

Review 2011 -Kick-Ass con possibilità di visione gratuita





7.0 su 10

Film uscito in Usa il 18 Aprile 2010, da noi recensito nel Maggio 2010, riproposto in occasione della release italiana prevista per il 1 Aprile 2011, con distribuzione Eagle Pictures.


"Kick-ass" è un pò la scossa, il prodotto nerd, indie, trash, low-budget, pulp, dramedy, superhero del momento. Quando leggo la posizione di Roger Elbert sul film, capisco che alcuni elementi siano condivisibili su un piano teorico. Il critico più noto se la prende con il messaggio, del tutto amorale, anzi votato alla violenza come sentimento supremo. In realtà su un piano pratico, l'intero film è un divertissment edulcorato pieno di verve, sopra le righe, eccessivo. La violenza non è l'elemento di degenerazione che definisce Elbert, ma deve essere analizzata con l'ovvia considerazione che si tratti di un film, nato da un fumetto di Mark Millar, che è entrato di recente a far parte dei comics più diffusi del 2000 e che non mira a rappresentare la realtà. Inoltre è un film vietato ai minori negli Stati Uniti, con un rating "restricted". Quindi, l'annotazione non ha senso, anche perchè la chiave del supereroe in termini psicologici ha una sua vicinanza ai modelli dei "revenge-movie" che proliferano in ogni genere. E la violenza, anche cruda in modo netto, è solamento un gioco, un elemento di caratterizzazione, un elemento di originalità. Infatti "Kick-ass" ha il merito di non prendersi sul serio in nulla, ma non è un prodotto senza elementi narrativo-psicologici. Tali elementi fanno parte del sottotesto ma sono primari, anche se un pò stereotipati, per la comprensione del film. Riguardo l'originalità, è l'intero background filmico e prefilmico ad essere completamente fuori dagli schemi. Partire da un soggetto del genere, con una produzione non di primo piano, con un regista come Matthew Vaughn, non molto noto, con un cast di giovani attori dotati ma di certo non vere celebrità (in primis Aaron Johnson, che è stato interprete di "Nowhere boy", biopic sull'adolescenza di John Lennon, a cui aggiungere l'ormai cult-little-girl Chloe Moretz), con il finanziatore Nicolas Cage comparsa o poco più, è un azzardo. Il tema, il fumetto di secondo piano, il marketing-web, anche la soundtrack dai Prodigy a Ennio Morricone, la citazione dei modelli di riferimenti "cult" mirabile soprattutto per la capacità di unire ad un budget limitato una freschezza e perizia tecnica con l'ovvio rischio della ripetizione, sono altri punti che potevano far naufragare il progetto. Invece il sequel sarà in sala nel 2012, e Mathhew Vaughn sarà il regista del reboot degli Xmen. "Sin city" è un modello, ma lo sono anche Tarantino ("Kill bill"), e in maniera diversa, le commedie semi-demenziali, con picchi intelligenti, così come l'action movie in genere, unito alla solita analisi del mondo adolescenziale, che, spiace dirlo, pecca per l'assoluta ripetitività delle gag. E' un film che non osa fino in fondo, in questo senso. Ma, forse, per il critico Elbert, è meglio così.

Kick-ass Night
Volete andare a vedere gratis il film in anteprima il 31 Marzo?
E' possibile! (da Soldissimi)

Venerdì 1 aprile uscirà in tutte le sale italiane Kick-Ass, il nuovo film Eagle Pictures.
Per celebrare lo sbarco del film in Italia, giovedì 31 marzo si celebreranno le Kick-Ass Nights.
Nel corso della serata tutti i cinema appartenenti al circuito The Space e Uci proietteranno il film in anteprima nazionale.


http://www.teamworld.it/news/4675/kick-ass-anteprime-il-31-marzo.aspx




Come aggiudicarsi la visione in anteprima del film:

Non dovrete fare altro che recarvi in un cinema appartenente ai circuiti citati: pagando il biglietto in cassa, avrete la possibilità di vedere il film in anteprima.
Se invece vi presenterete travestiti da supereroi avrete accesso all'anteprima GRATUITAMENTE!
Quindi, forza e coraggio, prendete il costume di carnevale, fai-da-te di un qualisiasi supereroe, presentatevi alle casse. e il film sarà gratis (solo per il 31 marzo, sera).

I cinema del circuito, 


http://www.ucicinemas.it/landing.php


http://www.thespacecinema.it/listacinema_new.jsp?Menu=C


Scoprite il cinema The Space o Uci più vicino a voi e preparatevi alla Kick-Ass Night!

27/03/11

Amarcord - L'oro di napoli (1954)






De Sica, ancora con Zavattini, cerca un contributo meno di impatto, svia dal neorealismo, lontano ormai il dopoguerra e si definisce, come regista di fama, integrato nel sistema cinematografico, non ad esso parallelo. E’ un De Sica che non perde i tratti della poesia, ma suona meno sincero, forse un po’ manierato. In realtà, è un arco di carriera a sé stante, con risultati, di certo, più modesti, ma assolutamente notevoli. L’oro di Napoli non è il tesoro nascosto sotto il mare, il forziere coricato in una zona impervia, ai bordi del Vulcano, non è la pulizia del Vomero o la sporcizia delle periferie, non è nel mondo sotterraneo che ricorda la sua storia antica , né nel vicolo dei presepi d’arte, con le statuine di una creatività ormai senza guizzi. L’oro di Napoli sta nelle espressioni, nelle usanze, nei costumi, negli atteggiamenti di chi porta Napoli nel cuore. Gli anni ’50 sono, per la città partenopea, il momento forse più poetico, in cui emerge, forte, il contrasto tra il vecchio ed il nuovo, in prospettiva politica, ma soprattutto nelle nuove modalità di vita dei napoletani. Napoli è una sceneggiata in piazza, sulla via grande, o nei piccoli rioni, e, come ogni sceneggiata, si riempie di espressioni veraci, a volte carnevalesche, a volte sincere, puntando sul melodramma. C’è Totò, l’anima di Napoli, il suo fiore più alto, che unisce la teatralità innata dei suoi movimenti con la necessita di un copione da cinema. Ci riesce in questo film, assumendo toni più forti, pompati di una carica nuova, alla fine del suo episodio, dopo che il momento di lucidità e la ribellione al “guappo” si trasformano in un senso di impotenza che è integerrima e fiera. C’è Sophia Loren, ancora giovane, con il baldacchino prosperoso e le pizze fritte ed il "dramma" dell’anello di smeraldo verde e il bacio appassionato, svestita, con un giovane aitante, mentre il povero Paolo Stoppa fa di ingenuità virtù. Eduardo ha la sua solita carica drammaturgica, il viso scalfito, ma un ruolo di grande rilievo; negli ultimi dieci minuti, da semplice incisore, mostra la differenza tra nobiltà valoriale, di relazione con la gente, e nobiltà di nascista, a cui una pernacchia normale non basta. Un episodio non era mai giunto al cinema, forse il più realistico, con il funerale di un angelo bianco, i confetti lanciati e rincorsi dalla schiera di bambini, ed un lucido corteo, senza fronzoli. Divertente e surreale, autobiografico, il gioco a carte tra un duca internato e un ragazzino, figlio del custode, con la felicità di uno stacco finale del De Sica degli anni d’oro. Molto complesso l’episodio di Teresa, “una di quelle”, romana, che si trova a gestire un matrimonio combinato, tra smarrimento e accettazione della realtà. E’ Silvana Mangano la migliore attrice del film, ha il ruolo più complesso, quello di una passeggiatrice e la morbidezza interpretativa che non ha nulla completamente del popolare o del colto, a livello stilistico, ma è una via di mezzo realistica.

Review 2011 - Frozen






6,5 su 10

"Frozen" è un denso e raggelante (nomen omen) thriller-drama dai risvolti splatter capace di tenere alto, per 90 minuti, il livello della tensione. E questo è il suo grande merito, la sua più grande forza. A ciò contribuisce molto la mano di Adam Green, ma soprattutto la splendida location, che evoca immediatamente un'angolazione climatica che può facilmente impressionare lo spettatore, che si trova direttamente coinvolto nella situazione. Gli elementi dell'horror sono rispettati a dovere, anche se il film non ha una componente mostruosa, ma riesce a colpire con una storia ancorata al reale, che si manifesta, a sua volta, nella natura spettrale, selvaggia, darwiniana, desolata e desolante dell'impianto sciistico. "Frozen", in questo senso, è il contraltare meno riuscito di "127 Ore" di Boyle, solo che invece di un riaggiornamento del tema attraverso elementi tecnici e formali di nuova portata, si limita a riproporre una regia classica e l'uso di un facile montaggio, anche sonoro, per esprimere il senso di oppressione con una prevedibilità al contempo priva di idee, ma anche facile. In questo senso, nonostante l'atipicità della location (una funivia sospesa nel vuoto), Adam Green non ha un coraggio da vendere, ma solo l'indiscutibile mestiere di tenere in riga elementi tradizionali del genere, a cui aggiungere, appunto, una sceneggiatura standard, non particolarmente brillante (e qui i problemi aumentano, tanto che molte sequenze sono zeppe di dialoghi troppo elementari e carichi di qualche pizzico di retorica, per non dire banali/qualunquisti/ridicoli), con tematica amorosa/affettiva dominante (e il solito triangolo relazionale) e qualche tocco di splatter eccessivo soltanto nella parte finale. Niente di nuovo, ma la tensione c'è, lo spettacolo paesaggistico aiuta, la recitazione è su un livello medio-basso (d'altronde gli attori non sono di prima fascia) e ciò consente di evitare esagerazioni e concentrarsi sul film in sè. Piacevole.

26/03/11

Review 2011 - Never let me Go (Non lasciarmi)








"Never let me go" è cinema, a tutto tondo. Mestiere, passione, emotività, realizzazione tecnica complessa, lavoro sul personaggio, sceneggiatura credibile e, a quanto pare, piuttosto fedele al testo da cui è tratto, e una fotografia perfetta che fa uso di toni soffusi e modulati secondo una precisa e ricca tavolozza di colori diafani, senza dimenticare l'ottimo lavoro di Rachel Portman che riesce ad integrare, con tocchi di musica, intensi intervalli temporali di narrazione molto lunghi, contribuendo ad alimentare la vena emotiva del film. Componenti come la letterarietà, imprescindibile visto la derivazione del soggetto (dal pluripremiato Kazuo Ishiguro), e l'assetto tradizionale da romance-story si accompagnano a riflessioni tutt'altro che banali sulla vita umana, sulla sfuggevolezza, sui sentimenti. Ma la bellezza di "Never let me go" sta nella sua capacità di trasformare una difficile riflessione/dissertazione scientifica e filosofica sulla clonazione, l'anima, il destino terrestre, l'amore, il sacrificio, il surrogato sostitutivo, la morte, in una storia facile, impostata secondo un'ottica umana, in cui la ricostruzione non presenta alcun tratto di modernismo nè di irrealtà dei caratteri. "Never let me go" è un film vintage e forse uno dei primi casi di sci-fi in cui l'elemento fantascientifico è appena sussumibile, nascosto, poi svelato completamente solo alla conclusione (la prima parte del film, fino all'entrata in scena del personaggio interpretato da Sally Hawkins è un'osservazione tradizionale, da tipico dramma inglese, e, poi, progressivamente diventa un racconto ambiguo, in cui comunque la cesura tra rappresentazione realistica e ricostruzione fantascientifica non è mai insoluta e netta. A Mark Romanek va il compito di aver pensato alla struttura del film come se fosse a sè stante rispetto ai temi analizzati. E una direzione di attori superba, in cui eccelle Carey Mulligan e ripete l'exploit di "An Education". Più forzata Keira Knightley, e bravo, ma un pò ripetitvo, in alcune espressioni, Andrew Garfield. Ma il supporting cast non è inferiore, anzi mette insieme attrici di bravura indiscussa, come Charlotte Rampling e Sally Hawkins, a dei piccoli interpreti (per la fase infantile dei caratteri) perfetti, forse ancora più dei grandi.

Il postone di ContactCinema #7 - Movie Celebrities- Painters

Sono stato sempre affascinato dalla concezione di artista multiforme, in grado di essere capace nel suo settore, ma anche aperto ad altre possibilità formali di espressione. Per questo propongo una piccola gallery di uomini (e donne) di cinema che si sono destreggiati in un modo o nell'altro, in questo caso, con l'arte figurativa per eccellenza, la pittura.


Gus Vas Sant




Prima di tutto, questi ritratti sono stati mostrati da Vas Sant in relazione alla presentazione di una mostra, dal titolo evocativo "Unfinished", ancora aperta (fino al 9 Aprle) presso la Gagosian Gallery di Beverly Hills. Si tratta di dipinti ispirati ad uno dei suoi film più noti, quel "Belli e Dannati" che lanciò nel firmamento Hollywoodiano della cultura underground Keanu Reeves e consacrò l'eccellenza di River Phoenix. Oggi il lavoro di riassemblaggio dell'opera, con una nuova versione ricca di materiale inedito del film intitolata "My Own Private River", in evidente omaggio al divo scomparso anni fa, è stato curato da uno degli allievi/amici più vicini a Vas Sant, protagonista del suo ultimo "Milk", James Franco, a sua volta esperto artista completo.


Pierce Brosnan

  


Brosnan ha esposto molto e con successo negli anni '90. La cosa che si nota maggiormente è la policromia brillante e antinaturalistica, con forti legami ad artisti insieme tadizionali e innovatori . La sua è una produzione esotica in cui dominano paesaggi di ogni dove, affiancati da ritratti carraterizzati.


Johnny Deep








Deep ama ritrarre sè stesso e persone che ha relamente conosciuto da Brando a Burton con un'attenzione particolare alla cura delle cover della compagna Vanessa Paradis, nota, soprattutto in Francia, come cantautrice. Va detto che le sue crezioni non presentano una forte omogeneità stilistica da un punto di vista formale, e seguono strade diverse anche per ciò che riguarda la tipologia e gli strumenti di lavoro artistico ( da bozzetti a tele, fino a composizioni di materiali più complesse).

Viggo Mortensen



Non so se la mia definzione sia adeguata, ma definirei Mortensen un artista "concettuale". I suoi lavori, fortemente originali e personali, fanno della scomposizione formale la loro caratteristica, tanto da essere paragonati a collage, patchwork con una pluralità di temi. Non so quali siano i materiali utilizzati, ma credo che sia evidente l'importanza delle avanguardie novecentesche, così come il raccordo con altre forme artistiche.



Marylin Monroe


La Monroe era anche una pittrice, come evidente da questo acquerello inviato al presidente Kennedy in occasione del suo compleanno.



Jane Seymour



Molto convenzionale e per questo "vendibile" con facilità, la collezione di Jane Seymour ha un tratto notevolmente femminile, in bilico tra "realismo" rassicurante e idealizzazione naturale. Niente che turbi la visione, metafore facili (grazie ai titoli dei dipinti), ottimi per una casa arredata in stile inglese.


Anthony Quinn



Più complessa la pittura di Quinn, anche perchè ancorata a varie prospettive novecentesche mescolate assieme. Ma colpisce soprattutto la perfetta integrazione tra eventi accaduti nella vita dell'attore e la sua raffigurazione sullo schermo.


Gina Lollobrigida



E' soprattutto una scultrice (piuttosto nota), ma ha realizzato numerosi disegni con diverse tecniche, legati a incontri con personaggi celebri o a semplici soggetti tipici. Ha dedicato un ritratto anche al critico Rondi.