Review - Bhutto






7,5 su 10

Il pericolo e il limite di "Bhutto" è di essere un documentario schierato apertamente a favore della politica pakistana tanto amata dal suo popolo. In realtà, vi si pone rimedio, nonostante l'evidenza agiografica, con una ricostruzione che non tace gli aspetti controversi della sua personalità (compreso le accuse di corruzione e l'omicidio del fratello maggiore), ma sembra comunque portare avanti una prospettiva positiva del suo lavoro. D'altronde, quale angolazione non è parziaria e quale ritratto non è semplificato rispetto alla realtà?  La forza del lavoro di Duane Baughman e Johnny O'Hara sta nella capacità di concentrarsi, senza retorica, sul personaggio "Bhutto", su ciò che ha rappresentato per il suo paese e per l'immagine femminile nel mondo islamico. A vedere una massa incredibile di persone acclamarla a gran voce in ogni occasione, con due mandati presidenziali voluti dal popolo, e con un ritorno trionfale prima del tragico epilogo, da occidentali, sarebbe piuttosto difficile carpirne le motivazioni. Il documentario serve a questo, a darci una parvenza, ben documentata storicamente ma con qualche lacuna, di Bhutto. E' stata una donna dalla forza incontenibile, passionale, anche se in pubblico votata al contenimento emotivo, di un'eleganza principesca, senza sbavature nè eccessi. Ed ha rappresentato/incarnato le speranze di una democraticizzazione generale del paese. Che poi siano state o meno speranze ben riposte è una questione di differente portata, a cui un documentario non può far altro che dar voce parziale e parziaria. Di certo, è ammirevole la ricostruzione degli eventi, partendo dall'antenato più lontano, l'amato padre Zulfiqar Ali, uomo di una forza notevole, da cui si dispiega la storia di una dinastia non erroneamente definita affine a quella dei "Kennedy".  Omicidi, forze armate, contrapposizioni interne, rapporti internazionali, minacce. La famiglia Bhutto è stata il soggetto/oggetto attivo della storia pakistana, che si può interpretare secondo tre linee di potere: atteggiamento patriarcale/dinastico, vecchia feudalità fondamentalista (con sostegno successivo a Bin Laden) e potere militare. In fin dei conti, nonostante il taglio ideologicamente schierato a favore della Bhutto nella pellicola, nessuna delle tre componenti si può definire "democratica" nel senso più ampio della parola. Va detto che la possibilità di usare un cosipicuo materiale d'archivio  consente di delineare in modo piuttosto preciso quelli che sono stati i passaggi politici del paese, creando una sorta di picccolo prontuario storiografico con una sicura presa ed un carattere pedagogico divulgativo notevole, soprattutto per accrescere una consapevolezza su molte questioni che oggi sono anche di interesee occidentale. Così come un altro elemento notevole viene dalla lettura alla Shakespeare della vita della donna e di chi le è stato vicino, che appare una vera tragedia greca, in cui ogni personaggio è costretto a lottare con tutte le proprie forze, che siano fisiche o psicologiche, per affermarsi. La crudezza della situazione, la sua fine terribile, la sua storia d'amore impossibile, il suo sacrificio personale, la sua personalità fortissima e battagliera fanno di Benazir una donna simbolo del riscatto islamico, e, al contempo, la gigantizzano a tal punto da darne una parvenza che non riesce a distinguere l'asse dell'eroico da  quello del "dittatoriale" o  comunque del "controverso" tipico di ogni grande "uomo di potere". Del resto, la commozione non manca. E "Bhutto" si imprfime facilmente, grazie al suo linguaggio chiaro e al suo viso malinconico ed espressivo. E' impossibile ignorare la forza del suo personaggio e in questo il documentario è un alleato pregevole di affermazione.

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