31/03/11

Review 2011 - Country Strong












5,0 su 10

Peccato, peccato davvero per varie ragioni. Perchè "Country Strong" poteva essere uno studio attento sul fenomeno delle country-pop-singer che hanno trovato il loro successo un pò ovunque, partendo dall'America rurale, magari con qualche santo in paradiso. Ci riferiamo soprattutto alla corposa Carrie Underwood, ma anche alla ninfetta per teen Taylor Swift e ad una serie di prodotti commerciali, appetibili per una vasta platea, senza la vera essenza del country, tanto che la diretta vicinanza al genere diventa uno "specchietto per le allodole" formale che nei contenuti ha poco a che vedere con la musica popolare americana. Qualche tratto di questo fenomeno non manca nel film, in cui soprattutto colpisce la critica, per nulla banale, al mondo che circonda le star, con un finale in odor di "drama" nella sua connotazione più viva. Peccato che a questa sottile descrizione, si giunga attraverso una scrittura per nulla plausibile, carica di sentimentalismi, in cui i diversi personaggi interagiscono tra di loro come in una soap vecchio stile, in un gioco di coppie che non ha senso nè credibilità. Proprio la volontà di affiancare alla star in crisi due stelle musicali in cerca di "fama" non è una scelta adeguata, soprattutto per la stupidità relazionale dell'impostazione fin dall'assunto. L'unica spiegazione sta nella volontà di montare un numero cospicuo di scene dal vivo di country-music, in cui i singoli attori potessero rappresentare le diverse anime del genere, da quella commerciale di Leighton Meester a quella autoriale di Garrett Hedlund. Entrambi, abbastanza lanciati nel mondo cinematografico, non fanno faville, si mostrano inadeguati ad interpretare personalità che sulla carta dovrebbero essere più complesse. Non è per nulla positivo l'approdo cinematografico di un grande songwriter reale come Tim McGraw che, non nuovo ai set, in questo caso è addirittura meno in parte del solito, con una sola espressione e l'incapacità di dare forza al film. Ed è chiaro che la protagonista, una sorta di Shania Twain/Faith HIll vecchio stile, Gwyneth Paltrow, che aveva già dato prova delle sue doti vocali in "Duets", sia l'unico vero motivo per cui valga la pena vedere la pellicola. La Paltrow, rilanciata dal franchise "Iron man", è perfetta per la parte, mai eccessiva nè onnipresente, eppure è l'unica luce del film. La regia di Shana Feste è priva di inventiva e incapace di creare un'alchimia corale verosimile. Il finale aiuta per quel che può.

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