19/03/11

Review 2011 - Tournèe






8,0 su 10

La moda del "burlesque" trova la sua canonizzazione sul set itinerante del film di un genietto francese conosciuto ai più come attore, Mathieu Almaric. Nessun altro sarebbe riuscito a rappresentare un mondo così variegato come chi ha nelle vene sangue francese, concedendosi il lusso di nudità esibite, di forme perfette nella loro abbondante imperfezione, senza rinunciare all'on-the-road bilingue con tanti richiami alla cinematografia indipendente americana. Insomma, Almaric mette a segno un'opera articolata su una serie di livelli non così facili come potrebbe apparire dall'esterno. D'altronde, al "Burlesque" esibito (e che nulla ha a che vedere con quello della Aguilera, formato musical), non è che dedicato un minutaggio inferiore ai 20 minuti, nonostante sia già evidente, dalle poche esibizioni delle grandi star mondiali portate sul set, la grande varietas del genere, per nulla confinato a limiti e aperto alla contaminazione pura, alla follia eversiva, al circo e al cabaret. E così la location della rappresentazione è solo una parte del tutto e si accompagna alla vita quotidiana, nel set e fuori dal set, nel rapporto tra impresario e proprie artiste, negli affetti che nascono, in quelli che ritornano, tra figli e vecchie fiamme del passato. E' un film di arrivi e partenze, di treni e di macchine, di aerei invisibili (ma l'uniforme viene defraudata con successo). Ed è un film di attese, dove la tensione narrativa non si basa su un'azione scatenante, ma è tutto minuto, sfumato, teso all'introspezione e alla raffigurazione perfetta di personaggi empatici come non mai. Consapevole del limite/pregio di questa coralità ampia e di questa "pesantezza" dovuta alla pluralità di storie aperte, Almaric tende, verso la fine, a focalizzarsi con successo sul personaggio di Mimi le Meaux, che è anche il carattere più ambiguo e complesso, in cui domina una sofferenza sfuggevole. Corpo morbido e sensuale con un volto che ricorda Maggie Gyllenhall versione blonde, la sua è una presenza debordante, appassionata e l'impresario Almaric non può che omaggiarla con l'evidente maggior peso in ambito narrativo, quasi fosse una Venere a sè stante. La regia è coordinata alla perfezione, senza perdere l'immediatezza del momento ma con un lavoro certosino di montaggio (il girato è molto più lungo della durata della pellicola) e le sequenze da "burlesque" non vengono sacrificate, ma semplicemente compresse, adeguandosi alle richieste di un lungometraggio cinematografico. Ottima anche la ricostruzione scenografica.

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