29/04/11

Documentary - 1960









E' di scena l'operazione "nostalgia" nel breve documentario di Gabriele Salvatores. "1960" è una storia sentita che riannoda esperienze personali e famigliari del regista, veicolata da immagini di archivio di largo impatto, per descrivere, con tono autentico ma senza un grande rigore narrativo/tematico e una perizia contro gli eccessi del "particolare", un anno epocale, quel 1960 che segnò grandi cambiamenti nella vita, sociale, culturale e politica dell'Italia del boom.

"1960" recupera un patrimonio visivo, quello degli archivi della Rai o dell'Istuto Luce, di grande importanza, con i suoi reperti dal grande valore storico ed artistico allo stesso tempo. Si tratta di sequenze dal potere evocativo fortissimo per chi le guarda, entrate, indipendentemente dal fotogramma individuale, per una ragione o per l'altra, nell'immaginario collettivo di molteplici generazioni. Oggi soprattutto più che costituire una novità, la visione di tali immagini equivale alla possibilità di aggrapparsi ad un passato, che sia stato vissuto o meno, ritenuto "puro", "rivoluzionario" e carico di umana speranza. Il montato di "1960" riporta a galla una serie di topos che hanno attraversato la società italiana del boom, diventando una componente basilare nelle coscienze individuali e trasmettendosi fino ad oggi. Così la peregrinazione Sud-Nord, lo scandalo de "la Dolce Vita", la diffusione dell'automobile, la protesta in piazza come strumento politico, le vacanze lunghe un'intera stagione estiva, il sopraggiungere della televisione come cura paterna che si sostituisce alla famiglia e alla scuola, i costumi sociali in un mutamento, la morte, posta all'inzio, di Fausto Coppi e del suo mito e l'affermazione del "sogno americano" con Kennedy, sono diventati luoghi comuni, da "pop-culture", connaturati ai nostri stessi schemi mentali. In questo, "1960" è l'ultimo esempio di un'operazione "nostalgia" vintage entrata a far parte del nostro quotidiano, tra richiami televisivi, radiofonici e anche di recupero nel vestiario. L'elemento autoriale è accresciuto grazie alla combinazione di storia personale del regista, cucita/sovrapposta al "girato" dalla voce di Cederna, e, appunto, riepilogo di tutte le immagini-topos, con qualche chicca da tenere in conto e un lavoro di montaggio riuscito, anche se a volte un pò pedante e troppo portato alla combinazioni di reperti non omogenei o collusi, del tutto, con la narrazione. "1960" riesce ad essere un documento individuale (e quasi una dichiarazione personale del regista, che mette in luce la motivazione infantile alla base della sua carriera successiva nel mondo della "magia" cinematografica, con qualche clichè alla Tornatore) e un ritratto generale esaustivo. Anche se non ha nulla di memorabile, innovativo o almeno in grado di darci una traccia più perspicace riguardo alle scelte artistiche future del regista. Perciò l'elemento personale è analizzato a metà, utilizzato come semplice sfondo di una rappresentazione sociale ed esemplificazione di "amarcord" scientifico e razionale.

Review 2011 - Notizie degli scavi





Opera misurata e lieve, "Notizie degli scavi" è un tentativo di fare un cinema lisergico, in cui l'importanza della storia viene sostituita dalla coloritura psicologica/umana, scegliendo lo sguardo del cuore piuttosto che quello della mente. In bilico tra il reale e il surreale, esplora una dimensione delicata e molto lontana dall'ottica comune imperante nel mercato cinematografico italiano.

In primo luogo, "Notizie degli scavi" è un film umorale. E questo non riguarda soltanto la sua essenza interna, votata alla mutevolezza psicologica, quanto, maggiormente, la ricezione da parte del pubblico. A seconda di una particolare predisposizione personale dello spettatore, legata al preciso contesto emotivo, la pellicola potrà colpire o meno l'immaginazione di chi guarda. Non cercando l'effetto facile, ma ponderando gli elementi in modo che possano essere asciutti e rigorosi insieme, senza per forza aderire ad un preciso tono "facile" da identificare (che sia di impostazione teatrale, televisiva o smaccatamente cinematografica), la pellicola di Emidio Greco, tratta dal vecchio testo di Franco Lucentini, è un inno alle "piccole cose", ai "tempi morti", alla "pausa" intesa come "mutazione emotiva" e all'opportunità carica di una speranza tanto docile quanto viva. In questo senso, il ruolo del "professore", in una Roma splendida (a cui aggiungere l'incantevole Villa Adriana di Tivoli che è ritratta con ispirata suggestione), interpretato da Giuseppe Battiston, è la vera marcia in più che consente all'intero film di modellarsi secondo l'arte della "sospensione" e della "misura". Battiston, infatti, non cerca l'effetto, come in alcuni suoi film commerciali, nè punta ad una caratterizzazione macchiettista, ma porta sullo schermo una personalità da scoprire, con grande forza emotiva, evitando gli eccessi del teatro convenzionale, chiudendosi nei mezzi-toni. Il cast aiuta molto a dare un carattere "popolano" all'opera, anche grazie all'ingegnosa volontà di chiudere eccessi narrativi sui singoli personaggi e di concentrarsi, tra ellissi temporali e "non detto" emotivo, sul rapporto che intercorre tra l'uomo e la "Marchesa", prostituta in crisi esistenziale. Nonostante imperfezioni nell'articolazione di qualche tempo recitativo, anche Ambra Angiolini riesce a dare al suo personaggio uno spessore inusuale, umano, lontano dai clichè. "Notizie degli scavi" è un film dove non conta la storia intesa come narrazione ma come sensazione echeggiata e pura sostanza.

27/04/11

Capolavori - Sciarada (1963)





Superclassico della "spy-story" in forte odore di comedy-romance, "Sciarada" è un film ricco di svirgolate geniali, caratterizzato da un intreccio per nulla prevedibile e scoppiettante, in cui domina un raffinatissimo e autocompiaciuto elemento "weird" (si veda la scena della doccia) e un altrettanto solido copione narrativo corale, ben retto soprattutto dallo charme magnetico dei due protagonisti, un'Audrey Hepburn impeccabile e un Cary Grant affascinante come poche altre volte. Dirige Stanley Donen, che insieme è una sorpresa e una conferma. Ammorbidisce la sua carica musical, ma non perde la forza rutilante di riprese complesse e di un montaggio veloce, valori tecnici di alto spessore.

"Sciarada" è senza dubbio la vetta massima toccata dalla "spy-story" nella sua versione hollywoodiana. Ma, nel dare una definzione sintetica, forse si potrebbe perdere di vista il vero merito della pellicola: l'aver saputo modellare la componente mistery-thriller con un canovaccio che sfida realismo e verosimiglianza, e cade, ripetutamente, nella commedia, nella "lotta dei sessi", nella sagacità della battuta e in una semi-parodia del romanticismo vecchia maniera. Il tutto, dentro la "tradizione" del cinema classico, con qualche "pazzia" contenutistica non da poco (d'altronde siamo già nel 1963).  Ecco, "Sciarada" è una surreale storia di intrighi, aperta tanto al "colpo di scena" a raffica, quanto alla demitizzazione della sottospecie seriosa che aveva caricato, da anni, il noir, di una componente espressiva troppo conturbante. Perciò, Donen, che ha girato grandi musical, riesce a ribaltare l'ottica del genere nell'immaginario comune e a sostituire alla densità delle passioni carnali (anche represse) e non una lettura tipicamente "fashion-victim", brillante, in cui la battuta al fulmicotone, sin dall'introduzione neutra, e la stravaganza dei personaggi, sono caratteri che elaborano la componente comica, quasi optando per una parodia asciutta di un'intera cinematografia trascorsa, ora sosituita da un cinema d'intrattenimento brillante e sagace nel comprendere le esigenze di un diverso pubblico. Non a caso, chiama a rapporto due stelle/icone del "cinema patinato" come Cary Grant e Audrey Hepburn e ne tira fuori due interpretazioni perfette per il genere, abbastanze asettiche per lasciare la carica conturbante agli altri co-protagonisti (e Matthau non può che essere il  "buono apparente"), ma anche abbastanze ingenue e "svalvolate" per dar vita a due personaggi altrettanto fuori dai tipici modelli del genere e affini alla commedia brillante di prima fascia. In questa sintesi stralunata e geniale, si mischiano tantissimi elementi di ulteriore qualità e merito va dato soprattutto ad un grande scrittore di copioni come Peter Stone. Si susseguono, infatti, come in una girandola, sequenze su sequenze girate con perizia memorabile e con capacità di inventiva altrettanto notevole, coadiuvate da una sceneggiatura iperveloce e per nulla usuale. Già si può intuire la potenzialità dell'opera partendo dagli splendidi titoli di testa, evoluzioni del Bass riletto in salsa pop, di Maurice Binder e da quel leit-motiv musicale di Henry Mancini che fa capolino spesso e si integra quasi come una componente essenziale della forma totale dell'opera. Ma c'è altro. Una rilettura è d'obbligo.

26/04/11

Review 2011 - Amici, Amanti e...










"Amici, Amanti e..." è, spiace dirlo, la dimostrazione che "una rondine non fa primavera". Nulla può la tecnica indiscutibile di Natalie Portman, la tradizionale mano del Reitman-padre in grande spolvero, la presenza di un cast di supporter "strong". "No Strings Attached" è una sbiadita comedy priva di interesse e di originalità, incapace di dar luogo ad una descrizione realistica e articolata, in cui tutto è "ripreso" e "rimodulato" dal canovaccio cine/televisivo di un passato più o meno recente ma già vecchio.

L'attesa che nutrivo nei confronti di questa pellicola, nonostante premesse generali tutt'altro che rosee, non è stata ripagata a dovere. Può un vecchio director, che ha fatto faville anni qualche decennio addietro, dirigere una commedia "sul sesso" di nuova generazione? A quanto pare può. Certo, a questo punto, subentra lo scarto tra registro anni 80'-90' in cui Reitman si è formato e la nuova commedia by Apatow, delirante, sesso-dipendente e ricca di battute/citazioni, anch'essa non propriamente al massimo della qualità e del successo, negli ultimi tempi. Subentra, in più, anche un paragone forse non molto corretto da un punto di vista critico, ma comunque, per certi versi, calzante, con la progenitura ufficiale. E viene da chiedersi se Reitman padre non senta un minimo di competizione con il più noto (da qualche tempo) Reitman figlio, quel Jason che ha inanellato tre film di primo piano, entrando nel mondo cinematografico tra applausi scroscianti, passerelle Oscar e incassi di livello. Al di là di queste inutili supposizioni un pò orientate alla semplice curiosità che sfocia nel puro gossip, "Amici, Amanti e..." mostra come sia difficile per un artista integrarsi con una cinematografia molto diversa da quella che è stato il suo trascorso habitat naturale. Soprattutto, nonostante le buone intenzioni, come si calchi spesso la mano, cadendo nel ridicolo, nel clichè, nell'ovvio. Reitman assembla qualche serie tv di vecchio successo, partendo da assunti che legano "Grey's Anatomy" ad un'imitazione scialba dell'orrendo "High School Musical", ci aggiunge, quasi fosse un elemento obbligatorio, la dose "piccante" della nuova direzione hollywodiana con tanto di nudi in bella vista e "più-che-allusioni" sessuali, si lega al product-placement di San Valentino e sceglie l'attore-cucciolo-scorretto per eccellenza, il "baby" Ashton Kutcher, affiancandolo alla stella Natalie Portman, che almeno porta a casa un risultato dignitoso (sebbene la scena in cui è ubriaca sia troppo dissonante rispetto alla forza drammatica che l'attrice sprigiona). Reitman fa quel che può, insomma, per non essere etichettato come "datato". Il problema è che snatura (e di molto) quella che poteva essere la sua lettura personale del film, magari accrescendo quel lato "funny" ma "elegante" tipico della commedia americana di Billy Wilder, che, spesso, si salva in calcio d'angolo, evitando, in un plot inverosimile, soltanto gli eccessi. Va detto che Reitma è molto lontano per indole e filmografia alla mano ad un regista "classico" , ma questa rivisitazione "soft" avrebbe potuto evitargli di cadere così nel ridicolo nella neo-rappresentazione sessuale tra scurrilità e inverosimiglianze così poco riuscite. La coralità e l'uso di ottimi comprimari (tra cui Greta Gerwig) non lo aiuta, perchè non può sviluppare a dovere storie e punta, spesso, alla semplice descrizione elementare, banale, senza spessore. Tutto è troppo informe, inefficace. La pellicola si lascia guardare ed è un passo in avanti dal precedente "My Super Ex-Girlfriend", ma sarebbe opportuno che Ivan seguisse le orme e qualche lezione dell'altro Reitman. Talvolta, i figli sono più bravi dei padri e tocca a loro insegnare un nuovo modo di approcciarsi al cinema, più autoriale e magari meno "passatista" nell'impostazione problematica.

25/04/11

Amarcord 25 Aprile - C'eravamo tanto Amati








Non particolarmente originale nell'assunto, ma dalla capacità analitica precisa e acuta, "C'eravamo tanto amati" è una delle ultime grandi "commedie all'Italiana" ad aver lasciato il segno nella cinematografia nazionale. Tra il "graffiante"e "il "polemico", con momenti "low-profile" e postille narrative corali per nulla scontate, l'opera dello Scola più  ispirato è un affresco umano e storico che riecheggia, in modo notevole, problematiche sorte nel dopoguerra, senza grande forza enfatica e puntando sulla rappresentazione paradossale con parziale assetto teatrale. Tra poesia e dramma sociale, "C'eravamo tanto amati" è un'opera agrodolce in grado di farsi apprezzare per il suo cinico disincanto, che oggi potrebbe suonare addirittura "docile", ma che in realtà, a vedere bene, è intatto e deriva dalla presenza di un'unica ideologia reale nella nostra società: l'opportunismo ambizioso mascherato da "amorevole" combriccola emotiva e caciarona. All'Italiana.

Ho scelto quest'opera, vagamente e solo concettualmente legata al 25 Aprile, perchè credo che più di ogni altra sia in grado di rappresentare una costante tipica della nostra Italia.  E la costante sta nel mutamento politico di facciata, che sia dal totalitarismo alle varie espressioni della democrazia, alimentato da una ricerca opportunistica alla base e da un atteggiamento, quello di trarre vantaggio, tipico della mentalità nazionale. Superata la difficoltà della guerra partigiana per la liberazione contro il fascismo, quel concetto di unità che aveva portato alla creazione della Repubblica nel 1948, progressivamente, viene svilito da ideologie e strumentalizzato da partiti. L'interesse americano, nel periodo post-guerra, all'inserimento dell'Italia nel "blocco occidentale", lo scontro alla "Don Camillo e Peppone" tra partito di matrice cattolica e compagni comunisti (con scissioni su scissioni), la "guerra fredda" e gli attentati estremisti di BR e partiti neofascisti, fanno il resto. Da quel lontano 25 Aprile 1945 ad oggi, passando per Moro, P2, "Mani Pulite", Seconda Repubblica, "conflitto di interessi" e questioni attuali, quello che mi importa rendere noto è che nulla è cambiato, nulla è mutato. 
"Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi", diceva il Principe di Salina. Ci sono riusciti.


L'elemento che mi colpisce maggiormente di "C'eravamo tanto amati" è la netta differenza tra la forma aperta alla commedia e anche alla spettacolarizzazione metacinematografica-teatrale e la sostanza, malinconica, pessimista, corrosiva, riflessiva che anima la pellicola. Per la capacità di innovazione formale, con il passaggio cromatico dal bianco e nero al colore, a sottolineare una diversa contestualizzazione storica, un montaggio che permette di aprire fronti temporali molto diversi, grazie ad ellissi azzeccate e una prospettiva che, di palla in palla, passa ai singoli personaggi, che fanno da voce narrante parziale e sono indagati senza una sistematicità banale a livello corale, ma con dei rimbalzi "perfetti", a cui aggiungere una lettura che sfida il realismo e affonda nella parodia con valenza surrealista, "C'eravamo tanto amati" è la più matura evoluzione/mutazione della "Commedia all'Italiana" nata anni prima, di cui ritornano gli storici sceneggiatori. E' anche un compendio storico, critico, emotivo (con tanto di dedica finale a quel Vittorio De Sica presente anche in un breve stralcio della pellicola) su un cinema che non c'è più. Ma la cosa più notevole corrisponde alla presenza di un "contenuto" che solo apparentemente coincide con la leggerezza della forma, e che, invece, diventa uno sguardo implicito, doloroso ed empatico su quello che tre reduci di guerra partigiana sono diventati, nel corso di una vita che li ha mutati, allontanati e riavvicinati. L'amicizia maturata durante i combattimenti, così vitale, mostra il suo limite continuamente, quando le ambizioni personali e gli stili di vita si contrappongono. I tre agiscono sul piano del dopoguerra e arrivano fino all'età contemporanea (il film è del 1974) cogliendo appieno le caratteristiche di quella fase: c'è l'intellettuale di sinistra, il borghese arrampicatore e il lavoratore-medio. Attraversano tanto la storia, quanto la cultura, quanto la vita. Ad un certo punto si vede Fellini e Mastroianni ri-girare "La dolce vita"e l'immagine di una kafkiana Monica Vitti che, musa di Antonioni, diventa la doppiatrice vocale di Giovanna Ralli. In tutto questo ciò che conta è il senso di opposizione che domina le vite di chi ha cercato sempre un "futurio migliore" dimenticandosi del presente e abbandonando le "promesse a sè stessi" fatte nel passato. La parabola comincia e finisce, senza una fine "reale", segno che il discorso continua (da preveggente Scola carpisce di aver raccontato solo una fase, quella della contrapposizione capitalisti/lavoratori/intellettuali di una storia che sarà, in seguito, ben più ampia). Come detto, la volontà di tracciare un elemento di continuità narrativa in contesti temporali così diversi, dopo l'esperienza comune della guerra partigiana, che avrebbe dovuto trasformare gli animi di chi l'ha vissuta, ci mostrano come un evento in sè di ribellione popolare sia stato "incanalato" e "istituzionalizzato", dando l'illusione della vita "pacifica"e "democratica" e comportando un individualismo alienante e un cambiamento ideologico solo apparente. Film sottile e di testa.

24/04/11

Amarcord - Lawrence d'Arabia



"Lawrence d'Arabia", versione David Lean, 1962, è considerato, a ragione, uno dei grandi capolavori della storia cinematografica. Rimontato negli anni' 80 con l'aggiunta di minutaggio, è un'opera affascinante e visionaria, in cui l'elemento centrale non è la raffigurazione del personaggio storico a mò di agiografia quanto più la dimensione ambientale, il deserto, caratterizzata dalle sue regole e i suoi costumi. "Lawrence d'Arabia" è anche un film difficilmente digeribile per gli spettatori moderni, che potrebbero (ed è il mio caso) rimproverargli una durata abnorme, da dilazionare, e un'astrazione ideologica eccessiva, nonchè una glacialità che crea una distanza notevole e gigantizza un protagonista nella sua figura di eroe "problematizzato". Motivi appetibili di analisi interiore si accompagnano ad altrettanti elementi contenutistici difficile da comprendere da un pubblico abituato alla rappresentazione "moderna" della guerra. Tra pellicola classica e film esistenziale, "Lawrence d'Arabia" è un capolavoro del cinema passato che non trova grande capacità di entrare nella dinamica cinematografica moderna, perchè, per certi versi, è più moderno dei nostri orizzonti. 

Quando mi accingo a dare una mia lettura ad un classico di tale portata, entrato nella storia cinematografica personale e collettiva di un numero impressionante di spettatori, la prima cosa che cerco di fare è distinguere la mia opinione rispetto a quella altrui, soprattutto se non combacia del tutto. Quindi non posso che constatare l'assoluta importanza storica e artistica di un film "titanico" come "Lawrence d'Arabia". Ispirato alla storia del condottiero british che portò le popolazioni arabe alla rivolta contro i turchi, durante la prima guerra mondiale, è un kolossal storico di impatto e dalle grandi disponibilità economiche. La sua importanza è imputabile a vari fattori. In primo luogo,la presenza dietro la macchina da presa di un perfezionista come David Lean, che è attento non solo alla ricostruzione/visione paesaggistica ma anche alla capacità di dare valenza emotiva al paesaggio che diventa personaggio, forse il personaggio che domina la scena. In secondo luogo, sottolineo la nazionalità dell'ensamble, inglese, il che permette, in un modo o nell'altro, di avere un'immagine meticolosa e adeguata in riferimento alla vera storia. La stessa interpretazione di Peter O'Toole, tra il teatrale e l'introspettivo, è perfetta per l'opera, soprattutto per la capacità di assecondare l'elemento psicologico della figura di Lawrence d'Arabia, che non viene solo rappresentato ma "letto", "compreso" e raffigurato nella sua motivazione interiore generale, diventando un eroe problematico e ambiguo. Il mio problema con l'opera è proprio in questo frangente, ovvero nella grande importanza attribuita all'elemento personale, e alla creazione di un carattere tanto sfaccettato da diventare, con la rappresentazione paesaggistica, l'unico centro e bagliore del film. La presenza di Lawrence e della sua psicologia "moderna" e contraddittoria, di certo molto diversa dall'immagine stereotipata e netta dei personaggi da kolossal manichei tipici dell'epoca, rende ciò che circonda e fa parte della storia un contorno, sempre più ristretto ma mano che procede la pellicola. Il film di Lean perde anche la carica avventurosa, che è tipica del genere, e si rifugia nella psicologia. Tale cosa potrebbe essere prodigiosa, se mancasse l'altro elemento, quello della narratività certosina e "leggibilissima" tipica del periodo, in cui ogni cosa trova il suo posto con una razionalità verbale perfetta, tra lungaggini e ricerca del particolare, anche enfatico. Le due componenti non solo non si compenetrano con vigore ma diventano l'una il limite dell'altra, offrendo una visione complessa ma anche "eccessiva", per non dire "noiosa". Così "Lawrence d'Arabia" è un'opera moderna in un contesto cinematografico classico e ciò le rende onore, ma non la salva dai difetti tipici di operazioni così rischiose.

22/04/11

Capolavori - Scarpette Rosse









Un possente melò mascherato da musical, sull'arte, la sua ricchezza e le sue degenerazioni. E' un horror puro, di rara forza drammatica e disturbante, in cui la macchina da presa è mobile come una piroette di una ballerina in preda ad un collasso nervoso. Grande espressione di interartisticità ("opera totale"), "Scarpette Rosse" è una splendida visione tra l'onirico e il reale, perfettamente integrata con l'arte del suo tempo, di carattere avanguardistico e popolare insieme, in cui la costruzione visiva non è incidentale ma direttamente legata all'attitidine teatrale dei personaggi che si muovono sulla scena. Il più grande film sull'ossessione artistica, è anche tra le più mirabil ricostruzioni scenografiche e, soprattutto, l'opera più ammaliante legata al topos della danza sullo schermo.

La grandissima forza attrattiva di "Scarpette Rosse", ancora amatissimo dalle generazioni attuali, è soprattutto imputabile alla sua grandiosa modernità. Quando parlo di modernità, non faccio menzione solo delle grandi trovate tecniche, alla base del progetto, nè all'importanza assunta dalla danza, divenuta, nel corso del tempo, espressione "popolare" nel senso più ampio della parola (con tanto di serialità più o meno riuscita di tipo cinematografico, da "Fame" a "Footloose", da "Dirty dancing" a "Step Up", senza dimenticare il diretto discendente della pellicola, quel "Black Swan" di Aronofsky che ha riempito, qualche mese fa, le sale un po' ovunque). "Scarpette Rosse" è moderno perchè è disturbante, conturbante, drammatico come solo un melò vecchio stile sa essere, ma è anche incalzante, torbido, sincopato come solo un musical sa essere, in costante bilico tra avanguardia visiva (con un'ampia porzione della scansione temporale occupata interamente dall' allestimento dell'opera di Andersen "The Red Shoes", vista nei suoni toni più lugubri e acidi insieme) e narratività lineare, in cui i sentimenti fanno da sfondo prima di raggiungere il climax emotivo, quasi senza cognizione, nella seconda parte. In questo senso "Scarpette Rosse" è un film sul mistero, o meglio misterioso, senza appigli alla classicità Hollywoodiana, ma con rimandi dal "fantastico" al "gotico" all' "introspettivo" e al "simbolico". E' proprio la persistenza di letture critiche e l'incapacità di aderire del tutto ad ognuna di esse a costituire la fonte immortale della pellicola. I due registi, Powell e Pressburg, dal canto loro, arrivano a studiare, con viva partecipazione, l'effetto dell'arte, intesa come manifestazione ossessiva e creano un parallelo tra arte e vita che non ha molti precedenti nella cinematografia novecentesca. Il film non è conciliante, ma è un dissidio, che diventa dramma, laddove lo è sempre stato, nella sua identificazione semantica con il dramma teatrale. L'opera di Andersen è, quindi, insieme usata e modificata per diventare la parte decorativa ma anche allusiva della pellicola, in un costante bilico tra la rappresentazione e la realtà. In questo modo, il film, che ha una durata superiore al normale, non perde un minimo di credibilità a livello strutturale e diventa tanto teatro, quanto danza, quanto musica, tanto cinema, senza essere niente di definito. "Scarpette Rosse" è il film più classico e innovativo della cinematografia anni '40, in cui la "totalità" dell'arte raggiunge una sua perfetta sintesi, affacciandosi alla psicanalisi, ma non assoggettando la propria storia nè ad essa nè a qualsiasi altra componente che non sia ibrida. L'immanenza del capolavoro è data dall'insieme, dall'ensamble e dalla forza che ogni componente trascende ed esteriorizza. Sono certo che "The Red Shoes", sotto questa forma complessa e tecnicamente riuscitissima, sarebbe piaciuto a Wagner. E piace a chi cerca la perfezione, ma anche a chi pretende il puro caos primordiale. "Due forze uguali e contrarie"

21/04/11

Review - Carlos








ORA IN ONDA SU FX

"Carlos" è un film gigantesco, il primo della carriera per Olivier Assayas. Non ci importa pensare che nei cinema sia arrivata una versione mutilata e condensata, quello che importa è che è recuperabile la versione completa, miniserie in 3 parti per una durata di circa 5 ore (in onda presto su Sky). Assayas viene meno alla discontinuità tra prodotto televisivo e cinematografico e gira un'opera monumentale, che non perde mai il suo elemento artistico, ma si presta benissimo ad una trasmissione su piccolo schermo. Le 3 parti, di durata differenziata, si chiudono con momenti topici. Le prime due (la prima con la seconda, e la seconda con la terza) sono interrotte bruscamente quando si sta per compiere un'azione, mentre la terza lascia in sospeso la vicenda, per poi riavvolgersi con le consuete didascalie. Una produzione del genere, così articolata, così dispendiosa, merita un plauso a prescindere. Ma, in "Carlos", c'è un'autorialità che lo pone ai massimi livelli di genere. Si tratta, infatti, non di una semplice riflessione sul personaggio Carlos, il terrorista Ilich Ramírez Sánchez, nè di un affresco storico (il regista mette le mani avanti e all'inizio di ogni episodio invita a considerare il ragguaglio narrativo come fiction, soprattutto per motivi legali, non essendo comprovate con certezza tutte le responsabilità, anche le più evidenti, come l'assalto al palazzo dell'Opec del 1975), ma di un'opera omnia sulle varie facce mutevoli del terrorismo, che mescola ideologia, ricchezza, potere, gigantografia e forza, rischio, filosofie di vita. Carlos non è altro che il Mesrine interpretato da Cassel. Forse il suo è un profilo più articolato, il suo background più complesso, il suo peso storico di gran lunga più importante. Ma sempre di "una persona non gradita" si tratta. Carlos è l'alter-ego di Mesrine, con molti punti in comune, e qualche differenza sostanziale, soprattutto nella radice ideologica, marcatissima nel caso del primo, vicino alla causa palestinese, quasi nulla nel secondo. Ad un certo punto le due vite mostrano in realtà di essere le medesime, nonostante tempi e luoghi divergenti. Entrambi sono mercenari, entrambi abbandonano le proprie donne, con l'unica differenza nella politicizzazione della loro figura. Ramirez è un uomo impossibile da recludere, attento ad interagire con un numero costante di capi di governo e di organizzazione segrete, Mesrine è un uomo solo, senza politica, un pivello a confronto, una maschera televisiva e un fenomeno culturale. Carlos viene prelevato, quando il mondo post-blocchi non ha più alcun bisogno di lui, Mesrine è al centro di un'operazione di polizia vera e propria, in cui la politica si vede appena. Il film si basa su un numero congruo di personaggi, che entrano ed escono dalla vicenda, talvolta senza rumore. Assayas vuole seguire solo il suo carattere principe e affida la parte ad un monumentale Edgar Ramirez, che sembra un Marlon Brando alle prese con una ribellione inziale che diventa semplice lavoro a comando. Ramirez ci mette anima e corpo e vince ogni confronto. La parte sembra essere stata scritta da lui, piuttosto che da Assayas, anche sceneggiatore. Una lunga serie di coprotagonisti aiutano a modellare una pellicola che non pesa quasi mai, nonostante la durata, sempre di ottima fattura (con un'ottima fotografia e accorgimenti di colonna sonora evocativi e perfettamente in linea con le immagini). Assayas sembra invisibile, ma la sua macchina, in realtà, è una presenza costante, capace di imporsi, facendo emergere il profilo prima narrativo e poi, attraverso un montaggio lineare ma chiasmatico, le caratterische emotive. Non in presa diretta, senza inutili orpelli, solo con le interpretazioni. Ultimo appunto al coraggio. Coraggio di dare un'impronta cinematografica ad un terrorista ancora vivente, mettendone in evidenza le contraddizioni e i limiti. Grande cinema.




20/04/11

Review 2011 - The Eagle








Il prolifico Kevin MacDonald torna al lungometraggio di fiction con la terza pellicola della sua carriera, ad anni di distanza dal successo di "The last king of Scotland" e "State of Play". "The Eagle" è un imperfetto e stantio tentativo di ripetere i fasti del "Gladiatore" con tanto di flashbacks reiterati e adeguamento storico risibile, ma mantiene una certa verve adrenalinica grazie ai due interpreti, Channing Tatum e Jamie Bell, a cui aggiungere una regia ben calibrata e una cinematografia spettacolare.

6+/10

"The Eagle" era una scommessa persa in partenza. Non c'era bisogno di un àugure della vecchia romanità, chiamato ad osservare il movimento degli uccelli, per trarre conclusioni produttive e qualitative sulla sorte filmica di un prodotto del genere. Assodato questo concetto, che, d'altronde, è una caratteristica della gran parte dell'opera storica ambientata in epoca classica, trasposta sul grande schermo negli ultimi decenni (dal fallimento di "Cleopatra" in poi, capace di ridurre in fumo tutte le risorse produttive del meccanismo ritenuto infallibile dello studio-system studi, nel 1963), possiamo, dando il beneficio del dubbio sull'intenzionalità economica/commerciale alla base della realizzazione, constatare come l'opera in questione, firmata Kevin MacDonald, abbia in sè elementi, spesso non marginali rispetto alla struttura e al contenuto, che possono far pensare ad un piccolo passo in avanti. Il peplum è dispendioso e difficile, ma anche estremamante "popular". La cultura "pop", in tal senso, ha avuto un unico grande riferimento moderno  ne "Il Gladiatore", inizio Nuovo Millennio, "mano e testa" (alla regia) di Ridley Scott. Piuttosto che fossilizzarmi sugli elementi della pellicola (verso cui non nutro grandi elogi) in questione, vorrei far notare come la produzione successiva a questo successo coronato da un numero eccedente di statuette dorate, in un periodo di "vacche magre" per il cinema indie, sia stata caratterizzata da una preminenza della citazione/copia & incolla, evidente o implicita di caratteristiche insite alla stessa pellicola-madre. Si può dire che la produzione storica/classica abbia trovato una sua nuova fonte di ispirazione. E così è nata la serialità "Rome", produzione HBO, in cui sesso e violenza giganteggiavano sullo schermo, nella loro accezione più "splatter" e disinibita. D'altronde, non è da dimenticare che "Il Gladiatore" è un ibrido cinematografico piuttosto insolito che unisce alla ricostruzione scenografica dettagliata tipica del peplum un'esagerazione di elementi eterogenei che provengono dalla tessitura di generi "canonizzati" e con inflessioni contenutistiche post-80's. Per dirla tutta, l'azione diventa ripresa digitale, e non più campo lungo di griffitthiana memoria, e il carattere diventa "psicologico" (per quanto forzato e sconnesso) piuttosto che inquadrato tenendo fede a stereotipi/topos vecchio stampo da epoca d'oro. Dal "Gladiatore" in poi, il passo successivo è "The Eagle", scarso successo in patria, low-budget, scelta di un director che riesce meglio nel documentario ("Touching the void" è stato il suo punto qualitativo superiore) che altrove, e due attori antitetici, il forzuto "macho-man" Channing Tatum, insolitamente ispirato (il contrario di un monoespressivo Russel Crowe) e il "Billy Elliott" inglese con lentiggini e attitudine teatrale (qui contenuta al massimo) Jamie Bell. La coppia, in qualche punto comica per una quasi parodia del "botte da orbi" del gradasso Van Damme, funziona bene sul grande schermo e l'alchimia fa quasi da contrappeso all'assoluta chiusura interpretativa di Sutherland padre, presenza sfuggevole, dopo una grande carriera, di blockbuster dalla discutibile qualità. Da "il Gladiatore", "The Eagle" prende l'elemento cameratesco e la fedeltà all'onore, ma anche l'eccessivo peso "paternalistico", tipico della cultura patriarcale romana con tanto di flashbacks emotivi abusati. La credibilità del prodotto, è, dunque, anche tenendo conto dell'elemento leggendario dell'aquila, che è il leit motiv che mette in moto l'azione e la conclude, scarsa, ma non per questo, quanto per la banalità di alcune situazioni sequenziali, l'opera non si può dire completamente riuscita. Il livello del cast tecnico è buono soprattutto considerando gli splendidi movimenti di macchina e la cromia conturbante del direttore della fotografia, "indie-style", Anthony Dod Mantle.