04/04/11

Review 2011 - The Way Back

















Torna Peter Weir, a 7 anni di distanza da "Master and Commander", e porta sullo schermo la storia ispirata a fatti reali di un gruppo di prigionieri di un gulag siberiano, in fuga verso la libertà


8,0 su 10

Weir è uno di quelli che non disdegna i tempi lunghi, lunghissimi. Anzi, a guardare dall'esterno la sua carriera cinematografica c'è da mostrare un po' di apprensione curiosa. Dal 1974, anno dell'uscita di "The Cars That Ate Paris" ad oggi, solo 13 film hanno raggiunto le sale con il marchio/firma Weir alla regia. E la cosa non è nemmeno così inusuale, pensando al Malick filosofeggiante, se evitiamo di considerare che il director australiano ha messo in scena solo 5 copioni negli ultimi 20 anni. Quando si parla di Peter Weir, la prima cosa che gli deve essere riconosciuta è l'assoluta multiformità artistica; pochi sono capaci di affrontare commedie garbate, kolossal bellici, film intimisti e psicologici e classici letterari, in una sola carriera. E' proprio quest'alternanza, accompagnata ad una cura meticolosa della "messa in scena", a contraddistinguire il suo lavoro artiginale, meticoloso, molto più articolato di quanto possa sembrare. Pensate al set di "The truman Show" che è geniale nella sua semplicità, oppure ai movimenti di macchina in campo lungo dei kolossal. Ogni sequenza è allestita con una preparzione tecnica indiscutibile. In "The Way back", Weir non fa altro che organizzare, scegliere, costruire l'ambiente esterno e interno con vere e proprie pennellate della macchina. Il suo è un alternare di campi, di spazi, con una natura viva che comunica/interagisce con i personaggi che la dimorano e oltrepassano. La stessa adesione storica non è ideologica ma attenta al particolare, all'inquadramento corretto, nella prospettiva dei protagonisti, in fuga da un comunismo "brutale" nella fase delle "purghe" staliniane. La cosa che mi impressiona molto in Weir è proprio la capacità di trovare in una questione vera/verosimile caratteri generali che possano adattarsi ad una situazione diversa. Non pone la dimensione storica come punto chiave, ma la rende secondaria rispetto ai suoi personaggi. Anche in "The Way Back" questa è la prospettiva chiave, senza infierire molto su una narrazione veloce, dinamica, sconvolgente, ma puntando sull'intreccio tradizionale, prevedibile, intimo. Gli uomini in fuga, caratterizzati da pochi orpelli descrittivi (l'artista, l'attore, il criminale, la ragazzina senza genitori, il sacerdote, lo yankee), tra cui domina la figura del polacco Janusz, interpretato da un gioviale Jim Sturgess, seguono questa prospettiva. La loro conformazione è insieme particolare (e storica) ma anche generale, universale, con dei tratti che mostrano le caratteristiche umane in sè in una generica situazione di qualsiasi viaggio di stenti e di sofferenze, rivolto ad una libertà lontana. A ciò aggiungere lo splendore paesaggistico, sottolineato da alcuni frames in alto, che è fondamentale nell'identificazione tra il personaggio e la natura, che ne determina il suo sfinimento e la sua rinascita, in un gioco di casualità impossibile da prevedere. Anche la natura, in Weir, non può che non essere "letteraria" e quindi diventare strumento interno al racconto. Una volta il mare, in "Master and Commander", una volta la parete rocciosa di "Picnic ad Hanging Rock", questa volta una splendida e vitale analisi di una moltitudine di paesaggi a cui bisogna sopravvivere, quasi come fosse un processo di formazione, asettica (non benevola nè cattiva) verso il raggiungimento dello scopo. La resa fotografica, come detto, aiuta molto. Per quanto concerne le interpretazioni, si tratta di un cast di notevole livello e afflato, con uno smunto Colin Farrell, non alle sue prove migliori, un roccioso Ed Harris, una dolce e splendida Saorsie Ronan (anche se in qualche sequenza iniziale la credibilità non è molta) e Jim Sturgess, il protagonista integerrimo sullo sfondo. Ma anche il cast di contorno, non notissimo, merita un plauso. Un film che vale la pena osservare con attenzione. Non dice nulla di nuovo sul tema, piuttosto è l'ulteriore manifestazione di come quello che conti davvero sia la poetica di un autore, come si può definire, a tutto tondo, Peter Weir.

3 commenti:

  1. Non credo siano molti i film sui gulag. Quando esce lo andrò a vedere.

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  2. regista eccezionale, da vedere assolutamente. la rece poi è molto intrigante, per i miei gusti.
    se hai dritte per riuscire a vederlo coi sub ita ... sono ben accette! :P

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  3. per Watanabe grazie per il commento, non è propriamente sui gulag, diciamo che quella parte dura meno di 1/2 ora...è il viaggio l'elemento centrale, comunque io ti consiglio di vederlo

    per roby, io l'ho visto subbato in inglese ma credo che per la vecchia versione (a dire il vero visivamente mediocre) ci fossero in ita, quindi basta sincronizzarli ;)

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