29/04/11

Documentary - 1960









E' di scena l'operazione "nostalgia" nel breve documentario di Gabriele Salvatores. "1960" è una storia sentita che riannoda esperienze personali e famigliari del regista, veicolata da immagini di archivio di largo impatto, per descrivere, con tono autentico ma senza un grande rigore narrativo/tematico e una perizia contro gli eccessi del "particolare", un anno epocale, quel 1960 che segnò grandi cambiamenti nella vita, sociale, culturale e politica dell'Italia del boom.

"1960" recupera un patrimonio visivo, quello degli archivi della Rai o dell'Istuto Luce, di grande importanza, con i suoi reperti dal grande valore storico ed artistico allo stesso tempo. Si tratta di sequenze dal potere evocativo fortissimo per chi le guarda, entrate, indipendentemente dal fotogramma individuale, per una ragione o per l'altra, nell'immaginario collettivo di molteplici generazioni. Oggi soprattutto più che costituire una novità, la visione di tali immagini equivale alla possibilità di aggrapparsi ad un passato, che sia stato vissuto o meno, ritenuto "puro", "rivoluzionario" e carico di umana speranza. Il montato di "1960" riporta a galla una serie di topos che hanno attraversato la società italiana del boom, diventando una componente basilare nelle coscienze individuali e trasmettendosi fino ad oggi. Così la peregrinazione Sud-Nord, lo scandalo de "la Dolce Vita", la diffusione dell'automobile, la protesta in piazza come strumento politico, le vacanze lunghe un'intera stagione estiva, il sopraggiungere della televisione come cura paterna che si sostituisce alla famiglia e alla scuola, i costumi sociali in un mutamento, la morte, posta all'inzio, di Fausto Coppi e del suo mito e l'affermazione del "sogno americano" con Kennedy, sono diventati luoghi comuni, da "pop-culture", connaturati ai nostri stessi schemi mentali. In questo, "1960" è l'ultimo esempio di un'operazione "nostalgia" vintage entrata a far parte del nostro quotidiano, tra richiami televisivi, radiofonici e anche di recupero nel vestiario. L'elemento autoriale è accresciuto grazie alla combinazione di storia personale del regista, cucita/sovrapposta al "girato" dalla voce di Cederna, e, appunto, riepilogo di tutte le immagini-topos, con qualche chicca da tenere in conto e un lavoro di montaggio riuscito, anche se a volte un pò pedante e troppo portato alla combinazioni di reperti non omogenei o collusi, del tutto, con la narrazione. "1960" riesce ad essere un documento individuale (e quasi una dichiarazione personale del regista, che mette in luce la motivazione infantile alla base della sua carriera successiva nel mondo della "magia" cinematografica, con qualche clichè alla Tornatore) e un ritratto generale esaustivo. Anche se non ha nulla di memorabile, innovativo o almeno in grado di darci una traccia più perspicace riguardo alle scelte artistiche future del regista. Perciò l'elemento personale è analizzato a metà, utilizzato come semplice sfondo di una rappresentazione sociale ed esemplificazione di "amarcord" scientifico e razionale.

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