31/05/10

Capolavori- Susanna!




Howard Hawks è un pilastro del cinema. E’ in grado di rielaborare molti aspetti classicheggianti del passato e sublimarli in un’ottica squisitamente moderna. Molti sono i suoi capolavori e c’è una tale arguzia da muovere i fili di generi differenti, riuscendo a contaminare i “filoni”, pur mantenendo quell’alone di continuità che sa destreggiarsi da sé. Hawks è un autore che ha uno Stile, non una vera e propria Poetica. E’ una forma di cinema meno dalle tinte introspettive e personali, meno biografica nel senso più profondo della parola. Non puro enterteinment, ma pura abilità tecnica e conoscenza perfetta dei propri meriti che tendono alla perfezione cinematografica. Conosce il cinema, e sfida la tecnica cerebrale, attraverso un sano e autorale godimento. Hawks, soprattutto nelle commedie, non stanca mai. “Susanna!” è, forse, finora, il film più giocoso, divertito e divertente dell’intero mondo della celluloide. Se fossi uno sciocco, direi che è il capolavoro per eccellenza dell’arte visiva. In realtà, le cose stanno diversamente, da un punto di vista tecnico, contenutistico, armonico, e non c’è nulla da fare: il filone drammatico è quello che permette di raggiungere status più elevati e di ambire a statuette, certificazioni di gloria, di spessore, di caparbietà. L’innovazione è, invece, una prerogativa della comicità. E’ molto semplice realizzare un film pienamente drammatico, anche vecchio stile, con i dovuti limiti (melò moderni, in parte intersecabili con la cultura del passato e, oggi, molto in voga). Realizzare oggi una pellicola alla “Susanna!” è un’operazione impossibile, che i critici definirebbero scellerata, antimoderna e notevolmente demistificatoria (anche se un conto è riproporre male un film drammatico, un conto è demolire un film comico). La comicità segue una linea evolutiva di involgarimento, di freddura, di imitazione. Guai a confonderla, come, oggi si fa, con la Satira, che ha un elemento comico, ma solo come mezzo per raggiungere un risultato invettivo, critico, amarognolo. “Susanna!” è una screwball comedy, non ha un gusto sopraffino, né un alito pesante. E’ puro humor, quello che garantisce un senso di goliardia insostenibile, attraverso gesti ordinari, e nell’identificazione di peripezie surreali perfettamente sinergiche ad un ritmo esagitato, perennemente in crescita, senza cadute, Dopo l’ennesima visione, il risultato è sempre lo stesso: non si riesce a non ridere, di pancia, non di cervello. Non è sottile, non è ambigua, non è tagliente, non è gettata in pasto ad una semplicità sconvolgente (è necessario seguire qualsiasi battuta), ma è disarmante. Dal famosissimo Baby, il leopardo che sembra commuoversi interiormente all’ascolto di una musica zuccherosa “Io non posso darti che l’amor…”, all’inettitudine da Paperino di Cary Grant, da un campo di golf, ad una cena, ad un soggiorno indesiderato nella casa della plurimilionaria Signora Elizabet, dalla bravura eccelsa di una Katherine Hepburn che non si sa quanto sia realmente furba o incivilmente sciocca, confusionaria, possessiva, malandrina, ad una prigione. Non c’è un senso, non c’è una morale, c’è un capovolgersi di eventi intrecciati che fanno della trama qualcosa di insolito e stravagante. Siamo negli anni ’30. E di capolavoro si tratta. Scorgendo il titolo tra i maggiori flop al botteghino di quegli anni, si potrebbe pensare che si tratti di un’opera non in linea coi tempi. In parte la questione è fondata, soprattutto perché mai c’è stato o ci sarà in breve termine un periodo propizio per lo “strafumato” d’autore. Va detto, che “Susanna” è un po’ l’antenata di un movimento che attraversa le generazioni, con successo, ma non trova ancora il giusto figlio a cui affidare il carico della sua essenza.

28/05/10

Fortapàsc


Fortapàsc

L’opera di Marco Risi, incentrata sulla figura di Giancarlo Siani, l’unico giornalista ucciso dalla camorra, ha molti punti forti, e qualche inevitabile caduta. Ha un valore emozionale che trascende la mera costruzione tecnica, e rende omaggio alla figura, senza farne un panegirico, un santino da appendere al muro. Quello che si nota maggiormente è il grande ancoraggio ad un’etica lavorativa, evidente nella passione accesa e nel riferimento ad un esatto modus operandi nell’attività di giornalista “abusivo”. Siani sembra credere in un’informazione d’inchiesta, in grado di essere militante nel suo sostegno a valori propri, ma non per questo, necessariamente, di parte. Un tipo di informazione che comporta la totale abnegazione al “vero”, o all’ipotesi che sta in piedi, e mira, attraverso la sua intraprendenza e vitalità, al cambiamento di un sistema non più accettabile. La mano del regista ci sembra, in quest’ aspetto, sicura. Siani non agisce in maniera diretta per il cambiamento, ma garantisce un’onestà intellettuale, senza eroismi eccessivi nella sua azione, che ha come finalità un criterio preciso, granitico, coerente, nell’attività lavorativa: l’asservimento al proprio compito e la richiesta che ognuno, in controtendenza alla minaccia evidente o indiretta, faccia quello che una condotta morale, o meglio, in una visione di tipo strumentale, etica, richiede, con i propri mezzi e i rispettivi rischi. La mobilitazione non è eroica, ma un semplice dato di civiltà. Non per questo manca la configurazione umana, che, anzi è dominante, ma non comporta una totale reciprocità mimetica in aspetti privati. La vita privata, le amicizie, l’amore per la sua donna con i relativi alti e bassi, la tipica preoccupazione di ogni madre per la salute del figlio, sono aspetti anche della nostra vita, ma non c’è quel peso oppressivo, e quel voyeurismo patinato e furbo che ci fa entrare quasi in simbiosi con tali scene, o meglio, con le dinamiche dei personaggi. Anche in questo senso, comunque il personaggio di Siani risulta piuttosto positivo, ma non assume quella visione declamatoria ed enfatica che avrebbe potuto, in un film italiano, essere l’unica via d’uscita sostenibile per un buon riscontro di platea. In questo, buona l’interpretazione di Libero de Rienzo, che dà un tocco preciso al suo personaggio, senza trasformarsi nel character. Il risultato non è sempre su livelli ottimali, ma la verità interpretativa supera di gran lunga la connotazione trasformista, e, anche se l’impatto potrebbe essere minore di molti attori hollywoodiani alla Sean Penn (soprattutto di Milk, per intenderci), si tratta di una forma di realismo rigoroso ma non esasperato, che potrebbe, come in passato, essere la carta vincente di un buon cinema italiano. Se c’è un ottimo Toni Servillo, che incarna un’interpretazione maniacale, ha grande compattezza l’imperfezione vocale (che è un grande pregio), la relativa semplicità di un de Rienzo, che si mostra del tutto adeguato. E’ altrettanto meritevole il fatto che per buona parte del tempo ci si esprima in un italiano corrente, con qualche locuzione dialettale. Gli occhi di Siani alla fine, in via Vomero, davanti agli assalitori, e l’intera espressione, non hanno nulla di scontato. Le pecche ci sono. Se da un lato umano, si dice più di quello che si dovrebbe per un piano comprensivo, piuttosto difficoltosa è l’analisi camorristica, che non perde lo stereotipo, anzi lo accentua, forse troppo. E’ proprio su questo versante che il film non funziona. L’inizio è incerto, molti personaggi secondari troppo sopra le righe. Ernesto Mahieux ormai è una parte, non un vero attore.

23/05/10

Scatti sexy
































































Un ringraziamento a mio fratello che ha provveduto a recuperare le foto.

A Cannes vinceva "La Classe"

Il vuoto della classe, i banchi, le sedie, le mura. E’ un vuoto di pace, di tranquillità. L’aula strimpella per nove mesi. La scuola è il luogo della definizione della personalità, è il luogo delle scelte, delle relazioni, dell’apprendimento. Ma forse, e Cantet ce lo ricorda, l’aula è la sede più favorevole al confronto, che sia incontro di idee o scontro di posizioni. Non siamo dalle parti impositive di Vigo, che delineava una denuncia contro il sopruso e l’imposizione di un edificio, quello scolastico, barbaro e mostruoso. La scuola è il parapiglia, la punizione, la clemenza, l’attacco e la difesa, l’offesa, la nevrosi, il “cazzeggiare”, per usare un termine estrapolato dal film. E’ una porziuncola di società, talvolta stretta, con le sue mura macchiate, i suoi pavimenti divelti, le sue incrostazioni. Non siamo dalle parti di De Amicis, vecchio mattone sentimentale, peraltro modesto, ma in un gioco forza di ingiustizie, conclamate in un coltello dalla parte del manico, il voto, ed in un atteggiamento di ribellione alla parte adulta che insegna. Più che la preparazione, ciò che conta è la capacità di entrare in relazione con l’altro individuo chiamato a valutare. E’ una forma di ruffianeria sociale che anima il discorso scolastico. Francia, Parigi, Cantet non si concentra sugli arrondisment, ma sui quartieri multietnici, quelli periferici, molto simili alla nostra borgata, ma in realtà molto diversi dal nostro mondo. Cantet è grandissimo nel disseminare dubbi, incertezze, cita la “Repubblica” di Platone, e non mira a costruire un unico punto di vista. Nella sua scuola, moderna e ai limiti, seppur non solcati, del nuovo realismo, i passaggi impediscono la presenza di un unico protagonista, tanti sono i volti e le storie, abbozzate, come un frammento espressionista. Eppure la completezza dell’ardire registico spiazza per il taglio documentaristico e per la facilità di accesso ad un cinema colto, che si lega a Truffaut, acuendo il disagio sociale, oltre che quello personale, un po’ Nouvelle Vaugue, un po’ realismo poetico, un po’ fiction di prima classe. La multietnicità permette una lettura non banale delle varie culture, con un discernimento continuo nel sottolineare la differenza, non la diversità, tra alunni provenienti da stesse zone. I temi dominanti sono tanti, ed il maestro di lettere è atterrito, talvolta, dalla caparbietà e dall’insolenza di adolescenti problematici. Un momento topico coincide con la preparazione di un autoritratto, in cui la voglia di comunicare al mondo adulto si trattiene per le tante vergogne insolute, a seconda dei caratteri. Cantet fa in modo che ci sia una traccia di realismo visibile già da subito. François Bégaudeau, spesso inquadrato di spalle, bravissimo, è un vero insegnante, la cui esperienza ha trovato spazio in un diario, da cui ha avuto origine lo script del film. Parigi non si vede, si cita, come per i magazzini Lafayette, che solcano discorsi pieni di rabbia e non la scena. La classe è il locus, il luogo deputato allo svolgimento dell’azione. Tutto ha un termine, tutto ha un fine tra le quattro pareti di un edificio, chiuso al mondo e, in molti casi, vittima dello stesso, con le problematiche che dall’esterno si abbozzano in comportamenti dentro le mura, con una rappresentazione ambigua delle stesse, camuffate nel vivere uguale a sé stesso della quotidanietà. La classe, coadiuvata da un professore unico, che può tutto ma deve accettare l’impossibilità di agire all’esterno, si svuota. E’ il momento in cui si distaccano, per pochi mesi, o per sempre, relazioni, in primo luogo, e solo dopo, gerarchie e sistemi di scrutini e di voto. “Entrèe le mures” c’è un mondo, fuori probabilmente c’è altro, e la protezione scolastica non è sempre un aiuto, e, anche quando cerca di esserlo, si scontra contro scelte altrui, e mura di altre case diverse, difficilmente da tirare giù, se non il consenso dell'interessato. Una sorta di pessimismo sociale pervade il film.

20/05/10



Route Irish è il nuovo film di Ken Loach, presentato a Cannes.  Da alcuni pareri, pare trattarsi di un film minore. Va detto che Loach predilige una tematica trattata con una certa maestria tecnica ma poca emotitività da Greengrass nell'ultimo "Green Zone". Si spera che sia la seconda la componente di questo film, che prende il nome dalla "Route Irish", strada che congiunge la "green zone" all'aereoporto. Loach dispenda uno o più film all'anno e non delude quasi mai. Ricordiamo inoltre che, pur non ricevendo un plauso unanime, molto spesso ha le giuste cartucce per ricevere qualche premio. Loach, a quanto so, è un habituè della Bim, casa di distribuzione italiana che lo ha pubblicizzato non poco e ne ha segnato un certo seguito nel nostro paese. Lo attendiamo con ansia.

18/05/10

Cannes Tre Clip







Di "Blue Valentine", seconda clip abbiamo precedentemente parlato. Calorosa l'accoglienza riservata ad Inarritu, che si affianca a Mike Leigh nella corsa alla Palma d'oro. Va detto che il film ha ricevuto pareri discordi, con delle critiche non proprio leggere da parte di diverse riviste e blogger. Il film mantiene un impatto in linea con i precedenti lavori del regista messicano, in bilico tra sostenitori accaniti e detrattori incalliti. Il film non è sceneggiato da Arriaga, e soprattutto si propone come più vicino all'ottica persoanle del regista. Javier Bardem si è ipotecato una nomination all'Oscar? La terza clip, riguarda "Abel", un piccolo film che inaugura la carriera registica di Diego Luna e che tratta di un tema sottile, come quello dell'abbandono genitoriale, in chiave emotiva e cercando di puntare sul labile confine che intercorre tra dramma e commedia. Lo attendiamo con impazienza.

17/05/10

Coppia Bardem-Cruz sexy






Capolavori-Riff Raff di Ken Loach

Se il ferro è pur sempre ferro, Ms. Thatcher non è la “lady di Ferro”, perché con il vero ferro, quello compatto, scardinato dall’ossatura di un solaio, non ha molto a che fare. Il suo pugno non è di ferro, neanche usando una metafora, ma di potere. C’è chi, già allora, ha combattuto per i lavoratori, il succo ed il nettare migliore della gioventù e della working-class inglese. L’arte contribuisce, fin da subito, ad inasprire una dura battaglia contro i nuovi liberalizzatori, imprenditori, monopolisti, contro tutto quel nuovo sistema di potere che regge la decisione di smantellare il Welfare, antico ricordo dello Stato Sociale  e che induce ad un Liberalismo ademocratico. E Ken Loach è il paradigma dell’autore “sociale”, dell’analista che vede e ridisegna sul grande schermo, filma e monta, con una documentazione a tesi servita su un piatto d’argento narrativo. La tesi politica non, però, è il piatto forte, per quanto ideologica possa essere. il racconto non ha intoppi politici, non annoia, anzi è frutto di una tecnica quasi antifrastica e fa ridere, talvolta. E’ un poema corale, che però non dimentica un vero protagonista centrale. Si chiama Stevie, ha un giubbotto che sembra di pelle, non è un tipo preciso, non ha un carattere memorabile. E’ un operaio, stanco, ma ancora giovane, volenteroso di rifarsi una vita dopo un certo periodo passato in galera. Si innamora di una donna che oscilla tra l’essere spenta e l’essere a mille, colorata e vestita in modo naif, ancora modulata sull’eccentricità degli anni 80, cantante e attrice. Le aspettative lavorative sono bassi, lo stipendio quasi da fame ma sostenibile, il rischio alto, poche le speranze per i più vecchi, molte per i più giovani, destinate a cadere nel nulla, nel dimenticatoio. La location è immersa nella periferia, sporca, vecchia, inumidita dal tempo non clemente e ingolfata dal puzzo da inquinamento di ogni tipo. Non si vuole mai, però, scendere nell’assoluto pessimismo, si raccontano barzellette, non c’è una drammaticità fine a sé stessa. E’un tocco lieve di disagio, che diventa sempre più forte, si ridimensiona per un attimo di felicità, e, poi, ridiscende nella satira, per culminare nell’abbandono di sé stessi e degli altri, dimentichi quasi di tutto tranne che del lavoro necessario alle funzioni vitali preminenti. I poveri non hanno neanche il tempo di essere depressi.

16/05/10



"Another Country" è probabilmente il vero vincitore della prima parte del Festival di Cannes. Il film sta avendo un'attenzione mediatica imponente, con recensioni entuasiastiche o comunque molto buone, per un film che ha un tono più contemplativo e asciutto dell'ultimo Leigh di "Happy-Go-luck" e arriva, nella comprensione di dinamiche "normali" (è l'attributo dato dallo stesso autore), a colpire. Il cast vede Jim Broadbent e Ruth Seen nella parte dei protagonisti.

Le due mine vaganti della vigilia hanno deluso, con un Oliver Stone che non ha convinto tutti, un Ron Howard che ha lanciato il suo "Robin Hood" senza scossoni. Riguardo a questo film, ringrazio Arianna Cavazza per una segnalazione. A quanto pare, http://www.flickr.com/photos/lanciaexperience/ per avere un'idea precisa, la Lancia ha portato un picco di novità nella kermesse con un incontro speciale con la stampa prima del film con Russel Crowe. Si tratta di un veliero nero di 85 metri che funge un pò da topos cinematografico, con la grande mitologia dei pirati, dal "Captain Blood" di Errol Flynn allo stralunato Johnny Deep alle prese con il quarto capitolo della saga.

E' stata sede del "Black Moon Benefit Gala", serata di beneficenza presieduta dal Principe Alberto di Monaco con Nelson Mandela (un pò "Iron Man" non trovate?). Per riportare un'annotazione dovuta, la Lancia è legata in modo indissolubile al cinema. Pensate a "Il Sorpasso", capolavoro di Dino Risi, con la storica "Aurelia".

Focaccia blues





La docufiction pugliese di area Vendoliana con radici marcate di un retroterra identificativo orgogliosamente sudista, e quindi piuttosto chiuso e rispettoso delle tradizioni secolari, convince. In primo luogo perchè riesce a trarre il carattere di una terra, i sapori, gli umori, la cadenza, i costumi, e qualche segno distintivo abbozzato e furtivo che dà un minimo di narratività, sfuggente. In molti punti, quando si ha a che fare con la porzione meridionale dell'Italia, si arriva all'esasperazione. Penso alla deriva della commedia napoletana, ormai un brandello di gag che non fanno ridere nessuno. Dalla Campania proviene Paolo Sorrentino, che è stato in grado di definire una cifra stilistica personale e coraggiosa, realizzando dei cult umorali e ambigui, istrionici nello stile, ma introspettivi nelle sottiglie comunicative. E' proprio la Puglia che sta cercando una sua dimensione. Una dimensione che da una parte affermi la sua identità, dall'altra rappresenti una sventata di aria, fresca d'estate e calda d'inverno. Mi vengono in mente Rubini, ma anche Winspeare, entrambi vissuti nella regione, e che l'hanno omaggiata con la descrizione degli usi e soprattutto con immagini di rara efficacia. Il passato cinematografico è lontano, si tende ad abbozzare, come nel famoso film della Comencini "Liberate i pesci", che è appunto caricaturale e disseminato di luoghi comuni, pur mantenedosi un prodotto gradevole, e lo stereotipo in un film che mescola stili in modo sapiente come questo è in agguato, ma ciò che colpisce, non si sa quanto a torto o a ragione, è proprio la volontà manifestata dai Pugliesi di chiudersi nel loro mondo, un'oasi felice e serena. Un mondo dove le multinazionali come McDonald's vengono ridotte al fallimento dalle focacce di Altamura, dove il capitalismo è vinto dal senso di comunanza e dalla famigliarità dei prodotto genuini. Va detto che la scelta di inquadrare solo questa parte di realtà, è un deterrente. Il film è comunque un omaggio ad una certa area politica, appunto quella Vendoliana, con lo stesso governatore che recita in una divertente sequenza nel film. La cosa non infastidisce, indipendentemente dalle proprie posizioni politiche, perchè il fattore "encomiastico" è mascherato e si tratta più di un omaggio sincero. Un piccolo appunto. Ci piacerebbe vedere qualche ritratto documentaristico del Nord, molto lontano dal nostro mondo. Il film "Focaccia Blues" è stato discretamente pubblicizzato per la presenza del simpatico duo (la lotta tra le province di Bari e di Foggia) Banfi-Arbore e per il monologo iniziale, vagamente dialettale, di Placido, ma non ha vuto una rimarchevole distribuzione.

15/05/10

City Island



La sopresa arriva da un film minuscolo e poco pubblicizzato. "City Island" è completamente fuori di senno. E, nel suo essere strafumato, è una presa in giro del cinema e di noi spettatori. In poche parole, in modo molto chiaro, esplica buona parte degli elementi che il grande schermo usa per ammaliarci e colpirci. In una splendida sequenza, il confronto tra Alan Arkin e un suo alunno ad una scuola di recitazione, si riesce a dubitare e a schiaffeggiare la recitazione di Marlon Brando, con le pause estenuanti e il tocco maniacale di Strasberg e affini dietro ogni volto. "City Island" non si limita al passato, ma riesce a problematizzare molti elementi del cinema odierno. Prende in giro il gangster-movie che scimmiotta i vecchi classici, gli intrecci senza cognizione di causa e alquanto improbabile alla Resnais, i film indipendenti, con il ragazzo più piccolo ossessionato dalle donne fuori forma, così come alcuni demenzial-nerd-movie. L'intero sistema attoriale/filmico è nella dinamica dell'intreccio. La scuola di recitazione a cui partecipa la guardia carceraria Andy Garcia è un pò la molla delle dinamiche, che corrispondono anche all'incontro con la sua "manager" e amica attrice, che vive davanti ai casting per ottenere una parte ed è lontana da tempo dai figli. Emily Mortimer fà un pò Juliette Binoche, non trovate? Ancora, il casting è una scelta senza nesso e senza senso, di impressione. Il carcere non ha un benchè minimo aspetto di privacy burocratica. E' così che Vince Rizzo (mai nome più appropriato per Andy Garcia) conosce suo figlio. E la relazione arriva quasi alla tragedia, con una sequenza finale enfatica, commossa, ironica e soprattutto teatrale. Il film è un metateatro cinematografico, ma è anche un remake del classico cinematografico (Vi ricorda qualcosa "Il Padrino Parte 3"?), una presa in giro del "Metodo" di recitazione e dell'intero star-producer-director-system hollywoodiano. Ancora, c'è una battuta che fà comprendere come recitazione sullo schermo e nella vita siano talvolta la stessa cosa. La figlia di Vince è una spogliarellista perchè ha perso la borsa di studio, la moglie una donna eccentrica, nevrotica, istintiva, aggressiva (la bella Julianna Margulies), i rapporti si intrecciano, mentre l'unico mistero rimasto insoluto ai personaggi è del tutto chiaro per gli spettatori e vien voglia di dire: Ma ci fanno o ci sono? Semplicemente non fanno altro che recitare, con uno spettatore onnisciente dal principio, e loro che si trovano in forzatissime scelte di copione. Cos' come gli attori di altre pellicole, che sono costretti a girare in tempi diversi, non cronologici e che vanno a parare da un'emozione all'altra (Santo Montaggio!). il film è un'analisi delle strutture cinematografiche, con grazia, risate e buone interpretazioni. La regia è di Raymond De Felitta. Bello, in modo assurdo

I Nazisti....dalla Luna alla Terra





Il film è atteso da una schiera di fan da molto tempo. Il primo teaser è del 2008. La presentazione di alcuni spot a Cannes fa ben sperare. Si tratta di un film che mescola la componente fantascientifica con il modello storico di partenza, l'elemento distopico con quello propriamente scientifico, fino ad arrivare ad una commmistione estraniante. Il film è del giovane regista finlandese Timo Vuorensola, autore di tre parodie di successo su "Star Trek".Ha un cast tedesco. Nel 2008 i Nazisti tornano dalla Luna sulla Terra. E la prospettiva è meno irrealizzabile di quanto si pensi.

12/05/10

"The Adjustment Bureau"



"The Adjustment Bureau"  ci ha fatto penare. Dopo tanta attesa, è uscito il trailer. Il film è un adattamento, non molto fedele, del racconto di Philiph K. Dick, uno dei nomi di punti della fiction di fantascienza del secolo scorso, da cui sono nati e germinati adattamenti numerosi e riusciti a volte. Il film che sembra assumere una valenza più politica rispetto alle  tematiche non proprio ortodosse dell'autore, è diretto da George Nolfi e vanta un cast stellare. Ritorna la grande Emily Blunt, accompagnta da Matt Damon, che sembra il protagonista/comprimario per eccellenza dello star system odierno. Colpisce la presenza di un grande compositore, James Horner, molto adatto allo stile action della pellicola. Per il resto la pellicola che può aspirare ad una certa visibilità, anche per l'uscita a Settembre negli Stati Uniti, da noi ad Ottobre, rimandata dall'affollata "summer americana" e dalla deserta "estate al mare" italiana.

Parody








Direttamente dal Tubo, tre parodie. Il primo video è un divertito e camp "Mamma mia". Segue un piccolo capolavoro. Si tatta di un triste esito per il magico logo della Pixar. Il terzo è parodia soprattutto introduttiva su "Sin city", ambientato ad Indianapolis con un ottimo uso del colore che, in alcuni casi, sottolinea la bidimensionalità dela scena in modo fumettistico.

Scatti sexy-Brad Pitt







Trailer Cannes 2010 In concorso

Trailer Cannes 2010


Outrages di Kitano

Cannes 2010 : «Outrage» (bande-annonce) - Le Parisien
Un film de et avec Takeshi Kitano. Japon, 2009, 2h. (Sélection officielle)
Mots-clés : cinéma cannes sélection


Tournèe di Almaric


Sole Ingannatore 2 di Michalkov



Fair Game di Doug Liman

I duellanti

Il primo film di Ridley Scott è probabilmente il suo lavoro di genere più riuscito. A parte "Blade Runner". Per il resto l'intera filmografia del regista è una ripetizione di una costante (il piglio dei film) in una moltitudine di generi e sottogeneri. In attesa dell'uscita, oggi, di Robin Hood, trascorso qualche anno dal sopravvalutato "Gladiatore", un peplum con moltissimi difetti e solo qualche pregio (l'interpretazione di Joaquin Phoenix), vi proponiamo un abbozzo della sua opera prima, premiata in quanto tale, con una giuria presieduta da Roberto Rosselini, a Cannes. E oggi "Robin Hood" è il film che inaugura la kermesse. Fuori concorso, ovviamente. "I duellanti" rappresenta l'animo giovanile e l'aspirazione artistica più genuina e compatta del regista. L'esordio lascia il segno perchè si punta alla formulazione di uno stile proprio e personale, con elementi anche formali, cromatici soprattutto, di grande respiro e il ricorso ad un'epicità non molto accennata, interiore, in ombra rispetto alla sua componente enfatica degli ultimi lungometraggi. E' un film completamente immerso nel suo tempo, nella sua natura, splendidamente fotografata, nel suo lignaggio, altolocato, nei suoi valori, come il duello, irrazionali. Ma soprattutto, come detto, è un'opera che non si dimentica di definire il minimo particolare visivo  nella costruzione delle sequenze. D'altronde non c'è un inutile uso degli effetti speciali, nè un frustrante e reiterato "mondo laccato". Il ritratto dela Francia Napoleonica e Reazionaria, poi, colta,  in un tempo definito molto breve, di quindici anni, attraverso la scansione reiterata dei duelli tra i due protagonisti, è vivido e sentito, l'immagine costruzione funzionale alla storia. Un pò come il Barry Lyndon di Kubrick, il film parte da un presupposto realista che aiuta molto la recitazione nella fase di rodaggio. L'intero set, interno ed esterno, si adatta completamente al contesto e il cast è immerso completamento nella vita del personaggio. Ma i caratteri principali assumono sfumature più complesse e "moderne"  solamente tramite una lettura interpretativa inedita, in particolare di Keith Carradine e Harvey Keitel, che riescono a dare una lettura meno stereotipata del modello cavalleresco,  ignoto (ma d'altronde i romanzi dell'epoca insistono sull'importanza dell'onore) all'ultima fase del mondo occidentale e civile, ma consuetudine altrove (e in Italia il delitto d'onore era legge, si veda Germi). Insomma "I duellanti" è un'opera giovane, ma anche il documento iniziale, il manifesto di Ridley Scott, perso nella strada di Hollywood e del blockbuster. Prima di andare a vedere "Robin Hood" vi consiglio di recuperare il film.

11/05/10



Per cosa sarà ricordato il sequel di "Sex and the City"? Probabilmente per il nulla totale. In questo nulla, ringraziamo il film per il ritorno di Dido, che compare con il nuovo "epico" pezzo "Everything to lose" nella soundtrack, che anticipa un nuovo album. In parte eterea, in parte vicina al sound electric dei Faithless (è la sorella di un componente e ha collaborato a più riprese con loro, la si ricorda nel feat. "One step too far"), la canzone ha buone potenzialità di vendita. Ieri ho postato un altro video, quello del ritorno di Katie Melua...Alta classe.

The Road

La top ten dei motivi per evitare "The road".


10) La vita è triste. Evitiamo di renderla ancora peggiore.

Quest'affermazione sembra essere del tutto ingiusta. Il cinema , come Arte, si occupa di motivi esistenziali. Ma quando i produttori italiani si astenevano a comprare i diritti per la distribuzione, probabilmente avevano il loro fondo di verità. Oggi il film esce per la Videa-C D E ed è pronto ad invadere le poche sale con il suo carico di grida, di scelte, di sofferenze, di angoscia. Una tristezza continua, fine a sè stessa, contagiosa per alcuni, disturbante per altri.

9) Il simbolismo non c'è o se c'è non si vede

Quando si affronta la tematica esistenziale e si definisce una visione post-apocalittica o un pensiero filosofico recondito di un testo letterario, sarebbe opportuno e auspicabile ricorrere al Simbolo. Penso a Kubrick, maestro "filosofico" i cui film sono connaturati, spesso, a elementi "altri o non" che compaiono sulla scena. La correlazione di eventi, in questo caso, segnata solo da particolari fisici e amenità da film horror, non fa' presa ed è immediatamente cancellata dalla tabula mnemonica. Nulla possono gli occhi di Robert Duvall.

8) Accozzaglia di volti, di strade, di paesaggi..

In poche parole, non capirete mai dove vi trovate. La vegetazione non è nè reale nè immaginaria, ma praticamente avvolta da colori tenui e freddi, mescolati con tratti più forti delle lampade per illuminare la scena. La luce è innaturale e meditativa. Ma più che far meditare, fà assopire. E quando si arriva al mare, non è nemmeno azzurro, come afferma un protagonista. Fotografato come mero pezzo estetico, rigido, stucchevole. I volti sono tutti diversi, ma praticamente con l'unica espressione della tristezza. Viva la vita!

7) La colonna sonora affidata a Nick Cave e Warren Ellis

E' un'eresia e mai avrei immaginato di poter affermare qualcosa di negativo su Nick Cave. Ma i suoni sinistri, seppur mitigati, in questo film non fanno che aumentare la tensione. O meglio allentano la tensione e coccolano lo spettatore, lo abbracciano e ne fanno un dormiente.

6) I personaggi

Partendo dalle definizioni identificative comuni, come faceva Griffith (The boy, The mother...), il libro di Mccarthy riesce a creare un mondo interiore, anche grazie all'ausilio della capacità di visualizzazione personale di ogni lettore, molto più sconvolgente ed emotiva. Qui i personaggi sono ridotti a esecuzioni enfatiche da parte del cast stellare. Sono meteore che appaiono e scompaiono, senza traccia. Sono sfondo del paesaggio, come spesso in McCarthy, ma senza alcun elemento che possa coinvolgere sul grande schermo

5)Le interpretazioni

Il casting doveva essere impeccabile. Ma probabilmente lo sbaglio è stato quello di puntare su attori in cerca di gratificazione da premio. Solo in questo modo si spiega l'interesse economico al progetto della star protagonista Viggo Mortensen. E se nel cast c'è Robert Duvall e soprattutto Charlize Theron, si comprende che lo scopo è quello di conquistare i premi dei propri "amici" e dei critici. Grazie al cielo, non è avvenuto. Il casting è una perfetta costruzione a tavolino. E, anche se Mortensen, parla del rapporto con il piccolo Kodi Smith-McPeeh come di qualcosa di intenso, siamo più propensi a credere il contrario. Infatti l'unica cosa meravigliosa del film sta nella capacità interpretativa e nell'aderenza al ruolo di Kodi. Nel caso dei bambini, per quanto già noti, risulta impossibile comprendere il modello recitativo che si segue e molto sembra avvolto dall'atmosfera di quella fase, che è insieme bellissima e difficile. Per il resto, l'intero cast finge e cerca di mostrare la sua bravura in momenti singoli, arrivando a perdere la minima traccia di affiatamento.



4) La sceneggiatura

Come detto, il film è una sequenza di avvenimenti senza diretto collegamento. Bastava per una comprensione l'incipit e la conclusione. A ciò si aggiunga che l'elemento emotivo e l'asse portante del rapporto padre-figlio che doveva dominare lo svolgimento dell'intreccio è praticamente un fuoco di paglia. Altro che fuoco interiore.


3) La presunzione


Una delle caratteristiche di Hillcoat, in questo film, è quella di creare di qualcosa di diverso. Non a caso, dopo la visione privata da parte dello stesso McCarthy, il regista tiene a precisare che lo scrittore ha apprezzato il taglio originale della pellicola. Hillcoat fà un pò l'indipendente, il cinefilo, l'autore. Per molti versi è solamente un visivo senza sostanza. Con in più la presunzione che il suo taglio sia originale.

2)I Coen

Da un altro romanzo ben più corposo e noto di "The road", che è invece l'esito di un percorso a tappe, amatissimo dai critici e vincitore del Pulitzer, è stata tratta la versione cinematografica dei fratelli Coen, molto più mordace e cinematografica, carismatica e affrontata sotto punti di vista inediti e di interpretazione personale. Il confronto è impari, 10 a 0. E il cast, la fotografia, la regia sono fantastici.

1)Altri film del genere

Ve ne cito uno, degli ultimi anni. E' Il "Children of men" di Cuaron, ricco di citazione psichedeliche, capace di costruire una realtà più complessa e reale, visivamente splendido, interpretato in modo eccelso, considerazione più evoluta del pensiero, meno astratto, e più emozionale, collegamento all'attualità e un numero più ampio di parole e adrenalina.