23/05/10

A Cannes vinceva "La Classe"

Il vuoto della classe, i banchi, le sedie, le mura. E’ un vuoto di pace, di tranquillità. L’aula strimpella per nove mesi. La scuola è il luogo della definizione della personalità, è il luogo delle scelte, delle relazioni, dell’apprendimento. Ma forse, e Cantet ce lo ricorda, l’aula è la sede più favorevole al confronto, che sia incontro di idee o scontro di posizioni. Non siamo dalle parti impositive di Vigo, che delineava una denuncia contro il sopruso e l’imposizione di un edificio, quello scolastico, barbaro e mostruoso. La scuola è il parapiglia, la punizione, la clemenza, l’attacco e la difesa, l’offesa, la nevrosi, il “cazzeggiare”, per usare un termine estrapolato dal film. E’ una porziuncola di società, talvolta stretta, con le sue mura macchiate, i suoi pavimenti divelti, le sue incrostazioni. Non siamo dalle parti di De Amicis, vecchio mattone sentimentale, peraltro modesto, ma in un gioco forza di ingiustizie, conclamate in un coltello dalla parte del manico, il voto, ed in un atteggiamento di ribellione alla parte adulta che insegna. Più che la preparazione, ciò che conta è la capacità di entrare in relazione con l’altro individuo chiamato a valutare. E’ una forma di ruffianeria sociale che anima il discorso scolastico. Francia, Parigi, Cantet non si concentra sugli arrondisment, ma sui quartieri multietnici, quelli periferici, molto simili alla nostra borgata, ma in realtà molto diversi dal nostro mondo. Cantet è grandissimo nel disseminare dubbi, incertezze, cita la “Repubblica” di Platone, e non mira a costruire un unico punto di vista. Nella sua scuola, moderna e ai limiti, seppur non solcati, del nuovo realismo, i passaggi impediscono la presenza di un unico protagonista, tanti sono i volti e le storie, abbozzate, come un frammento espressionista. Eppure la completezza dell’ardire registico spiazza per il taglio documentaristico e per la facilità di accesso ad un cinema colto, che si lega a Truffaut, acuendo il disagio sociale, oltre che quello personale, un po’ Nouvelle Vaugue, un po’ realismo poetico, un po’ fiction di prima classe. La multietnicità permette una lettura non banale delle varie culture, con un discernimento continuo nel sottolineare la differenza, non la diversità, tra alunni provenienti da stesse zone. I temi dominanti sono tanti, ed il maestro di lettere è atterrito, talvolta, dalla caparbietà e dall’insolenza di adolescenti problematici. Un momento topico coincide con la preparazione di un autoritratto, in cui la voglia di comunicare al mondo adulto si trattiene per le tante vergogne insolute, a seconda dei caratteri. Cantet fa in modo che ci sia una traccia di realismo visibile già da subito. François Bégaudeau, spesso inquadrato di spalle, bravissimo, è un vero insegnante, la cui esperienza ha trovato spazio in un diario, da cui ha avuto origine lo script del film. Parigi non si vede, si cita, come per i magazzini Lafayette, che solcano discorsi pieni di rabbia e non la scena. La classe è il locus, il luogo deputato allo svolgimento dell’azione. Tutto ha un termine, tutto ha un fine tra le quattro pareti di un edificio, chiuso al mondo e, in molti casi, vittima dello stesso, con le problematiche che dall’esterno si abbozzano in comportamenti dentro le mura, con una rappresentazione ambigua delle stesse, camuffate nel vivere uguale a sé stesso della quotidanietà. La classe, coadiuvata da un professore unico, che può tutto ma deve accettare l’impossibilità di agire all’esterno, si svuota. E’ il momento in cui si distaccano, per pochi mesi, o per sempre, relazioni, in primo luogo, e solo dopo, gerarchie e sistemi di scrutini e di voto. “Entrèe le mures” c’è un mondo, fuori probabilmente c’è altro, e la protezione scolastica non è sempre un aiuto, e, anche quando cerca di esserlo, si scontra contro scelte altrui, e mura di altre case diverse, difficilmente da tirare giù, se non il consenso dell'interessato. Una sorta di pessimismo sociale pervade il film.

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