30/09/10

Domani (stasera 1 ottobre) alle 21,05 su RAI3 "Gomorra" di Matteo Garrone


Un colpo di una beretta, il kalashnikov tra le due mani impugnato.
Revolverate sparate a vuoto, esplosive, in un mare che, argenteo, sotto un
cielo notturno, vede lo scoppiettio dei colpi, mentre due individui, mollicci
come dei bambini mai cresciuti, giocano con le armi rubate di un arsenale
trovato in una casa aperta, di verde ricolma, decadente e fatiscente, con
l’erba che ne ricopre le mura grigiastre. Qual è il peso di una vita? Pesa
quanto il logorio di una cinghia, quanto l’olio scivoloso nell’acqua che
risale, un po’ meno di una serata in discoteca, certamente meno di
un’opinione. Chi si ribella, muore. E l’ingiunzione di morte è l’avvertimento
finale, prima che il boss perda una pazienza, che non sarà certo sua virtù.
Marco e Ciro sono giovani. Hanno “tutta la vita davanti”. Ma qual è il costo
di una bravata, il conto di chi, con il naso grosso come una patacca, o la
voce singhiozzante che fuoriesce, speziata da un senso di invincibilità, cerca
di scimmiottare i grandi. Imbattibilità? Tra gli uomini, e anche più su, non
esiste.Tutta la vita davanti? Dove vive un clan, significa sperare di campare
il più possibile, la vita è un po’ come una roulette. Se il numero si incasella
sul rosso, è finita, sul nero, è finita ancor di più. Rosso e nero, i colori della
morte. La morte, unica certezza umana, si fa più certa. La vita, quando la
scienza la prolunga, qui si abbrevia. Don Ciro dispensa moneta, a coloro che
hanno parenti in carcere e sono impossibilitati, altrimenti a vivere. A chi ha
aderito al sistema. Quando scoppia la guerra con gli scissionisti, Don Ciro
ha paura di morire, cerca di mediare, indossa un giubbotto antiproiettile,
vorrebbe occultarsi, fantasma presente ed assente, uomo che c’è ma non si
vede. Si trasforma nell’ombra di sé stesso. Roberto è l’ombra di sé stesso;
non accetta più la sua vita, il suo lavoro. Franco (Toni Servillo) è il
magnate, cerca le cave calcaree, acquista interi terreni, laddove rifiuti tossici
del Nord Italia sono smaltiti con la metà del prezzo pagato, laddove camion
sono portati da uomini ignari di viaggiare con rifiuti radioattivi a bordo. Un
carico versato, un guidatore ustionato. Roberto matura il rifiuto di
responsabilità tanto grandi. E allora che si fa, che fa Franco, indossando una
tuta di protezione verde chiarissimo, verde mela, o la sua giacca di lino
elegante bianca, con la camicia blu? Assolda un gruppo di under10, che
della guida sono già esperti, con una paga. Giacca di lino, camicia blu. Si
passa all’angolo dei prê-à-porter, delle aste d’appalto di confezionamento di
vestiti d’alta classe, che le più grandi case di moda gestiscono in nero.
Pasquale ha le mani di un artista, è “il sarto”, che tra corpetti e tessuti, vive
la sua vita, con una famiglia a carico. Accetta di aiutare Xian, cinese,
pronto, con la sua manodopera sottopagata, ad entrare nel mercato d’alta
moda e paga tanti euro perché il poderoso professore si nasconda nel
bagagliaio ed insegni a creare pezzi unici, che sfileranno, che le più grandi
celebrità indosseranno. La tresca verrà scoperta. Da camionista, rivedrà le
pieghe del suo vestito in un abito della Johansson, donna splendida. E le
donne? C’è Maria, che non vuole lasciare la sua casa nelle vele di un
quartiere popolare, nonostante il figlio sia traditore. Amici-amici un tempo,
nemici-nemici ora. Come Totò e Simone. Totò è un bambino, Totò è un
adulto. Entra nel sistema, dove o sei con noi o contro di noi. Ha pochi anni,
ma è come se ne avesse tanti. Si cresce quando ancora non si è cresciuti.
Saviano denuncia, Garrone ritrae…
Roberto “sa e ha le prove”, Garrone “sa
e ha le armi”. Perché l’immagine della parola è il veicolo più immediato.
Perché l’immagine della voce è il millepiedi. Si insinua facilmente, si
imprime, non si cancella. Un film che mescola solidità narrativa e visione atipica. Un modo di concepire il cinema come "mezzo sociale" con forma artistica. O come forma artistica che legge la società, in quella terra che sembra il vecchio Bronx, con i paesaggi stranamente poco luminosi e quei visi spenti.

Tony Curtis RIP

Recensione Omaggio
"A qualcuno piace caldo"

Chicago, 1929. Flash di una primitiva Rolleiflex, imperante l’era del
proibizionismo. Una mesta bara bianca è dinanzi a lei ricoperta da fiori
odorosi di uva acerba, di alcool di una certa
gradazione, versato in maxi-tazzine con il caffè, bourbon, whisky.
C’è una vecchia macchina di
nero lucente e quattro malconce facce da “padrini” alla John C. Reilly, con
gli occhi piccoli come granelli di sabbia ed un naso a patata che ne mostra il
lato fisiognomico spiccatamente spiritoso, avvocati di Harvard assunti da “Ghette”, il perché già delineato dal suo nome. C’è un’orchestrina,
prima di una retata, che suona il charleston: due di questi sono giovanotti di
discreta presenza, con un sax ed un contrabbasso. L’immagine che si
trasmette all’occhio cambia con ampie digressioni, con codesti stralunati
personaggi affamati di denaro e di beltà che si trovano in un vecchio garage
per riprendere la Humpobile 25, coupè verde. Ma quale sarà il loro colore? Il contrabbasso
viene ferito con quattro colpi in pieno corpo, da non impedirne, però, un
degno funzionamento, e i piacenti perdigiorno si ritrovano su un treno
diretto in Florida con un’orchestrina di donne, camuffati anch’essi da
femmine molto riservate. Una bella polacca giunge in
ritardo sul vagone, si nota un certo ancheggiare a dir la verità, e se si guarda
bene, anche il bacino è in carnale e ondivago movimento, strette le piacenti
natiche in un gonnellino che si schiude in frange vistose di paillettes, il seno
non è di piccole dimensioni, rotondo, florido, fasciato forse, ma quella certa
mollezza (“sembra fatta di gelatina”) sembra più un’argomentazione che
risponda all’esigenza culinaria di assaggiare il bacio di un frutto proibito
come l’immenso sapere che una reale asserzione de facto. Ella suona
l’ukulele, e canta “I Wanna be loved by you”, con gli occhi quasi socchiusi,
e qualora aperti, formicolio dei signorotti, li dirige verso sopra, ad indicare
la camera da letto, forse, già pronta a “sposare un milionario” ma di un
animo che non fa risaltare il suo lato da favola per le complicazioni della
vita. Dirà. “Se c’è una ciliegia con un verme tocca sempre a me”, amante
dei fiaschetti di liquore per dimenticare l’amaro ma anche “Non piangere
più sul whisky versato”. E' Marilyn Monroe, divina
bionda del grande schermo, bellezza minuta e i cui auguri al caro Presidente
risuonano da ogni dove. Amava gli uomini con gli occhiali. “Sono così
gentili, bravi, indifesi”. E tra i suoi mariti ci fu, non a caso, Arthur Miller.
Amava il lusso. E c’è un bracciale di diamanti. Il testamento in vita della
sgallinata più effervescente di Hollywood. E, dinanzi ad un uomo per sposo,
un altro uomo disse: “Nessuno è perfetto”. Ad affiancarla due grandi caratteristi, Tony Curtis e Jack Lemmon, la strana "coppia",  perfetti nei panni dei musicisti prestati, loro malgrado, al travestimento. Billy Wilder è il Genio, ma riesce ad essere anche a ribaltare il geniale in parodia e la parodia in sguardo sociale. Tony è Josephine. E la mascherata è ben più di un semplice divertissment.

29/09/10

Oggi alle ore 23:55 - Retequattro "Jahread"

La mia benevolenza verso Sam Mendes è qualcosa di molto labile. Non ho mai un'idea univoca sui suoi film. Vidi "Jahread" in versione ex nolo anni fa. La mia prima impressione fu di aver gettato due ore del mio tempo. Paradossalmente (e ingenuamente), durante la mia fase teen ero molto più duro nei confronti di un film. E "Jahread" mi aveva colpito per Jake Gyllenhall e per la fotografia, ma mi aveva annoiato per la pochezza della storia e soprattutto per la durata, nonchè per qualche incursione pseudo-riflessiva (il cavallo) un pò stucchevole (non l'avrei mai rivisto). Eppure, film e film macinati e triturati, oggi guarderei al film con diverso occhio. In realtà, non credo di avere gli strumenti per dare un giudizio univoco sul film. Lo stesso mi capita per "American beauty", che, nonostante fossi ancora più piccolo (anche se non lo vidi nel 1999, quando uscì), mi colpì moltissimo, e oggi non sarei in grado di reggere per tutta la durata. Invece "Revolutionary Road" mi è parso un grande spreco di talenti e un film teatrale e "finto" dall'inizio alla fine. Peccato che l'impressione di partenza oggi sia un pò cambiata e che il ricordo del film è meno negativo dell'immediato dopo-visione. Mendes è il dramma del mio sistema di valutazione. Ancora, "Era mio padre" mi conquistò immediatamente, salvo poi riflettere sulla meccanicità elementare della sceneggiatura. Attendo di avere un'opinione stabile su "Away we go", che ho già visto, ma con Mendes meglio andarci cauti, perchè non è la mia massima fonte di coerenza critica. E, in mancanza di coerenza, non mi azzardo a giudicare.

Recensione-Omaggio Addio ad Arthur Penn, l'uomo dei capolavori


Bonnie & Clyde





Anni ’30, manifesti centrati del “New Deal” di Roosvelt. Non mancano foto segnaletiche con la dicitura “Wanted”, come nel vecchio West. Spari, qualche Ford coupé, una delle ultime rimaste, dopo il grande tracollo del ’29, “la bolla speculativa” ed il crack. Se c’è la crisi economica in un paese dalla grande potenzialità e dal passato giovane di ricchezza, molto spesso la gente si inventa di tutto per campare. Bonnie e Clyde sembrerebbero sgusciati dalla crisi, ma il regista, Arthur Penn, non ne è convinto, scettico, disturbato quasi da questa prospettiva, eccessivamente monetaria e citata, giù di lì, in un paio di occasioni, tanto per garantire una motivazione storica per l’epoca. In realtà, rileggere il film, oggi, non ci permette di ritornare alla depressione, che è sullo sfondo, poco netta, ma di soffermarci sugli anni in cui fu girata la pellicola, all’alba del ’68, quando il movimento artistico, culturale e societario affrontavano il primo deterioramento e si incamminavano su una strada nuova, crivellata dai giovani e nuovo modo di intendere l’essere al mondo. E’ un lungometraggio complesso quello di Penn, dinamico, nell’ultima parte argutamente frettoloso, quasi scomposto, non perché manchi di linearità, ma perché volutamente ricco di ellissi, di panoramiche che sono come i flash scattati nel mostrare le didascalie iniziali. D’altronde, sarebbe stato impossibile mostrare due miti, selvaggi e strafottenti, in una chiave tipicamente tradizionale. Volendo dare un tocco leggermente più pepato, il film e la storia dei due amanti, ad eccezione di qualche battutina fuori posto, sembrano più moderni del nostro attuale modo di concepire la vita. Clyde è un ladruncolo, un rapinatore, come il fratello, esprime una concezione largamente in linea con una valutazione politica, ideologica che lo porta a schierarsi dalla parte dei contadini, contro i soprusi, un anarchico, a volte, un ribelle soltanto, forse. E’ impotente, a quanto si capisce, e ciò sembra interpretabile in diversi modi: è il frutto di un mondo pornografico che non ha spazio per una sessualità banale? In realtà, non c’è stato ancora uno sdoganamento, a tutto tondo, del sesso. In questo senso, sarebbe più corretto affermare che è un figlio degli anni ’30, ineccepibili, morigerati, ortodossi e “chiusi”, estremamente “chiusi”. Da qui l’evidente critica di Penn e la nuova contestualizzazione, che sgorga poco prima della morte, con la soddisfazione per Clyde di “essere stato un capolavoro”. Bonnie è una donna molto forte, maneggia pistole, è irriverente, nella prima, celebre sequenza del trucco, è nuda. E’ come se la noia le appartenesse, quando non c’è azione, figlia di un mal di vivere moderno. La sua figura non è molto ideologica, è più istintiva che razionale, più passionale che mentale, più drammatica e meno comica, più maschile che femminile, tranne qualche parola alla fine ed una certa romanticheria mai smielata. In realtà, anche qui gioca il lato delle apparenze. E’ profondamente attaccata alla madre, quasi dipendente, la nomina nel primo incontro con Clyde e fa di tutto per vederla. Un’ultima volta. Dall’incontro, si chiarifica come la prospettiva materna non sia negativa, ma incapace di comprendere un percorso che non si condivide. Bonnie è molto scossa dal saluto della madre. A differenza di Clyde, nutre aspettative tutt’altro che positive: se l’uomo crede di poter scampare alla morte, la donna sa che questa non è solo una possibilità ma l’unica certezza della loro vita insieme. Per questo fa allontanare l’agente di pompe funebri e l’amata, portati, loro malgrado, nell’auto, insieme ad un ragazzo di periferia e agli sposi novelli Buck e Bianca, l’esempio di donna ancorata al passato. Faye Dunaway e Warren Beatty eccelsi. Entrambi è come se non mimassero, né interpretassero, diventando essi stessi icone, senza giudizi morali, ma con un carico di senso del rischio iperbolico che sfocia da una vita vissuta, come quella dei loro personaggi, e la consapevolezza di una drammatica fine. Il ghigno di Beatty è memorabile, così raggelante, eppure così umano. Burnett Guffey è il direttore della fotografia, e, indipendentemente dai bellissimi movimenti di meccanica, colpisce la limpidezza dell’immagine di colori che virano dal caldo ocra al seppia, con molta compattezza.

Capolavoro

La prima cosa bella




 La Prima Cosa bella è il candidato italiano per Gli Oscar 2011



Fantastico
La prima cosa bella di Paolo Virzì, ci preme dirlo, è un film bellissimo. Tocca le corde umane concatenando commedia e tragedia in un solo momento, in un'unica sequenza. Ciò che colpisce è la possibilità di definire in campo, tramite i dialoghi, un misto di commozione verace e di ironia tagliente.Virzì intaglia un piano che in superficie risulta vacuo. In realtà, cosa rarissima, quasi impossibile nel nostro paese, arriva a dei livelli di concatenazione spazio-temporale e dialogici complessi e sfumati, con picchi che solo la vecchia commedia all'italiana, quella di Risi e Monicelli, può eguagliare. Il primo elemento in comune sta nella coralità. Alcuni film di Risi (Una vita difficile) e molti di Monicelli (i soliti ignoti, per esempio) rischiano la carta dell'antipsicologismo con una serie di macchiette umane. Si tratta sempre di un'analisi di facciata, non di comprensione analitica. Più di qualunque grande regista italiano, dall'estetismo di Visconti alla dimensione onirica di Fellini, dall'alienazione di Antonioni, al tocco intellettuale del popolano Pasolini, nessun autore è stato in grado di definire un mondo sociale con l'arguzia della commedia degli anni d'oro. Se i film complessi stilisticamente e contenutisticamente colpiscono solo una certa fascia di pubblico, i film a facile fruizione riescono, paradossalmente, ad incidere nei cambiamenti o, più spesso, nella raffigurazione di cosa e di chi ci stia intorno. Un film che mescola l'alto e il basso ha più possibilità di ricezione, di un film alto, o anche di un film basso. Infatti, nel mezzo, nell'intercapedine che separa il tragico dal comico, il grottesco dal macabro, il romantico dal raziocinio asettico, c'è un elemento di mimesi della realtà clamorosamente definibile. Ciò che si guarda è ciò che si è. Virzì esprime una coralità integrata, simmetrica, ordinata e la convoglia nell'emozionalità pura. Il suo lavoro di artigiano dei ritratti umani lo porta a definire personaggi che si affrancano dalla macchietta, pur prendendone l'ilarità, e diventano persone. E' sempre chiaro che un film non sia la realtà in modo assoluto, come sottolineato da momenti del tutto impensabili in un certo contesto, ma è anche vero il contrario, in quanto ogni persona risponde come sente prima di realizzare razionalmente, in certi casi, in totale individualità. E forse la poesia riconciliatrice è l'ottica più condivisibile. Detto questo, il film è strutturato secondo uno schema del tutto innovativo per il cinema italiano, con un uso smodato del flashback, del ralenty, della sovraimpressione e soprattutto dell'ellissi contenutistica che lega perfettamente momenti in spazio e tempo molto lontani. La direzione degli attori è eccellente. Valerio Mastandrea è al ruolo della vita e mostra una capacità spiccata di introspezione. Claudia Pandolfi, dopo il buon Cosmonauta, si conferma un'attrice tutt'altro che inespressiva, cresciuta in modo incredibile. La Sandrelli, come giusto, non domina la scena ma la sottintende, niente è definibile se non in relazione al suo personaggio. Infine, intensa, mutevole, la giovana certezza Micaela Ramazzotti, che si afferma per il suo tratto popolano come le grandi dive del passato del neorealismo rosa con un' indagine emotiva curatissima. Un film di cuore, tra città e provincia.

28/09/10

Capolavori- "Election" su studio universal alle 21,00



Magna pars dell’irriverenza studentesca, la commedia acida, dal sapore
aspro e dalla sottile lamina tagliente, rasenta il ritratto generazionale più
vivo e più reale. Inventiva a go-go, fatta di tagli, sovrapposizioni, grottesche
riprese di macchina, nell’impulsività di un’originale firma registica al suo
apogeo (Payne irrompe con il talento del cavallo di razza; le tappe
successive della sua carriera lo rendono così minimalista dal tramutarsi in
un assopito equino attempato, soprammobile sbiadito e cencioso). Una
trama pretesto per immergersi nel mondo dell’high school americano, in cui
la competizione, malsana e scorretta, accompagna la vita di teenager
eterogenei e deliranti, il tutto vivisezionato e calibrato dagli occhi spiritati e
gonfiati (scena madre di rara finezza) di un bizzarro professore. Amato,
apparentemente senza eccessi, in realtà sedizioso uomo insoddisfatto e
volubile che ricopre il ruolo di salace scorretto, truccando le elezioni
studentesche, vero campanello d’allarme per scolari in cerca di visibilità e
successo, cercando di frenare l’ascesa della biondina del caso, proiettata
verso grandi, assolati, promettenti lidi. Complice la perfetta
caratterizzazione dei personaggi, per i quali, indiscutibilmente, si prova una
spiccata simpatia, privati di quei tanto forzati giudizi di valore che,
solitamente, li rendono aleatori esseri irreali tendenti all’immobilismo
introspettivo, il copione si anima, si velocizza e, voracemente, divora, in un
batter d’occhio, storie parallele sinergiche ed estremamente sintomatiche
dell’universo di realtà esistenziali e comportamentali che viaggiano sui
binari della vita del singolo. Irresistibile il visino con le smorfie da
bambolina della Witherspoon, che si intestardisce nel vivere una vita
corredata da ambizioni via via crescenti e che, con il sudore, riesce a
spiccare il volo. Broderick ricama i tratti del docente, ossessionato
dall’abnorme personalità di una così minuta fanciulla, contraddittorio ma
spassoso esempio di debolezza, uomo comune nella scissione emozionale e
sentimentale. Election si conferma come uno spedito film autorale di rara
immediatezza. Cool, certamente, ma accompagnato da calibrato mestiere,
come si evince dall’impostazione temporaneamente retrodatata della
narrazione e dai continui passaggi di prospettiva, con il pregio di non
accogliere un unico punto di vista, ma di mescolarli, lasciando
l’interpretazione al gusto dello spettatore. Il risultato è una pluralità
polifonica di ruoli, che vanno al di là del confronto tra l’arrivista sognatrice
ed il falso buonista (che, tra l’altro, tradisce la moglie con la donna del suo
miglior amico) ed è evidente come da una fusione poco filtrata di”tipi"
eccentrici non nasca un unico protagonista della storia. Broderick incarna,
forse, il personaggio più instabile di tutti: insegna cos’è l’etica e la morale,
ed infrange, contemporaneamente, in ambiti differenti, l’una e l’altra; in un
attimo diventa un pazzoide, agisce in maniera nevrotica ed assurda, spinto
da chissà quale ossessione nel fagocitare la vittoria di un somaro e pompato
campione di football, un po’ appannato nel comprendonio, e mandando a
monte una famiglia all’apparenza felice.
Il suo è il personaggio vincente di una black comedy sottovalutata ma
meritevole.

27/09/10

Up

A nonno Carl piace Clint










Up ha il classicismo americano e la trepidazione avventuriera di un Flynn mescolato alla visionaria capacità di stupire di un Miyazaki bambino, meno onirico e più commerciale. C’è una separazione troppo forzata tra le due anime di un film d’animazione i cui intenti non raggiungono la fruibilità di un classico come Ratatouille, né la complessità contenutistica e stilistica di un Wall-E che suona quasi come un episodio a sé stante, alieno da una trattatistica per bambini. “Up” è grande cinema, si rammenti, ma non rende il cinema grande…Troppo scisso per essere un film bambino, anima del vecchio Disney (perché la lacrima segue il sorriso, ma con un’intensità meno compiaciuta e sofferta che in questo caso), poco costruito, senza una vera sequenzialità logica, per essere un film d’avventura rutilante, Up finisce per non essere né carne né pesce, in bilico tra l’autoriale e il commerciale, tra il tradizionalismo di Bambi e l’innovazione animata della mimica di Wall-E. Il problema non è dei characters quanto delle scelte di sceneggiatura: Carl Fredricksen, il nonnetto, occhiali spessi e macchie sulla pelle (3-D o meno, la resa visiva raggiunge dei livelli formidabili), è un personaggio monumentale, ascrivibile di diritto negli annali cinematografici come ispessimento del tema adulto nell’animazione, ma manca delle battute giuste, di quelle che si imprimono. Il tema che ruota attorno alla sua storia è, d’altronde, così nobile che ne fa una figura tanto umana quanto mitica, esempio di una forza di volontà e di un attaccamento alla vita incredibili. La morte della moglie Ellie è una pagina emozionante, con una costruzione in flashback tradizionale che rimanda alla vita di coppia, con una messa in scena meno melodrammatica, più contenuta, più sincera. Le fotografie iscritte in una cornice rammentano una storia che procede lungo le epoche, con una vita sognata e una vita vissuta che si combattono, tra una dolorosa scoperta (l’impossibilità di procreare) e un miraggio da cinegiornale ( Lo “spirito di avventura”, dal nome di di un ottovolante, di Muntz, l’eroe paranoico che passa dall’idealizzazione all’antagonismo). Carl è il veterano di “Gran Torino”, meno segnato dalle esperienze, ma altrettanto malinconico. La problematica di Up sta altrove, di certo non nel suo carattere principe. Russel, l’asiatico ragazzetto, erede della tradizione dei boy-scout, è tanto paffuto quanto spiritoso, insapore in certi punti, eccessivamente buonista (manca del carattere da scugnizzo di ogni bambino), ben costruito sotto un profilo psicologico. Da qui parte l’altra faccia di Up, quella del film d’avventura, tra Verne e Indiana Jones. E la sceneggiatura ha dei passaggi tanto banali quanto gratuti, da Kevin, l’uccello multicolore a Doug, un cane parlante. Siamo su un piano ovvio che non ha la capacità visionaria di un Miyazaki nell’action, nè la compostezza sequenziale di un Disney o Pixar. Il livello è meno spettacolare dell’Era Glaciale, per dirla chiaramente. E la poesia dei palloncini che fanno ascendere una vecchia casa nel cielo viene cancellata nei colori spaziali e nelle dinamiche adulte. Up è grande cinema, in certi momenti, ma non rende giustizia ad un cinema grande, nella sua definizione massima di masterpiece, non avendo il coraggio di scegliere tra l’adulto che è in lui o il bambino, o più propriamente, non riuscendo a contattare il bambino dinamico che è in tutti gli adulti, creando un mondo d’avventura troppo classico ed immobile, in contrapposizione ad un mondo reale tanto perspicace. La destinazione è così incerta che nè il bambino nè l’adulto possono esserne soddisfatti.

Stasera in Tv Abbasso l'amore - Down with Love

 ore 23:25 - RaiDue

 E' un vero peccato che la conversione al modello "old-school" delle "scewball-comedy" sia stato in un modo o nell'altro ostacolato. Soprattutto alla luce della lettura, sarcastica, parossistica, femminista, edulcorata da amenità ma non priva da allusioni sessuali, realizzata qualche anno fa da Peyton Reed. Non un film originale, non perfetto, ma forse il migliore del regista, che, nella sua ambivalenza, mostra un minimo di dignità narrativa, avulsa da nomi ben più famosi e premiati al botteghino. In tutto ciò, anche la sua "sophisticated-comedy" post-femminista è discreta, lineare, completamente immersa nella lotta dei sessi, come i vecchi modelli anni '40, con qualche idea in più e una splendida ricostruzione scenografica, che risplende di vividi cromatismi cangianti (a differenza del vecchio bianco e nero o del Technicolor dei vecchi film, al massimo restaurati). Anche il cast è frizzante, con la Zellwegger che sembra lontana una generazione in spigliatezza e fisionomia, ed Ewan McGregor, come al solito perfetto. Per i musicofili, c'è Michael Bublè a dominare nei rifacimenti di note canzoni swing-jazz, prima che esplodesse davvero.

Oggi Commedia all'Italiana Dittico "Febbre da Cavallo"


ore 21:00 - Cult

ore 21:10 - Retequattro
 

Capolavori in onda questa settimana - Onora il padre e la madre


gio, 30/9 ore 23:50 - Retequattro
Splendido lancio verso una preda mangiucchiata, da cui emergono, putrefatte, le interiora, e con le ossa acciuffate a lembi di carne, irrorati di sangue, di un’aquila che mira l’obiettivo, usando una tattica infallibile, attraverso un vibrarsi calibrato, a raso, per poi emergere in tutta la sua ferocia bestiale dinanzi al povero animaletto, indifeso, di lì a poco brandello per i predatori. Sydney Lumet, superate le tante primavere, è lì, pronto, con il suo stile che nell’intreccio e nel montaggio è fuor di paratassi, anzi volutamente scandito in scissi e separati percorsi personali affiancati da punti di vista e scene collegate ad integrum ma mai accavallate l’una sull’altra, per offrire un meccanismo che combina i pezzi senza mai incepparsi, ad orologeria nella precisione, scardinando e disossando il senso stesso di una famiglia che non trova pace ma biascica parole d’odio sognando “il colpo perfetto” e piegandosi, in una sequenza magistrale, all’ingrigito ed imbalsamato requiem di una madre e moglie “lasciata andare”. Lumet disgrega una famiglia, tranciando l’elemento spazio-temporale, che appare metaforico. Andy (Philip Seymour Hoffman) ed Hank (Ethan Hawke) due fratelli diversi, il loro punto in comune la comunità familiare. Il primo, corroso e dichiaratamente ai limiti della stessa (“Io non mi sono sentito mai parte del quadro” e, la dichiarazione pre-iniezione di “nettare della felicità”,“il bello della contabilità immobiliare è che può aggiungere e togliere cifre e far quadrare i conti, ma la mia vita non torna, forse io non sono la somma delle mie parti”), progetta il colpo alla gioielleria a conduzione familiare ( e ribadisce all’affermazione di Andy: “Il negozio di mamma e papà ?”, con un “L’ho appena detto , negozio a condizione familiare” quasi escludendosi, probabilmente a ragione, dal contesto). Il secondo, coccolato ed assistito (dirà, contrito, il padre “per il primo è sempre più dura”) dal “Non credo di poterlo fare”, indossa baffi posticci e accompagna l’uomo destinato a sceneggiare il colpo che non dovrebbe avere grane. Ma l’impiccio, con una “sceneggiata drammatica familiare da antologia”. Nessuno è veramente crudele; la brama di denaro ricama i destini dei due fratelli legati da una moglie ufficiale delusa e dimessa dell’uno e amante ufficiosa sensualissima ed appagata dell’altro (Marisa Tomei), in scene ad alto tasso erotico, torbide, poste già ad inaugurare la pellicola, e bisognosi di moneta sonante per vite in frantumi. Crudele è il caso, o meglio, come gli uomini compatti rispondano ad esso, pianificando qualcosa che non ha certezze assolute, e quindi confermando l’assoluta immoralità non tanto della natura dell’uomo in sé quanto di quella della società, del mondo (cercando facili tracce sull’omicidio della moglie, il grande Albert Finney, da un trafficante losco ben noto, sentirà parole che starebbero bene in bocca allo stesso Lumet: “Il mondo è un luogo malvagio; alcuni sanno sfruttarlo, altri sono distrutti”). Il portrait sui peccati non veniali dell’uomo moderno si conclude in tragedia cinica e nera. Anche l’aquila che uccide l’animale sembra avere più dignità, scrutando dall’alto le sue prede; è istinto naturale non premeditazione infelice di una vendetta che non ammette il perdono, la remissione.

26/09/10

Oggi in tv The Bourne Ultimatum su steel alle 18,05


Pensieri che fluttuano a fiotti, immagini che vagano in una scoordinata coscienza, abbozzi di ricordi, episodici flashback, il passato sepolto sotto una fitta coltre di nebbia biancastra, dai contorni diafani tendenti a sfumare, sul punto di calare e diradarsi. La “Bourne trilogy”, depurata dalle esclamazioni retoriche e dalla contestualizzazione storico sociale ( Cold War ) della saga in novelle di Robert Ludlum, si risolve in un compiaciuto e dinamico esercizio di action movie, pur non disdegnando , su uno sfondo sincopato e adrenalinico, rimandi psicoanalitici e riflessioni pseudo interiori, indelebili fotografie che ritraggono, imperfette e poco nitide,  le motivazioni meccanicistiche basilari su cui si muove il comportamento umano. “The Bourne ultimatum” è, in primis, pura azione: inseguimenti rocamboleschi, corpo a corpo, tattiche di movimento e traiettorie di difesa, automobili in fiamme, detonazioni di vetri infranti, deflagrazioni, sangue, colpi esplosi in aria, una ferrea logistica della sopravvivenza. Dominano gli spazi esterni, segno di un’assoluta ricerca di veridicità, e sembra protendersi per uno stile documentaristico; il regista, Paul Greengrass, attraverso passaggi di camera repentini, immediati, nervosi e disturbati, crea un diatonico e dissonante contrasto tra atteggiamento registico implosivo e spettacolare resa esplosiva, con uno tratto che tende a destrutturare e frammentare la vicenda, proponendo dei continui movimenti spaziali ad ampio raggio, funzionali ad una storia di spie o pseudo tali. Si assiste ad un’ellittica soppressione della parola, che perde quel significato simbolico e si conferma veicolo di immediatezza e facile comprensione, con dialoghi diretti, scarni e poco enfatici. In seconda accezione, The Bourne ultimatum è un film identitario; Jason Bourne è alla continua e affannosa ricerca di sé stesso;maneggia indizi, prove, tende in ogni modo a ricomporre il puzzle di un’esistenza devota al male, all’omicidio,allo scontro frontale con l’altro. La sua mente coagula esasperatamente fotogrammi, si interroga sul passato, cerca di sviluppare un nuovo indirizzo comportamentale nel presente, conscia che la scoperta del lato più oscuro di sé possa tramutarsi in una possibilità di rigenerazione purificatrice. In ultima istanza, nell’epoca del Patriot Act e dei “gates”che hanno minato la credibilità dei servizi segreti di ogni dove, The Bourne Ultimatum è un film politico, in quanto specchio, con il programma di copertura di “failed missions” Blackbriar , poco fantascientifico e molto realistico di scelte non politically correct , lontane da quell’ideale di umanità e giustizia, caposaldo delle vere democrazie. Rielabora concettualmente un genere inflazionato e si avvale delle sontuose ed impeccabili interpretazioni di noti maestri dell’entertainment anglofilo: l’onnipresente Matt Damon, il pentito, dai toni bassi, Albert Finney, l’energica e riflessiva Joan Allen, il maligno David Strathairn, l’enigmatica Julia Stiles.
Treequel riuscitissimo. E’ anche il migliore dei tre capitoli, questo va di per sé.

Stasera su Studio Universal alle 21,00 - Hulk versione Ang Lee




L’eroe forse più psicologicamente complesso nelle mani del regista più
promettente. Visivamente parlando, di grande impatto, ma a tratti noioso,
sbiadito, poco coinvolgente (l’eccessiva durata lo penalizza). Nella prima
parte pare di trovarsi di fronte ad un telefilm che ripercorre lo stile CSI, con
continue zoommate e flashback, e si respira la tipica atmosfera del fumetto:
riprese associate che si allargano e si restringono, fotografie che si animano,
esplosioni aggressive di colori. Ci colpisce in particolare l’ultimo elemento:
il film è una centrifuga policromatica, con associazioni strabilianti, tubi vertiginosi di colori plastici (il fucsia
e il verde sono dominanti), centrifughe multicolor spiazzanti. Il tutto
fornisce un’immagine allucinata e traumatica del protagonista. Il rimbombo
realistico del cuore dà origine alla trasformazione. Il regista tende a
penetrare nell’animo dell’eroe e vi riesce, anche se alcune scene sono una
moderna rivisitazione del King Kong tradizionale, ed il rapporto con il padre
non ha una benché minima traccia di veridicità. Ad un buon inizio, segue un
pasticciarsi continuo dell’intreccio che, trasferendosi nei laboratori ufficiali,
perde di interesse, diviene lento e borioso, poco dinamico. I personaggi si
appannano, perdono di immediatezza e si avvicinano agli X-men, mancando
però di quel carisma acceso. La regia si crogiola nel già visto, l’Hulk
computerizzato perde di credibilità. Bravo Bana, sotto le aspettative la
Connelly. Ma la cosa più grave è che Ang Lee non ci metta un pizzico di volontà, nè di cuore.

Get him to the greek



Lo spin-off di "Forgetting Sarah Marshall" doveva essere più divertente e autoironico del suo predecessore. Torna Russel Brand e su di lui abbiamo puntato molto. Peccato che "Get him to the greek" sia la manifestazione più immediata di come la volgarità fine a sè stessa sia l'unico humus da cui nascono gli ultimi prodotti del genere commedia in salsa statunitense. E' una pellicola che sfiora il ribrezzo, usa tecniche di comicità molto vicina a quel marasma "italiota" dei clichè e delle provocazioni, eccede (e in questo si differenzia dalla nostra cultura puritana) nella sessualità spinta, è parodia positiva/negativa, moralistica e folle, del mondo dell'enterteinment basato sul mito della rockstar. peccato che il personaggio principale, Aldous Snow, più che una persona, sembri un impasticcato mitomane malato di sesso, con annessa deficienza culturale, per poi redimersi in un finale ancora peggiore. Brand è speculare a questo ruolo, a quanto pare.  Ma non c'è Kate Perry a sostenerlo, bensì una bislacca versione trash della bella Rose Byrne. Ha senso fare un film del genere? E' una pellicola d'intrattenimento leggero? La prima domanda è riassumibile nell'ottica del guadagno. E "Get him to the greek" non è stato un blockbuster, ma ha avuto il suo successo. Inoltre appartiene a quella schiera nascente di film che nascono in evidente legame ad una pubblicizzazione secondo canali innovativi e vicini allo specchio della rete. Per il secondo quesito si può rispondere che è una forma d'intrattenimento, in fin dei conti, nemmeno leggero (è un "on the road" lento e lungo). E' chiaro che uno si intrattiene come vuole e può, quindi, se volete una storia puerile, boccaccesca, volgare e in molti casi ripugnante, accomodatevi. Il povero Jonah Hill è l'unico personaggio fuori luogo, ma forse solo per l'atipicità del suo stile recitativo, che riesce ad avere una consistenza interiore, piuttosto che per la scrittura del character, mentre Elizabeth Moss ha meso di 30 anni e sembra una quarantenne in qulasiasi ruolo ricopra. Stoller dirige e sceneggia con Jason Segel, sua vecchia conoscenza. Ma il film è un viaggio senza una precisa destinazione, se non quella della creazione di gag futili e "italiote".

25/09/10

Una versione Limited di "Inception" per il mercato Inglese, una delle graphic-novel del film su Xl by Repubblica e trailer italiano


Briefcase Limited edition in alluminio
PASIV  il nome della Macchina dei Sogni è Portable Automated Somnacin Intravenous Device ("Strumentazione portatile Somnacin automatizzata e intravenosa)
Movie art-cards
Inception Spinning Top
Maximum Movie Mode : Commento cast durante la visione  
Motion Comics:
Inception: The Cobol Job
L'intera graphic-novel è stata pubblicata sul magazine di Repubblica Xl.

Inception: The Big Under:altra graphic novel 

Dream of Consciousness: documentario

15 Focus Pods
Photo Gallery

‘Triple Play Edition’ include il film in 3 versioni: Blu-ray, DVD e Digital Copy!



Artisti da cinema- Sebastian Krüger

Jack Nicholson
 Sylvester Stallone
 Orson Welles
Rainer Werner Fassbinder
 James Dean
 John Hurt
 John Wayne
 Klaus Kinski
 Bette Davis






Jamie Lee Curtis











 









Thank You For Smoking , su Rai Movie stasera alle 21,00

Questo film, l'esordio di Jason Reitman, l'ho rivalutato di recente. Non che ne avessi un'immagine negativa, va detto. L'ipocrisia del divieto di fumo, così come lo yuppismo dilagante e senza vergogna sono due tratti distintivi di una società puritana e proibizionista, ma anche arrivista e crudele. E Reitman è l'uomo giusto per arrivare ad una visione che sia frutto di questa sintesi. A differenza del noto "Juno", più incline ad un atteggiamento defilato e superpartes, in questo caso, così come nel recente "Tra le nuvole", Reitman si indirizza tra i due opposti atteggiamenti e li demolisce entrambi, non mancando di lasciare allo spettatore una possibilità di formulazione personale di opinione. E' un film cinico e acido, ma anche vero e spietato. Per raggiungere il suo obiettivo, non ha paura di elencare paradossi, nè di snaturare la realtà umana, nè tantomeno ha paura di mettersi contro qualsiasi istituzione del paese e contro la sua ipocrisia. Il potere politico, con il Senatore del Vermont, William H. Macy, una sorta di MacCarthy contro il fumo, che propone la sostituzione digitale delle sigarette nei film degli anni d'oro di Hollywood, dimenticandosi di essere il maggior azionista di una casa produttrice di formaggi, a loro volta responsabili della piaga obesità-mortalità del paese, il giornalismo nelle mani della seduttiva Katie Holmes, i rappresentanti del settore armi e alcolici, David Koechner e Maria Bello, i talk-show spazzatura, la pubblicità e i messaggi subliminali dei mass-media e, in particolare, dei produttori cinematografici, sono inseriti nello stesso marasma, con responsabilità affini e interdipendenti, alimentate dalla fame di profitto. Lo stesso Nick Naylor è una semplice pedina del sistema e suo capro espiatorio. Paradossale, quando davanti a dei ragazzini, nella classe del figlio (interpretato da Cameron Bright), Aaron Eckart (il protagonista, ndr) spinge a provare, per la prima volta il fumo, incapace di non assecondare la sua anima pubblicitaria. Il film si concentra anche sulla vita personale del "lobbista". Reitman ha l'ardire di concatenare tutte le tematiche, usando un linguaggio personale e altamente accattivante, e realizza un ennesimo atto d'accusa generalizzato, cercando di mostrare come le sfumature siano più importanti delle "presunte realtà".

Stasera in Tv alle 23:20 Premium Emotion- Vicky Cristina Barcelona




Barcellona, una città che si ama follemente o si odia follemente. Il caldo dà alla testa. Smuove quei cavilli che si gingillano, beoti e beati, nella testa. Le ghiandole sudoripare regolano una temperatura corporea eccessiva…Nel film di Allen, nonostante la stagione estiva, i volti sono perfettamente ambrati, puliti, privi di escrescenze, salutari e coperti, a quanto sembra, da uno strato piuttosto spolpante di trucco. La Johansson è l’eterna bambolina, occhi chiari, capelli chiari, minuta e con il solito viso, statico fino alla nausea, da pesce lesso. In molti la considerano esempio di sensualità infinita, tale da destare e carpire l’attenzione. Allen è tra questi. E, se la bocca, combinandosi con un volto moderno, ha una certa frivolezza ed il corpo trasmette, in parte, una vogliosa e dolente disarmonia, tanto da attingere all’imperfezione, e nello stesso tempo ad un’altezzosità rinascimentale, o meglio, vittoriana, ed il senso di scabroso, volubile e scaltro, fatale e libidinoso, si addice alla sua capacità mimetica, molto più che alle superiori, anche a livello estetico, Uma Thurman e Michelle Pfeiffer, ciò che realmente si duole ammettere è la sproporzione dell’aspettativa rispetto al risultato. Le interpretazioni si fanno simili, nessun guizzo. Ed il faccino che ha contribuito, di certo, al successo è un’arma a doppio taglio. Scarlett, dopo gli inizi giovanili e “Lost in Traslation”, lentamente, perde colpi, ed il suo talento non cresce. La sua recitazione è molto diversa da Penelope Cruz, la Maria Elena del film. C’è una diversità di caratteri e le comparazioni non sono semplici. Il punto è che il film è osceno, pedante, irreale (non che sia un male assoluto e non che, procedendo, il tono cambi), traballante, poco ispirato, privo di pathos e d’armonia, di ironia, di fascino, di complessità, fin quando non subentra la Cruz. Bardem interpreta un latin lover indefinito, umorale, occhi socchiusi, passionario e focoso, “maschio” moderno, né carne né pesce. Non è galante, non è squallido. Un personaggio armonico, che, decontestualizzato, avrebbe un suo peso non per l’interpretazione in sé per sé ma, appunto, per il carattere di duplicità. Rebecca Hall è una nostra scommessa. Bella, intensa, riesce nell’impossibile: sopperisce alla mancanza di verve e all’eccessiva asetticità del suo carattere, attraverso lo sguardo, i modi. Poi c’è la Cruz. E siamo su un altro mondo. Popolana in “Volver”, problematica in “Vicky”, ma la locuzione potrebbe essere intercambiabile. Sa quello che fa, e già è un ottimo punto di partenza. Non ha un forte afflato comico, non è un’attrice da blockbuster, ha all’attivo pellicole futili, a volte imbarazzanti. Non è la Streep, non è la Winslet. Non ha tecnica memorabile. Penelope riprende la tradizione della Loren e compagne, cita il cinema italiano del dopoguerra nella forma più moderna possibile, acuendo dosi di introspezione o di contraddizioni, non perdendo la vecchia carica drammatica. Sa quello che fa, e aggiunge qualcosa, talvolta. E’ vernacolare la sua figura, giustamente premiata con l’Oscar, che in realtà sembra più un premio alla carriera dei fasti di Almodovar e al carattere indigeno portavoce di una melanconia spagnola che si racchiude nella forza espressiva degli occhi. “Vicky” non si salva, però, con le interpretazioni. C’è levità senza sostanza. E’ mainstream puro, product placement e cartolina. Ma non rimane nulla, di Gaudì o di Mirò, dei quadri e dell’Arte. La Spagna è così banalizzata, l’amore così calligrafato. La sceneggiatura sembra un pretesto, Allen disorientato, la fotografia sembra integrare la tesi pubblicitaria. Sponsor di una Spagna mentale, più che reale, verbale più che sensuale. Certo, con Allen la sessualità è più che cerebrale, ma il gioco a tre non ha nulla di vitale né di romantico né di cerebrale, né di anticonformista. Un passo falso impietoso, senza margini di salvezza.

24/09/10

Capolavori - "Into the wild-Nelle terre selvagge"


Nella vera e tragica storia di Cristopher McCandless, dal romanzo di Jon Krakauer, si esprime una concezione byroniana della Natura; non semplice aggregazione di flora e fauna, quantomeno panica adorazione e ricerca di un senso dinanzi ad essa, quanto ragionamento, immagine speculare che riflette l’uomo in sé e in cui la persona, chiunque sia, prende coscienza della parte più intima, torbida, animale, veritiera di sé, priva di quella parvenza di normalità che impone, in un tragitto di vita ordinaria, la società. Sia ben chiaro che Alexander Supertramp non è un semplice ribelle; in lui affiora appena l’ombra di una riflessione assalitrice di contriti istinti e doppiezze post-adolescenziali. E’ un ragazzo, un uomo in itinere, come tanti, alla ricerca del nesso esistenziale che lo vede vivo, in ragione, dilapidare tutti i suoi guadagni da college, ricusare le oscene e tristi sofferenze familiari, fatte di “secrets & lies”, coperte da un grigiore di fumo che impedisce una salutare e piena integrazione, prendere la strada di un viaggio on the road che supera l’”hippysmo” di Kerouac e si intercetta in letture, citazioni, ricerca e sforzi di felicità di autori della cultura beat o di un passato più spesso (Tolstoj). Le continue, istantanee, quasi introiettate, letture di testi in una scelta mai casuale, frappongono l’animo ed il corpo lacerato di un giovane (lato interiore) ad un contatto con anime altrettanto turbate e violate, che sembrano sopportare i limiti delle loro condizioni, sfuggendo a dure accettazioni o primi slanci di vita e corrispondono, secondo una personale chiave di lettura, ad ipotetiche immagini di cambiamento che Alex potrebbe accettare e prospettarsi nella vita (lato esteriore che si intromette negli angoli interiori da smussare). Ma la purezza candida, bambinesca di un uomo senza macchia, spingono il neo-laureato ad un’ideale di perfezione morale a cui aspirare, un ideale di amore verso il prossimo che sa di pietas cristiana, in un vagabondare mai scoraggiante, consapevole di aver trovato una via di liberazione che si insinua in un percorso naturalistico da portare a termine come sfida personale, quasi a significare la lotta ad una vita gettata nel compromesso e compromessa da una stantia immagine di persone care ad accerchiarlo. Il suo è un diario scarno, di esperienze quotidiane, di aiuto-empatia verso chi incontra, quasi una sorta di salvatore dotato di una saggezza infinita; ma è solo un ragazzo ed in lui non si fa breccia una via d’uscita, se non la completa attuazione del suo viaggio di formazione, scandito ciclicamente in capitoli, che passo a passo, lo conducono in un’amenità naturale a lui contrastante, in cui coglie il senso delle cose (giungendo a dare un vero nome alle cose e a ritrovare per iscritto la perduta identità) e cerca uno spicchio granulare di felicità nelle esperienze. E, da sottofondo, si legge la storia familiare in evoluzione, il senso di colpa, l’amorevole “adorazione”dalle parole estetizzate e accurate di una simbiotica sorella. La libertà estrema, eccessiva, che spinge a vedere in un bus il luogo di arrivo e di partenza per una nuova vita, con gli occhi lividastri rivolti al cielo, si trasfigurano sapientemente sul piano del montaggio, oscillante, e della regia che, nei momenti cruciali, segue da vicino i cangianti movimenti di una natura né buona né cattiva ma necessariamente scissa da un istinto ragionevole ed emotivo. Visione di una natura mutevole e di una lettura scissa. Capolavoro. Emile Hirsch si affida a Sean Penn e fa di Alex un simbolo estremo del disagio. La soundtrack è affidata a Eddie Vedder ed è diventata un classico. Alex Supertramp e il Magic Bus vivono nello splendore naturale.

I film della Storia -Il Titanic

Accantonata per il momento la rubrica "Il sesso nel cinema", ferma agli anni '70 del nostro secolo, mi preme analizzare un'altra componente inscindibile rispetto all'area cinematografica: la storia novecentesca vista nell'ottica del Grande Schermo. Il cinema è un'invenzione relativamente recente e la sua grande diffusione si lega al secolo che traccia le linee guida della modernità. ma il Novecento è anche quel breve periodo che, a livello storico, per varie ragioni, rappresenta un cambiamento radicale della situazione internazionale e delle politiche interne. E' il secolo della Prima Guerra mondiale, del Secondo Conflitto, del Genocidio, della Guerra Fredda, della Rivoluzione "popolare", dei conflitti localistici e delle politiche interne mutevoli. E' il secolo del totalitarismo, ma anche della democrazia. Il cinema è uno specchio della Storia, in modo immediato, o in tempi diversi. In molti casi, è antitetico alle vicende, in altri accondiscendente o manifesto ideologico, in altri allusione sottesa o elemento di distrazione di massa (mentre la distruzione di massa riguarda chi è coinvolto nei conflitti).Il cinema politico è una corrente a largo raggio, che ha avuto nell'Italia dei conflitti anni' 70 la sua più fulgida esperienza. Ma ogni evento di caratura storica ha avuto la sua conformazione cinematografica. Anche il mondo anglosassone, piuttosto restio a posizioni ideologiche di impatto, ha avuto modo di definire le sue tappe fondamentali. Oggi, il cinema storico è in fase calante, da un punto di vista commerciale e, per un certo senso, anche quantitativo. Per lo più, segue la strada del ricorso a singoli eventi, a singoli personaggi, a singoli momenti, arrivando a determinare un quadro di insieme piuttosto chiuso e romanzato, quasi mai espressione di un indirizzo personale. L'ideologia non sta nel cinema, o, al massimo, il cinema può demistificare la  Storia. Inoltre, si può notare come l'interesse al filone Novecentesco sia accompagnato non solo da altri filoni storici molto remoti, ma come a volte sia succube della stessa trasformazione finzionistica, che si limita a narrare, senza analizzarel. Una sorta di film informativo, spesso senza cuore, spesso senza opinione. In Italia, il fione storico, per certi versi, non è mai stato cancellato del tutto. I film del primo decennio del nuovo secolo sono, in molti casi, orientati alla Storia. Ed è proprio questo il genere, in cui il nostro Paese non perde slancio, anche se a volte cade nel comune errore di banalizzare discorsi molto ampi. Un certo numero di opere, inoltre, cerca di far riferimento alla Storia d'Italia mai scritta, quella che riempie i servizi segreti, che è offuscata dal segreto di stato. Anche in questo caso, i risultati non sono all'altezza dei predecessori anni '70 e Bellocchio, uno dei pochi grandi esponenti del cinema, è forse l'unico in grado di leggere il passato con estrema cura e ottima fattura. Non a caso, sia "Buongiorno, notte" sul Caso Moro, sia quel "Vincere" di un anno fa, sono i più riusciti manifesti cinematografici del nostro periodo, sia a livello contenutistico, quanto per grande arguzia tecnica.
Analizzare la storia in questa sede è complesso en tanto più determinare dei legami cronologici definiti. Perciò la rubrica segue semplicemente una scelta di temi/eventi, cominciando dal lontano 1912, anno dell'affondamento del Titanic, il translatantico della White Star che doveva tracciare una distanza prima difficile da colmare, in un tempo relativamente breve, congiungendo Inghilterra a Stati Uniti.
La storia del Titanic ha sempre affascinato soprattutto per l'analisi della dinamica dell'accaduto, ma in realtà è importante, da un punto di vista culturale, perchè rappresenta la caduta della concezione positivista imperante, e della sconfitta dell'uomo che anticipa la fine della Belle Epoque e l'inzio dei conflitti che apriranno alla  Guerra Mondiale aperta.

 Primo corto, muto, "Salvata dal Titanic" è un girato del 1912, poco dopo l'accaduto con protagonista Dorothy Gibson, naufraga scampata miracolosamente all'affondamento. L'opera è ricordata come uno dei primi esempi di viraggio, con l'applicazione di pigmenti colorati per alcune scene su pellicola.












Ritrovato qualche decennio fa, "In Nacht und Eis"  è la prima ricostruzione di ciò che accade sulla nave. Siamo ancora nell'ambito del muto, ma il film si avvicina alla durata di un lungometraggio.
A questo indirizzo potete trovare l'intera opera, naturalmente priva di diritto di autore.

http://www.youtube.com/user/friendo1231

Il primo lungometraggio è del 1913, di fattura danese e prende il nome di "Atlantis", in evidente raccordo semantico. Il film non è un semplice documentario ma garantisce una piena narratività ed alterna la dicotomica scissione amorosa di un uomo verso la moglie, ricca signora di prima classe, e l'amata donna della terza classe.

Molto importante, anche per esportabilità di un progetto che affascinò gli spettatori di quegli anni, fu la prima versione sonora (in realtà ne esisteva anche una muta, danese, con l'aggiunta di scene inedite) dell'accaduto. Si trattava di "Atlantic" in evidente rarccordo con il luogo dell'accaduto. Siamo nel 1929 e l'intreccio procede, anche se piuttosto banalmente, tra situazioni narrative complesse. Verso la fine, modificata e tagliata (l'affondamento è stato eliminato dal montaggio finale per non urtare la suscettibilità dei sopravvissuti), emerge il lirismo dell'opera. Il film ha un preciso regista, Dupont, mostrato nella foto sotto. Anche il cast assume maggiore rilievo, segno della realizzazione di un prodotto soprattutto a scopi commerciali.


E' il 1943 e il Titanic torna nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale, assumendo una chiave ideologica e politica. Non a caso, è proprio una produzione tedesca a mettere in scena l'avvenimento tragico, sotto supervisione di Goebbels. L'opera è una sorta di analisi impietosa del capitalismo britannico, che occupa tutta la prima parte della dissertazione. Non a caso, come in tutti i film del periodo, l'unico personaggio positivo è il povero ufficiale tedesco, che salva vite umane e cerca di far decelerare il transatalantico."La tragedia del titanic" è irrispettosa, con scene girate dal vero, strumentalizzata per fini politici. Ed è l'esemplificazione del cinema di propaganda, diffuso non solo in Germania, ma in tutti i paesi in guerra.

Ma i tempi per un cambiamento sono maturi e viene realizzato "A night to Remember" nel 1958, considerato da molti il vero capolavoro in tema, per la sapienza di commistione tra "reale" documentaristico e narrazione "cinematografica". "Titanic, Latitudine 41 Nord" è il titolo italiano di questo film diretto da Roy Ward Baker.



Un tipo di lungometraggio molto diverso è "Titanic" del 1953 di Jean Negulesco. Piuttosto che concentrarsi sulle dinamiche dell'accaduto, ci si propone di analizzare quelle famigliari precedenti con un tocco, non velato, di melodramma. La protagonista è la splendida Barbara Stanwyck.


Se il mito del translatantico diverrà estremamente popolare solo con l'opera di James Cameron del 1997, premiata con 11 Oscar, i veri podromi si pongono nelle opere precedenti, piuttosto inclini alla ricostruzione tecnica, anche se di qualità limitata. E' il caso di "S.O.S. Titanic" del 1980 di Billy Hale. Molti cinefili hanno mostrato l'importanza di una serie di film, anche per la tv, di questo periodo per la realiazzaione dell'opera di Cameron.

James Cameron alimenta il mito e crea lacoppia Winslet-Di Caprio che fa faville. Il film è il secondo incasso mondiale della storia del cinema, di recente superato dalla nuova opera di Cameron "Avatar", ma è soprattutto uno status-symbolo del vecchio modello Hollywoodiano del kolossal. La "titanic-mania" ha portato ad una sovraesposizione del tema, anche negativa, con continue dichiarazioni di tecnici e di semplici parenti di diverse generazioni di coloro che hanno vissuto quel momento, e ha trasformato l'evento in una notizia di giornalismo investigativo e d'inchiesta, quasi come un accertamento morboso. Il fenomeno è direttamente legato alla pubblicazione di testi e affini. Del resto, non si può negare che l'opera di Cameron sia di buona fattura, con l'uso di tecnologie inedite di ripresa con un ottimo CG, anche se molto votata, a livello narrativo, ai modelli precedenti.

E' prevista l'uscita di un secondo capitolo di titanic, "Titanic 2", per la televisione e realizzazione "fuori di testa" della Asylum, esperta in parodie. Ecco il trailer: