31/08/11

Review 2011 - Sorelle mai









Interessante esempio di docu-fiction temporalmente dilatata, "Sorelle Mai" è un film minore nella cinematografia di Marco Bellocchio, ma non un film peggiore o di poco conto. Lo sperimentalismo formale, l'ibrido intrecciarsi di realtà e ricostruzione realistica, l'autobiografismo marcato e il localismo (la città originaria di Bellocchio, Bobbio, diventa ancora una volta il riferimento primario, il "nido" pascoliano perturbante da cui è impossibile distaccarsi completamente), sono organizzati in modo atipico, mescolando persone reali (le sorelle del regista, la giovane nipote, il figlio noto attore) ad attori di fama (Donatella Finocchiaro, Alba Rohrwacker), e la commistione è sentita e pura, non strumentale ad un effetto dirompente, ma tutta giocata sulla sospensione di incredulità. "Sorelle Mai" è un interessante esempio di cinema a basso budget, che richiede cura certosina e attenzione maniacale, ma è soprattutto un film fortemente comunicativo, in linea con la poetica personalissima e militante di un Bellocchio insolitamente (dato le ultime prove) famigliare. E convince.




Bellocchio mockumentary-mode. O quasi. La docu-fiction non richiede di solito un grande lavoro organizzativo, ma la tendenza al perfezionismo del regista emiliano implica una scansione temporale di registrazione e di assemblaggio del materiale filmico inusuale. E' un progetto, quello del regista di "Vincere", ambizioso sin dalla partenza, una ricostruzione libera e senza limiti di realizzazione, che colpisce per il coraggio produttivo (a basso budget ma frutto di un lavoro decennale) e per l'atipicità formale, a metà tra la messa in scena quotidiana e causale e l'inserto di elementi narrativi apparentemente centrali che costituiscono la fabula elementare del film. "Sorelle Mai" gioca fin dal titolo (un fantomatico cognome locale) con l'ambiguità di fronte allo spettatore e arriva a trovare un'organicità perfetta puntando sulla fusione di contesti diversi. E così le due sorelle del regista, in età avanzata, costituiscono il bonario punto di partenza della storia, il luogo più che le persone-personaggio, fino ad identificarsi con la casa, l'origine, il passato, il sacrificio. Più che due esseri viventi, sono due speculari retaggi di un passato famigliare antico, due archetipi morigerati e moderati della donna dell'Ottocento o giù di lì. Attorno alla loro presenza assente, si delineano altre tre diverse storie integrate e speculari, quelle di un fratello e di una sorella lontanissimi ma legati da un vincolo forte, alle soglie di una disperazione latente, in un mondo di instabilità emotiva e professionale (entrambi sono attori) che viene sanata parzialmente solo dal rifugiarsi nella piccola cittadina piacentina, in cui i conflitti prima vengono a galla e poi cercano una sintesi. La terza protagonista è una bambina, Elena Bellocchio, un medium tra i due mondi, quello pacifico e lento del borgo immobilizzato decenni fa delle zie, e quello, spesso comprensibile solo di rimando ai comportamenti, dei fratelli nella società moderna e cittadina. "Sorelle Mai" è un film sul tempo e sullo spazio ma sarebbe più opportuno riconoscere la pluralità dei tempi e degli spazi, in una decisa opposizione tangibile tra i rispettivi mondi, filmici o reali.  E in questa diacronia lunghissima Bellocchio manifesta la sua personalissima via di fuga, lontana tanto dalla cogente attualità quanto dal passatismo in uno sguardo umano e intimo che è un po' l'alternativa ad una società compromessa. La critica politica dell'ultimo "Vincere" si abbandona al nido, rifugio mistilineo e controverso, ma unica possibilità di evasione in un'Italia che perde il senno. 

30/08/11

Review 2011 - Se sei così, ti dico sì










Sospeso tra simpatia bizzara e pseudo-dramma del sopraggiungere della mezza età e del successo venuto meno, "Se sei così, ti dico si" è un esempio di come un soggetto interessante si possa tramutare in realtà in un poco sostanzioso e irrisolto film di serie B. Concentrato a bassa gradazione di troppi argomenti, sviscerati senza particolare capacità di entusiasmare o convincere lo spettatore, il film di Eugenio Cappuccio è abbastanza atipico per il taglio volutamente ibrido e una certa malinconia resa attraverso la notevole interpretazione di Solfrizzi, ma è anche eccessivamente scialbo per ritagliarsi un posto al sole che non sia quello del contesto locale. E la Rodriguez è una scelta di comodo che mette in evidenza, di contrappasso, la povertà attrattiva della pellicola in sè. Certo che "Io, te e il mare", con relativo video a basso budget sui titoli di coda, la costruzione del personaggio di Solfrizzi e un tocco scenografico tra il naif e il minimal sono da tenere d'occhio.


Era una scomessa e, in fin dei conti, è stata una sconfitta. Se sul profilo qualitativo qualcosa si salva, del tutto irrisorio è stato l'incasso totale al boxoffice, nonostante il lancio in gran stile e l'appeal dei protagonisti. "Se sei così, ti dico sì" è una di quelle opere che scivolano via senza troppi problemi, di certo non accattivante nè dirompente, ma nemmeno disprezzabile soprattutto considerando il livello professionale che sta dietro alla realizzazione. Il regista quarantenne Eugenio Cappuccio si affida a due nomi storici del cinema italiano, i fratelli Avati, qui produttori, e paradossalmente devia rispetto alle prove più che discrete realizzate in precedenza a favore di una narrazione più elementare e priva di complicazioni evidenti. Il risultato è meno positivo rispetto al previsto, soprattutto per l'incapacità di amalgamare una serie di motivi di diversa provenienza, facendosi portavoce di due storie, quella di un cantante fallito e di una fantomatica soubrette eccessiva, che si intrecciano in modo alquanto irreale e piuttosto farraginoso. Il problema è la mancanza di olio negli ingranaggi, che costituiscono spesso semplici accidenti fini a sè stessi, spesso digressioni esistenziali tirate giù con il compasso, spesso anonimi e appesi riferimenti a personaggi secondari che vengono travolti dalla centralità dei due protagonisti. Insomma, la presenza di ingredienti discreti e di una qualità media, non comporta, di rimando, una preparazione efficace e all'altezza del tipo di cinema, una sorta di "dramedy", a cui ci si indirizza. Da un certo punto di vista, la volontà di mantenere un realismo "fly-away" è da apprezzare, ma in fin dei conti l'opera funziona maggiormente laddove domina la policromaticità visiva e il paradosso. L'unico che riesce a mantenere un ottimo profilo generale è Emilio Solfrizzi, a cui si deve un'interpretazione inusuale, che in parte lo collega alle storiche produzioni di inizio carriera (e il ritorno in Puglia giova), in parte gli garantisce un'impostazione drammatica più legata alla fase attuale. Ed è l'unica certezza su cui il film si basa. In questo, la scelta di una soubrette come la Rodriguez è rischiosa e Cappuccio porta a casa un risultato medio, anche se va detto che il lavoro di direzione della stessa è piuttosto riuscito, considerata la base di partenza, davvero bassa. Il resto del cast (soprattutto Iaia Forte, doventata un clichè vivente della rabbia disperata più che un'attrice) non si imprime. Meglio ascoltare il successo del fantomatico Piero Cicala nazionale (la cui fantasmagoria convince, grazie ad un dosaggio ottimale di un insieme di generazioni di cantanti anni 70'-80' diventati meteore e con una sola hit in tasca, oggi riscoperti grazie a trasmissioni televisive che sfruttano il vintage-revival come "I migliori anni", inserita nel film). Ed eccola tutta per voi sotto.


Review 2011 - Dancing Dreams - Sui passi di Pina Bausch ("Tanzträume")








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La Danza al Cinema. L'improvvisa e dolorosa dipartita, avvenuta nel 2009, di Pina Bausch, indimenticata coreografa per eccellenza del Teatro-Danza, ha acceso l'interesse per la sua figura, resa "popular" grazie all'omaggio devotissimo e ispirato di Pedro Almodovar, che l'ha immortalata nell'intimo capolavoro "Parla con lei". La Berlinale 2010 e 2011 ha proposto due progetti concepiti prima della fine dell'artista, da due diverse prospettive, espressione di una modalità comunicativa atipica ed immediata. Se l'attesa per il documentario in 3D di Win Wenders è alta (la distribuzione italiana è prevista per l'Ottobre di quest'anno), non occorre ignorare l'altro progetto, "Tanzträume", che assurge ad una funzione speculare e guarda al metodo educativo e alla pedagogia dell'insegnare, senza tralasciare la forza dirompente della danza contemporanea pura. Diretto dalla fedele Anne Linsel e dall'esperto Rainer Hoffmann, "Tanzträume" è un prodotto di rara forza emotiva, ma soprattutto un'opera capace di integrare alla perfezione artisticità e scopo informativo, attraverso un'analisi sociologica dell'adolescenza odierna e uno studio accurato dei meccanismi che regolano il rapporto insegnante/alunno.


 "Tanzträume" non è un encomio commemorativo. A dire il vero, la dipartita della sua insigne protagonista è appena accennata, grazie alla dedica dovuta e ad un fermo immagine evocativo e umanissimo. La scelta è in parte volontaria, in parte obbligata. Obbligata, perchè "Tanzträume" non è un documentario su Pina Bausch, quanto un interessante esperimento sociologico partito dall'artista e dalla sua equipe di supporto, volontaria, perchè riesce ad evitare il calligrafismo biografico tenendo conto e fede all'atteggiamento dimesso e discreto della donna, che non ha avuto modo di passare al vaglio il montato finale. Forse proprio per questo, è un documentario essenzialmente vitalistico, improntato alla possibilità e al riscatto, piuttosto che un commiato definitivo e triste. Per certi versi, è il corrispettivo "realistico" di alcuni efficaci prodotti di narrativa, come il "La Classe" di Cantet, con la sua analisi diversificata, o l'"Half Nelson" di Ryan Fleck, con la sua reciprocità extrascolastica tra l'insegnante problematico e l'allieva difficile. Come ogni documentario, il suo è uno scopo essenzialmente divulgativo, che in questo caso possiamo per certi versi definire propriamente tecnico, perchè evita istrionismi visivi e riflessioni ideali e si concentra su un preciso "fuori onda", "un dietro le quinte" che è uno spaccato sociale, generazionale e personale insieme. I veri protagonisti della pellicola sono gli adolescenti, le loro reazioni, le loro vite, le loro scoperte. L'esperimento è quello di osservare, attraverso l'arte usata come medium e non come fine, l'evoluzione di un gruppo di giovani di ogni estrazione e provenienza chiamati, dal nulla, ad organizzare uno spettacolo adulto, quel "Kontakthof" che ha profondamento segnato la carriera della loro mentore. In questo modo, grazie ad un'attenta scelta di momenti topici inerenti la preparazione (con una scansione temporale vissuta direttamente sulla pelle dello spettatore che partecipa dell'emotività dei protagonisti) e soprattutto ad un ispiratissimo ma mai lacrimevole lavoro di introspezione per alcuni degli allievi (che arrivano a mostrare lati dolorosi in presa diretta, lasciando che vi sia un'integrazione parziaria di momenti personali e di storia delle zone di provenienza), la pellicola diventa uno studio sui meccanismi personali e relazionali e un affresco sulle problematiche, anche esistenziali dei giovani. Il compito è ancora più mirato e tira in ballo la pedagogia, il ruolo dell'insegnante (sono le due assistente della Bausch, Bénédicte Billet e Josephine Ann Endicott, a riscattare un lavoro spesso così osteggiato ed entrano in perfetta e amorevole empatia con i giovani alunni) e arriva all'esaltazione della comunità e del lavoro, facendo della manifestazione artistica appresa un importante segnale di crescita personale e di superamento di difficoltà intrinseche all'età. "Tanzträume" termina con la messa in scena parziale e selezionata dello spettacolo e porta a galla, con una certa forza, temi drammaturgici cari al Novecento sulla società di massa, sull'indifferenza umana, e la solitudine esistenziale, aggiungendo al tono informativo, come detto, una rielaborazione artistica a tutto tondo. Consigliato.

24/08/11

Review 2011 - Kung Fu Panda 2








Dreamworks alla ricerca di identità. E di successo sicuro. Il sequel del fortunato "Kung fu Panda" cerca di intercettare le due strade e fornire una sintesi di sicuro appeal. Peccato che l'incontro anima/mercato sia tutto fuorchè una sintesi calibrata, pregiudicando un'attitudine complessiva. Ma forse, vista la relativa crisi creativa della Pixar di "Cars 2", "Kung fu Panda" va apprezzato per la coerenza di fondo, per il suo ammiccare ai più piccoli, senza però dimenticare il nodo nevralgico e sentimentale, e aggiungendo una dose di action pura, spettacolare ma forse eccessiva. 

Non sarà il migliore prodotto animato degli ultimi anni, non ha lo charme per diventare un fenomeno di costume a tutto tondo, non è una tappa obbligata né un evento imprescindibile per un cinefilo. "Kung fu Panda" è semplicemente un prodotto di fatture discreta, creato ad hoc per un pubblico più o meno infantile e legato ad un merchandising efficace e remunerativo. E' un "prodotto" nel senso più commerciale del termine, un'opera che carpisce l'attenzione grazie ad una facile e vendibile caratterizzazione, soggetta ad un processo di semplificazione grafica (depotenziata per colpire i più piccoli ma di qualità visiva notevole). Non annoia, non entusiasma, non conquista. A dire il vero, passa piuttosto inosservato. Il sequel, però, si inserisce in un momento nuovo per la casa di produzione hollywoodiana. Al di là della contingenza temporale, un periodo di vacche magre per il corrispettivo antagonista, la Pixar, alle prese con un sequel di dubbia qualità e dalle prospettive unicamente monetarie,  "Kung Fu Panda 2" arriva dopo un'opera universalmente acclamata, il "Dragon Trainer" che ha portato una visibilità qualitativa e artistica nuova per un gruppo di lavoro prima considerato esclusivamente come un team aziendale e poco altro. E la pellicola non può che risentire del cambio di atmosfera nei piani alti. Rispetto al capitolo precedente, c'è un mutamento di prospettiva notevole, un tocco meno naif e più indirizzato alla complicazione psicologica su temi quali l'adozione e la rimozione traumatica (che si fa spazio nella parte animata) e uno sviluppo narrativo articolato, di certo più meccanico che altrove ma anche più aperto alla pluralità delle interpretazioni sui meccanismi comportamentali dei characters. Certo, ad un certo punto la mutazione (quel "Chi sono io?" ripetuto con eccesso di patetismo) diventa anche pesante, soprattutto perché  non bilanciata da sequenze a contenuto comico, come nella tradizione "aziendale", ma da un progredire dei momenti di pura azione, notevoli e affascinanti panoramiche comprese, grazie ad un passaggio in camera di regia salutare (è una donna, Jennifer Yuh, la mestierante chiamata ad orchestrare e dare vita ai personaggi), che si rivelano in fin dei conti esercizi di stile troppo lontani dall'atmosfera del primo film. Le scene di azione si sovrappongono a quelle comiche e sono introduttive rispetto a quelle più marcatamente moralistiche, ma paradossalmente il tocco filosofeggiante dell'originale rimane più efficace e diretto. Il vero problema di "Kung fu Panda 2" è la difficoltà di interagire sui diversi piani, seguendo indicazioni a volte pienamente artistiche (è il caso di splendidi leit-motiv visivi come quello della goccia di pioggia da aggiungere all'acqua, metafora esistenziale del passato di Po), altre volte tendenzialmente immature e peraltro di minor impatto del solito. Ma il passo in avanti è decisivo. E rimarchevole.

Review 2011 - Fast & Furious 5 ("Fast Five")







Al 5 capitolo, "Fast and Furious" mette il turbo e diventa un fenomeno di massa a tutto tondo, conquistando botteghino, pubblico e critica più smaliziata. A dire il vero, "Fast Five" non è da buttare via a prescindere e con pregiudizio, anche solo perchè si spinge oltre rispetto alla sceneggiatura standard dei precedenti film e cerca, con una certa freschezza, di raccontare un'altra folle avventura del clan Moretto, attingendo al patrimonio genetico dell'action-movie in modo spinto e originale, con una mescolanza nuova. Spesso la tensione e l'adrenalina si disciolgono nel buonismo americano conservatore, altre volte il tono sentimentale appare fuori luogo, mentre il meccanismo umoristico è incolore e ripetitivo. Ma, in effetti, il product-placement automobilistico funziona e il regista, Justin Lin, scalda i motori per un avvenire di successo dopo aver rivitalizzato la serie a partire dal terzo episodio, grazie soprattutto ad un'indiscutibile preparazione tecnica e ad una capacità di rendere il brand riconoscibile.


Evitare di analizzare il fenomeno "Fast and Furious" sotto un profilo pseudo-sociologico equivale semplicemente a constatare il successo in crescita della serialità. Ed è l'unica prospettiva che si può avanzare allo stato attuale delle cose. Per il resto, domandarsi quali siano i motivi che abbiano determinato una fidelizzazione senza precedenti nel mondo dell'action in un pubblico eterogeneo è certamente utile, ma quasi mai risolutivo. "Fast and Furious" è un franchise, come Harry Potter per il fantasy più o meno adulto, come Twilight per l'horror-romance. E il loro successo va oltre le logiche interpretative, ed è figlio di una pluralità di fattori che è impossibile ricostruire attualmente con precisione minuta. In molti hanno sottolineato la forza del binomio donne/motori. Certo, ma va considerato che l'ultima evoluzione dello script mostri come nessuno dei due elementi in questione sia fondamentale (le donne non sono solo "tanga" in movimento, le corse automobilistiche un passatempo da dosare con parsimonia, magari in un punto stanco del film). La sceneggiatura, infatti, si infarcisce di storie e sottostorie, elementari, talvolta ridicole, a volte legate ai capitoli precedenti con nessi immediati e non necessari  per la completezza dell'intreccio e forse responsabili dell'eccessiva lunghezza della pellicola (che ha anche una versione estesa). Una traccia, tra il buonismo e il consolatorio/patetico, oltrepassa gran parte della serialità, e nel caso del 5 capitolo, con la definzione di "famiglia" allargata e il sopraggiungere di un bambino, giunge a dare sostanza e ad indirizzare lo svolgimento secondo un'ottica in parte diversa dai precedenti capitoli, in cui il sentimentalimo era legato a singoli momenti. E' un po' il film della maturazione, un compendio (accompagnato nel finale dalla arcinota "Danza Kuduro" dell'abitudinario Don Omar con una panoramica evitabilissima sugli avvenimenti felici post-azione) generale con il ritorno di numerosi personaggi, una traposizione fumettistica più vicina alle nuove pellicole Marvel che ad un film adrenalinico, sessista, nel vecchio spirito dei primi adattamenti. "Fast Five" è un giocattolo di nuova generazione, pieno zeppo di gadget visivi, musicali, sonori, tenuti insieme da una non-storia (questa volta è Rio la meta caliente dell'azione), in cui la personalità del cast giganteggia su caratteri limitati ed elementari, stereotipati. Certo vedere Vin Diesel e Dwayne Johnson destreggiarsi in una rivalità fraterna vale il prezzo di un fantomatico biglietto, così come l'ensamble viene rimpolpato con una Elsa Pataki da favola, sangue madrileno incluso, e confermato sagacemente (e Ludacris/Tyrese fanno la loro figura, così come l'israeliana di turno, Gal Gadot, a cui aggiungere la materna Jordana Brewster) e questo può essere abbastanza per un cinema smaccatamente commerciale e sempre uguale a sè stesso. Prendere o lasciare.

22/08/11

Review 2011 - Ceremony








"Ceremony" di Max Winkler, giovane cineasta californiano, è un delicato déjà-vu, ennesima pellicola indie sul "wedding-day" mischiato al "coming of age". E la ripetizione del plot è il suo limite maggiore, il suo deterrente. Visto singolarmente, "Ceremony" è un esordio imperfetto ma non privo di qualche momento davvero felice. Inserito nella lunga sequela di film affini, risulta essere una versione fuori tempo massimo e piuttosto sempliciotta, ma sincera e in certi momenti rivitalizzata dalla giovinezza inesperta del suo principale artefice, qui director ma anche unico sceneggiatore. E una visione di incoraggiamento è d'obbligo, anche perchè Winkler ha un piglio attento e mirato ed evita disarmonie eccessive.




Un plot che funziona, dopo qualche anno, diventa necessariamente un archetipo filmico e, come ogni topos che si rispetti, richiede una serialità più o meno costante. Ma il "wedding-movie" nelle sue innumerevoli declinazioni ("romance", "bestfriend", "maid of honor", "comedy", "non-sense", "Family Drama", "greco", "italiano", "turco", "danese", "bollywoodiano", "gay", "reunion") ha oltrepassato ogni limite possibile. Non è solo il poco legittimo cinema blockbuster ad aver letteralmente spolpato il soggetto, ma anche tanto, troppo cinema indie di varia provenienza, soprattutto statunitense, ad essersi orientato verso una banalizzazione sovrannumeraria dell'assunto inziale. Winkler parte con un gap evidente, la scelta di un "wedding-movie" nella sua accezione più classica, con "cerimonia" annessa (da qui il titolo). Laddove nel passato il tutto sarebbe diventato una commedia frizzante e geniale come lo "Scandalo a Filadelfia" di Cukor con un trio d'assi d'eccezione ( Cary Grant, Katherine Hepburn, James Stewart), ora non può che fare ricorso al modello ibrido, più incline al malessere esistenziale che alla sofisticatezza. A dire il vero, Winkler coglie con esatezza (riproponendo l'assunto di partenza con poche differenze rispetto al capolavoro del 1940) il mutamento e, ispirandosi all'ultima trattazione in materia (che comprende anche episodi riusciti come "Rachel sta per sposarsi" del compianto Lumet), mette in scena un dramma coerente e deciso, che mescola insieme differenza d'età, scelte emotive e razionali, disagio personale, maturazione, adolescenza latente e giù di lì. Un'angolazione tutt'altro che facile. Winkler, infatti, non fa suo come il Baumbach de "Il matrimonio di mia sorella", il patrimonio psicanalitico di Freud, ma tenta e riesce a mantenere una sorta di leggerezza, dando all'opera un valore formativo più che analitico. Certo le debolezze spesso vengono a galla e sono soprattutto imputabili ad una scarsa capacità drammaturgica, visto che molte scene provocatorie cadono nel dimenticatoio, nonostante la forza intrinseca, mentre altre risultano scoordinate e prevedibili. Lo stesso lavoro imperfetto riguarda i personaggi, portati sullo schermo con quella mediocritas approssimativa tipica di un cinema che non trova l'essenza ma la riempie di elementi eccessivi secondari. La recitazione ( Michael Angarano, Uma Thurman, in primis) è pulita e precisa, non memorabile ma azzeccata. Molto buona la soundtrack, e anche la costruzione visiva è rimarchevole. A Winkler consigliamo, dato le promesse discrete, di puntare su una maggiore asciuttezza della storia.



19/08/11

Review 2011 - Mosse Vincenti ("Win Win")








Terzo lungometraggio per Thomas McCarthy, tre diverse prove di regia agrodolci e riuscitissime, sottili e ibride. "The station agent" era la ferrovia su cui incamminarsi nel viaggio alla scoperta del regista, "L'ospite inatteso" una conferma delle sue qualità umane, "Win Win" la sua opera più comedy e discreta. In tutti e tre i casi, McCarthy cerca un riscatto filantropico e si pone nella prospettiva del regista etico, alle prese con le emozioni dei personaggi creati sulla carta e trasposti sullo schermo con estrema cura e dando grande peso alla sostanza. Perfettamente naturali e costruiti seguendo la tecnica dell'ambivalenza e cercando di sottrarsi al giudizio personale, i characters dei suoi film non sono nè buoni nè cattivi, sono solatnto persone capaci di "incontrarsi" e di "accettarsi", di "comunicare". Un ottimismo anti-moderno pervade le sue opere, come fosse un refuso di una società che ha ancora la possibilità di comunicare ed integrarsi. "Win Win" unisce uno script ineressante e mai banale ad una direzione attoriale da manuale e colpisce per la leggerezza della visione ma anche per la pregnanza di contenuti.


Definire in una sola parola il cinema di Thomas McCarthy, attore di supporto non molto noto, alla terza regia con successo critico e di pubblico crescente, oltre alla sceneggiatura di "Up", è piuttosto facile. E l'aggettivo più adatto e rispondente al suo mood di regista è "leggero". Poche volte troverete nel cinema moderno un autore in grado di esprimere la "leggerezza" in modo tanto diretto. McCarthy attinge al "drama" di tanto cinema-social ma elimina  in un botto militanza e ideologia e finisce nel descrivere storie individuali senza collocazione o preconcetto. I suoi film sono, evidentemente, difformi da tutti gli altri della stessa sottospecie, perchè partono da una condizione di accettazione anti-pregiudiziale che spesso, altrove, è solo l'esito di un discorso narrativo. Nei film del regista del New Jersey, non c'è nessuna complìcazione/scontro di partenza, nessuna forzatura nei rapporti, per questo scorrono lisci come l'olio, e mantengono una dignitosa continuità umorale, evitando picchi parossistici ed un prevalere del dramma sulla quotidianità. "Win Win" è perfettamente inquadrabile secondo quest'ottica. Una famiglia, apparentemente stabile, si trova a fare i conti con un ragazzo problematico. Potrebbe essere il punto di partenza di un cinema strappa-lacrime e pedante, ma, in realtà, intorno a questo canovaccio standard, sono elencate una serie di digressioni fuori dai canoni del genere drammatico, riuscendo a bilanciare pesantemente l'assunto, per poi arrivare a contrapporsi ad esso, in un continuo saliscendi emotico, che conferma e non smentisce mai la bontà della natura umana dei personaggi, anche se spesso ne sottolinea comportamenti egoistici. La "leggerezza" deriva in parte dall'umanitarismo del regista, in parte dalla volontà di asciugare le note dominanti di commedia e dramma in modo da trovare una sintesi classica che intrattiene e porta alla riflessione. L'ottica del director diventa dominante per apprezzare la sua filmografia, anche se per certi versi ne rappresenta un limite nel convincere un pubblico complessivo. Spesso il suo cinema è stato tacciato di buonismo, in una società che fa del cinismo la sua unica chiave di lettura. E' un cinema senza complicazioni, senza eccessi, senza pesanti autobiografismi, ma è anche un cinema intimo e personale, discreto e emotivamente deciso, un marchio di fabbrica defilato ma non meno artistico. E la direzione degli attori è sempre perfetta. In particolare il duetto Paul Giamatti/ Amy Ryan funziona così bene che la relazione di coppia sembra reale, ma è l'alchimia generale a dare forza al film, riuscendo a far emergere le chiavi intime di un esordiente, ex-wrestler, come Alex Shaffer. Splendida la canzone sui titoli di coda, "Think you can wait" dei The National (proposta qui sotto).




18/08/11

Review 2011 - Hop








L'originalità latita, il qualunquismo è d'obbligo. "Hop" è un product-placement pasquale made in Usa di dubbio valore artistico, anonimo e iper-infantile. E' un buon compendio di tecnica e un live-action discreto nella forma, ma è anche un supponente e insopportabile film senza uno scopo che non sia il semplice intrattenimento di bassa lega. Piacerà ai bambini (alle prese con un nuovo Santa Claus, il "Coniglio pasquale" da spennare con richieste festive) meno agli adulti. La carie, dopo l'abbuffata visiva di leccornie accattivanti, è il male minore. Ciò che è peggio è la riproposizione di un semplice clichè, il conflitto generazionale, come unico collante di un intreccio privo di credibilità e di simpatia, che sia umano e non. E James Marsden rischia di essere ricordato per essere più finto ed imbolsito delle figure realizzate ad hoc per il film.

I film in live-action di nuova generazione non saranno mai in grado di avere un posto al sole che non sia solo legato al mercato e al successo distributivo, seguendo la strada intrapresa dalle recenti produzioni per infanti. Il rischio di uno scollamento troppo forte tra le due dimensioni, quella umana e quella perfettamente ricostruita, antropomorfa per certi versi, in dialogo tra loro, ha ormai raggiunto livelli di ridicolaggine imperdonabili. La banalizzazione, l'abbassamento a futili commistioni a fini solo commericali ha pregiudicato la stessa salute di grandi classici del passato come "Chi ha incastrato Roger Rabbit" di Zemeckis, uno dei pochi casi di uso intelligente del mezzo, per un exploit meritato ma irraggiungibile. La nuova generazione post-Zemeckis ha scelto invece di portare sullo schermo, spesso, soggetti accattivanti e già noti, o al massimo, come nel caso di "Hop", di reinventare ad uso e consumo capitalistico, tradizioni tipiche scegliendo momenti privi della giusta copertura economica (è il caso della Pasqua, da sempre sconfitta, in ambito cinematografico e non solo, nel confronto con il più appetibile Natale). E così, dopo "Stuart Little", "Scooby Doo", "Garfield" e la saga di immenso successo su "Alvin e i Chipmunks", "Hop" (diretto da un nome non nuovo nel settore, Tim Hill) è l'ennesimo prodotto per famiglie fine a sè stesso, carico di idealismo e di stereotipi, con attori in carne ed ossa a volte imbrazzanti (è il caso di Marsden, ma anche di Kaley Cuoco, senza contare il cammeo non-sense di David Hasselhoff). Evito di proferir parola sul doppiaggio italiano (Francesco Facchinetti irritante come pochi, reo di aver già messo mano e compromesso la riuscita di "Robots", e un Luca Argentero sprecato), ma non posso non sottolineare come questa tipologia di film non abbia nulla a vedere con l'arte cinematografica, al massimo, data la cura visiva, con un lavoro di artigianato (tecnico) di livello. Per casi di live-action con più credibilità, rivolgersi ad opere in cui il contatto reale/irreale è ridotto al minimo, come "Miss Potter", o a film che ne fanno uso in modo moderato e per singolo sequenze piuttosto che per un'intera struttura narrativa. Ho apprezzato "Looney Tunes: Back in Action" del 2003, ma qualcosa mi dice che in quel caso la mano di Joe Dante sia stata salvifica.


17/08/11

Meta-Art - Fanny Ardant in "Elle me dit" di Mika









Splendida con i suoi 52 anni, Fanny Ardant è un'icona assoluta del cinema d'oltralpe. Il cantante di origine libanese Mika, per il suo singolo francofono "Elle me dit", anticipo dell'album anglofono previsto per il 2012 con il titolo "The origin of love", la invita ad esibire la sua eleganza innata nel nuovo videoclip omonimo. E la Fardant si concede il lusso di ammiccare prepotentemente alla telecamera, con uno charme proverbiale che evidenzia la naturale fotogenia rispetto ai diversi personaggi costruiti ad hoc e sovraccarichi che si alternano nei quadri ad incastro (lo stesso Mika fa capolino nei panni di un old-man atipico). Videoclip non privo di motivi di interesse per la leggerezza narrativa e soprattutto per il diretto riferimento ad un paio di film "vintage" del regista Francois Ozon, di cui ritornano gli allestimenti scenografici e i costumi anni 60' uniti ad una visione caledoscopica e raffinata, nei contenuti eversiva. Il passo da "8 donne e un mistero" all'ultimo "Potiche- La bella statuina" con una Denevue che sarebbe stato alter-ego perfetto della Ardant al videoclip è breve. Ma c'è un accenno anche alle stravaganti carte da parati naif del "Me and You and Everyone We Know" di Miranda July. Fa capolino anche il perfezionista e patinato Xavier Dolan e il suo "Les amours imaginaires".

Review 2011 - Le donne del 6 Piano








"Vive la France!" sembra essere il motto agitatore di tanti, troppi, spettatori di diversa nazionalità e formazione culturale. E invece no. Il cinema francese, almeno non quello con imprimatur di chiara autorialità, tira le cuoia e cade nel baratro della finta leggerezza che nasconde e occulta le vere emozioni sotto un velo dorato di buonismo. Come la nuova commedia italiana, a tratti addirittura meno vitale. Da "Il riccio" ai film post-Amelie Poluain, da Salvadori alle pellicole con Danny Boon, il cinema francese ha perso la bussola qualitativa. E per questo, come nel caso incolore e deludente dell'ultimo film di Philippe Le Guay, ha cominciato ad avere un successo cospicuo nell'Italia delle risatine stereotipate facili e televisive. 


Accolto con eccessiva bontà dai critici italici (e anche dagli sciovinisti francesi), distribuito dalla sempre più lungimirante Archibald, "Le donne del 6 piano" ha avuto una certa eco nelle nostre sale, dando avvia ad un discreto battage pubblicitario da passaparola. In fin dei conti, il film di Le Guay ha tutto per convincere lo spettatore medio, facendo aguzzare la vista anche dell'appassionato non di primo pelo. In primo luogo un trailer effervescente, una locandina squisitamente vintage e una storia accattivante.  Soddisfa pienamente il bisogno di comicità e di classicità di cui si nutre un numero cospicuo e variegato di spettatori odierni, forse non giovanissimi, forse ancora legati (ma non troppo) alle sale d'essai cittadine. E' un film famigliare, carico di speranza, antitesi del cinismo (e non lasciatevì ingannare dalle apparenze; non c'è nemmeno il cattivo cattivo della situazione). E' un cinema provinciale, curato nei minimi dettagli, impostato come un bigliettino d'amore tradizionale, con qualche frase ad effetto e il solito e dicotomico scontro tra civiltà stereotipata da integrare (le spagnole del sesto piano) e atteggiamento snob della società riconosciuta (francese). Il contrasto è risolto tutto a favore del gruppo straniero, anche se con un occhio tutt'altro che umano, quanto più con la volontà di far scorgere da lontano stereotipi elementari e banali interpretazioni fasulle delle calienti donne spagnole. Se cercate un vero omaggio alla Spagna e alle sue mujeres, citofonare Almodovar. Nel caso di Le Guay, le donne ispaniche sono ridenti e serene matriarche giudiziose vecchio stampo, cattoliche fino al midollo (a parte qualche sporadica comunista proto-femminista), rese "positive" dal loro passato tragico. La malinconia è uno stratagemma per impressionare il pubblico, la storia (con citazioni molto approssimative del periodo dittatoriale sotto Franco) un elemento per creare questa mitologia di una donna forte e battagliera, vitale. Ai lati opposti la famiglia francese slavata e perfettina, con la moglie pallida e seriosa ed un marito a metà tra fantasia e razionale impostazione giornaliera da lavoratore di un certo livello. Ecco, parte il confronto e parte la fiera dei luoghi comuni, con tanto buonismo e la solita joie de vivre da mezza età contro un mondo ormai viziato dall'ipocrisia comune. Il film è questo, soltanto questo. Speranza, Vita, Rinascita, Bontà. La vittoria del qualunquismo sulla realtà. La vittoria del debole sul forte. La vittoria del cinema falso e laccato su quello problematico e vivo. Il film di Le Guay, nonostante il cast di livello, è un inconcludente spaccato sul nulla, per giunta anche manipolatorio.


Segnalazioni in pillole Stagione 2011/2012 - Hysteria (Trailer)


"Hysteria" è il titolo di una commedia tutto pepe diretta da una quasi-esordiente, Tanya Wexler, due pellicole semisconosciute all'attivo. Il soggetto, l'invenzione del vibratore come oggetto di piacere, è a dir poco weird, tanto che la prima impressione immediata dopo la presentazione del progetto fu quella di una sorta di continuità con il "Secretary" di Steven Shainberg, folle elogio della "perversione". La presenza di Maggie Gyllenhall, star sadomaso nella pellicola del 2002, accanto ad un notevole James Spader, poteva dare man forte a questa interpretazione. Il trailer, invece, rompe definitamente con questa prospettiva e spalanca le porte alla pura commedia british ad ambientazione storica, magari come nel caso, riuscito, dell'ultimo John Landis, alle prese con i "ladri di cadaveri" Simon Pegg e Andy Serkins, anch'esso ispirato ad una storia vera. "Hysteria" avrà la sua prima mondiale, nella sezione Gala, al Toronto Film Festival, da anni con cartellone sempre più ricco e competitivo, e sarà distribuito in sala dalla BIM. Il cast è eccezionale; oltre alla Gyllenhall, il duo Hugh Dancy - Rupert Everett viene affiancato da nomi come Felicity Jones e Jonathan Pryce. Potenzialmente dirompente, dal trailer sembra un film conservatore ma divertente, sebbene a volte eccessivo, non molto lontano da quella lunga schiera di commedie made in England che non sempre sono rimarchevoli, ma spesso sono must di leggerezza.

15/08/11

Review 2011 - Le amiche della sposa ("Bridesmaids")









Chick-flick in versione comedy spinta. Ciò che "Sex and The City" avrebbe dovuto essere, secondo alcuni. Tra Apatow e SNL, con qualche rimasuglio romance alla Julia Roberts, "Bridesmaids"  ha mostrato che le donne sanno ridere e far ridere quanto gli uomini e sono parimenti volgari e prive di contegno, se necessario. Dopo un inizio scoppiettante e intelligente, "Bridesmaids" perde credibilità e mostra come un soggetto interessante possa, di colpo, trasformarsi in una boutade di poco conto, non disprezzabile ma non all'altezza delle aspettative entusiaste inculcate dal successo di critica e di pubblico. Sorpresa (in negativo) del 2011.




Sulla carta era il fenomeno della stagione, una comedy politicamente scorretta tutta al femminile, osannata dalla critica statunitense e inatteso colpo al botteghino. "Bridesmaids" si rivela il "vorrei ma non posso" del 2011, un soggetto "in potenza " memorabile, uno di quei "kick-ass" sopra le righe e geniali, ormai assoluti must di genere (da "Harry, ti  presento Sally" in poi), che "in essere" si traduce in una forma convenzionale e a bassa gittata, capace di divertire a tratti, senza stupire. Corrispettivo di un frat-pack di nuova generazione, magari non a livelli altissimi di riconoscibilità individuale così come fu per il primo capitolo di "The hangover", non dichiarato riferimento (simpatica la querelle in corso tra Phillips e il team Apatow circa il rapporto copia/originale dei recenti lavori post-sbronza), il sister-pack guidato dalla Bridget Jones delle donne senza forme, qui anche sceneggiatrice e anima del progetto, Kristen Wiig, è costituito da caratteri ben scritti, anche se non troppo approfonditi (in almeno due casi, quelli di Ellie Kamper e di Wendi McLendon-Covey, in modo alquanto discutibile per la potenzialità degli antefatti) e convince nell'insieme (anche grazie ad ottimi nomi come Maya Rudolph e Rose Byrne), meno nelle singole personalità (una Melissa McCarthy sboccata e fine a sè stessa). Il vero problema è la scrittura, o meglio, l'oscillazione costante e forzata tra il mood comico, anche becero ed eccessivo, e quello romantico, in cui sentimenti come l'amicizia femminile, la malinconia dei tempi andati ed un alquanto polveroso buonismo ritrovato, diventano dominanti. Più che altro, "Bridesmaids" si divide in due parti speculari, non solo a livello contenutistico, ma anche per ciò che concerne la struttura stessa dell'intreccio. Se il primo tempo e oltre è un aperitivo gustosissimo e svalvolato di "non-sense" molto più intelligente che nei casi dei corrispettivi maschili, la seconda parte, al di là di qualche idea originale, interagisce con tematiche ben più serie, come il rapporto di fiducia che intercorre tra i personaggi e mescola trovate alquanto paradossali ad una svolta romance di dubbia utilità, che rende l'insieme non eterogeneo. E' come se le due sceneggiatrici, la Wiig e la Mumolo avessero diviso il lavoro, concentrando l'ironia futile e memorabile della stand-up comedy nella prima parte, a cui far seguire la lezioncina moraleggiante della seconda, aggiungendo qualche eccesso caricaturale per far quadrare i conti narrativi. D'altronde la durata eccessiva, tipica di film del team Apatow, richiede necessariamente un sovrapporsi di topoi di genere in qualche dissonanza tra di loro e finisce con lo sventrare la forza eversiva del plot che ne viene ridimensionato, addomesticato. Se il primo "The hangover" (non certo il pessimo sequel)  era un buddy-movie dall'attitudine punk roboante e decisa, "Bridesmaids" è una comedy in salsa rosa anti-conformista che spesso cerca l'impennata per poi adagiarsi su un terreno morbido e convenzionale. E che siano maschi o femmine è secondario, conta quanto le due fazioni (sister-pack vs. frat-pack) siano in grado di colpire l'attenzione di chi guarda. E "Bridesmaids" è un film profondamente scritto, "Tha hangover" un film profondamente improvvisato. Non saranno, forse, due riferimenti sociologico/comunicativi (scritto vs. improvvisato) tipici di due attitudini generali ( maschi vs. femmine) a costituire il punto di partenza per interpretare i due diversi film, i loro destinatari e i motivi/base del loro intreccio?