Review 2011 - Le donne del 6 Piano








"Vive la France!" sembra essere il motto agitatore di tanti, troppi, spettatori di diversa nazionalità e formazione culturale. E invece no. Il cinema francese, almeno non quello con imprimatur di chiara autorialità, tira le cuoia e cade nel baratro della finta leggerezza che nasconde e occulta le vere emozioni sotto un velo dorato di buonismo. Come la nuova commedia italiana, a tratti addirittura meno vitale. Da "Il riccio" ai film post-Amelie Poluain, da Salvadori alle pellicole con Danny Boon, il cinema francese ha perso la bussola qualitativa. E per questo, come nel caso incolore e deludente dell'ultimo film di Philippe Le Guay, ha cominciato ad avere un successo cospicuo nell'Italia delle risatine stereotipate facili e televisive. 


Accolto con eccessiva bontà dai critici italici (e anche dagli sciovinisti francesi), distribuito dalla sempre più lungimirante Archibald, "Le donne del 6 piano" ha avuto una certa eco nelle nostre sale, dando avvia ad un discreto battage pubblicitario da passaparola. In fin dei conti, il film di Le Guay ha tutto per convincere lo spettatore medio, facendo aguzzare la vista anche dell'appassionato non di primo pelo. In primo luogo un trailer effervescente, una locandina squisitamente vintage e una storia accattivante.  Soddisfa pienamente il bisogno di comicità e di classicità di cui si nutre un numero cospicuo e variegato di spettatori odierni, forse non giovanissimi, forse ancora legati (ma non troppo) alle sale d'essai cittadine. E' un film famigliare, carico di speranza, antitesi del cinismo (e non lasciatevì ingannare dalle apparenze; non c'è nemmeno il cattivo cattivo della situazione). E' un cinema provinciale, curato nei minimi dettagli, impostato come un bigliettino d'amore tradizionale, con qualche frase ad effetto e il solito e dicotomico scontro tra civiltà stereotipata da integrare (le spagnole del sesto piano) e atteggiamento snob della società riconosciuta (francese). Il contrasto è risolto tutto a favore del gruppo straniero, anche se con un occhio tutt'altro che umano, quanto più con la volontà di far scorgere da lontano stereotipi elementari e banali interpretazioni fasulle delle calienti donne spagnole. Se cercate un vero omaggio alla Spagna e alle sue mujeres, citofonare Almodovar. Nel caso di Le Guay, le donne ispaniche sono ridenti e serene matriarche giudiziose vecchio stampo, cattoliche fino al midollo (a parte qualche sporadica comunista proto-femminista), rese "positive" dal loro passato tragico. La malinconia è uno stratagemma per impressionare il pubblico, la storia (con citazioni molto approssimative del periodo dittatoriale sotto Franco) un elemento per creare questa mitologia di una donna forte e battagliera, vitale. Ai lati opposti la famiglia francese slavata e perfettina, con la moglie pallida e seriosa ed un marito a metà tra fantasia e razionale impostazione giornaliera da lavoratore di un certo livello. Ecco, parte il confronto e parte la fiera dei luoghi comuni, con tanto buonismo e la solita joie de vivre da mezza età contro un mondo ormai viziato dall'ipocrisia comune. Il film è questo, soltanto questo. Speranza, Vita, Rinascita, Bontà. La vittoria del qualunquismo sulla realtà. La vittoria del debole sul forte. La vittoria del cinema falso e laccato su quello problematico e vivo. Il film di Le Guay, nonostante il cast di livello, è un inconcludente spaccato sul nulla, per giunta anche manipolatorio.


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