10/08/11

Review 2011 - Meek's cutoff












Non è il remake dei fratelli Coen, "Il Grinta", ad aver rinnovato il genere western nel 2011. La vera scintilla di novità viene da una regista dichiaratamente indie, Kelly Reichardt, che in "Meek's cutoff" spazza via ogni conformismo di contenuto e forma e propone un ostico ma splendido elogio di una frontiera "mentale", tutta incentrata su una stasi quasi permanente, nell'Oregon del 1845, in un lembo di terra arida, in cui le certezze si tramutano in dubbio senza una via di uscita e senza senso. "Meek's cutoff" è un rigoroso e asciutto "on the road" che prelude, forse, al nulla. Western nichilista e umorale, inno della natura dominante e ripudiante l'uomo, alla scoperta di nuove visioni sociali e di nuovi contatti umani. 

La bellezza di "Meek's cutoff" sta nella capacità di racchiudere elementi tipici del western tradizionale in un contesto lontanissimo anni luce, quasi "metafisico", uno spazio ricostruito con accuratezza certosina che è solo un pretesto, centrale ma non fondante, nella comprensione complessiva della pellicola. "Meek's cutoff" è un film esistenziale, in fin dei conti, un ruvido e concentrato pamphlet sulla fiducia umana, sul pregiudizio, sull'indicibilità altrui, sull'inconsapevolezza. E' un film forte, matriarcale (non a caso l'archetipo della donna sottomessa viene ostacolato e poi rinnegato, con il beneplacito degli uomini, quando la Meek di Michelle Williams diventa il punto di riferimento riconosciuto), lento e soppesato, in cui la ricostruzione visiva predilige il contrasto, l'accostamento congruo ma anche difforme, l'uso di una luminosità eterea, quasi sognante, tra colori pastello e notti senza stelle buie come non mai. Al di là dell'intreccio razionale, predomina la sensazione singola, magari talvolta combinata. E' così che la Natura diventa il Personaggio, non la quinta scenografica. Poche volte e raramente con la stessa efficacia che in Kelly Richardt troverete un mondo naturale tanto vivo, tanto reale, con lo scroscio dell'acqua rigenerante e la secchezza assoluta di una terra arida, con i campi lunghi evocativi e gli atti dell'uomo percettibili singolarmente nello sfruttamento delle risorse fisiche a disposizione (lo sfregamento di una pentola, il sorseggiare acqua da una ciotola, il calpestare il suolo). La forza della natura sembra quasi ricondurre ad un peso relativo gli uomini, ad integrarli in un disegno più ampio, in cui non sono che pedine in balia di loro stessi, tra speranze rinnegate, delusioni e attimi di gioia. Si respira un certo pessimismo, non un vero fatalismo, quanto più una difficoltà di scelta, un atto di fiducia quasi impossibile, un'insensatezza remota ma visibile, una lotta contro i propri pregiudizi, una riflessione (volutamente aperta) sul rapporto tra culture e sulla pacificazione di mondi in lotta (indiani suscettibili e pseudo-cowboy normalizzati) e sugli stessi meccanismi di un gruppo radicato in partenza. L'atipicità sta nella non conciliazione, nella non scelta, nel non finito, nel tempo che sembra non esistere e non essere mai esistito. Malick prestato al western e molto meno pretenzioso. Un gran film. E una regista capace di narrare con semplici messe in quadro, con composizioni musicali rarefatte e una grande attenzione ai suoi attori di grido e non (da Paul Dano a Shirley Henderson a Bruce Greenwood).

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