19/08/11

Review 2011 - Mosse Vincenti ("Win Win")








Terzo lungometraggio per Thomas McCarthy, tre diverse prove di regia agrodolci e riuscitissime, sottili e ibride. "The station agent" era la ferrovia su cui incamminarsi nel viaggio alla scoperta del regista, "L'ospite inatteso" una conferma delle sue qualità umane, "Win Win" la sua opera più comedy e discreta. In tutti e tre i casi, McCarthy cerca un riscatto filantropico e si pone nella prospettiva del regista etico, alle prese con le emozioni dei personaggi creati sulla carta e trasposti sullo schermo con estrema cura e dando grande peso alla sostanza. Perfettamente naturali e costruiti seguendo la tecnica dell'ambivalenza e cercando di sottrarsi al giudizio personale, i characters dei suoi film non sono nè buoni nè cattivi, sono solatnto persone capaci di "incontrarsi" e di "accettarsi", di "comunicare". Un ottimismo anti-moderno pervade le sue opere, come fosse un refuso di una società che ha ancora la possibilità di comunicare ed integrarsi. "Win Win" unisce uno script ineressante e mai banale ad una direzione attoriale da manuale e colpisce per la leggerezza della visione ma anche per la pregnanza di contenuti.


Definire in una sola parola il cinema di Thomas McCarthy, attore di supporto non molto noto, alla terza regia con successo critico e di pubblico crescente, oltre alla sceneggiatura di "Up", è piuttosto facile. E l'aggettivo più adatto e rispondente al suo mood di regista è "leggero". Poche volte troverete nel cinema moderno un autore in grado di esprimere la "leggerezza" in modo tanto diretto. McCarthy attinge al "drama" di tanto cinema-social ma elimina  in un botto militanza e ideologia e finisce nel descrivere storie individuali senza collocazione o preconcetto. I suoi film sono, evidentemente, difformi da tutti gli altri della stessa sottospecie, perchè partono da una condizione di accettazione anti-pregiudiziale che spesso, altrove, è solo l'esito di un discorso narrativo. Nei film del regista del New Jersey, non c'è nessuna complìcazione/scontro di partenza, nessuna forzatura nei rapporti, per questo scorrono lisci come l'olio, e mantengono una dignitosa continuità umorale, evitando picchi parossistici ed un prevalere del dramma sulla quotidianità. "Win Win" è perfettamente inquadrabile secondo quest'ottica. Una famiglia, apparentemente stabile, si trova a fare i conti con un ragazzo problematico. Potrebbe essere il punto di partenza di un cinema strappa-lacrime e pedante, ma, in realtà, intorno a questo canovaccio standard, sono elencate una serie di digressioni fuori dai canoni del genere drammatico, riuscendo a bilanciare pesantemente l'assunto, per poi arrivare a contrapporsi ad esso, in un continuo saliscendi emotico, che conferma e non smentisce mai la bontà della natura umana dei personaggi, anche se spesso ne sottolinea comportamenti egoistici. La "leggerezza" deriva in parte dall'umanitarismo del regista, in parte dalla volontà di asciugare le note dominanti di commedia e dramma in modo da trovare una sintesi classica che intrattiene e porta alla riflessione. L'ottica del director diventa dominante per apprezzare la sua filmografia, anche se per certi versi ne rappresenta un limite nel convincere un pubblico complessivo. Spesso il suo cinema è stato tacciato di buonismo, in una società che fa del cinismo la sua unica chiave di lettura. E' un cinema senza complicazioni, senza eccessi, senza pesanti autobiografismi, ma è anche un cinema intimo e personale, discreto e emotivamente deciso, un marchio di fabbrica defilato ma non meno artistico. E la direzione degli attori è sempre perfetta. In particolare il duetto Paul Giamatti/ Amy Ryan funziona così bene che la relazione di coppia sembra reale, ma è l'alchimia generale a dare forza al film, riuscendo a far emergere le chiavi intime di un esordiente, ex-wrestler, come Alex Shaffer. Splendida la canzone sui titoli di coda, "Think you can wait" dei The National (proposta qui sotto).




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