30/12/09

My fair lady


2 ore e 40', Cukor ben dirige, tra tableaux vivant e assetto teatrale, nonchè inquadrature lunghe (in termini di durata) e in campo lungo. E' un grande regista, e le risorse economiche massimizzanti non gli sono che congeniali. E' ancora "studio system", e quindi negli extra vediamo il produttore che corregge e taglia. Non per questo il film non ha meriti di attenzione. Cukor, nei limiti, è un mesteriante. Più che una poetica, ha una summa di temi che convengono. Ma il significato morale ci sembra secondario, almeno ai giorni d'oggi. E il film, perfetto sotto una resa tecnica, gira continuamente su sè stesso. Ad aggravare, la scelta di un linguaggio sonoro, tipicamente da musical, che oscilla tra il no-sense e l'inverosimile. Vinse molti Oscar, tra cui quello per Miglior Film. E, in controtenda con le critiche, ci sembra che Audrey Hepburn sia superiore a Rex Harrison. Il perchè è evidente. La Hepburn ha la grazia di snaturare la verosimiglianza e si pone in maniera più empatica con lo stile del film; Harrison, che vinse l'Oscar, tenta una strada forse più complessa, ma cade nel baratro che separa il personaggio dalla persona. La Hepburn, in linea, come detto, con l'impostazione del film, oscilla tra la macchietta e il personaggio.


"The Rain in Spain", cantata da Marni Nixon, che doppia Audrey nelle parti musicali, e la cosa è troppo chiara...





http://www.dada.it/player/?id=8585890&m=play

29/12/09

Nomination 2009

Contactcinema ha il piacere di presentare le nomination dei film più importanti visionati nel 2009, che si contenderanno l'ambito "Applauso" nelle singole categorie. Pemiazione fissata per il 5 Gennaio.Possibili cambiamenti
EDIT La premiazione avviene oggi.

I vincitori in neretto. Il premio del blog, "Applauso" va al film italiano migliore degli ultimi dieci anni, "Vincere" di Marco Bellocchio.









Best actress

Emily Blunt-The young Victoria

Best supporting actress

Gwyneth Paltrow-Two lovers


Best actor

Vincent Cassel-Nemico pubblico

Best supporting Actor

James Franco-Milk


Best"strange"screenplay (original and adapted)

Lasciami entrare

Best Director
Marco Bellocchio-Vincere
James Gray-Two lovers
Michael Mann-Nemico pubblico
Gus vas Sant-Milk
Adam Elliot-Mary and Max
Tomas Alfredson-Lasciami entrare
Claudia Llosa-Il canto di Paloma
Clint Eastwood-Gran torino
Pedro Almodovar-Gli abbracci spezzati
Fratelli Coen-A serious man


Best "stage on the society"
Fortapasc



Best anti-system
Vincere

Best film
Vincere
A
Best italian film


Vincere










25/12/09

Aurora estraniante





Terminata da poco la visione di "Aurora", film del 1927, muto (lo stesso anno in cui comparve il sonoro con "Il cantante di jazz") di Murnau, che tra l'altro è materia d'esame, non con questo film comunque. E' sconvolgente...Nel 1927 un melodramma diventa un'esternazione del caos, il caos avanguardistico. La storia affonda le radici nel puro antirealismo, è estraniante, e un "fuori da", un rifiuto di una dimensione narrativa classica. Accade l'impensabile, l'impossibile, l'indecifrabile. Non è che il film non abbia una sceneggiatura (anzi è stupefacente tale lavoro), ma ci si stupisce che una trama esile, all'apparenza, diventi complessa nel suo essere tanto semplicistica. Le azioni compiute nel film sono le stesse che vediamo ogni giorno, ma l'intreccio è tale che tutto ci sembra un'allucinazione, carica di tensione quando non dovrebbe esserci nessuna tensione. Un genere, il melodramma, che diventa, ai miei occhi, un film illusorio senza perdere un minimo di credibilità, pur essendo in sè incredibile. In poche parole, Murnau ha uno stile tale, di montaggio e soprattutto di macchina, oltre che di illuminazione dello spazio scenico (chi sarà il direttore della fotografia??? Anche Blitzer, al confronto, è un nanerottolo) che lascia senza fiato. In un film del genere, atipico, ci si aspetta che la recitazione sia atipica, non certo di immedesimazione, essendo tutto fino ad un certo punto realistico. Janet Gaynor vinse l'Oscar quell'anno, per il trittico "Aurora", "7th Heaven "e "Two girls wanted", George O'Brien è ancora più meritevole per quel ruolo ed è necessario ricordarlo con più veemenza perchè un grande attore affermato come lui, al pari di molti altri, ha subito uno smacco non indifferente dal sopraggiungere del sonoro. Le prove attoriali nel cinema muto sono, in genere, superiori a quelle del cinema sonoro, in quanto non c'è la parola che descrive, bensì la capacità di creare uno stato empatico con lo spettatore. Ma in questo caso i livelli sono eccellenti, altro che Actor's studio. "Aurora" è un film tanto complesso che non viene voglia di schematizzarlo o di annotare ogni tipologia di ripresa, etc. Si guarda soprattutto perchè trasmette un'emozione assordante e lascia, di rimando, ammutoliti. Potere delle sinestesie (in chiave psicologica) di Murnau DIECI

Christmas's time

Auguri di Buon Natale per chi ci crede...Personalmente detesto il buonismo qualunquista di questa fase...D'altronde io sono buono tutto l'anno (touchè, ;)) ma a Natale divento un misto tra il Jack di Nightmare before christmas e il Grinch, non quello di Carrey...Il mio film di Natale è stato sempre la famosa opera di Selick, appunto...Nightmare mi rincretinisce totalmente...Del tipo, se c'è uno store Disney nei paraggi, tenetemi lontano! Spenderei un capitale...Uno dei film che odio di più è "La vita è meravigliosa" di Capra. Per quanto l'american way of life non mi dispiaccia particolarmente (anche se con Obama stiamo raggiungendendo il culmine del politicamente corretto e anche se in Italia, di contrappasso, siamo all'assurdo nel non rispetto delle regole), Capra è, in questo masterpiece, talmente stucchevole e smielato che mi si cariano i denti solo a pensarci...Non ricordo quanto duri, so solo che ad un certo punto ero così addormentato che ho cominciato ad accelerare il dvd per trovare sollievo momentaneo. Ciò che mi infastidisce non è tanto il messaggio, ma la subdola manipolazione che viene attuata...lo spettatore viene travolto da tanta melassa che arriva a collassare senza accorgersene. Questo è un altro motivo perchè non ho mai adorato le varianti cinematografiche di Dickens e il suo canto di Natale, con un'unica eccezione e non è quella di Zemeckis in 3d. Dopo l'orrendo "Polar Express", non ho avuto la forza di andare al cinema per vedere come si sia ridotto Zemeckis dai tempi di "Ritorno al futuro". I suoi film sono giocattoli senz'anima, leccornie senza sapore, calze "sciccose" piene zeppe di carbone (che per quanto sia di zucchero, mi sembra un'offesa all'intelligenza dei bambini). La mia debolezza sta però nella celebre trasposizione dickensiana targata Disney, per la Tv, primi anni '80. Mio padre, forse, ancora ne conserva una videocassetta, scroccata tramite il vecchio caro registratore (che scomparve quando avevo tre anni e mezzo, quando ebbi la costanza di infilarci dentro forchette e cucchiai a più non posso, rallegrandomi di gusto perchè ne volevo uno nuovo). Primi anni '90. Il personaggio che odiavo è sempre stato Ebenezer Scrooge, Zio Paperone. Da bambini è tutto bianco e nero, tutti manicheismi. Oggi per Scrooge provo molto affetto. A Natale, però, non riesco più a gustare i vecchi classici di Tim Burton, Disney, e, a dir la verità, da tempo, non vedo Nightmare. E' un film che mi piace rivedere d'estate. Come ho riportato nella lista delle pellicole più belle dell'ultimo decennio, recentemente trasmesso su Sky (ieri era su SkyCinemaMania), mi ha particolarmente colpito "Racconto di Natale" con la Beart.
“Se le ombre che noi siamo vi hanno offeso, pensate a questo: che avete soltanto dormito”, fantastica citazione di un film che mescola scrittura ed inconscio sapientemente. Un film di grande statura, di grandi interpretazioni, di grande apertura. Il cinismo e la verità, i traumi e l’incompiutezza. E’ Natale, le menti si offuscano per poi liberarsi. E un giorno potrebbe durare all’infinito. E un giorno potrebbe lasciare tutto com’è.
Infine, ieri, ho potuto gustare l'ennesimo capolavoro di Lubitsch, "Scrivimi fermo posta", con James Stewart ed una sceneggiatura di ferro godibilissima. Meno ideologico di "Vogliamo vivere!", meno autocompiaciuto di "Ninotchka", divertissment puro, arguto ed esilarante...


16/12/09

Road to the Oscar-Golden Globes

1 parte

Innumerevoli i premi assegnati come ogni anno finora....Un tripudio di nomi, di sigle, di associazioni, di stranezze, di contrasti, di "For your consideration", di nomination. Non ultima la lista completa del "Globo d'oro". In primis, "Nine" perde la sua possibile vittoria all'Oscar come Best Picture. Il perchè è molto semplice: pur avendo avuto la nomination nell'apposita categoria dei "Globi" e candidature attoriali, mancano all'appello la segnalazione come Best Director e Best Screenplay. Il che, unito alle critiche a questo punto pessime e alla scarsa rilevanza in tutti i premi delle associazioni che sono, d'altronde, in disaccordo su molto in modo da segnalare tutti (il buon cinema autoriale), in accordo su altro (il pressante hollywoodiano "For your consideration" incide, come detto, nonchè variabili impazzite, tra parentela, appartenenza ad una scuola specifica, nazionalità, popolarità, necessità di avere un red carpet affollato di star, si pensi al "Golden Globe"), fa intendere come non ci sia più possibilità di arginare un fiume di melma pronto a scoppiare. Tornando ai Globi, c'è un'altra ingiusta e dolorosa mancanza, la nomination per "A serious man" by Coen Brothers. Ciò implica, nonostante gli altri premi e la critica calorosa, la quasi certa impossibilità di coronare, dopo la"Corman McCarthy's attitude", nuovamente il loro sogno di genialoidi, folli, autori a tutto tondo. Peter Jackson è stato spacciato fin dall'inizio, il film ha subito attacchi al vetriolo, per non dire altro. Poi l'incognita Clint-rozzo-Eastwood che, a quanto sembra, non ha chance serie di vittoria nella categoria principale, ma può riservare molte sorprese altrove. Clint-rozzo-Eastwood sarà candidato come regista? Le possibilità ci sono. Non si deve però dimenticare un certo astio incomprensibile nei suoi confronti con i due pezzi da 90 "Gran Torino" e"Changeling", un anno fa, dopo due Oscar da regista dal 1990 in poi e molte candidature. Invictus sembra molto debole rispetto ai sopracitati, proprio, per questo, avrà maggiore considerazione...Potere di Obama...Il film è ambientato in Sudafrica, racconta di Mandela, etc. etc. Escluderei da una probabile vittoria anche "An education", poco lanciato a livello mediatico, apprezzato e premiato, ma indirizzato su altre categorie, attrice in primis (Mulligan rules). Colpisce la mancata nomination ai "Globi" di Abbie Cornish per il film romantico (storia di invenzione costruita su John Keats, celebre poeta) "Bright Star", di Jane Campion.

Actress, Drama

Emily Blunt, The Young Victoria


Sandra Bullock, The Blind Side*


Helen Mirren, The Last Station


Carey Mulligan, An Education*


Gabby Sidibe, Precious*

Actress, Comedy/Musical



Sandra Bullock, The Proposal


Marion Cotillard, Nine


Julia Roberts, Duplicity


Meryl Streep, Julie & Julia*


Meryl Streep, It’s Complicated


Cosa si può notare?E' lapalissiano. I "Globi", a differenza degli Oscar non hanno il coraggio di puntare su outsiders, se non di sicuro effetto o rappresentativi di una certa realtà sociale (Gabby Sidibe, Precious). In questo senso del tutto immeritate le nomination di Julia Roberts, Meryl Streep e Sandra Bullock nella categoria musical/drama.Così come non ha senso la presenza della Cotillard nell'elenco delle protagonista, quando si tratta di un film ad alto contenuto di attori, senza attrici leader e gragarie. Scelte proposte dalla casa di produzione e accettate in virtù della possibilità di nominare un'altra attrice, recente Oscar, Penelope Cruz, nella categoria non protagonista. Ancora più scandalosa la presenza, come sempre, di un'unica categoria per la Best Supporting Actress (come per l'Actor), quando ci si ostina a dividere inutilmente in due, sotto l'egida "Drama" da una parte e "Comedy/Musical dall'altra, categorie che dovrebbero essere accomunate. Meritatissima la candidatura, imprevista, di Emily Blunt.Vi indichiamo, con asterisco, le possibili nominate all'Oscar, senza dimenticare qualche illustre mancanza, che vi elencheremo in seguito. Per gli attori, un unico "esordiente" per il film "The messenger", ci dicono splendido racconto su un Iraq "statunitense" e sulle introspezioni dei soldati, lontano o tornati in patria, nell'asservimento di un certo tipo di compiti, Harrelson, e tra i non protagonisti Tobey Maguire e Robert Downey Jr. nei protagonisti. Il resto era prevedibile. Tra le attrici non protagoniste svetta Moni'que con "Precious", storia ai limiti, di violenza, che ha appena vinto molti riconoscimnenti dall'African-American Critics, presentata al Sundance, amata ma al contempo odiata dalla critica, produzione di una certa Oprah (e tutti sapete chi è). L'asterisco definisce i probabili candidati all'Oscar.


Actor, Drama



Jeff Bridges, Crazy Heart *


George Clooney, Up in the Air*


Colin Firth, A Single Man*


Morgan Freeman, Invictus*


Tobey Maguire, Brothers






Actor Comedy/Musical


Matt Damon, The Informant


Daniel Day Lewis, Nine


Robert Downey Jr., Sherlock Holmes


Joe Gordon Levitt, 500 Days of Summer


Michael Stuhlbarg, A Serious Man*



Best Supporting Actress



Penelope Cruz, Nine*


Vera Farmiga, Up in the Air*


Anna Kendrick, Up in the Air*


Mo’nique, Precious*


Julianne Moore, A Single Man*






Supporting Actor


Matt Damon, Invictus


Woody Harrelson, The Messenger*


Christopher Plummer, The Last Station


Stanley Tucci, The Lovely Bones*


Christoph Waltz, Inglourious Basterds*



Best Director



Kathryn Bigelow, The Hurt Locker


James Cameron, Avatar


Clint Eastwood, Invictus


Jason Reitman, Up in the Air


Quentin Tarantino, Inglourious Basterds

Per i primi due, i favoriti, vi ricordo:






per il resto, a domani...






Correzioni al testo (ieri ero sentivo il peso della cinematografia di Griffith), il viaggio continua con altre tre pellicole che potenzialmente dicono addio alla vittoria. Spike Jonze, dopo "Essere John Malkovic", torna alla regia, con l'adattamento di un testo complesso, "Nel paese dei mostri selvaggi", per chi vi scrive perfetto, prontuario narrativo e poetico che descrive la psicologia dei bambini, la tipica estraniazione di quell'età che risponde alle emozioni troppo forti, la magia di una via d'uscita "mentale" che diventa fisica, per definirla più precisamente. Critiche non entusiastiche, ma la colonna sonora affidata a Karen O, la leader stepitosa degli Yeah Yeah Yeahs, è la migliore dell'anno e meriterebbe di essere premiata. Fuori dai giochi, da sempre, "Nemico Pubblico, la rielaborazione del gangster movie by Michael Mann.Qualche nomination tecnica? Forse, ma Mann è un regista troppo atipico nel sistema hollywoodiano, più alternativo nei blockbuster anche dell'ottimo Gus Vas Sant. Infine, il citato, post fa, "Everybody's fine" con Robert De Niro, remake di "Stiamo tutti bene" di Tornatore. De Niro dall'Actor's studio e da grandi film è passato a ruoli sovraccarichi e da tempo non ne azzecca una. La strada del ritiro è lontana, ma se la carriera si fosse conclusa alla fine degli anni '90, il caro Bob avrebbe mantenuto dignità e prestigio. E se arriva Rodriguez, in un prossimo film ("Machete"), a dirigerlo, ci vuole solo un biopic per rilanciarlo (i biopic dovrebbero favorire l'immedesimazione e i premi). A domani...

12/12/09

ROAD TO THE OSCAR-SONG




Ho appena ascoltato, con relativa celerità, le probabili canzoni che entreranno nella cinquina degli Oscar (nuove regole, dalle tre degli ultimi anni si passa nuovamente ad una cinquina, con quale cognizione di causa non si sa). Un anno è trascorso dalla supremazia dell'orrendo "The millionaire", uno dei film più insulsi, banali, prevedibili, finto-autoriali, buonisti, senza nè capo nè coda, maldestramente diretto e recitato, con una soundtrack sempliciotta e con un aggravante duro come la roccia, che può essere scalfita solo da una lenta erosione: la vittoria, come best song, di un motivo assurdo, che preferisco non menzionare per non invogliare l'ascolto, quando un certo Bruce Springsteen aveva affrescato la parabola di un wrestler in poche righe struggenti e rivelatorie. Quest'anno c'è "Cinema Italiano", voce di Kate Hudson, (qualche post fa, la bottega degli orrori) che rischia di entrare in cinquina, ma grazie al cielo, con un possibile ridimensionamento del film, prime recensioni, mediocri, alla mano. Su chi puntare? Ad oggi, viste le nuove regole e l'interpretazione soggettiva (da parte dell'Academy) delle stesse, navighiamo quasi in alto mare. Buone probabilità, forse, sono nelle mani di due prodotti atipici: il ritorno della Disney alla bidimensionalità della "Principessa e il ranocchio" con una base pop con viraggi jazz all'acqua di rosa ("Almost there") e l'indie "Crazy Heart", che punta su un genere molto diffuso negli United States, il country, attraverso la delicata e, al contempo, ruvida melodia di "The weary kind". Voglio focalizzare la mia attenzione su due brani commerciali (la musica pop non è necessariamente una vergogna) di due scommesse: il ritorno di James Cameron dopo l'aver ingoiato statuette e dollari con l'iceberg rivoluzionario, tra il melenso e l'eccellenza tecnica, "Titanic", ormai ampiamente identificato dalla critica e dal pubblico come "Re del mondo cinematografico" (e Rotten Tomaetos, stando ad un numero cospicuo di recensioni del suo ultimo film fantascentifico in 3D, ne dà conferma), e la storia di "An education", targata Nick Hornby, di una giovane ragazza nel periodo della "Swinging London" , interpretata dalla promessa Carey Mulligan, una nuova Audrey Hepburn incline al dramma, data come vincente nella categoria Best Actress sopra un'appannata Meryl Streep. Le due songs in questione sono molto diverse. Duffy, con una b-side, dal titolo "Smoke without fire", affonda come al solito nel retrò dei sixties, in modo pregevole, ma soprattutto evita di graffiare inutilmente con la voce, arrivando, sempre più spesso, ad una semplicità meno costruita e pregevole; alla voce armonica della discontinua Leona Lewis viene affidata la canzone del kolossal di James Cameron, "I see you", e se c'è un deja-vu è chiaro: qualcosa ricorda "My heart will go on" della pessima Celine Dion, ma una caratteristica è vincente e sta nel crescendo infinito della ballad e nell'utilizzo di suoni tra l'onirico e la stilizzazione eterea, senza inutili vocalizzi. Su questo argomento, tornerò in seguito.




Il link per la canzone di Duffy è: http://www.youtube.com/watch?v=9rHNOTtShwM





Il link per ascoltare Leona Lewis è http://www.youtube.com/watch?v=vSzFair0jWs
Notate qualcosa nell'accostamento di locandina e fotografia?Beh, siete sulla strada giusta...

10/12/09

la bottega delle meraviglie

"Bastardi senza gloria", di Quentin-pulp-Tarantino, e "A serious man" dei fratelli-black-Coen sono due film agli antipodi, due candele di diversa grandezza. Tali candele, però, sono solcate nella parte superiore, rispettivamente dall'effige di uno scalpo e, nel secondo caso, dal tipico cappello ebraico. Ciò ad intendere che si tratta di lungometraggi altamente caratterizzanti. La cosa che colpisce è l'assoluta permanenza di uno stile definito e definibile, senza congetture varie o analisi complesse. Tarantino e i fratelli Coen sono maestri di regia, di montaggio, ma soprattutto di scrittura. Entrambi celebrano la parola, anche fine a sè stessa, entrambi amano l'eccedere. Cos'è il cinema per Tarantino? In primis è antirealismo, ma poi?E' violenza gratuita? Non propriamente. Si fatica a trovare una risposta. L'intento di "Bastardi senza gloria" differisce dai film precedenti. Tarantino ribalta, a proprio modo, la Storia, in prospettiva denigratoria per i Tedeschi di Hitler, ma dà anche un'altra caratura al film, sostenendo indirettamente la causa degli Ebrei che sembrano usciti da un film western. E' un particolare poco enfatizzato, ma esprime una prospettiva che diverge dall'assoluto qualunquismo precedente a questa fase.I Coen, se si volesse compararli con la letteratura, scivolano tra l'ermestismo e i giochi futuristici, ancorati,d'altro canto, alla tradizione drammaturgica americana. La loro caratteristica primaria è "il non detto", la sospensione parziale di un esito.Accadeva con "Non è un paese per vecchi", accade con "A serious man". A differenza di Tarantino, che pretende di schematizzare oltremisura i suoi film (dal montaggio stile "Quarto potere" di Pulp Fiction alla suddivisione in capitoli di "Bastardi senza gloria"), i Coen mostrano un certo attenersi, salvo casi sporadici, alla linearità narrativa classica. Sono futuristi, perchè, come Tarantino, osano giocare con il cinema e gli spettatori, talvolta lasciandoli incautamente a bocca asciutta, sono ermetici perchè alle loro opere si sottende una filosofia coerente non esplicita, rintracciabile solo per sommi capi in Quentin. Sono amanti del cinema ricambiati con affetto, marchi di garanzia. E soprattutto, sono autori che allo stile aggiungono una precisa poetica, alta o bassa che sia. In questo Tarantino non è ai loro livelli. Entrambi coesistono perfettamente nel cinema odierno, trasformando i loro cult-cool movies in classici. Gli ultimi film sono due candele in cui si accende ancora la luce del Cinema con la C maiuscola. Se Tarantino sfida la Storia, tra esercizio di stile ed ottime interpretazioni (in primis Christopher Waltz e Melanie Laurent), nonchè un primo capitolo antologico (ho appena finito di leggere la sceneggiatura, pubblicata da Bompiani), I Coen fanno un film a bassissimo budget, rielaborano un mondo, quello ebraico, lontano dalla loro realtà e creano qualcosa di unico, tra caso imperante (che ritorna dopo la monetina di "Non è un paese per vecchi") e mancanza di coerenza. Scrissi su "Burn after reading": nel mondo divampa la stupidità. Nella loro ottica aggiungo la violenza e il caso. Michael Stuhlbarg perfetto in bilico tra paure infantili e difficoltà ad interagire con un mondo che gli sembra ostile.























08/12/09

Memorabilia

video

Elia Kazan, allievo di Starsberg, dirige Marlon Brando, in "Fronte del Porto". Nella sequenza, una delle più grandi della storia del cinema, recitata divinamente, c'è anche Rod Steiger. Si notino varie caratteristiche interpretative: in primis, il tono, mutevole in molte cicostanze, l'utilizzo della voce come mezzo per esprimere i propri sentimenti. A proposito di quest'aspetto, la mimica facciale e il movimento corporale sono completamente in sintonia con le parole, con il tono. Si aggiunga, però, la constatazione che i sentimenti consci non sono mai netti e molto, lasciato alla mimica, alla gestualità e al tono, non sia del tutto chiaramente definibile. Gli attori lavorano su un piano semiconscio, agendo il lato inconscio dei loro characters. Massima espressione di emotività, di contemplazione su sè stessi, di identificazione con il personaggio, senza mimesi. "I could be a contender" è la battuta incancellabile, con il movimento di mani ascensionale e lo sguardo indecifrabile di Brando. Ma Rod Steiger non è da meno, non riuscendo a staccarsi dal sedile dell'auto, tranne che in pochi momenti, appoggiandosi a qualcosa di solido, mentre l'emotività prende il sopravvento. Elia Kazan ha più volte affermato che questa sequenza è stata "diretta" dagli attori. Esempio massimo di recitazione, punto centrale, punto epocale. Bava alla bocca...

05/12/09

Best Films 2000's

5 dicembre, più di venti giorni e sarà 2010...Tiriamo le somme...Considerando le uscite, al cinema e directly in dvd, da gennaio ad oggi e le inevitabili mancanze che per la maggior parte saranno sanate entro dicembre, 12 mesi zeppi di sorprese, di grandi autori che ritornano, di blockbuster, di film di nicchia....Cosa resterà di quest'anno cinematografico? (l'incipit parte da Raf)...Lo scopriremo solo vivendo (da Battisti)...Stay tuned!


Ma il 2010 è anche l'inizio di una nuova decade...Quali sono le pellicole che mi hanno più convinto in questi dieci anni? Difficile dirlo con precisione, troppi passaggi, troppi cambiamenti nella mia vita, troppe buone o cattive convergenze...Prime impressioni, disposizioni d'animo differenti, occupazioni, rapporti, influenze critiche, numero esiguo di film, partendo dai miei 13 anni, quando il cinema era pressocchè inesistente nella mia mente, ai miei 22...Ancora oggi sconto il mio occidentalismo, soprattutto anglofilo, in ambito cinematografico, e non riesco a distaccarmene...Ma chissà, dai 23 ai 32 qualcosa, forse, cambierà...Vi avviso che la mia scelta soffre di recentismo, molto ho cancellato...

Elenco qualche titolo imprescindibile

24 Hours Party People di Michael Winterbottom, documentario sulla Factory Records, casa produttrice dei Joy Division, poi New Order, tra la stravaganza e la presunta pazzia, anche narrativa.

Radio Company di Robert Altman, ultimo film del compianto regista, non il migliore, ma quasi un ritorno, nell'impostazione, a Nashville. Meryl Streep canta e il country-folk non è il pop sdolcinato e chiassoso degli Abba di "Mamma mia". Segnalazione per "Gosford Park", del 2001.

Across the universe di Julie Taymor, musical atipico tra lo sperimentalismo e la tradizione narrativa...Lancia definitivamente Evan Rachel Wood.

Amores Perros Primo film di Inarritu, il migliore, quando ancora la concatenazione geometrica aveva un suo perchè e la storia risultava atipica. Gael Garcia Bernal, attore talentuoso, oggi ridotto a girare con Garry Marshall.

Le vite degli altri, forse il miglior film europeo del decennio, ma c'è un italiano che potrebbe batterlo (e non è nè Garrone nè Sorrentino)...Non so se era nei piani del regista, ma mi ha inquietato non poco...

Changeling di Clint Eastwood, miglior film dell'annata 2008, perfetta ricostruzione storica, fotografia , soundtrack, ma soprattutto grandiosa interpretazione di Angelina Jolie che è stata defraudata di un Oscar dalla pur meritovole Kate Winslet

Il labirinto del fauno di Guillermo Del Toro, esperienza visiva ed emotiva. La "lullaby" finale è straziante. Perfetta concatenazione tra storia e mito, realtà e fantasia.

Ferro 3, il migliore Kim-Ki Duk, che soddisfa un citerio di commerciabilità e di originalità contenutistica di gran lunga superiore agli ultimi esiti cinematografici

Good night, and Good luck di George Clooney...Opera seconda di Clooney, splendida, quasi un contrappasso rispetto alla prima, mediocre e alla terza, imbarazzante. Analisi giornalistica in bianco e nero del maccartismo con un grande David Straitharn

Io non sono qui di Todd Haynes, opera del tutto disarcionata da una prospettiva comune, indefinita e indefinibile. Bob Dylan è sfondo, non come nel documentario di Scorsese. Cast d'eccezione, Gere inutile, brava la Blanchett, ma l'impostazione Actor's studio alla fine stanca.

Vera Drake di Mike Leigh, opera di ampio sapore drammaturgico condensato in emozioni. Imelda Staunton eccelsa, tema spinoso, svolto con delicatezza e senza pregiudizi.

La famiglia Savage di Tamara Jerkins, cast straordinario, sensibilità femminile, stridore famigliare.

I Tenenbaum di Wes Anderson, grottesco, ironico, cattivo, insensato, psicologico ma antirealista.

Pieces of April di Peter Hedges, commedia low-budget, indie, ma pacificatrice. La famiglia si riannoda, in un contesto multietnico. Molto gradevole, seppure utopica. L'unico film in cui Katie Holmes riesce a recitatare decentemente.

Appuntamento a Belleville, cartone pittorico francese.

Persepolis, un esempio di graphic novel trasposta che riesce meglio di qualunque documentario a descrivere parte della storia iraniana. Lavoro armonico, senza eccedere nella drammaticità o nell'eccessivo umorismo di Marjane Satrapi

Moulin Rouge!, primo musical della rinascita hollywoodiana di genere, sfiora l'alto e il basso, la perfezione scenica e l'esibito kitsch, stravolge canzoni simbolo, mixandole, interpretazione divina di Nicole Kidman.

Fratello, dove sei? dei fratelli Coen, il primo di una lunga serie, dal 2000 in poi. Musiche fantastiche, c'è qualcuno che mi regala il cd??? Del tutto iconoclasta e vago, con il famoso Ku-Ku-Xlan preso in giro, in antitesi a "Nascita di una nazione" di Griffith. "Non è un paese per vecchi" è un must.

Mulholland Drive di David Lynch, prima che il suddetto prendesse la piega delle ripetizioni fini a sè stesse. Ancora oggi ho qualche dubbio, per capirci qualcosa cercai soluzioni su Internet...Mi ha ossessionato durante l'adolescenza, con la battuta "SILENCIO", che ripetevo in continuazione...

Meduse, impalpabile lavoro israeliano, struggente e dolce, mai enfatico. Poesia viscerale e la più bella versione de "La vie en rose" dai tempi di Edith...

Lontano dal paradiso/Note di uno scandalo, due film di diversa ambientazione storica, accomunati dalla lotta ad una pruderie moralistica tipica di ogni società e contrari alle definizioni a priori.Interpretazioni favolose: da una parte Julianne Moore alle prese con il melò, dall'altra Judi Dench e Cate Blanchett, tra le coppie più belle della storia del cinema, in un duetto che non ha eguali.

Galline in fuga/Ratatouille: i migliori film di animazione dell'ultima decade di casa Dreamworks e Pixar.

Cuori di Resnais/Solo un bacio, per favore di Mouret: due film francesi, molto diversi per struttura e resa, con una caratteristica comune: un'indagine approfondita sull'amore senza scempiaggini smielate e con una psicologia latente (Resnais) o onnipresente e derisoria (Mouret)

Racconto di Natale di Descheplin, tagliente e complesso, un masterpiece di psicologia.

Private/In memoria di me di Saverio Costanzo, figlio di, con una certa dimestichezza ad intrufularsi in rovi zeppi di spine. Il primo mi colpì talmente, che da allora scelsi un film al posto di un programma spazzatura in tv.

Wonder Boys /Rodger Doodger, due film che rapportano l'adolescente al mondo adulto. Più stereotipato il primo, caustico il secondo.

Stella, nell'anno dell'apprezzabile "La classe", la tematica scolastica raggiunge il suo culmine con Stella, opera di smarrimento, che non a caso ricorda il Truffaut dei "400 colpi"

La caduta/Goodbye, Lenin! film tedeschi che trattano due speculari e diverse fasi storiche, con diseguali intenti, ma una corretta passione civile. La mitizzazione tanto paventata di Hitler, sinceramente, non so dove possa constatarsi.

Big fish di Tim Burton, il film più onesto della sua ultima fase.

Brokeback Mountain, film di arrivo, ma, a suo modo, precursore. Ang Lee non è il mio regista preferito, ma gli va riconosciuta una grande maestria tecnica. Leggermente fuori fuoco in qualche scelta, ha un'intento pedagogico ammirevole.


L'imbalsamatore/Gomorra/Il divo/Pane e tuilpani/Io non ho paura/Non pensarci/La ragazza del lago/Caterina va in città, film italiani con molti pregi


Maria Full of Grace/Monster's ball: Due storie ai margini, al bivio, diverse in tutto, più marcatamente realistica la prima, con Catalina Sandino Moreno, più complessa la seconda, con ottime performance, soprattutto le maschili.

Il pianista, il capolavoro sullo Shoah, lontano anni luce dal buonismo di Spielberg. Disarmante. Adrien Brody al top.

L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, western atipico, dalle dinamiche interiori pregnanti, massima contrapposizione al manicheismo e alla spettacolarizzazione tipiche del genere.

Zodiac di Fincher, ritratto ansiogeno, splendidamente fotografato. Il più bel film di Fincher

Parla con lei/Volver: Due dei film più personali ed emozionanti di sempre. Almodovar passa dallo sberleffo all'essere autore a tutto tondo.

Lo scafandro e la farfalla, miglior esempio di regia degli ultimi anni, di Schnabel

La trilogia del Signore degli anelli, grandioso esempio di profondità e ampiezza delle riprese e di semi-perfezione tecnica.

La città proibita/La tigre e il dragone: i migliori Wuxipian moderni.

Lost in traslation/La vita segreta delle parole: due film diretti da donne, intimisti

Stille life/Le biciclette di Pechino: J'accuse diversi sul sistema cinese.

La meglio gioventù, l'opera più importante dell'ultima cinematografia italiana, o, almeno, una delle più riuscite. Da qualunque prospettiva si guardi.

La città incantata del maestro Myhazaki, non ci sono parole...

In the mood of love, l'estetismo puro, la descrizione di un amore di sguardi, che opera di sottrazione.

Magdalene/Amen, ricostruzione storica coerente, l'altro lato della medaglia, perchè le cose non sono a senso unico.

Collateral, la maturazione di Michael Mann, in una stringente tensione di introspezione, smarrimento, attesa.

I lunedì al sole, esempio di una Spagna viva, di umori e di fragilità.

Il figlio dei fratelli Dardenne, un film carico di sentimenti irrisolti.

02/12/09

Il mio amico Eric




Ken Loach, acuto regista di “social drama”, da sempre sostenitore di un anti-sistema filmico senza guizzi di intrattenimento puro, passa alla commedia. La location è la stessa, Regno Unito, Manchester City, in questo caso. L’indagine sociologica con intenti pedagogici permane, ma non è più l’ottocentesco Dickens che anima le inquadrature della under-class inglese, la working-class, scomparsa dai media ma non dalla realtà, bensì un misto tra Mike Leigh, il Mark Herman di “Grazie, signora Thatcher!” e un qualcosa del Danny Boyle migliore. Loach introduce un elemento fantastico, la figura del noto Eric Cantona, stella dei “Red Devils”, “King Eric”, che è una proiezione psicologica, evidentemente, ma su un livello più immediato, e quindi, più cinematografico, corrisponde alla variante fondamentale della scrittura di un film alla Loach, l’angelo custode di Frank Capra, per intenderci. E Dickens fa capolino in modo diverso, con le ghost-fictions. L’intera sceneggiatura è un susseguirsi di colpi di scena, un intreccio di diversi temi, peraltro costanti in altre pellicole, ma qui amplificati. E’ un cambio di prospettiva: se l’aspetto ideologico-politico era una caratteristica marcata della prima fase, oggi si accentua la tematica amorosa, fantastica, personale, orchestrando una commedia, partendo da uno stesso canovaccio, con happy ending finale, nella tradizione del cinema classico americano di tal genere. Sotto la superficie surreale, prosegue, quasi indipendente dal profilo narrativo, come se le apparizioni di Cantona fossero relegate a momenti interiori e solitari, con alcune eccezioni, la storia di un postino, Eric Bishop, alle prese con le difficoltà giornaliere, tra figliastri e ricordi. Ricompare il suo primo amore, Lily, e la dimensione quotidiana ha un sussulto, un’accentuazione emotiva foriera di cambiamento. Dal “poster” dei ricordi al presente, dai meandri mentali alla sensorialità fisica, dall’allucinazione necessaria al riadattamento alla realtà. Steve Evets ha un rapporto molto fisico con l’ambiente che lo circonda e riesce a passare, in alcuni punti, da uno stato d’animo all’altro, senza fronzoli o elaborazioni complesse. E’ una forma di recitazione realistica pura. Eric Cantona si conferma “moral-coach”, edulcorando il contatto tra realtà e finzione, con le famose massime che subiscono un adattamento. Loach offre un piccolo film consolatorio e vivificante, come se stesse ad indicare una dimensione diversa di realizzazione, indipendente dalla condizione sociale e monetaria, e che sfocia nella ricomposizione degli affetti.Esilarante la pseudo-psicologia del “ciccione”, amico di Eric Bishop. Per vivere, anche le classi medie-basse hanno bisogno di trovare un sollievo terapeutico fai da te.








La poesia lisergica del film










Inserti di repertorio

26/11/09

Over the Rainbow



C'è una canzone che oltrepassa le epoche, le unisce e le separa, come un leit motiv ricorrente...Da Judy Garland a Jewel, da Tori Amos a Sara Vaughan, da Eva Cassidy alla chitarra di Tommy Emmanuel, da un film (Il mago di Oz) ad una pluralità di film ( ultimi Australia, ma anche lo splendido Milk), da luoghi geografici a luoghi geografici, da storie personali a storie collettive (canzone simbolo della Seconda Guerra Mondiale). E' un topos, un luogo, un travaglio, un dolore e una speranza. Ma soprattutto è un'emozione indescrivibile a parole, che pervade i sensi fino a conquistarli. Non è solo una questione di vissuto personale, ma una strana alchimia di "compassione umana" nel senso più positivo, non propriamente etimologico, della parola, lontano dai preamboli filosofici di Schopenauer, e di "estraniazione" dalla realtà...Il ritmo cadenzato, in crescendo, enfatico, languido e sognante, fa si che le sipnasi interrompano il loro meccanismo di funzionamento. Avete mai provato il Vuoto cosmico? "Over the Rainbow", da sempre, riesce a colmare il mio "vuoto"...E' come una medicina invisibile, una strana lampada che illumina la scena fino a rischiararti, un fuoco che accende la paglia dei pensieri che ti sta attorno e lascia intatta il ferro della tua personalità, è l'emozione, sempre contattabile, senza minutaggio, struttura, regola. E' Arte pura, per come la intendo io. E' Partecipazione, espressione di un sentimento universale, unico, che si rivolge a tutti, senza pretese, con semplicità. Sentimento universale, non perchè attivi la "memoria emotiva" di ognuno di noi, ma perchè, indipendentemente da diverse reazioni, suscita, a sua volta, un sentimento. E' come se il mondo fosse unito da un filo rosso, un girotondo che congiunge le mani più diverse. Perciò è Partecipazione, ma al contempo è estraniazione dalla realtà perchè genera, di volta in volta, in persona in persona, qualcosa di unico, differente l'uno dall'altro. Mi ricorda che possiamo vivere tutti sotto lo stesso cielo, nel totale rispetto delle emozioni altrui. L'Arte persegue l'obiettivo più nobile, la percezione della fratellanza. E' chiaro che la versione più commovente sia di una delle più grandi artiste del secolo scorso, la mitica Judy...


Il video:

video





25/11/09

La bottega delle meraviglie

A single man

Estetismo puro, citazioni avanguardistiche, ma un soggetto che sulla carta può esplodere. Tom Ford proviene dalla moda, by Gucci, of course, oggi in libera attività. Può uno stilista fare un film? Il rapporto tra cinema e moda è stato ed è tutt'altro che antitetico...Audrey Hepburn sarebbe stata la stessa senza Givenchy? La moda è immagine, ma è tutto fuorchè canonizzata. Non è danza, di qualsiasi tipologia, bensì è qualcosa di indefinito che ritorna e passa, sfugge via da ogni catalogazione. Se la danza ha una funzione di supporto (da "Scarpette Rosse" alla bravissima Cate Blanchett di Benjamin Button ), la moda restituisce in presa diretta il dettaglio, talvolta in contrasto, talvolta in congiunzione con l'introspezione del personaggio, ed è elemento imprescindibile, dal product placement delle varie Miranda e relative giornalista, da "I love shopping" a ""Sex & The City", da Coco Chanel, con due film e una fiction in pochi mesi, a Visconti, suo debitore, dal trench di Brad Pitt firmato Belstaff, al look assurdo di Johnny Deep in quasi tutti i suoi film.. Per la danza, The Company di Altman è piuttosto chiaro, ma probabilmente più interessante è l'approccio documentaristico, quello di Wiseman, che ci dicono essere straordinario, nell'ultimo lavoro. La contrapposizione tra danza e moda è esplicitata per chiarire una questione aperta con Nine, post precedente: se un coreografo, come Rob Marshall, può passare alla regia, ancor di più, vista l'interrelazione continua, Tom Ford, stilista, può aspirare ad essere director. Senza pregiudizi. La storia riguarda la perdita, il lutto, l'amore omosessuale, fortissimo e vitale. Colin Firth, Coppa Volpi a Venezia, rischia di vincere l'Oscar, anche se c'è un Jeff Bridges di "Crazy Heart" che puù dare del filo da torcere. Poi c'è Julianne Moore, grande interprete, scippata del suo giusto riconoscimento l'anno della vittoria di Nicole Kidman per "The hours", quando la candidatura riguardava un film attinente al tema di "A single man" per la regia diTodd Haynes, "Lontano dal paradiso".

Il trailer è magnetico, si può notare una citazione di "Ballet Mecanique", splendido esempio di sperimentalismo d'avanguardia, anni '20, di Lèger, che nel trailer, non propriamente un teaser, soprattutto per la durata, ma con molte tipiche funzioni, viene acutamente estirpato di alcune inquadrature (il termine più appropiato sarebbe "immagini") e del ritmo meccanico e musicale che coordina le azioni.

video


Per le immagini, almeno due vengono riproposte.
Cercatele, se vi va, il modello di riferimento è questo:


Per lo sperimentalismo di Lèger
"Ballet mecanique", il link:
http://www.youtube.com/watch?v=pQxRyKsmh_0&feature=related

24/11/09

La bottega degli orrori




Non un film, ma un trailer, l'ultimo per il film "Nine", regia di Rob Marshall, remake (o quasi) di 8 1/2, un cast impressionante. Daniel Day Lewis è un grande attore, forse troppo ingombrante tanto da compromettere, a volte, la stessa direzione del film a livello complessivo. La sua interpretazione è così corposa che esclude gli altri contesti filmici. Poi le mie nuove attrici preferiti, Penelope Cruz, che, se ben diretta, è un gioiellino che gronda sensualità, sessualità, ambiguità, e fugacità, fugacità del tempo, tra classicismo e modernismo, e Marion Cotillard, forse la più grande neoscoperta del cinema francese (e quindi esotico per gli Stati Uniti), che può aspirare ad una canonizzazione internazionale. Entrambe non hanno un accento perfetto, la Cruz sembra vivere bene nel suo esoticismo, la Cotillard sta affrontando un lavoro di apprendimento fonetico molto intenso e punta su un'americanizzazione decisa, o almeno, su una duttilità. Poi, Nicole Kidman, il talento sprecato, colei che non riesce a ritornare ai fasti del passato. Neanche con Baz Luhrmann, che l'aveva consacrata in "Moulin Rouge", la vetta più alta, andando oltre il Vas Sant, l'Amenabar, il Daldry, registi dei suoi ruoli migliori, senza dimenticare "Il matrimonio di mia sorella" e Kubrick. Noi scommettiamo su di lei, non per questo film, forse, ma per i prossimi. Dame Judi Dench, l'algida più algida di sempre, grande attrice, da 007 alle regine inglesi. ma la vera fuoriclasse sarebbe Sophia Loren, che ha una carriera gloriosa...In realtà su questo abbiamo delle riserve, pur comprendendo che nel film il ruolo potrebbe andare a suo vantaggio. Dopo un panegirico tale, perchè "Nine" è nella bottega degli orrori? Non per il film, che uscirà a Gennaio in Italia, ma per il trailer, che vi proponiamo, cliccando su:

http://www.trailersland.com/index.php?option=com_content&task=view&id=2774&Itemid=75

"Cinema Italiano" voce di Kate Hudson, canzone orrenda, spazio scenografico irrealistico, come è giusto
che sia, scelte cromatiche azzardate, in linea con una concezione dell'arte come esteriorità, qualche aspetto tipico del burlesque, molti clichè. Ci chiediamo dove sia andato a finire lo smarrimento e l'ipertrofia delle voci fuori campo, la scissione, la brutalità di Otto e Mezzo...Ma il trailer non è il film, quindi limitiamoci a giudicare ciò che vediamo. A primo impatto, si tratta di un prodotto altamente commerciale, frutto dell'era imperante. Il ballo, ben coreografato, è più sulla lunghezza d'onda di Britney Spears che su quella, più allusiva, di Madonna. Kate Hudson sembra Jennifer Lopez, forse più smagliante, ma dov'è la personalità? E perchè scegliere Fergi, che ha il nome di una catena che vende borse (orrende), celebre per i Black Eyed Peas, la carriera solista e testi degni di un concorso di pin-up tra ammiccamenti e sillabe ripetute, senza senso? Ci viene un dubbio: non è che Marshall abbia scelto argutamente un film autobiografico, per fare mea culpa sul dominio dell'immagine che è parte del suo cinema e ripartire da zero, come il Guido di Mastroianni? Ogni epoca ha l'artista che si merita: dalla visionarietà esistenziale di Fellini alla coreografia visiva di Marshall...D'altronde, non possiamo discutere, in coscienza, che Marshall ci appaghi di più in superficie, tramite guepiere e corsetti, occhiali da sole e belle auto, Fellini ci guarda nel profondo e l'esistenzialismo, quello vero, non va più di moda...

20/11/09

In progress


Recensione fotografica in anteprima di:

Il mio amico Eric
di Ken Loach,
presentato a Cannes
in uscita il 4 Dicembre 2009.

18/11/09

Incontri - Goffredo Fofi

Casualmente, non succede quasi mai, giungo nell'atrio universitario 5 minuti prima, mi poggio sulle sedie "ospedaliere" e guardo che succede intorno. Goffredo Fofi è lì, conversa con veemenza e simpatia con i due professori. Deve conoscerli bene, la "pellicola" dei tempi andati si dipana in qualche battuta. Seguiranno due ore piene, aula, la multimediale, mezza vuota. Due ore importanti, non di quelle che scompaiono nella mente, come gli eventi di routine, nemmeno indelebili, come i vecchi traumi che ci portiamo dentro. Chi è Goffredo Fofi? Prima di tutto, è un uomo. Soprattutto un uomo, e poi un critico a tutto campo, uno studioso, uno scrittore, uno sceneggiatore (l'unico caso è "Sbatti il mostro in prima pagina", di Bellocchio). Un uomo che, per dirla in termini psicologici, ha una vision precisa del mondo, forse anche troppo radicale, che anima una mission utopica, ma amorevole ed apprezzabile. "La vocazione minoritaria", la chiama, in un articolo. E' un uomo di Sinistra, un socialdemocratico, uno che parte da una filosofia e giunge alla pratica, parte dall'esistenzialismo e giunge a cercare di scardinare il sistema. Il cinema non è fine, ma mezzo di una visione della vita. Il primo principio è la non-accettazione, il primo vagito è il rifiuto. Partendo da questo schema di pensiero, in realtà, derivato nel fluire dell'impostazione del dialogo, c'è poi il cinema, la filosofia, la letteratura. C'è un asse di demarcazione che chiude il cinema. Il cinema muore alla fine degli anni '70. C'è un prima e un dopo. Partiamo dal cinema muto, con Chaplin, il più grande, capace di "parlare" a tutti. La funzione pedagogica è chiara, la maggior parte delle persone, in questa fase, non ha possibilità di accesso alla cultura, il cinema insegna. Digressione sulla scuola dell'obbligo, morta con la società industriale. Siamo completamente d'accordo. Non tutti insegnano, si pensi ad Ejznstein o ad Antonioni, che esprimono. Oltre questa classificazioni, esistono tante varianti, nel fare cinema. Se il cinema deve aspirare a modificare la realtà, è il cinema popolare che può raggiungere tale scopo. E' il cinema che definisce i cambiamenti sociali. Monicelli ne è il maestro. (e nell'America industriale John Ford). Vi ricordate i film italiani del seconda dopoguerra? Da "Riso Amaro" a "Bellissima", la dimensione della donna veniva vivificata, attribuita di dignità. Un passo in avanti enorme, oggi gli unici personaggi femminili li interpreta la "morta" (sue parole) Margherita Buy. A partire dall'inizio degli anni'80, le utopie vengono sconfitte. Da cosa? Dai mezzi di comunicazione di massa. Non c'è più l'autoritarismo fascista, ma il potere, in ogni sua forma, trova la sua fortificazione compita nel mezzo televisivo. Chi detta cosa sia giusto e cosa no? Chi fa scendere al potere il Cavaliere, considerato un benefattore? Chi detta la morale? Qual'è la religione esatta, pubblicizzata e dominante? In questo ambito, Fofi è chiaro: insegna più a livello religioso Bresson che Ratzinger, emerge il suo cattolicesimo progressista (ho notato che nei suoi testi cita spesso passi evangelici), contrario all'oscurantismo reazionario odierno.La pubblicità è il fascismo del nostro tempo. Chi produce i film?Il cinema americano sta comprando il cinema d'autore. Faccio una riflessione personale: possibile che chi fa un film candidato all'Oscar come Best Picture straniera, si trovi, in moltissimi casi, a fare, pochi mesi dopo, un film americano. Gavin Hood è uno dei tantissimi esempi. Ma anche Tornatore non scherza (tra l'altro, sta per uscire il remake del suo "Stiamo tutti bene", con Robert De Niro). Fofi, senza mezze misure, parla di vendita, i registi vengono comprati tramite compenso. In più, Hollywood cerca di scimmiottare il cinema d'autore europeo, proponendo remake a iosa (il prossimo di Jim Sheridan, "Brothers", da Susanne Bier).Solo due settori sono avulsi dalla contaminazione imprenditoriale: il documentario e il disegno animato (la graphic novel, per dirla alla Veltroni, più anglofilo che italiano). Si citano i bravi registi, che, per lavorare, diventano imprenditori di sè stessi, con più produttori, soprattutto televisivi.Mi viene in mente Mullholland Drive di Lynch.Infine, la rimandata citazione di Virginia Woolf, che si lega a quella che Pasolini definì omologazione culturale. C'era un tempo in cui la cultura era alta o bassa. L'arte è mediazione tra cultura alta e bassa (da Dante a Shakespeare), dice la Woolf. Il nemico di entrambi è la cultura media, l'omologazione culturale. Qui rientra in ballo la necessità del critico militante, colui che può, attraverso quell'arte non mercificata, indurre al cambiamento di un sistema che ha già deciso tutto per noi. Non siamo buoni, siamo cattivi, o, almeno, complici. "Gomorra" è uno sguardo che non ha buoni e cattivi. La banca che accetta il capitale delle mafie è buona? il 12% del PIL è costituito da ricchezza criminale, una parte di quello che sarà, in modo indiretto, il nostro consumo. Fofi se ne va, senza divismo, senza autografi. Ma lascia qualcosa dentro, non di indelebile, perchè sfuggente, ma allusivo. E manderebbe in esilio Maria de Filippi, Dolce & Gabbana, Berlusconi, Bersani è pure peggio.Come dargli torto!

17/11/09

Goffredo Fofi ospite del Dams

Il celebre critico domani al Dams...


E, in anteprima, vi svelo, il prossimo ospite di Filmidea:


Fabrizio Gifuni, 2 Dicembre

16/11/09

Incontri - Giuseppe Tornatore



Giuseppe Tornatore sbarca a Salerno, tre anni, a quanto ci dicono, dall'ultima visita. Aula Nicola Cilento, una certa precisione tempistica, ma, motivo indipendente dalla nostra volontà, non si è potuto assistere al primo quarto d'ora. Pienone, qualche ripresa, la lunga schiera dei prof con "rettore ad interim", e le domande degli studenti. Così contorte che neanche un contorsionista le potrebbe disbrigliare, così una uguale all'altra che un neofita potrebbe pensare che il buon Peppino abbia fatto solo i film sulla Sicilia, così vacue e generiche che uno avrebbe potuto inventarsi di sana pianta la risposta. Del resto, non è che io ne sapessi fare di meglio, mai stato un fan di Tornatore e dell'85% del cinema italiano (e anche se ho apprezzato Baarìa, se proprio un film bisognava candidarlo per forza all'Oscar, c'è "Vincere" che è uno delle migliori pellicole italiane degli ultimi 10 anni). Due domande molto azzeccate. Un ragazzo si rivolge con garbo al "maestro" (sue parole, non mie) e accenna alla registrazione della musica, molto spesso di Morricone, in presa diretta, senza aspettare la fase post-produzione tra missaggio e montaggio. E' più interessante la domanda che la risposta. Se la domanda contiene un'informazione per me nuova, la risposta è pertinente ma del tutto privata di aneddoti, appesa nel vuoto generico. L'altra domanda è quella su Ciro Cirillo, assessore campano rapito dalle Brigate Rosse, in relazione al presunto coinvolgimento di Raffaele Cutolo, "Il camorrista" dell'omonimo film, nel rilascio, con l'appoggio statale. Il dualismo Moro/Cirillo è una sottolineatura evidente e Tornatore si lancia nella frase più diretta dell'incontro, quando dice che Moro non aveva "affari" per essere salvato. Entra in ballo la famosa versione di 5 ore mai andata in onda, e ci sarebbe un dialogo molto più forte ed articolato nel confronto con il giudice. In alcuni casi, mi sfugge la necessità della domanda: un signore ha notato che nel passaggio temporale che scandisce le vicende personali riguardanti Bagheria lo squarcio della città è cambiato, con le moto che hanno sostituito il trasporto su asini. Secondo Peppino, era meglio il passato o è meglio oggi? In realtà, il caro signore ha fatto una domanda, mancando di un vero interrogativo, e cercando una risposta che già si dava da solo. Meglio il passato. Ma Tornatore, davanti a tanti giovani, non poteva mostrarsi passatista, nè poteva eccedere nel modernismo di oggi, etichettato come amorale. Quindi la modernità ha portato grandi cose (il suffraggio universale femminile), ma si sono persi i grandi valori di un tempo. Ed il politicamente corretto imperat. Tornatore è l'ala riformista della Sinistra Italiana, ed occupa il suo tempo a creare slogan buonisti stile Obama. La politica non è morale come in passato. Alla luce della deriva berlusconiana, forse ha ragione, ma dall'altra parte non c'è di meglio. E quanto è morale un uomo che si fa finanziare dalla casa di produzione (Medusa, ndr) berlusconiana, solo per esigenze di kolossal e di spesa? Se c'è una Sinistra possibile, non è quella di Tornatore. Riformismo solo a parole. Una ragazza, forse, messa lì per caso, completamente digiuna di cinema all'apparenza, chiede dei colori del cinema di Tornatore. Un lungo sproloquio di risposta, inconsistente. Ogni contrasto è possibile, in ogni contesto, tranne che l'uso di una fotografia laccata per un action, per un thriller, per un noir. E Michael Mann?! Invece di laccata, dice leccata. Ma non è finita. La mia disistima aumenta, a seguito di un'affermazione del tutto infondata. I bei film sono quelli che piacciono al pubblico.Non bisogna celarsi dietro la maschera del "genio incompreso" per chi non ha successo. Con tutto il rispetto, una cosa è avere un distributore come Medusa, in Italia, un'altra Archibold, per esempio. Una cosa è la montatura mediatica dei filmacci italiani, altra è l'elitaria rivista specializzata di cinema. L'arte moderna è impatto, e se c'è impatto televisivo, c'è successo. Si arriva ad una difesa dei cinepanettoni, targati Medusa. A Tornatò, in trappola sei caduto! Bisogna essere soggetti al dominio del mercato, o scovare quello che ci piace, fuori da un mercato che detta ciò che è bello e ciò che non lo è? E l'affermazione di realizzare un film universale, per tutti, nel miglior modo possibile, è saccente e narcisistica. Non è la tua intenzione ciò che suscita l'apprezzamento unanime, l'unamimità non esiste, tanto meno l'universalità. C'è un errore a priori: cercando di creare un film universale, si presuppone che tutti reagiscano allo stesso modo. Fortunatamente, non è così. I sentimenti sono personali, la maggioranza non fa la totalità.


La locandina di Filmidea:

















Lo "schermo"
Ho l'autografo di Tornatore!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!




Che c'è scritto non si sa...Ma si sa gli artisti sono artisti, o semplicemente scrivono da dottori...

14/11/09

Domani In Anteprima




(500) Days of Summer

il titolo italiano non c'entra nulla, ma per dovere di cronaca, (500) giorni insieme...
Acclamata comedy americana, girata a Los Angeles da Marc Webb, presentata al Sundance, ma senza la spocchia di alcuni film da Sundance, con due protagonisti favolosi: Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel, due antidivi che faranno strada. Per quanto riguarda la colonna sonora, prevista una mini-recensione musicale.
Data di uscita film: 27/11/2009

13/11/09

Oggi In tv

L’assassinio di Jesse James


Immagini arse di nero, di lumi cucite, di rammendi elitari. I colori non sono presenti e pressanti, si fanno tenui, crepuscolari, senza un sole accecante, rosso porpora o arancio, nell’attimo in cui il freddo congela la luce di un sol tono e trasmette il rimando della gradazione del cielo sulla scura superficie di qualche arida distesa, rendendola smunta, disidratata, fioca e lunare, come se quella palla di fuoco fosse, nel suo interno, ghiacciata e rimandasse un raggio morente, su una terra spessa di morte malata. Come in molti hanno osservato, la fotografia sembra di un film di Malick, con qualche accenno a Sokurov e l’uso plastico dei colori, giallo chiaro, chiarissimo, senza volgare espressione, senza l’agitazione folle e l’aggressione di rabbia di un dipinto ambientale odierno, centrifugato in uno specchio di accostamenti arditi, ha un valore spiccatamente strumentale. Fondamentale, a livello estetico, quest’aspetto. Ci ricorda che siamo in un passato ed esprime un verticalismo filosofico, non limitandosi a cogliere la storia, di fatto fedele, ma sublimando l’accentuazione del comportamento ad una precisa, intensissima e perspicace indagine psicologica. Il sole laccato, l’ombra soffusa, gli stacchi della regia, sembrano codificare il passato sotto una luce nuova ed immobilizzano i protagonisti in un ruolo che non comporta revisionismi storici. Robert Ford e Jesse James sono immersi nel loro tempo. L’atmosfera è congestionata, in bilico tra lucidità assoluta e presunta pazzia (il ghigno iniziale di Ford dà una caratura che non appare un elemento disturbante, perché si limita ad un ambito, sottolinea una possibilità che il regista accenna ma non sembra condividere e, per di più, l’inusuale recitazione distaccata dell’ottimo Casey Affleck non perde un briciolo di efficacia, anzi, è proprio dalla sua sete di accettazione, dalla ricerca del successo, dal suo sogno emulativo, che si può comprendere l’iniziale stato di caratterizzazione all’apparenza folle, in realtà solo ossessivo). Giacchè c’è una storia vera, dalla Guerra Civile alle istantanee memorabili di un corpo che riposa morto, il regista, Dominik, non si pone il vacuo obiettivo di scardinare l’acquisizione storica, di fatto accettata al tempo e riportata ovunque, che garantisce l’attribuzione della aggettivazione “codardo” a Robert Ford, limitandosi a non giudicare il tratto umano del fuorilegge assassino Jesse James. Si tratta di un’ identificazione tipicamente umana e la sua ragione si pone in una non facile comprensione. Se volessimo analizzare l’influsso del cristianesimo, il traditore è l’emblema del peccatore, il motivo che causa la morte del Messia, il cui comportamento, e lo notiamo nelle espressioni comuni (“sei un Giuda”!), è stigmatizzato fino all’odio più forte, più greve, tanto più in mancanza di un pentimento pubblico. Le ragioni psicologiche si concentrano in un numero cospicuo di battute in cui si completa, del tutto, l’empatia tra i due protagonisti ed in cui non c’è odio, ma solo una definizione diversa di intenti. La condanna di Ford sembrerebbe essere attenuata solo da un aspetto: è come se Jesse James avesse il presentimento (si veda una scena della prima parte, da un sapore prettamente romanzesco, in cui si accenna ad una dote surnaturale del ladro) di essere ucciso. Per il resto, la codardia della sequenza dell’uccisione, di spalle all’assalitore, ancorché il profondo senso di colpa del fratello Charley (Rockwell bravissimo) con una maschera artistica, su un palco, che diventa reale fino alla tragica conclusione, non consentono una rilettura dell’atto. Film che non ha difetti formali o sostanziali. Si cita, parzialmente, The Great Train Robber, versione del 1903, di Porter, di cui ricordiamo il tableau vivant.


The Great Train Robber, di cui parleremo, con l'inquadratura, avulsa dalla narrazione, interscambiabile all'inizio o alla fine del film.

Ricordiamo la soundtrack firmata Nick Cave: Il senso di alienazione è iniettato nella struttura del film anche passando da una dimensione folk a suoni cupi, pessimisti, fatalisti e sinistri, nella tradizione di Cave.
Si compari:
http://www.youtube.com/watch?v=Si0m1H2Hmqk Nick Cave
http://www.youtube.com/watch?v=1kQBIO-VdQQ Versione Tradizionale
Giudizio numerico: 9/10

10/11/09

La bottega degli orrori

Anno Uno






Primi 7 minuti...Un nerd orsuto pianta, per sbaglio, una lancia nella schiena di un altro cacciatore, un nerd che fa il raccoglitore, il solito imbranato, una donna contesa, mancanza di depilazione sotto le ascelle, posticcia, a dire il vero, una testa di cinghiale, l'umorismo sui genitori divorati...


Poi Frutti proibiti, allusioni adolescenziali al sesso, danza dello sciacallo, stregone, esilio, fuoco, nascondiglio imbecille, nerd secondo si affianca, sorriso, lupo, fuga, il nulla, campo lungo sulla natura, deficienza, sovraimpressione, campo lungo, fotografia che vira su colori non meno posticci ma meno fastidiosi, "hanno fatto la cacca qui", il massimo, lo schifo, Caino (Paul Rudd, della premiata ditta Apatow) e Abele, ruote, carrello, qualche stacco decente, peti, fulmine...

Il resto è una lunga serie di orrori cinematografici... I Monthy Phyton su livelli inarrivabili, lo scempiaggio della storia, le ellissi temporali, Michael Cera, dopo Juno (ma noi lo ricordiamo nella serie "Arrested Development", prodotta da Ron Howard), copia di sè stesso e del suo ruolo, da Nick & Norah a Suxbad, Jack Black alla frutta. La parodia è un genere complesso, tanto complesso da risultare ovvio, ma qui è la stupidità che arranca, senza un se e senza un ma. Deriva di comparse, di costumi, di budget, di regia. Manca un senso...Un uomo mangia la cacca, ed è l'unica cosa che simboleggia il lascito del film...Ai nerd americani del film tutta la "merde" del mondo...

Una scena:










Giudizio numerico: 1/10

Recensione fotografica in progress

Domani anteprima di:


Gli abbracci spezzati di Pedro Almodovar con la Musa Penelope Cruz ed un cast identico a quello di Volver...






Continuerà il nostro amore privilegiato per l'attrice più brava della sua generazione e per il regista più appassionante ed emozionale di chiunque altro? Passione o freddezza? Aspetto formale, aspetto contenutistico...Citazione, necessità o contingenza? Ma soprattutto Immagini...

Anticipazione


Dams di Salerno (la mia facoltà)...

Lunedì 16 Novembre

Giuseppe Tornatore incontra gli studenti...

Aula delle Lauree, orario ancora in dubbio...

Resoconto del meeting con fotografie, se possibile, il giorno successivo.

Domani ci sarebbe Tinto Brass, ma ho altro da fare...


07/11/09

Domani in anteprima

Recensione Fotografica di:

The Young Victoria con Emily Blunt, Rupert Friend, Jim Broadbent, Paul Bettany, per la regia di Jean-Marc Vallèe, director di "C.R.A.Z.Y."


Flash...Un film in poche battute

Memorie di una geisha


Lunghissimo melò. Rob Marshall spreca l'occasione di una grande storia e la fa sceneggiare da "cani". Fastidioso e per nulla centrato sotto un profilo psicologico, il personaggio di Gong Li, diva decaduta senza se e senza ma. Belle le scenografie, i costumi, il trucco, Ziyi Zhang, ma il character più empatico è quello di Michelle Yeoh. Marshall è un director che viene da un passato di coreografo. Le sequenze più riuscite sono quelle musicali (una è fantastica, sotto la finta neve, movimenti dinamici, carica interpretativa), per il resto calma piatta. La buona notizia è che il caro Rob torna al musical, dopo il bel Chicago, la cattiva è che rifà "La dolce vita".

Giudizio numerico: 5/10

06/11/09

Recensione Poetica

La scampagnata

Un albero di ciliegie variopinte di sfumature. Il bianco e il nero del tempo lontano, il colore del tempo vicino. La campagna non ha colori punteggiati, l’acqua è grigia, ed una barca di pescatori lascia la sua scia, scia sull’acqua grigia che mostra, nonostante i colori del tempo passato, la sua estrema limpidezza, lucida sino a porgere uno sguardo nel vuoto che la colma, già, però, imbevuta del suo primo odore di occlusa morte, rifiuti gettati dalle barche, industria che cammina sulle acque e ritorce la natura contro di sé. Tempo di vita grama, per alcuni, tempo di vita benestante, per altri. Il cocchiere giunge da Parigi in aperta campagna, si ode, un siero, l’odor di primavera. L’inverno non ha odore. E’ un freddo che chiude i pori, e le narici si abituano a non inspirare, dissolte nell’interno. L’inverno ha l’odore di una casa, di un locale. La primavera mescola l’odore di vita con l’odore di pienezza. E’ forte, tanto forte, tanto pregnante che finisce per farci collassare, collassato esso stesso in un profumo strano e nuovo, diverso ed incontenibile. L’odore di primavera è impassibile, inequivocabile. La Senna, dipinta da Renoir padre, non è mai stata così simbiotica nel Renoir figlio. Dalla pittura, alla regia, un passaggio di consegne ed un tributo, il più grande. Non c’è solo Renoir padre nella “Scampagnata”, girata nel 1936, resa pubblica dieci anni dopo. In primis, Maupassant banchetta un suo scritto con la realtà dell’immagine. Noi siamo gli altri ospiti, inviati a soggiornare nella campagna e a cibarci di quel nulla che non abbiamo. A servire il piatto, a dare il bocconcino, mentre sediamo sotto l’albero di mandorlo, è Renoir figlio, leggiadro e lieve. Il tempo del gentil viver, il tempo della calma serena, del pensiero e della commozione è sordo ai nostri odierni richiami. Il mondo è lo stesso, siamo gli stessi, non vi è, però, l’odore di primavera e la lacrima che accompagna un tramonto e il canto di un albero mattutino, e il suono di un temporale nel cielo. Il tempo del colore moderno è, talvolta, il tempo del colore sbiadito. Il bianco e il nero del tempo passato concedono il lusso del contatto con il mondo naturale. Oggi, questa possibilità è preclusa in parte a noi uomini, che viaggiamo lungo il viale di piante gremito, senza che lo spirito e la purezza della terra bruna, del sole cocente, dell’albero maestro di foresta, possano ricondursi nella loro vecchia essenza e farci piangere dinanzi all’inarrestabile meraviglia del creato romantico. La vita , quella vera, è sfacciata e leggera. Un bottegaio ha una moglie pienotta, un’anziana madre che cigola sulla sedia con un gattino che fugge, una figlia, con il suo bisogno di divertimento su un’ altalena che spinge fino al cielo. Poi, cade l’altalena, la fune si spezza, rimane un ricordo vitale, impresso in un bacio, sotto un albero vicino al fiume, intessuto di rami, da coprir il cielo sempre piovoso, cantando un uccellino. La campagna è poetica, la vita speranzosa, la giovinezza inquieta, la maturità giovale, sbarazzina e poco attenta al sentimento vero. Di lì a poco, sarà estate, l’estate del 1860, e si acuirà il ronzio. Ma, rispetto al rumore della città, “In campagna tutto diventa silenzio”. L’inquieto viver dimora in Henriette, la sua vita matrimoniale è decisa. Ritornerà, l’anno dopo, in campagna e saggerà il ricordo baciato e malinconico del momento perduto, dell’attimo che vola via e passa. Opera amara, vitale allo stesso tempo, con una regia eccelsa e una grande Sylvia Bataille. I minuti sono meno di quaranta, per necessità varie. Ma sono i soli sostenibili dall’uomo che scopre il suo sentimento, oggi, dinanzi ad un film.

Giudizio numerico: 9/10