26/11/09

Over the Rainbow



C'è una canzone che oltrepassa le epoche, le unisce e le separa, come un leit motiv ricorrente...Da Judy Garland a Jewel, da Tori Amos a Sara Vaughan, da Eva Cassidy alla chitarra di Tommy Emmanuel, da un film (Il mago di Oz) ad una pluralità di film ( ultimi Australia, ma anche lo splendido Milk), da luoghi geografici a luoghi geografici, da storie personali a storie collettive (canzone simbolo della Seconda Guerra Mondiale). E' un topos, un luogo, un travaglio, un dolore e una speranza. Ma soprattutto è un'emozione indescrivibile a parole, che pervade i sensi fino a conquistarli. Non è solo una questione di vissuto personale, ma una strana alchimia di "compassione umana" nel senso più positivo, non propriamente etimologico, della parola, lontano dai preamboli filosofici di Schopenauer, e di "estraniazione" dalla realtà...Il ritmo cadenzato, in crescendo, enfatico, languido e sognante, fa si che le sipnasi interrompano il loro meccanismo di funzionamento. Avete mai provato il Vuoto cosmico? "Over the Rainbow", da sempre, riesce a colmare il mio "vuoto"...E' come una medicina invisibile, una strana lampada che illumina la scena fino a rischiararti, un fuoco che accende la paglia dei pensieri che ti sta attorno e lascia intatta il ferro della tua personalità, è l'emozione, sempre contattabile, senza minutaggio, struttura, regola. E' Arte pura, per come la intendo io. E' Partecipazione, espressione di un sentimento universale, unico, che si rivolge a tutti, senza pretese, con semplicità. Sentimento universale, non perchè attivi la "memoria emotiva" di ognuno di noi, ma perchè, indipendentemente da diverse reazioni, suscita, a sua volta, un sentimento. E' come se il mondo fosse unito da un filo rosso, un girotondo che congiunge le mani più diverse. Perciò è Partecipazione, ma al contempo è estraniazione dalla realtà perchè genera, di volta in volta, in persona in persona, qualcosa di unico, differente l'uno dall'altro. Mi ricorda che possiamo vivere tutti sotto lo stesso cielo, nel totale rispetto delle emozioni altrui. L'Arte persegue l'obiettivo più nobile, la percezione della fratellanza. E' chiaro che la versione più commovente sia di una delle più grandi artiste del secolo scorso, la mitica Judy...


Il video:







25/11/09

La bottega delle meraviglie

A single man

Estetismo puro, citazioni avanguardistiche, ma un soggetto che sulla carta può esplodere. Tom Ford proviene dalla moda, by Gucci, of course, oggi in libera attività. Può uno stilista fare un film? Il rapporto tra cinema e moda è stato ed è tutt'altro che antitetico...Audrey Hepburn sarebbe stata la stessa senza Givenchy? La moda è immagine, ma è tutto fuorchè canonizzata. Non è danza, di qualsiasi tipologia, bensì è qualcosa di indefinito che ritorna e passa, sfugge via da ogni catalogazione. Se la danza ha una funzione di supporto (da "Scarpette Rosse" alla bravissima Cate Blanchett di Benjamin Button ), la moda restituisce in presa diretta il dettaglio, talvolta in contrasto, talvolta in congiunzione con l'introspezione del personaggio, ed è elemento imprescindibile, dal product placement delle varie Miranda e relative giornalista, da "I love shopping" a ""Sex & The City", da Coco Chanel, con due film e una fiction in pochi mesi, a Visconti, suo debitore, dal trench di Brad Pitt firmato Belstaff, al look assurdo di Johnny Deep in quasi tutti i suoi film.. Per la danza, The Company di Altman è piuttosto chiaro, ma probabilmente più interessante è l'approccio documentaristico, quello di Wiseman, che ci dicono essere straordinario, nell'ultimo lavoro. La contrapposizione tra danza e moda è esplicitata per chiarire una questione aperta con Nine, post precedente: se un coreografo, come Rob Marshall, può passare alla regia, ancor di più, vista l'interrelazione continua, Tom Ford, stilista, può aspirare ad essere director. Senza pregiudizi. La storia riguarda la perdita, il lutto, l'amore omosessuale, fortissimo e vitale. Colin Firth, Coppa Volpi a Venezia, rischia di vincere l'Oscar, anche se c'è un Jeff Bridges di "Crazy Heart" che puù dare del filo da torcere. Poi c'è Julianne Moore, grande interprete, scippata del suo giusto riconoscimento l'anno della vittoria di Nicole Kidman per "The hours", quando la candidatura riguardava un film attinente al tema di "A single man" per la regia diTodd Haynes, "Lontano dal paradiso".

Il trailer è magnetico, si può notare una citazione di "Ballet Mecanique", splendido esempio di sperimentalismo d'avanguardia, anni '20, di Lèger, che nel trailer, non propriamente un teaser, soprattutto per la durata, ma con molte tipiche funzioni, viene acutamente estirpato di alcune inquadrature (il termine più appropiato sarebbe "immagini") e del ritmo meccanico e musicale che coordina le azioni.




Per le immagini, almeno due vengono riproposte.
Cercatele, se vi va, il modello di riferimento è questo:


Per lo sperimentalismo di Lèger
"Ballet mecanique", il link:
http://www.youtube.com/watch?v=pQxRyKsmh_0&feature=related

24/11/09

La bottega degli orrori




Non un film, ma un trailer, l'ultimo per il film "Nine", regia di Rob Marshall, remake (o quasi) di 8 1/2, un cast impressionante. Daniel Day Lewis è un grande attore, forse troppo ingombrante tanto da compromettere, a volte, la stessa direzione del film a livello complessivo. La sua interpretazione è così corposa che esclude gli altri contesti filmici. Poi le mie nuove attrici preferiti, Penelope Cruz, che, se ben diretta, è un gioiellino che gronda sensualità, sessualità, ambiguità, e fugacità, fugacità del tempo, tra classicismo e modernismo, e Marion Cotillard, forse la più grande neoscoperta del cinema francese (e quindi esotico per gli Stati Uniti), che può aspirare ad una canonizzazione internazionale. Entrambe non hanno un accento perfetto, la Cruz sembra vivere bene nel suo esoticismo, la Cotillard sta affrontando un lavoro di apprendimento fonetico molto intenso e punta su un'americanizzazione decisa, o almeno, su una duttilità. Poi, Nicole Kidman, il talento sprecato, colei che non riesce a ritornare ai fasti del passato. Neanche con Baz Luhrmann, che l'aveva consacrata in "Moulin Rouge", la vetta più alta, andando oltre il Vas Sant, l'Amenabar, il Daldry, registi dei suoi ruoli migliori, senza dimenticare "Il matrimonio di mia sorella" e Kubrick. Noi scommettiamo su di lei, non per questo film, forse, ma per i prossimi. Dame Judi Dench, l'algida più algida di sempre, grande attrice, da 007 alle regine inglesi. ma la vera fuoriclasse sarebbe Sophia Loren, che ha una carriera gloriosa...In realtà su questo abbiamo delle riserve, pur comprendendo che nel film il ruolo potrebbe andare a suo vantaggio. Dopo un panegirico tale, perchè "Nine" è nella bottega degli orrori? Non per il film, che uscirà a Gennaio in Italia, ma per il trailer, che vi proponiamo, cliccando su:

http://www.trailersland.com/index.php?option=com_content&task=view&id=2774&Itemid=75

"Cinema Italiano" voce di Kate Hudson, canzone orrenda, spazio scenografico irrealistico, come è giusto
che sia, scelte cromatiche azzardate, in linea con una concezione dell'arte come esteriorità, qualche aspetto tipico del burlesque, molti clichè. Ci chiediamo dove sia andato a finire lo smarrimento e l'ipertrofia delle voci fuori campo, la scissione, la brutalità di Otto e Mezzo...Ma il trailer non è il film, quindi limitiamoci a giudicare ciò che vediamo. A primo impatto, si tratta di un prodotto altamente commerciale, frutto dell'era imperante. Il ballo, ben coreografato, è più sulla lunghezza d'onda di Britney Spears che su quella, più allusiva, di Madonna. Kate Hudson sembra Jennifer Lopez, forse più smagliante, ma dov'è la personalità? E perchè scegliere Fergi, che ha il nome di una catena che vende borse (orrende), celebre per i Black Eyed Peas, la carriera solista e testi degni di un concorso di pin-up tra ammiccamenti e sillabe ripetute, senza senso? Ci viene un dubbio: non è che Marshall abbia scelto argutamente un film autobiografico, per fare mea culpa sul dominio dell'immagine che è parte del suo cinema e ripartire da zero, come il Guido di Mastroianni? Ogni epoca ha l'artista che si merita: dalla visionarietà esistenziale di Fellini alla coreografia visiva di Marshall...D'altronde, non possiamo discutere, in coscienza, che Marshall ci appaghi di più in superficie, tramite guepiere e corsetti, occhiali da sole e belle auto, Fellini ci guarda nel profondo e l'esistenzialismo, quello vero, non va più di moda...

20/11/09

In progress


Recensione fotografica in anteprima di:

Il mio amico Eric
di Ken Loach,
presentato a Cannes
in uscita il 4 Dicembre 2009.

18/11/09

Incontri - Goffredo Fofi

Casualmente, non succede quasi mai, giungo nell'atrio universitario 5 minuti prima, mi poggio sulle sedie "ospedaliere" e guardo che succede intorno. Goffredo Fofi è lì, conversa con veemenza e simpatia con i due professori. Deve conoscerli bene, la "pellicola" dei tempi andati si dipana in qualche battuta. Seguiranno due ore piene, aula, la multimediale, mezza vuota. Due ore importanti, non di quelle che scompaiono nella mente, come gli eventi di routine, nemmeno indelebili, come i vecchi traumi che ci portiamo dentro. Chi è Goffredo Fofi? Prima di tutto, è un uomo. Soprattutto un uomo, e poi un critico a tutto campo, uno studioso, uno scrittore, uno sceneggiatore (l'unico caso è "Sbatti il mostro in prima pagina", di Bellocchio). Un uomo che, per dirla in termini psicologici, ha una vision precisa del mondo, forse anche troppo radicale, che anima una mission utopica, ma amorevole ed apprezzabile. "La vocazione minoritaria", la chiama, in un articolo. E' un uomo di Sinistra, un socialdemocratico, uno che parte da una filosofia e giunge alla pratica, parte dall'esistenzialismo e giunge a cercare di scardinare il sistema. Il cinema non è fine, ma mezzo di una visione della vita. Il primo principio è la non-accettazione, il primo vagito è il rifiuto. Partendo da questo schema di pensiero, in realtà, derivato nel fluire dell'impostazione del dialogo, c'è poi il cinema, la filosofia, la letteratura. C'è un asse di demarcazione che chiude il cinema. Il cinema muore alla fine degli anni '70. C'è un prima e un dopo. Partiamo dal cinema muto, con Chaplin, il più grande, capace di "parlare" a tutti. La funzione pedagogica è chiara, la maggior parte delle persone, in questa fase, non ha possibilità di accesso alla cultura, il cinema insegna. Digressione sulla scuola dell'obbligo, morta con la società industriale. Siamo completamente d'accordo. Non tutti insegnano, si pensi ad Ejznstein o ad Antonioni, che esprimono. Oltre questa classificazioni, esistono tante varianti, nel fare cinema. Se il cinema deve aspirare a modificare la realtà, è il cinema popolare che può raggiungere tale scopo. E' il cinema che definisce i cambiamenti sociali. Monicelli ne è il maestro. (e nell'America industriale John Ford). Vi ricordate i film italiani del seconda dopoguerra? Da "Riso Amaro" a "Bellissima", la dimensione della donna veniva vivificata, attribuita di dignità. Un passo in avanti enorme, oggi gli unici personaggi femminili li interpreta la "morta" (sue parole) Margherita Buy. A partire dall'inizio degli anni'80, le utopie vengono sconfitte. Da cosa? Dai mezzi di comunicazione di massa. Non c'è più l'autoritarismo fascista, ma il potere, in ogni sua forma, trova la sua fortificazione compita nel mezzo televisivo. Chi detta cosa sia giusto e cosa no? Chi fa scendere al potere il Cavaliere, considerato un benefattore? Chi detta la morale? Qual'è la religione esatta, pubblicizzata e dominante? In questo ambito, Fofi è chiaro: insegna più a livello religioso Bresson che Ratzinger, emerge il suo cattolicesimo progressista (ho notato che nei suoi testi cita spesso passi evangelici), contrario all'oscurantismo reazionario odierno.La pubblicità è il fascismo del nostro tempo. Chi produce i film?Il cinema americano sta comprando il cinema d'autore. Faccio una riflessione personale: possibile che chi fa un film candidato all'Oscar come Best Picture straniera, si trovi, in moltissimi casi, a fare, pochi mesi dopo, un film americano. Gavin Hood è uno dei tantissimi esempi. Ma anche Tornatore non scherza (tra l'altro, sta per uscire il remake del suo "Stiamo tutti bene", con Robert De Niro). Fofi, senza mezze misure, parla di vendita, i registi vengono comprati tramite compenso. In più, Hollywood cerca di scimmiottare il cinema d'autore europeo, proponendo remake a iosa (il prossimo di Jim Sheridan, "Brothers", da Susanne Bier).Solo due settori sono avulsi dalla contaminazione imprenditoriale: il documentario e il disegno animato (la graphic novel, per dirla alla Veltroni, più anglofilo che italiano). Si citano i bravi registi, che, per lavorare, diventano imprenditori di sè stessi, con più produttori, soprattutto televisivi.Mi viene in mente Mullholland Drive di Lynch.Infine, la rimandata citazione di Virginia Woolf, che si lega a quella che Pasolini definì omologazione culturale. C'era un tempo in cui la cultura era alta o bassa. L'arte è mediazione tra cultura alta e bassa (da Dante a Shakespeare), dice la Woolf. Il nemico di entrambi è la cultura media, l'omologazione culturale. Qui rientra in ballo la necessità del critico militante, colui che può, attraverso quell'arte non mercificata, indurre al cambiamento di un sistema che ha già deciso tutto per noi. Non siamo buoni, siamo cattivi, o, almeno, complici. "Gomorra" è uno sguardo che non ha buoni e cattivi. La banca che accetta il capitale delle mafie è buona? il 12% del PIL è costituito da ricchezza criminale, una parte di quello che sarà, in modo indiretto, il nostro consumo. Fofi se ne va, senza divismo, senza autografi. Ma lascia qualcosa dentro, non di indelebile, perchè sfuggente, ma allusivo. E manderebbe in esilio Maria de Filippi, Dolce & Gabbana, Berlusconi, Bersani è pure peggio.Come dargli torto!

17/11/09

Goffredo Fofi ospite del Dams

Il celebre critico domani al Dams...


E, in anteprima, vi svelo, il prossimo ospite di Filmidea:


Fabrizio Gifuni, 2 Dicembre

16/11/09

Incontri - Giuseppe Tornatore



Giuseppe Tornatore sbarca a Salerno, tre anni, a quanto ci dicono, dall'ultima visita. Aula Nicola Cilento, una certa precisione tempistica, ma, motivo indipendente dalla nostra volontà, non si è potuto assistere al primo quarto d'ora. Pienone, qualche ripresa, la lunga schiera dei prof con "rettore ad interim", e le domande degli studenti. Così contorte che neanche un contorsionista le potrebbe disbrigliare, così una uguale all'altra che un neofita potrebbe pensare che il buon Peppino abbia fatto solo i film sulla Sicilia, così vacue e generiche che uno avrebbe potuto inventarsi di sana pianta la risposta. Del resto, non è che io ne sapessi fare di meglio, mai stato un fan di Tornatore e dell'85% del cinema italiano (e anche se ho apprezzato Baarìa, se proprio un film bisognava candidarlo per forza all'Oscar, c'è "Vincere" che è uno delle migliori pellicole italiane degli ultimi 10 anni). Due domande molto azzeccate. Un ragazzo si rivolge con garbo al "maestro" (sue parole, non mie) e accenna alla registrazione della musica, molto spesso di Morricone, in presa diretta, senza aspettare la fase post-produzione tra missaggio e montaggio. E' più interessante la domanda che la risposta. Se la domanda contiene un'informazione per me nuova, la risposta è pertinente ma del tutto privata di aneddoti, appesa nel vuoto generico. L'altra domanda è quella su Ciro Cirillo, assessore campano rapito dalle Brigate Rosse, in relazione al presunto coinvolgimento di Raffaele Cutolo, "Il camorrista" dell'omonimo film, nel rilascio, con l'appoggio statale. Il dualismo Moro/Cirillo è una sottolineatura evidente e Tornatore si lancia nella frase più diretta dell'incontro, quando dice che Moro non aveva "affari" per essere salvato. Entra in ballo la famosa versione di 5 ore mai andata in onda, e ci sarebbe un dialogo molto più forte ed articolato nel confronto con il giudice. In alcuni casi, mi sfugge la necessità della domanda: un signore ha notato che nel passaggio temporale che scandisce le vicende personali riguardanti Bagheria lo squarcio della città è cambiato, con le moto che hanno sostituito il trasporto su asini. Secondo Peppino, era meglio il passato o è meglio oggi? In realtà, il caro signore ha fatto una domanda, mancando di un vero interrogativo, e cercando una risposta che già si dava da solo. Meglio il passato. Ma Tornatore, davanti a tanti giovani, non poteva mostrarsi passatista, nè poteva eccedere nel modernismo di oggi, etichettato come amorale. Quindi la modernità ha portato grandi cose (il suffraggio universale femminile), ma si sono persi i grandi valori di un tempo. Ed il politicamente corretto imperat. Tornatore è l'ala riformista della Sinistra Italiana, ed occupa il suo tempo a creare slogan buonisti stile Obama. La politica non è morale come in passato. Alla luce della deriva berlusconiana, forse ha ragione, ma dall'altra parte non c'è di meglio. E quanto è morale un uomo che si fa finanziare dalla casa di produzione (Medusa, ndr) berlusconiana, solo per esigenze di kolossal e di spesa? Se c'è una Sinistra possibile, non è quella di Tornatore. Riformismo solo a parole. Una ragazza, forse, messa lì per caso, completamente digiuna di cinema all'apparenza, chiede dei colori del cinema di Tornatore. Un lungo sproloquio di risposta, inconsistente. Ogni contrasto è possibile, in ogni contesto, tranne che l'uso di una fotografia laccata per un action, per un thriller, per un noir. E Michael Mann?! Invece di laccata, dice leccata. Ma non è finita. La mia disistima aumenta, a seguito di un'affermazione del tutto infondata. I bei film sono quelli che piacciono al pubblico.Non bisogna celarsi dietro la maschera del "genio incompreso" per chi non ha successo. Con tutto il rispetto, una cosa è avere un distributore come Medusa, in Italia, un'altra Archibold, per esempio. Una cosa è la montatura mediatica dei filmacci italiani, altra è l'elitaria rivista specializzata di cinema. L'arte moderna è impatto, e se c'è impatto televisivo, c'è successo. Si arriva ad una difesa dei cinepanettoni, targati Medusa. A Tornatò, in trappola sei caduto! Bisogna essere soggetti al dominio del mercato, o scovare quello che ci piace, fuori da un mercato che detta ciò che è bello e ciò che non lo è? E l'affermazione di realizzare un film universale, per tutti, nel miglior modo possibile, è saccente e narcisistica. Non è la tua intenzione ciò che suscita l'apprezzamento unanime, l'unamimità non esiste, tanto meno l'universalità. C'è un errore a priori: cercando di creare un film universale, si presuppone che tutti reagiscano allo stesso modo. Fortunatamente, non è così. I sentimenti sono personali, la maggioranza non fa la totalità.


La locandina di Filmidea:

















Lo "schermo"
Ho l'autografo di Tornatore!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!




Che c'è scritto non si sa...Ma si sa gli artisti sono artisti, o semplicemente scrivono da dottori...

14/11/09

Domani In Anteprima




(500) Days of Summer

il titolo italiano non c'entra nulla, ma per dovere di cronaca, (500) giorni insieme...
Acclamata comedy americana, girata a Los Angeles da Marc Webb, presentata al Sundance, ma senza la spocchia di alcuni film da Sundance, con due protagonisti favolosi: Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel, due antidivi che faranno strada. Per quanto riguarda la colonna sonora, prevista una mini-recensione musicale.
Data di uscita film: 27/11/2009

13/11/09

Oggi In tv

L’assassinio di Jesse James


Immagini arse di nero, di lumi cucite, di rammendi elitari. I colori non sono presenti e pressanti, si fanno tenui, crepuscolari, senza un sole accecante, rosso porpora o arancio, nell’attimo in cui il freddo congela la luce di un sol tono e trasmette il rimando della gradazione del cielo sulla scura superficie di qualche arida distesa, rendendola smunta, disidratata, fioca e lunare, come se quella palla di fuoco fosse, nel suo interno, ghiacciata e rimandasse un raggio morente, su una terra spessa di morte malata. Come in molti hanno osservato, la fotografia sembra di un film di Malick, con qualche accenno a Sokurov e l’uso plastico dei colori, giallo chiaro, chiarissimo, senza volgare espressione, senza l’agitazione folle e l’aggressione di rabbia di un dipinto ambientale odierno, centrifugato in uno specchio di accostamenti arditi, ha un valore spiccatamente strumentale. Fondamentale, a livello estetico, quest’aspetto. Ci ricorda che siamo in un passato ed esprime un verticalismo filosofico, non limitandosi a cogliere la storia, di fatto fedele, ma sublimando l’accentuazione del comportamento ad una precisa, intensissima e perspicace indagine psicologica. Il sole laccato, l’ombra soffusa, gli stacchi della regia, sembrano codificare il passato sotto una luce nuova ed immobilizzano i protagonisti in un ruolo che non comporta revisionismi storici. Robert Ford e Jesse James sono immersi nel loro tempo. L’atmosfera è congestionata, in bilico tra lucidità assoluta e presunta pazzia (il ghigno iniziale di Ford dà una caratura che non appare un elemento disturbante, perché si limita ad un ambito, sottolinea una possibilità che il regista accenna ma non sembra condividere e, per di più, l’inusuale recitazione distaccata dell’ottimo Casey Affleck non perde un briciolo di efficacia, anzi, è proprio dalla sua sete di accettazione, dalla ricerca del successo, dal suo sogno emulativo, che si può comprendere l’iniziale stato di caratterizzazione all’apparenza folle, in realtà solo ossessivo). Giacchè c’è una storia vera, dalla Guerra Civile alle istantanee memorabili di un corpo che riposa morto, il regista, Dominik, non si pone il vacuo obiettivo di scardinare l’acquisizione storica, di fatto accettata al tempo e riportata ovunque, che garantisce l’attribuzione della aggettivazione “codardo” a Robert Ford, limitandosi a non giudicare il tratto umano del fuorilegge assassino Jesse James. Si tratta di un’ identificazione tipicamente umana e la sua ragione si pone in una non facile comprensione. Se volessimo analizzare l’influsso del cristianesimo, il traditore è l’emblema del peccatore, il motivo che causa la morte del Messia, il cui comportamento, e lo notiamo nelle espressioni comuni (“sei un Giuda”!), è stigmatizzato fino all’odio più forte, più greve, tanto più in mancanza di un pentimento pubblico. Le ragioni psicologiche si concentrano in un numero cospicuo di battute in cui si completa, del tutto, l’empatia tra i due protagonisti ed in cui non c’è odio, ma solo una definizione diversa di intenti. La condanna di Ford sembrerebbe essere attenuata solo da un aspetto: è come se Jesse James avesse il presentimento (si veda una scena della prima parte, da un sapore prettamente romanzesco, in cui si accenna ad una dote surnaturale del ladro) di essere ucciso. Per il resto, la codardia della sequenza dell’uccisione, di spalle all’assalitore, ancorché il profondo senso di colpa del fratello Charley (Rockwell bravissimo) con una maschera artistica, su un palco, che diventa reale fino alla tragica conclusione, non consentono una rilettura dell’atto. Film che non ha difetti formali o sostanziali. Si cita, parzialmente, The Great Train Robber, versione del 1903, di Porter, di cui ricordiamo il tableau vivant.


The Great Train Robber, di cui parleremo, con l'inquadratura, avulsa dalla narrazione, interscambiabile all'inizio o alla fine del film.

Ricordiamo la soundtrack firmata Nick Cave: Il senso di alienazione è iniettato nella struttura del film anche passando da una dimensione folk a suoni cupi, pessimisti, fatalisti e sinistri, nella tradizione di Cave.
Si compari:
http://www.youtube.com/watch?v=Si0m1H2Hmqk Nick Cave
http://www.youtube.com/watch?v=1kQBIO-VdQQ Versione Tradizionale
Giudizio numerico: 9/10

10/11/09

La bottega degli orrori

Anno Uno






Primi 7 minuti...Un nerd orsuto pianta, per sbaglio, una lancia nella schiena di un altro cacciatore, un nerd che fa il raccoglitore, il solito imbranato, una donna contesa, mancanza di depilazione sotto le ascelle, posticcia, a dire il vero, una testa di cinghiale, l'umorismo sui genitori divorati...


Poi Frutti proibiti, allusioni adolescenziali al sesso, danza dello sciacallo, stregone, esilio, fuoco, nascondiglio imbecille, nerd secondo si affianca, sorriso, lupo, fuga, il nulla, campo lungo sulla natura, deficienza, sovraimpressione, campo lungo, fotografia che vira su colori non meno posticci ma meno fastidiosi, "hanno fatto la cacca qui", il massimo, lo schifo, Caino (Paul Rudd, della premiata ditta Apatow) e Abele, ruote, carrello, qualche stacco decente, peti, fulmine...

Il resto è una lunga serie di orrori cinematografici... I Monthy Phyton su livelli inarrivabili, lo scempiaggio della storia, le ellissi temporali, Michael Cera, dopo Juno (ma noi lo ricordiamo nella serie "Arrested Development", prodotta da Ron Howard), copia di sè stesso e del suo ruolo, da Nick & Norah a Suxbad, Jack Black alla frutta. La parodia è un genere complesso, tanto complesso da risultare ovvio, ma qui è la stupidità che arranca, senza un se e senza un ma. Deriva di comparse, di costumi, di budget, di regia. Manca un senso...Un uomo mangia la cacca, ed è l'unica cosa che simboleggia il lascito del film...Ai nerd americani del film tutta la "merde" del mondo...

Una scena:










Giudizio numerico: 1/10

Recensione fotografica in progress

Domani anteprima di:


Gli abbracci spezzati di Pedro Almodovar con la Musa Penelope Cruz ed un cast identico a quello di Volver...






Continuerà il nostro amore privilegiato per l'attrice più brava della sua generazione e per il regista più appassionante ed emozionale di chiunque altro? Passione o freddezza? Aspetto formale, aspetto contenutistico...Citazione, necessità o contingenza? Ma soprattutto Immagini...

Anticipazione


Dams di Salerno (la mia facoltà)...

Lunedì 16 Novembre

Giuseppe Tornatore incontra gli studenti...

Aula delle Lauree, orario ancora in dubbio...

Resoconto del meeting con fotografie, se possibile, il giorno successivo.

Domani ci sarebbe Tinto Brass, ma ho altro da fare...


07/11/09

Domani in anteprima

Recensione Fotografica di:

The Young Victoria con Emily Blunt, Rupert Friend, Jim Broadbent, Paul Bettany, per la regia di Jean-Marc Vallèe, director di "C.R.A.Z.Y."


Flash...Un film in poche battute

Memorie di una geisha


Lunghissimo melò. Rob Marshall spreca l'occasione di una grande storia e la fa sceneggiare da "cani". Fastidioso e per nulla centrato sotto un profilo psicologico, il personaggio di Gong Li, diva decaduta senza se e senza ma. Belle le scenografie, i costumi, il trucco, Ziyi Zhang, ma il character più empatico è quello di Michelle Yeoh. Marshall è un director che viene da un passato di coreografo. Le sequenze più riuscite sono quelle musicali (una è fantastica, sotto la finta neve, movimenti dinamici, carica interpretativa), per il resto calma piatta. La buona notizia è che il caro Rob torna al musical, dopo il bel Chicago, la cattiva è che rifà "La dolce vita".

Giudizio numerico: 5/10

06/11/09

Recensione Poetica

La scampagnata

Un albero di ciliegie variopinte di sfumature. Il bianco e il nero del tempo lontano, il colore del tempo vicino. La campagna non ha colori punteggiati, l’acqua è grigia, ed una barca di pescatori lascia la sua scia, scia sull’acqua grigia che mostra, nonostante i colori del tempo passato, la sua estrema limpidezza, lucida sino a porgere uno sguardo nel vuoto che la colma, già, però, imbevuta del suo primo odore di occlusa morte, rifiuti gettati dalle barche, industria che cammina sulle acque e ritorce la natura contro di sé. Tempo di vita grama, per alcuni, tempo di vita benestante, per altri. Il cocchiere giunge da Parigi in aperta campagna, si ode, un siero, l’odor di primavera. L’inverno non ha odore. E’ un freddo che chiude i pori, e le narici si abituano a non inspirare, dissolte nell’interno. L’inverno ha l’odore di una casa, di un locale. La primavera mescola l’odore di vita con l’odore di pienezza. E’ forte, tanto forte, tanto pregnante che finisce per farci collassare, collassato esso stesso in un profumo strano e nuovo, diverso ed incontenibile. L’odore di primavera è impassibile, inequivocabile. La Senna, dipinta da Renoir padre, non è mai stata così simbiotica nel Renoir figlio. Dalla pittura, alla regia, un passaggio di consegne ed un tributo, il più grande. Non c’è solo Renoir padre nella “Scampagnata”, girata nel 1936, resa pubblica dieci anni dopo. In primis, Maupassant banchetta un suo scritto con la realtà dell’immagine. Noi siamo gli altri ospiti, inviati a soggiornare nella campagna e a cibarci di quel nulla che non abbiamo. A servire il piatto, a dare il bocconcino, mentre sediamo sotto l’albero di mandorlo, è Renoir figlio, leggiadro e lieve. Il tempo del gentil viver, il tempo della calma serena, del pensiero e della commozione è sordo ai nostri odierni richiami. Il mondo è lo stesso, siamo gli stessi, non vi è, però, l’odore di primavera e la lacrima che accompagna un tramonto e il canto di un albero mattutino, e il suono di un temporale nel cielo. Il tempo del colore moderno è, talvolta, il tempo del colore sbiadito. Il bianco e il nero del tempo passato concedono il lusso del contatto con il mondo naturale. Oggi, questa possibilità è preclusa in parte a noi uomini, che viaggiamo lungo il viale di piante gremito, senza che lo spirito e la purezza della terra bruna, del sole cocente, dell’albero maestro di foresta, possano ricondursi nella loro vecchia essenza e farci piangere dinanzi all’inarrestabile meraviglia del creato romantico. La vita , quella vera, è sfacciata e leggera. Un bottegaio ha una moglie pienotta, un’anziana madre che cigola sulla sedia con un gattino che fugge, una figlia, con il suo bisogno di divertimento su un’ altalena che spinge fino al cielo. Poi, cade l’altalena, la fune si spezza, rimane un ricordo vitale, impresso in un bacio, sotto un albero vicino al fiume, intessuto di rami, da coprir il cielo sempre piovoso, cantando un uccellino. La campagna è poetica, la vita speranzosa, la giovinezza inquieta, la maturità giovale, sbarazzina e poco attenta al sentimento vero. Di lì a poco, sarà estate, l’estate del 1860, e si acuirà il ronzio. Ma, rispetto al rumore della città, “In campagna tutto diventa silenzio”. L’inquieto viver dimora in Henriette, la sua vita matrimoniale è decisa. Ritornerà, l’anno dopo, in campagna e saggerà il ricordo baciato e malinconico del momento perduto, dell’attimo che vola via e passa. Opera amara, vitale allo stesso tempo, con una regia eccelsa e una grande Sylvia Bataille. I minuti sono meno di quaranta, per necessità varie. Ma sono i soli sostenibili dall’uomo che scopre il suo sentimento, oggi, dinanzi ad un film.

Giudizio numerico: 9/10

03/11/09


Domani
Anteprima
Nemico Pubblico di Michael Mann

Il candidato all'Oscar Johnny Depp, la premio Oscar Marion Cotillard, Christian Bale, nel gangster-movie di nuova generazione diretto dal regista con più stile Michael Mann

Capolavoro o fiasco, boutade o masterpiece?


02/11/09

Shakespeare tra teatro e cinema...Primo capitolo


Enrico V
Una delle migliori trasposizioni scespiriane di sempre, "Enrico V" riporta al cinema la massima espressione del teatro elisabettiano. Film di pregevole fattura, non perde mai di vista la ricostruzione storica che si evince nella cura meticolosa dei dettagli tali da restituire una perfetta visione di insieme delle rappresentazioni teatrali in quegli anni. Il Globe Theatre di Londra è l'iniziale luogo di scena della vicenda, e non può mancare un plauso alla riproposizione del luogo, seguendo, da certosini, le precise caratteristiche di uno spettacolo teatrale seicentesco: dalla struttura alla partecipazione popolare da tifo, dal cartello che sottolineava i cambi di scena (a differenza del teatro italiano di quegli anni, l'effetto scenico non è preponderante e pochi oggetti bastano per definire chiaramente una situazione) alla presenza dei più alti in grado direttamente ai bordi del proscenio. Shakespeare non subisce tagli, rielaborazioni, ed in lui si ripone la forza stessa del film. Nel massimo drammaturgo di ogni tempo, che racconta la straordinaria storia di Enrico, il re che riportò un'avvincente vittoria contro i Francesi ad Azincourt, è come se si proiettasse la storia reale della seconda guerra mondiale. Il film, uscito nel 1944, vede un Laurence Olivier regista e attore che sembra ribellarsi alla guerra, spronare alla vittoria, nell'incitamento del giorno di San Crispino, preambolo dei vari Braveheart, e creare, nel finale, con l'accordo di Troyes, una pacificazione poetica, quando si guarda alle brutture subite dalla natura (così evocativa la ricostruzione non realistica della natura, dai campi di battaglia alle architetture). Per il resto, un campo lungo iniziale da antologia su una Londra che incanta (e si scorge il Rose Theatre), momenti di profonda umanità, che restituiscono il solito phatos di genere (la maschera indossata dal re e la lunga discussione sulla responsabilità delle morti), qualche ilarità (i compagni del re) ed ottime interpretazioni. Annoverato come evoluzione pittorica, per la sua policromia complessa, ispirata a vari autori.
Laurence Olivier introduce dal teatro e la narrazione, in perfetta circolarità, si conclude in teatro, con la macchina da presa che restituisce un nuovo squarcio di Londra.

Giudizio numerico: 8,5/10

01/11/09

Nothing but the truth - Bruno

Nothing but the truth













Mai uscito nelle sale negli Stati Uniti (figuriamoci da noi), ha quella rabbia, quell'incitamento, un senso di sporcizia che il Frost/Nixon di Ron Howard aveva mutilato, edulcorando immagini più cinematografiche che reali (Nixon che, ubriaco, chiama al telefono Frost, il picco più riuscito del film). Kate Beckinsale rinasce con un'interpretazione scarna, mai glaciale, mai enfatica, comunicativa. La mimica facciale è in grado di trasmettere un sentimento che esplode nelle "viscere" del cervello e trapassa il cuore fino ad adagiarsi sulla pancia. Vera Farmiga ha la bellezza di una spia del cinema passato, ma ciò che colpisce di più è il suo volteggiare in preda ad eventi che non sa fronteggiare. La tenacia del suo personaggio è meno ancorata ad un'ideale, la sua forza indietreggia, esponendola ad un "fato" già scritto. Varie sono le anime del film: un piano strettamente politico rimanda agli scandali dell'amministrazione Bush, un piano strategico-militare si interseca, da sottofondo, alla pratica giornalistica a sua volta fiamma di un iter giudiziario, che rischia di compromettere una stabilità famigliare. Rachel Amstrong, reporter del Capital-Sun Times diretto da un'intensa Angela Basset, ha il coraggio di definire le proprie priorità, cercando, da brava giornalista, di ottemperare ad un mandato vocazionale che è nel proprio credo, quasi come se fosse una traccia del DNA. La sua lotta è contro i mulini a vento, nemici che non si vedono mai ("la Casa Bianca non commenta sulla pubblica sicurezza"), ed è una battaglia di civiltà, di ideale fatto persona, incorruttibile ed incrollabile. Nella perorazione finale, un grande Alan Alda sembra riproporrre indirettamente concetti filosofici di base, nella sua strenua accusa ad una legge, quella di coercizione del giornalista nel rivelare le sue fonti, che garantisce il mantenersi di un potere oligarchico in regime democratico. Dialoghi densi, scene crude, un realismo mai forzato poco mediato dall'elemento cinematografico, "Nothing but the truth" ha il merito di creare interrogativi profondi, abbracciando una causa, ma rivelandone con precisione gli esiti probabili.


Bruno













Delirio di Cohen, dopo Ali G e Borat. Costruito come una girandola di gag, decisamente di quart'ordine, è un mockumentary che prorompe, all'apparenza, nosense da ogni inquadratura. Accusato di volgarità insulsa, in realtà è uno specchio non pacificante sulla società attuale, da ogni punto di vista. Bruno è il reporter di moda austriaco più oltraggioso di sempre, gay dichiarato e completamente in balia della sua ansia da successo. E' una caricatura piuttosto becera, del tutto mancante di una moralità, a prima vista. In realtà, Cohen nasconde una traccia fantasma, un sottotesto riflessivo, non così ovvio. Satireggia il perbenismo borghese ed il miope puritanesimo (da una copertina del Laureato di Charles Webb), e definisce i caratteri di una società, straight o meno, che non è più morale di Bruno. Qual'è l'etica di un terrorista, che toglie vite, di un politico che usa epiteti offensivi, di una traccia di società che sperpera moneta nel nulla,come l'alta moda, di un addestramento militare che si trancia dietro gerarchie, tra nepotismo ed omologazione, di una fetta della popolazione di colore che induce al razzismo, dimentica della sua stessa storia? Bruno non è peggiore degli altri. D'altrocanto, il suo ego è narcisistico, oltrepassa continuamente la soglia del ragionevole per raggiungere una notorietà che non potrà mai avere. La reazione che consegue ad ogni sua azione, in considerazione del suo atteggiamento, è più che comprensibile. Cohen riannoda i due estremi, ponendoli sullo stesso piano. Su un piano tecnico, l'arma è la fruibilità immediata, su un piano contenutistico l'impronta è indiretta.