29/09/11

Review 2011 - Il gioiellino









Il crac Parmalat al cinema, mascherato a dovere. Molaioli dietro la macchina da presa dopo il discontinuo ma promettente "La ragazza del lago". "Il gioiellino" intercetta una parte delle soluzioni formali di Sorrentino ma tende ad implodere in una narrazione che non cede mai il passo al grottesco e all'eccesso e preferisce seguire un filo conduttore forse meno redditizio (e incline a momenti di aridità indulgenti) ma più coraggioso. Il cinema inchiesta diventa cinema procedurale, la progressione è lineare, la prospettiva evita il j'accuse di basso (o alto) profilo. Non sempre sostenuto dall'appeal del tema, analizzato con occhio clinico pù che spettacolare, "Il gioiellino" convince per la sua atipica collocazione grazie alla sottigliezza interpretativa di un cast sorprendente e alla limatura distaccata dei sottotesti di cronaca da parte di un regista perspicace e poco italiano.


Il cinema di denuncia che rinnega sè stesso. E' la cosa migliore dell'ultimo film di Molaioli, regista iper-premiato (immeritatamente) per un altro discreto meltin'pot pseudo-thriller ("La ragazza del lago"). "Il goiellino" è asciutto, freddo, quasi documentaristico, tutto teso alla condensazione degli eventi più importanti che hanno segnato l'ascesa e la caduta di un gruppo imprenditoriale che si ispira, non troppo velatamente, al clan Parmalat di Tanzi. Un film ad impostazione sociale avrebbe cercato di indirizzarsi verso le implicazioni generali del crollo finanziario dell'azienda, ma gli anni '70 sono lontani e Rosi/Petri su un altro mondo lontanissimo dalla situazione cinematografica/storica attuale. E' per questo che Molaioli preferisce guardare  alla evoluzione contestuale dell'impresa alimentare evitando facili pressapochismi e speculazioni a posteriori (non dimenticandosi, però, di lanciare riferimenti a uomini della classe politica attuale e trascorsa facilmente identificabili). Ne viene fuori una pellicola formalmente ineccepibile, anche per il riscontro/copia di alcuni elementi di impostazione tecnica (uso luci soffuse, fotografia dello storico Luca Bigazzi, una delle poche garanzie della'apparato tecnico in Italia, soundtrack curata da Teho Teardo) che hanno fatto la fortuna di Paolo Sorrentino. In più, evitando istrionismi eccessivi, gli attori non intralciano la storia ma la assecondano e ad un ottimo Remo Girone si affiancano la sorpresa Sarah Felberbaum e un Toni Servillo meno propenso a gigionate da one-man-character. Nulla di particolarmente originale, ma un prodotto di buona fattura che sceglie un'angolazione asettica in superficie  e che permette un riaggiornamento necessario al cinema proto-ideologico italiano, alla ricerca di spazi nuovi e meno facili del sentimentalismo smielato degli "autori" attuali.

28/09/11

(Mini)Review 2011 - I Puffi







Non ha pretese e nemmeno attese spasmodiche per lo spettatore smaliziato. In effetti, "I Puffi" di Raja Gosnell non nasce sotto i migliori auspici, soprattutto considerando il cast (vocale e non) piuttosto disomogeneo. Ma qualcosa va storto nell'ottica pregiudizievole di chi parla prima di guardare, perché, nonostante il carattere ludico e la prospettiva infantile, l'operazione filmica  in sè convince e intrattiene. Forse la chiave di (s)volta sta nella combinazione ben orchestrata tra il mondo tipico degli ominidi blu, medievale, fuori dal tempo e dallo spazio, e una New York che appare, fin da subito, normalizzante. Il contrasto è interessante, soprattutto ad osservarlo dall'esterno e a cogliere il mutamento/spaesamento di entrambe le piattaforme. passata e fantastica, moderna e reale. Certo la digressione è teatralizzata, qualche pseudo volgarità post-Shrek latente, ma la commistione live-action, grazie ad ottimi protagonisti (Neil Patrick Harris che abbozza allo slapstick all'inizio, Hank Azaria che si adatta perfettamente al personaggio di Gargamella) è riuscita più che altrove (soprattutto a ricordare le recenti, pessime trasposizioni dell'Orso Yoghi e del Coniglietto pasquale Hop). Un po' meta-narrativo e meno legato ad un'impostazione ambigua rispetto al cartoon omonimo, che univa ad una competenza visiva artistica anche uno studio dei caratteri più oculato e tipizzato, il film dei "Puffi" è un piacevole divertissement da svincolare dalla creazione originale di Peyo per evitare comparazioni improprie e che si risolvono immediatamente a favore della versione animata che ha appassionato molte generazioni infantili.

(Mini)Review 2011 - C'è chi dice No





how do you make gifs
Non ne vale la pena
Regia di Giambattista Avellino, scampoli televisivi a fare da prestanome a personaggi raffazzonati, tematica social nella sua accezione light, "C'è chi dice no" è un modello ibrido di commedia che non ha ragione di essere. Privo di personalità e lontano dalla sanissima cattiveria poco edulcorata del quasi corrispondente americano "Horrible Bosses", "C'è chi dice no" è il solito clichè sull'Italia dei Baroni, delle raccomandazioni, dello strapotere famigliare ma non ha neanche l'esigenza di intervenire, limitandosi a configurare l'utopica possibilità di un cambiamento-ombra. Le tre storie, corrispondenti ai tre protagonisti, si incrociano maldestramente e fuori da un disegno narrativo articolato. Non resta che attendere lo sviluppo amoroso e il rifugio amicale in una stanza qualsiasi da precariato agli arresti domiciliari. Cortellesi non all'altezza della sua bravura comica da imitazione televisiva (è il complesso del "troppo brava" diventa complesso del "troppo normale, quotidiana, comune"), Argentero sempre uguale, cambi o meno inflessione dialettale (e lo fa da un film all'altro), Ruffini è ancora su Mtv con la testa ed il corpo. Beh c'è chi dice un No sacrosanto ai soprusi del Belpaese. Io ci aggiungo un altrettanto sacrosanto No a questo cinema del Belpaese, un cinema populista, mediatore, vecchio.


15/09/11

Review 2011 - Habemus Papam










Moretti e i dubbi post-vocazionali di un Papa-uomo. Interessante l'angolazione, polemica quasi assente, una riflessione non banale e qualche paradosso fortunato. "Habemus papam" è un film vincente e smaccatamente facile, amarognolo ma lineare. Forse Moretti pecca un po' di protagonismo e commette un errore veniale nell'integrare il suo solito personaggio-feticcio con una storia così atipica e fuori dai suoi schemi abituali. Tanto più che la sua prova è priva di quella verve auspicabile alla lettura del plot. "Habemus Papam" è un convincente ritratto sul rapporto società/fede, un film mai slegato dalla contestualizzazione nazionale, che si muove, con una certa acutezza, tra scelta personale e tradizione millenaria, lasciando un vuoto più reale che cinematografico. Moretti non vende sè stesso e lancia una stoccata finale, dopo un relativo panegirico funzionale ad una rappresentazione "concordataria", che vale il film. E Michel Piccoli è abbastanza attempato da restituire l'immagine consona ai nostri giorni di un Nonno. Meno borioso, più vitale, più "sociale" e forse, perchè no, più utile al mondo immanente che lo circonda.


"Habemus Papam" è un ritorno anomalo per Moretti, che dopo essersi rivolto, con una certa preveggenza, ad un noto capo di governo nel discontinuo "Il caimano" approda ad un'altra carica istituzionale che fa parte dell'immaginario comunicativo collettivo, il papa. A volte il confronto con l'attuale pontefice sembra coerente, anche grazie ad accorgimenti linguistici accorti e mimetici. A volte l'umanità traboccante di Piccoli, la sua leggerezza e la sua mimica tra il comico e il dolce rendono il rapporto a distanza impari e non fanno che esaltare la differenza. Moretti non può e non vuole entrare in uno scontro cinematografico aperto con le autorità vaticane e riesce, con una certa linearità, a dare una rappresentazione piuttosto positiva dei personaggi/cardinali che entrano in scena, sottolinenadone la comprensione e quasi manifestando una sorta di simpatia non fasulla nei confronti della loro condizione (esilarante la scena di prescrizione/consiglio sugli psicofarmaci da assumere). Il film, da questo punto di vista, è barlume di civiltà e di reciproca accettazione (come sottolineato da alcuni confronti ideologici fortissimi risolti senza scontri). In più ricostruisce la precarietà del conclave, tra i suoi silenzi accorti e le sue quotazioni esterne da "boomakers" con un'attenzione particolare ai caratteri individuali. La condizione del "dubbio" viene ad intrecciarsi con la parabola di ascesa al soglio pontificio di un uomo di secondo piano e di comprovata qualità morale, un Piccoli che conquista dalla prima inquadratura, affiancato da un cast di supporto altrettanto ispirato. Dalla sua inziale "ritrosia" ha origine una sceneggiatura-pretesto, spesso leggermente fuori fuoco (l'intreccio non è il punto forte del film che sta tutto nell'introspezione più che nell'azione e al massimo rende l'azione parte integrante di un discorso paradossale) fino ad una conclusione mirabile, in grado di confermare la profonda compattezza di poetica del regista. Qualcosa non funziona, ed è chiaro che sia così visto la svolta contenutistica, nella ripetitività del carattere simbolo di Moretti, che forse avrebbe meritato più spazio (magari a discapito di un'inutile Margherita Buy) e un atteggiamento più militante e arguto, ma il film in sè è una riflessione imperdibile, divertente e umana. Il merito tecnico è indiscutibile (la ricostruzione scenografica di Paola Bizzarri, la musica di Franco Piersanti, alter-ego del regista) e il film è il perfetto competitor per premi internazionali di prestigio.

09/09/11

Review 2011 - The Princess of Montpensier










Immerso nella sua glaciale terra ibrida tra il feuilleton e il film storico, sospeso tra avvenimenti esterni reali (la disputa sanguinosa tra ugonotti e cattolici) e affascinanti quadri d'interno di derivazione letteraria (Madame de La Fayette), "The Princess of Montpensier" è un lungo e impervio film fuori dal tempo, ma è anche un'affascinante ritratto collettivo, "parata" di clichè e personaggi-ideali, intriso di una fortissima e vincente componente spettacolare, adagiata su una perizia tecnica di qualità. Tavernier riesce a raggelare l'emozione dominante ( il senso di accondiscendenza della donna) e a dare vera vita ai suoi duelli "cappa e spada" immersi in splendidi bozzetti rurali. 


La novità sta nella forma. E questa la vera svolta di Tavernier non nuovo ad esperienze in "costume". "The princesse of Montpensier" è lontanissimo dalla sensibilità moderna, non arguto come un dramma di Jane Austen, dissimile rispetto al romanticismo propriamente detto, affine solo in parte al melò. Madame de La Fayette, scrittrice di fama amata dagli illuministi, mette insieme storia reale e dettagliata (la Francia delle guerre di religione) e aderisce pienamente ad una rappresentazione ambivalente, che oscilla tra analisi psicologica e racconto "sociale" senza dimenticare la componente emotiva/amorosa. Nulla di nuovo. Anzi il calderone dei generi è tanto vasto che non si riesce a comprimere la durata, non estenuante ma nemmeno adeguata ad una fruizione easy. L'effetto fiction, che sarebbe stato quasi un'ovvietà nel panorama audiovisivo italiano, viene evitato. La mano esperta di Bertrand Tavernier lascia scorrere la storia senza puntare molto sull'arricchimento/innalzamento contenutistico e si concentra esclusivamente sulla "mise en scène", giostrando con maestria luci e attori e soprattutto facendo dell'esterno paesaggistico il grande Personaggio dominante. La complessità visiva si accompagna alla semplicità del plot, che non va oltre la trasposizione fedele. In questo contrasto si regge il film. La cosa che importa è quindi lo scarto contenuto usuale/forma artistica rivoluzionata dall'interno. L'attenzione di Tavernier in questo senso è tale che le due componenti imprescindibili spesso paiono separarsi e non trovare una sintesi esclusivamente narrativa. Non c'è il grande gusto estetico e lo sperimentalismo di Jane Campion, ma un tocco più definito e artigianale, attento alla ricostruzione minuziosa di particolari momenti più orientati alla spettacolarizzazione che all'interiorità. In "The Princess of Montpensier", infatti, colpiscono i duelli, che hanno una veridicità nuova e giocano sull'integrazione del dato naturale (che sia visivo o soprattutto sonoro), diventando i fiori all'occhiello interni ad inquadrature leggere e cadenzate. Lo stesso si dica per i rituali mondani. Ma, ad un certo punto, la molla sensuale scatta e si manifesta con un'aggressività sensuale dirompente. Il maggior merito va alla protagonista, Mélanie Thierry, che non è un'interprete eccezionale, ma ha una carica seduttiva perfetta, capace di intercettare animi dissonanti come quelli dei rivali Gaspard Ulliel e Grégoire Leprince-Ringuet, oltre ad instaurare un'affinità particolare con un Lambert Wilson in gran spolvero. Una certa pesantezza da ripetizione ciclica va tollerata, ma "The Princess of Montpensier" è un'esperienza riuscita da molti punti di vista.

08/09/11

Review 2011 - Thor










Branagh sembra credere davvero alla favoletta del "Thor" espressione del mito shakespeariano di cui è tanto esperto e cultore. Ma non può esimersi dalla traduzione sempliciotta e iper-spettacolare di un blockbuster, non dimentico (suo malgrado) di un'ironia inflazionata e limitante da comic-movie di nuova generazione by Marvel. Cast poco partecipe e una certa inconcludezza del plot fanno il resto. Ai posteri soltanto la splendida ricostruzione visiva."Thor" è un prodotto disomogeneo fin dalle sue intenzioni e dall'approccio del suo arcinoto ensemble artistico e tecnico.


Branagh tenta la salita all'Olimpo della cinematografia e, guarda caso, sceglie un mondo tra mito e realtà come quello di Thor, tra il regno di Asgard e la Terra. A quanto dichiara, forse con un po' di eccessiva compiacenza, il suo è un neo-kolossal differente, un blockbuster dalla forza emotiva dirompente, un comic archetipico. E, a tal proposito, adduce una serie di indicazioni che possono falsare l'aspettativa pre-visione. Ad un tratto, dal cilindro di una competenza incredibile (è il regista di Shakespeare per eccellenza), tira fuori la storiella del complicato rapporto padre-figlio come motivo drammaturgico centrale. La cosa sorprendente è che proprio laddove la sua mano doveva essere determinante, ovvero nel rapporto che lega i due figli caratterialmente opposti al padre Odino, il meccanismo drammatico si inceppa e subisce una banalizzazione piscologica avulsa dalla tradizione a cui il regista appariene. Branagh compie il più grande errore possibile. Snatura sè stesso e abbandona la sua capacità di analisi e di giungere al cuore topico delle condizioni esistenziali e soprattutto non si accorge che la mediazione tra teatro e action, tra ricostruzione formale e completa decadenza testuale, tra esigenza autoriale e caratura squisitamente commerciale, non dona lustro al suo nome nè al film, che non trova un'identità chiara, così fondamentale per la destinazione/fruzione di base. "Thor" è il più difficile comic da adattare, e va apprezzato il coraggio di chi ha prestato le proprie credenziali ad un'operazione tanto ambigua e complessa. Ma è anche un momento di incontro/scontro fondamentale per rappresentare l'evoluzione dei super-eroi e il dramma dell'immediato svuotamento dei poteri, il dissidio fantascientifico tra due mondi lontani e le complicazioni emotive dei personaggi. Nelle mani di tre sceneggiatori diversi, diventa un'opera qualunque, addirittura incapace di colpire chi guarda, un atipico caso di involuzione empatica. Il modaiolo "Iron man", il coesivo "Capitan America", l'introspettivo "L'incredibile Hulk" creano, con "Thor, una pentalogia ambiziosa e quasi mai, nel complesso e non nella singola opera, una sintesi decisa tra le istanze diverse. Così un umorismo troppo facile e inconcludente si insinua nel caso specifico, mentre attori poco carismatici non riescono a mantenere il peso di una pellicola. Chris Hemsworth non era la scelta giusta da principio, ma chi l'ha diretto non ha saputo dare indicazioni chiare, giacchè il carattere manca completamente di credibilità e di evoluzione. Non meglio il caso di Natalie Portman. anch'essa alle prese con dichiarazioni intellettualoidi che lasciano il tempo che trovano, del tutto anonima e priva di carattere. Meglio va a Anthony Hopkins e soprattutto alla vera sorpresa nella parte della nemesi simmetrica del fratello Loki, Tom Hiddleston, la cosa migliore del film. Positiva e rimarchevole la componente tecnica e soprattutto la direzione artistica. Ma non basta a salvare un film che parte, sin dalla scelta di base, quella del director, con il piede sbagliato.



05/09/11

Review 2011 - Nessuno mi può giudicare












"Nessuno mi può giudicare", film d'esordio alla regia per Massimiliano Bruni, è un esperimento poco  riuscito. Commedia social che ad un certo punto diventa troppo light, fino a sfiorare un panegirico all'Italietta del "cuore", è un divertente e accattivante prodotto popolare, ma è anche una pellicola abbozzata ed eccessiva, tutta votata ad una retorica nazionale sul topic del momento, le escort d'alto borgo. E laddove serviva un cinismo alla Moretti, non rimane altro che una sequela di banalità pseudo-romance di bassa leva. La satira non è pungente, ma servile, la conclusione accomodante, la scrittura spesso televisiva, mentre i personaggi sono figli di un'ottica, tipicamente italiota, da rappresentazione 2.0, nonostante prove attoriali discrete.


Tra le commedie di successo della stagione appena trascorsa, corrispettivo sociale e realistico del "Qualunquemente" di Albanese (quando la realtà, politica, supera la fantasia drammaturgica),  "Nessuno mi può giudicare" è stata una vera sorpresa al botteghino. Bruni, co-sceneggiatore di Brizzi e legato sin da inizio carriera alle iperboliche performance televisive di Paola Cortellesi, sceglie la regia e si confronta con un soggetto di profonda attualità, il tema delle escort, accompagnatrici, sessualmente provocanti, di un numero congruo di esponenti del potere politico ed economico nazionale e non solo. Se il Manfredonia di "Cetto la Qualunque" ha una sua attitudine più politicizzata e paradossale, inserendosi, nonostante un risultato mediocre, nel panorama cinematografico italiano vicino alle crudeli prove di Pietro Germi, pur non avendo un minimo di spessore, Bruni, intercetta, su un altro soggetto spinoso, l'asse popolano delle commedie rose italiane con una struttura corale hollywoodiana tutta basata su relazioni di opposizione (maschi contro femmine, pseudo-tradizionalisti e pseudo-modernisti, ricchi e poveri)- Prendendo a piene mani dalla televisione (il cast è di impatto in questo senso), Bruni riesce a dosare con più attenzione gli ingredienti e sulla distanza svolge un lavoro superiore a Manfredonia, limitato dalle gag straripanti dell'Albanese mattatore. Ciò non significa che "Nessuno mi può giudicare" sia un film rimarchevole, tutt'altro, ma svolge la sua funzione di intrattenimento egregiamente. Il problema sorge quando si cerca di risalire alla china del messaggio sociale che, in un modo o nell'altro, il lungometraggio propone. Dato per assodato che si tratti di un'opera contemporanea e radicata nella realtà, va detto che il suo meccanismo interpretativo è a dir poco accomodante, basato su un ribaltamento ideologico e indirizzato ad un lasciapassare molto nazional-popolare del mestiere in questione. Non c'è una critica, ma un'accettazione, non c'è un retrogusto, ma tutto, compreso la svolta patetica, è in superficie. Così i momenti più accattivanti vengono cancellati da una squallida prospettiva complessiva, mentre alcuni eccessi (il carattere di Papaleo, scritto malissimo e recitato peggio, checché ne dicano gli estimatori) rendono il tutto ancora meno convincente, avvolto da una cappa di ideologia conforme. E quando affronti un film legato ad un tema sociale, anche in chiave comica, e ti rifugi nella conformità, l''operazione rivela immediatamente la sua mollezza contenutistica, la sua frivolezza e perde ragione di essere. Manca il cinismo di "Boris - Il Film", splendido esempio di cinema comico con istanze che si fanno largo sotto una struttura brillante e riuscita, un miracolo poco visto nel nostro paese. In alcuni momenti, sembra che il paragone tra i due possa reggere, grazie anche alla partecipazione di interpreti presenti nei due cast, ma è un'illusione momentanea e sprovveduta, che non fa che evidenziare la differenza abnorme, progressivamente. Il cast è molto ben amalgamato e le prove sono discrete. Paola Cortellesi, vera anchorwoman, mostra tutta la sua duttilità, ma (siamo d'accordo con alcuni critici) viene vincolata dalla scelta di copioni opinabili, Bova è un belloccio senza personalità ad anni dall'esordio,  ma la vera sorpresa è Anna Foglietta, che potrebbe trovare un posto al sole nella commedia italiana odierna. La segnaliamo con molte speranze.

02/09/11

Review 2011 - Amici di letto ("Friends with Benefits")









Il dato è tratto. La comedy americana estiva R-Rating ha stancato e arranca. "Friends with Benefits" è l'ennesima copia ri-mediata del classico incontro tra cinema e sesso, da "Harry, ti presento Sally" in poi. Corrispettivo perfetto dell'altrettanto discutibile e recente "No String Attached" con Natalie Portman e Ashton Kutcher, non riesce a superare i medesimi difetti di impostazione nell'intreccio del tutto secondario all'inquadramento sociologico e all'ostentazione della relazione hippie-sessuale tra i due protagonisti destinata al solito happy ending moralistico. Sessista nella solita identificazione di debolezza nella donna, esagerata commistione di stereotipo e suo contrario (il gay mascolino interpretato da Woody Harrelson), è un passo falso per Will Gluck, il regista del cult "Easy A". Fa capolino, per pochi minuti, la veterana Emma Stone e ruba la scena ai due protagonisti, una Mila Kunis abituata alla commedia e in forma (che batte di gran lunga, a distanza, in appeal comico, la ex-collega Portman) e un Timberlake che fa l'en-plein, insieme all'altra riot-comedy  della stagione, la meno riuscita (il che è tutto dire) "Bad Teacher". In entrambi i casi, per lui un'interpretazione e un carattere fuori luogo.


L'estate americana, ormai conclusa, è stata caratterizzata da una forte affermazione delle commedie scorrette e consigliate agli adulti. A partire dal mese di maggio, possiamo computare un numero incredibile, rispetto alle medie annuali precedenti, di pellicole con forte propensione alla comicità sregolata, eversiva, per nulla accomodante. L'antesignana e la sorpresa della stagione è stata "Bridesmaids - Le amiche della Sposa", box-office domestico (solo USA) pari a 170 milioni dollari. Aumentati gli incassi anche per il sequel di "The Hangover" che ha oltrepassato i 250 milioni di dollari, nonostante le perplessità della critica e di un numero cospicuo di fan della prima ora. Supera i 110 milioni nel solo territorio statunitense un'altra comedy-crime (la migliore per chi scrive) di recente uscita in Italia, "Horrible Bosses - Come ammazzare il capo e vivere felici" con un parterre-chicca e un mood in parte fresco e meno inflazionato. Ma è stato vero successo anche per "Bad teacher" con Cameron Diaz iper-sexy, quasi 100 milioni e discreto è il risultato per "Amici di letto" che ha superato, a fronte di budget pari a 35 milioni, già i 50 nei soli Stati Uniti. Ad un certo punto la saturazione è stata tale che alcune pellicole del genere hanno cominciato a risentire (e non poco) della dinamica dominante, ottenendo risultati per nulla lusinghieri ("The Change-Up" con Jason Bateman e Ryan Reynolds, "30 Minutes or Less" dal regista di "Zombieland", con Jesse Eisenberg). Come potete facilmente comprendere dalla molteplicità dei titoli in questione, nel mercato statunitense si è verificato un fenomeno di massa analogo a quello registrato in Italia a partire dal Dicembre dello scorso anno e perdurato per qualche mese con un successo incredibile e nuovo per commedie sempliciotte e popolane da Zalone in poi.  Il successo della adult-comedy americana ha, da una parte, sostituito il fenomeno "comics-movie", o almeno attenuato la sua forza, dall'altra ha portato ad un'inflazione incredibile della stessa, considerati anchi i casi di "comedy" famigliare, poco fortunati rispetto al solito. In tutto questo, "Friends with benefits" ha risentito dell'ondata positiva, ma ha giustamente pagato una ripetitività del plot e un arrivo tardo sugli schermi. Espletata la descrizione del fenomeno in sé, va detto che la pellicola non ha la forza trascinante di una ditta (che sia di Apatow o di Phillips) capace di dar vita, nel bene e nel male, ad  una sceneggiatura corale e si affida esclusivamente al duetto Timberlake-Kunis, il primo poco credibile, la seconda spontanea e convincente. Infatti, nonostante i nomi di rilievo (Roger Jerkins, Woody Harrelson, Patricia Clarkson), e qualche sporadica e fulminante comparsata (Emma Stone), il film di Gluck rimane lontano da una perfetta simmetria organizzata degli elementi narrativi, facendo dei personaggi secondari semplici riempitiviti decorativi, magari necessari per spezzare il tono eccessivamente sexy di alcune sequenze. La dinamica dello scontro dei sessi, tipica della commedia hollywoodiana dal suo sorgere, trova un suo completamento nell'assoluta centralità della tematica sessuale, con un occhio divertito e parossistico più che problematico. Ma non c'è leggerezza, tanto meno eleganza. In più il carattere alternativo implicito nel titolo (che sia il poco plausibile italianizzato "Amici di letto" o l'idiomatico "friends with benefits") assume ben presto il solito tono moralistico della nascita del sentimento amoroso e perde mordente, limitandosi ad assemblare visioni panoramiche di una New York moderna e dinamica, tra flashmob e amenità da tempo libero. Qualche battuta è geniale, interessante anche l'incipit con montaggio parallelo e" finale" a sorpresa, ma la mediocrità è presto in agguato. E il film non riesce a risalire la china.