06/01/11

Film "natalizi" da vedere - Dumbo



Oggi alle 19,10 su Rai2

Dumbo entra di diritto nella cinematografia come figlio dei suoi tempi, in grado di raggiungere una commistione di generi non indifferente. E’ un’opera, forse, meno complessa del failure (commerciale) di Pinocchio, ma molto più in linea con i tempi reali, non quelli sociologici per intenderci, da manuale. Se la storia di Pinocchio ha dei tratti troppo metaforici per risultare in linea con la comprensione bambinesca, Dumbo ha un grande appeal sui bambini. Non ha il carattere impositivo del burattino, e l’intento pedagogico ha una funzionalità ben più ampia, emotivamente più travolgente. L’elefantino dallo sguardo dolcissimo, azzurro come il cielo, trascende la sola destinazione infantile e fa commuovere i più grandi. E’ un film che tenta di sfidare il “patetico” come metodo ed il melodramma come genere. Il risultato è un certo anacronismo, una certa “dinamica delle retoriche”, in linea con l’epoca della sua creazione e con la trilogia di cui fanno anche parte Pinocchio, appunto, e Bambi. La problematica dell’animazione, va detto, d’altronde, è cercare di coniugare scene di generi diversi, appresi da ogni retaggio culturale. E Dumbo, da questo punto di vista, alterna il fantastico e il patetico, unendo tutto in virtù di un messaggio di accettazione universale e di definizione di capacità, non di incapacità. Attraverso le orecchie appesantite, cariche, gigantesche, Dumbo affronta un proprio viaggio interiore, a cavallo del totale disprezzo, dell’acidume, il suo è un atteggiamento di chi non ha il coraggio di combattere; è bambino. Il suo unico baluardo è il lento cullare della mamma, in una nenia che riconcilia un senso di bontà, altrimenti del tutto assente. Il messaggio di fratellanza, comunanza, compassione, nel senso più bello della parola, sta in mano ad una rivoluzione stessa dell’appartenenza ad una certa specie: un topolino, la paura più grande di ogni elefante, diventa il punto di riferimento per la sua crescita, una volta relegata la madre al centro rieducativo, carovana delle carovane, lassù sul cucuzzolo. E’ una forma di adoptio che ha significato volontaristico nella maniera più assoluta. Dumbo ha bisogno di trovare il suo posto nel mondo. L’espediente della loquacità del topo contro l’assoluto mutismo dell’elefantino è un altro elemento che fa intendere molto. E’ solo grazie al topo che Dumbo non viene del tutto abbandonato, escluso dal mondo che lo rifiuta, dalle elefantesse del circo che hanno per lui parole e atteggiamenti di odio, non molto lontani dai rigurgiti razziali,. In tutte le loro forme. E, proprio in prossimità di un cesto di spumante scambiato per acqua, che l’amicizia, con una reciproca accettazione, raggiunge il suo culmine. Ubriachi, si trovano addormentati su un albero, l’uno accanto all’altro. Qui si prende il volo, le orecchie planano nell’aria fresca, con una punta di magia, una piuma da mantenere con la proboscide. Quando cade, Dumbo ha perso tutte le sue paure e riesce a mantenersi alto nel cielo. Non ha più bisogno di salvagente. Dumbo rilancia Disney, nel suo miracolo continuo. Un plauso alle musiche, di grande qualità premiate con l’Oscar e se l’animazione è semplicistica, la tecnica ancora ai primordi, c’è una scena in cui si sognano elefantini rosa che ha dell’incredibile nel descrivere gli effetti di una sbornia. Dumbo, in poche parole, è un saggio sulla vita e sul pregiudizio, sulla rinascita e sull’amicizia, sul valore di ogni singolo essere vivente, sulla società e le sue prevaricazioni. Ed è soprattutto un capolavoro che risponde all’odio insensato con l’amore motivato. La sequenza della madre che culla il figlio da dietro le sbarre è di diritto una delle scene più commoventi della storia del cinema.

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