Stasera in Tv


SkyCinemaClassics 22,50
Accadde una notte


Il cinema di Frank Capra è troppo pacificato per avere, da parte mia, un’eccessiva ammirazione. In realtà, il gusto personale non può distogliere da un tratto, leggero come una piuma smaltata, ma tenace come lo sporco di grumi di succo di pomodoro, che, oggettivamente “dà a Capra ciò che è di Capra”. Il regista di nascita italiana (Sicilia) coniuga ed interpreta lo spirito americano nei suoi valori più marcati, nei suoi ideali più netti, nei suoi sogni realizzati. E’ il regista della chance, dell’opportunità, del sogno americano. Per questo, la sua poetica è troppo pacificata per essere moderna. Eppure i film di Capra esercitano un fascino che non si annienta anno dopo anno, sembra rafforzarsi, come una torre che pende da una parte, quella dei suoi detrattori ma si innalza, ferrea e grande, dall’altra, mentre si intrattiene con le altre torri più alte dei suoi tempi, senza esitare a colloquiare, data la pendenza, con gli autori meno noti e soprattutto con la gente semplice. Credo che la semplicità sia la caratteristica vincente di un cinema che non ha bisogno di nient’altro che di ottime interpretazioni. “Accadde una notte” è l’unica screwball-comedy ad avere afferrato l’Oscar come miglior film. Non è mero romanticismo, defilato, ma ha un guizzo ludico irriverente, a volte dinamico, a volte statico. Il tipo di comicità sta in entrambi i frangenti. La location è fondamentale, d’altronde. Un film intero girato tra treni, stazioni ferroviarie, complessi alberghieri che fungono da motel e non sono molto diversi dalle colonie estive dei giovani di un po’di tempo fa, mostra, già, la sua velocità nella voracità del luogo, che è un tipico “cotto e mangiato”. L’allusione al cibo si può intendere se si riscontra un altro parametro: le scene d’affetto, le “Mura di Gerico”, ovvero quello spago attaccato alle due estremità del muro e ricoperto da un lenzuolo spesso, un escamotage che sa di puritanesimo, in realtà, verso la fine , come per l’evidente gusto del proibito, vanno a ribaltare l’impressione e quasi a denigrare l’intero sistema delle apparenze sociali. L’unico vero personaggio negativo è colei, che, per motivazioni economiche, e giudizi morali (secondo un criterio di rispettabilità imposto da canoni esterni), rompe, indirettamente, e per un breve tratto, fino alla ricongiungimento finale, l’afflato emotivo. La storia è molto semplicistica: figlia di un magnate, Ellie scappa dalla prigione dorata del padre, e fugge dall’unico uomo che ama, l’aviatore Westley. In realtà, la fuga si trasforma in un vero “on the road”, in cui il viaggio sembra un momento di difficoltà (arguta la scena del rifiuto delle carote crude, divorate, poi) ma anche di liberazione e ricongiungimento con il mondo. Pietro è il giornalista , appena licenziato, squinternato, scorbutico, una canaglia con le orecchie a sventola di Dumbo. L’incontro è fortuito, e tra una scenetta teatrale improvvisata per allontanare gli investigatori e ripetute critiche, scocca la scintilla. E’ proprio in questo versante che l’elemento “screwball” è dominante, con un alterco continuo tra le parti e personaggi off-limits. C’è chi afferma di non poter morire perché ha un appuntamento. Gli attori sono incredibili: Gable ha fascino e la chemistry con la sublime Claudette Colbert è di classe e malandrina. Quando la donna si risveglia, nel treno, con gli occhi ancora socchiusi, sul petto del giornalista, la dolcezza è infinita e la resa è tanto semplice da sembrare reale, umana. Questo è il film su cui punta la Christine Collins di “Changeling”, la notte degli Oscar del 1935, sperando nel guizzo romantico e a lieto fine contro “Cleopatra”. Un signor film.

Commenti