19/02/11

Review 2011- The Good Heart





 6.5/10

E' un film strano "The good heart". Nella migliore, ma anche peggiore accezione del termine. Di certo, non è un'opera che tutti possano amare, anzi sarebbe del tutto comprensibile l'atteggiamento contrario, quello della denigrazione pura, della critica assoluta. Non a caso, c'è stata, alla sua release americana, dopo un anno di stand-by, una sorta di politica di accanimento da parte di molti critici, anche autorevoli, come Roger Ebert, che l'ha annoverato tra le pellicole più brutte dell'anno. Di certo, non è un prodotto che rientra soltanto nella definizione del genere "indie", almeno nell'ottica statunitense (dove "indie" non sta necessariamente per "alternativo"), ma è un film d'autore che risente molto della sua componente europea. Non a caso, il regista è Dagur Kári, a noi noto per "Nói albínói", la produzione è locale e composita, il cast è variegato, da Brian Cox, scozzese di sangue, alla francese ibrida Isild Le Besco, fino all'americano Paul Dano. Proprio questa eterogeneità a monte per quanto concerne il cast, soprattutto artistico, porta ad un prodotto che non soddisfa mai completamente le esigenze di chi segue l'ottica "ArtHouse" o di chi è un accanito sostenitore dell'indie movie alla "Sundance". In poche parole, il film non trova facilmente una sua collocazione in termini di sottogeneri. Anche se si tratta di una storia affine al dramma, mai il dramma è stato così ricco di senso dell'umorismo, di letterarietà (con Cox abbigliato come lo Scrooge di turno) , di originalità e anche  di "no-sense", di volgarità inutile e fine a sè stessa, di allestimento scenografico teatrale.  Ho apprezzato "The good Heart" proprio per il motivo per il quale molti nutrono nei suoi confronti livore vero e proprio, perchè, pur restando molto semplice e prevedibile a livello di sceneggiatura, non sai mai dove va a parare nella singola sequenza, di volta in volta costruita senza un interesse comunicativo unico, anzi mettendo insieme elementi talvolta tanto diversi da diventare un piatto originale e fresco. E la recitazione non è mai sopra le righe, ma insieme grottesca e realista. Molti hanno mostrato apprezzamento per la valorizzazione di Brian Cox, caratteristica di primo livello, ma io non dimenticherei Paul Dano, che è il vero "outsider" della generazione recitativa che può aspirare ad andar lontano.

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