13/02/11

Review - Illegal



6.0 su 10

"Illegal" è un film difficile da giudicare con obiettività marcata, e senza scadere nell'importanza del soggetto e nella facile commozione che ne deriva. La storia drammatica di una donna clandestina in un paese europeo, Il Belgio, è straziante, dolorosa, anche di stordimento fisico dello spettatore. Il problema è che tutto ci viene dato già dal regista per commuoverci, per mobilitarci, per assumere la prospettiva della protagonista, una madre che è condotta in un centro di detenzione precedente all'espatrio, lontana dal giovane figlio. Non ci richiede un vero sforzo di comprensione/problematizzazione, Olivier Masset-Depasse, ma solo una visione dall'esterno, che è profondamente emotiva, anche grazie all'ambientazione che non è ufficialmente un carcere, ma non ha nulla di meno di un luogo di reclusione a tutto tondo. "Illegal" ha un altro limite nel definire una sceneggiatura-azione che si basa su non-azioni, su fatti irrealistici/banali, su dati indiretti piuttosto che su sguardi diretti. E così la donna viene catturata alla fermata dell'autobus, da due uomini in borghese che sentono dal figlio proferire parole straniere (sic), così un'altra immigrata ha nel suo volto ogni escoriazione possibile causata dagli stessi uomini chiamati a espatriarla con la forza, senza una vera scena di violenza netta, al massimo sussurrata, così i movimenti di sensibilizzazione per le condizioni umane sono numerosi e la protagonista viene salvata tramite la bontà dei viaggiatori dell'aereo che la sta portando altrove (la cronaca ci mostra un mondo molto diverso, disumano). Gli espedienti di questo tipo non aiutano e il film perde la sua caratura sociale in più punti. Ma è soprattutto la mancanza di uno stile riconoscibile del regista a limitarne la portata e a farne un'opera dalle buone intenzioni di riuscita discreta, con bei momenti, ma tante, troppe, inutili lacune drammaturgiche. Brava la protagonista Anne Coesens, ma al regista consiglierei di scegliere strade più originali e identificative, perchè alla fine della sua mano rimane ben poco ed è la storia-soggetto ad ergersi sui vari aspetti della cinematografia, invece di integrarsi con essa.




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