Review - I'm still Here





"I'm still Here" è il mock più artificioso e irreale che si sia mai realizzato. Il confine tra realtà e costruzione narrativa è troppo netto e un Joaquin Phoenix in preda ad una crisi artistica, spacciata per un hoax di prima categoria dalla stampa, è la negazione dell'evidenza. Soprattutto se tutto sembra incollato per suscitare il carattere finzionistico della messa in scena, organizzato con banalità e in parallelo ad un ufficio stampa che non sa (ma in realtà sa) le mosse dell'ex-attore ora rapper Joaquin Phoenix. Più che un ritratto, il film, piuttosto lungo per il genere, è una pellicola di fiction trattata come se fosse un vero percorso interiore. Per chi vi scrive, l'elemento parodico è evidente fin dall'inzio, con vecchi frammenti della vita infantile del protagonista e un'immersione nelle acque di Panama, che è ripetuta alla fine della pellicola e che sembra essere più una presa in giro della poeticità e dell'interiorità che un vero rigeneraris. Phoenix, che di suo è geniale, si trasforma in una sorta di Cat Stevens dei nostri giorni, convertendosi non alla religione islamica, ma alle rime da duro dei rapper di strada e decidendo, per lungo periodo, sotto la mente del suo amico Casey Affleck, di dedicarsi ad una carriera musicale, che si distingue per assoluta mancanza di gusto (e quello che dice Piddy sembra una boutade pazzesca) e per uno stile di vita smargiasso, con tanto di sesso libero, droga a più non posso, eccessi nel cibo e una lunga, lunghissima schiera di imprecazioni giudicabili come volgari. Se il vecchio guiness della riproposizione della parola "Fuck" era comunque limitato a certe scene, nelle sequenze dal vivo (in realtà perfettamente costruite) di "I'm still here" un terzo dei dialoghi è costituto dalle varie declinazioni dell'ingiuria, e gli altri due terzi da parolacce più o meno gravi. Phoenix crea, tramite Affleck, una sorta di piccolo mostro documentaristico, in cui recita (e recita, come al solito, benissimo) la parte di un uomo-genio incompreso. Analizzando il documentario come critica alle grandi trasformazioni di un personaggio, sull'onda di motivi interiori, poi espressi in pubblico, il film è un'ottimo esempio di cinema della denuncia mass-mediatica. Il punto è che Joaquin rimane avvolto nel suo stesso giro e arriva a unire genialità a costante autoreferenzialità. Il progetto vacilla perchè perde, per strada, la via del coraggio da denuncia e diventa una storia senza nè capo nè coda, in cui domina una sorta di snobbismo di fondo e un costante ricorso alla megalomania e al vittismismo da artista incompreso. E così l'idea geniale viene pasticciata, e il film diventa un semplice ritratto anticonformista di un uomo abile a recitare e trasformare sè stesso. Divertente, voyeuristico, pazzo, con una buona dose di riferimenti weird, ma non qualcosa di convincente. Anche se Ben Stiller che reinterpreta l'amico e soprattutto le interviste di David lLtterman sono esilaranti. E' un film che facilmente potrete odiare e che non aiuta, anzi danneggia, la carriera di Phoenix, va detto.

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