10/11/10

Review - La scuola è finita

Valerio Jalongo cerca di diventare Cantet, in un mondo, quello scolastico italiano, che assomiglia a un misto di ragazzacci ribelli con qualche inflessione da cinema realistico. Il problema non sta nelle psicologie e nei caratteri. D'altronde la tipizzazione è l'elemento necessario per un film in cui l'eta rappresentata passa attraverso le tappe del conformismo ad un certo gruppo, ad un certo modello, ad un certo vestiario. Detto questo, Jalongo, anche in questo caso, non va oltre la soglia del ragionevole e non entra nei meccanismi interiori dei membri della classe, eccezione fatta per il protagonista, un giovane Fulvio Forti, che oscilla tra l'amatoriale e lo stralunato fine a sè stesso. La cosa peggiore del film, che parte con una sequenza molto riuscita, quella dell'inquadramento dall'alto e in successione (con dolly) dei banchi fino ad arrivare ad un buco aperto nel muro della classe, è la concatenazione temporale. Non parlo della divisione in capitoli, con tanto di titolo introduttivo, che ha un'importanza peraltro solo marginale, ma dell'incapacità di tenere desto un discorso logico, in realtà strutturato secondo i canoni della tradizione finzionistica italiana, in cui ogni elemento è un pò messo lì, incollato, sputato, magari per esagerare (e già la caduta dal quinto piano è una scelta risibile, per ciò che concerne le conseguenze, così come la madre Ponziani è la solita madre che ama un uomo che non piace al figlio). Il clichè è in agguato, ma soprattutto ad essere in agguato è la raffigurazione realistica. Non basta parlare di un prof che consuma droga, nè il problema generazionale si risolve con l'entrata di una chitarra in classe. Non basta denunciare, nè dare un'idea. E' tutto così confuso, temporalmente inopportuno, raffazzonato che l'impressione è di aver visto e dimenticato, immediatamente. Si aggiungano le interpretazioni. Se la Golino se la cava, con maggiore comprensibilità del parlato, è Vincenzo Amato la vera delusione. E la musica delle Vibrazioni non aggiunge nulla, se non un tocco di qualunquismo da concerto durante un'occupazione.

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