16/11/10

Review - L'Estate di Martino

"L'Estate di Martino" è l'esordio al cinema di Massimo Natale, figlio di Mario, e per anni già al centro della produzione soprattutto teatrale italiana. Presentato a Roma, è un film delicato, piccolo, intenso. Per dare una definizione corretta e per mettere in evidenza l'internazionalità della pellicola (nel cast c'è Treat Williams), potremmo optare per "coming-of-age" al posto del ritrito "film di formazione". In realtà, la pellicola tratta dal testo di Fabbri, "Luglio '80", è  anche inserita in una precisa temporalità. Il film parte con raccordo interessante. La prima sequenza vede un treno nella stazione di Bologna. Estate del 1980, 2 Agosto. Il giorno della Strage. C'è una ragazza bionda, seduta su una di quelle scomode poltroncine da sala d'aspetto, mentre una valigia è posta sotto di lei. La tensione è alimentata dal rintocco continuo dell'orologio inquadrato. Poi d'un tratto, esplodono le onde sui faraglioni pugliesi. E il raccordo usa la sinsetesia per andare in un'altra sequenza, temporalmente e spazialmente diversa. Lo stesso procedimento, semplice ma affascinante, sarà ripreso al termine della pellicola. La storia si riavvolge. Torna indietro. Compaiono altri protagonisti, un gruppo di giovani ragazzi, con il fratellino minore, il quindicenne Martino, che vive in una sorta di incomunicabilità con il mondo. Tra eventi recenti (Ustica imperat, con il suo dramma) e una rete metallica che limita l'accesso ad una spiaggia bianca destinata a militari americani, giovani politicizzati (ma anche soliti lumaconi) e ragazze semplici, con accessori a metà tra le bambine e le adulte, piuttosto naif, si snoda la vicenda di una rinascita. La rinascita di Martino, appunto, un ragazzino che ha perso la madre, e vive nella rielaborazione costante della favola di Dragut, e che in un'estate sembrerà trovare un amico statunitense, soldato in grado di insegnargli il "Surfing", e si rapporterà con la ragazza dei suoi sogni. Il cast è piuttosto defilato, ma anche, in alcuni casi, intenso. Oltre a Treat Williams che mostra empatia, colpisce un piccolo (ma grande) Luigi Ciardo, che riesce ad unire un tratto tipicamente popolano (nel tono e nell'inflessione dialettale) all'immediatezza di un ragazzino, empatia inclusa verso il ruolo. Matilde Ciardo si mostra disinvolta, molto lontana dal ruolo adolescenziale "mocciano", ed è insieme elegante e avvolta da un sottile fascio di luce che la rende sfuggente. Un film meritevole, da vedere. La capacità di scrittura, così come la regia di Natale, ci mostrano un'angolazione cinematografica forse non troppo originale, ma interessante e vendibile.

Citazione:
"Sognare, non vuole dire Dimenticare"

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