11/10/10

Tv-Movie of the day - Julie & Julia

Julie & Julia





L’ultimo film di Nora Ephron, reduce da stagioni non propriamente propizie, risulta a tratti convincente, a tratti esageratamente ridicolo. L’elemento più perspicace è una quasi perfetta strutturazione narrativa: le sequenze scivolano come se fossimo in un campo da tennis, con la palla che passa da una parte all’altra del campo e, di volta in volta, fa conquistare un 15 con alterità, senza una sproporzione e con poche, metafora calcistica, invasioni di campo, sottolineate da uno stacco a cui segue un’inquadratura che risulta diversa spazialmente e temporalmente, con una rete che sancisce i limiti delle intersecazioni, ma con una medesima azione compiuta, in un modo diverso, a seconda delle due epoche storiche in cui i personaggi vivono (preparazione della torta al cioccolato nella Francia di Julia Child e nell’America di Julie Powell, maccartismo in lontananza da una parte, 11 settembre dall’altra). Il film è tratto dalla biografia della prima gourmet americana, l’esportatrice della nouvelle cousine francese in suolo statunitense, la gigantessa (dall’alto del suo metro e ottantotto centimetri, a cui la Streep ha sopperito con i trampoli) Julia Child e dall’opera dell’aspirante attrice e poi romanziera Julie Powell, membro di un’agenzia governativa impegnata all’ascolto delle famiglie colpite , per l’edificazione, un anno dopo le stragi, di un monumento commemorativo. C’è troppo buonismo, che non fa eco nella profonda rabbia interiore della vera Julie, ad un passo dai trenta ed insoddisfatta più alla maniera di Allen con le sue nevrosi rispetto all’atteggiamento bambinesco che si evince nel film. E’ da questa insoddisfazione, da uno spirito narcisista ed accentratore che deriva la scelta dell’ardua impresa: cucinare in 365 giorni le 524 ricette del libro di Julia Child. Da tale premessa, il film definisce un continuo passaggio da una parte all’altra, da Julie a Julia, con relativi rimandi (le lettere della Child e del marito, le missive per la pubblicazione del libro, a cui si contrappongono l’invenzione di un blog della Powell e i messaggi in segreteria che, celermente, dopo un’ospitata, offrono contratti editoriali). Si noti come il progredire delle tecnologie porti ad una più facile affermazione di sé stessi, in nome di un concetto di spettacolarizzazione e di un facile accesso alla celebrità momentanea. Passando ad un piano tecnico, ben assunto l’equilibrio della sceneggiatura con dei passaggi storico-politici non appesi nel vuoto, la mano della Ephron è più che garbata, discreta, anche se la ricostruzione di Parigi lascia molto a desiderare, tra interni e poco altro. Andando su un piano recitativo, si può cogliere l’aspetto di ridicolo che nuoce non poco alla resa del film: il doppiaggio di Meryl Streep, così acuto da togliere il fiato per il fastidio. Julia Child, in questo proposito, aveva una voce stridula, forse anche antitelevisiva (nonostante presenziasse con successo anche nel tubo catodico) e, nell’ottica del realismo duttile e della mimesi da Actor’s Studio della Streep, è chiaro che anche la voce sarebbe stata modellata tale e quale alla vera. Solo che se la versione originale è perfetta, l’edizione italiana è alquanto caricaturale. Molto meglio Amy Adams, che, senza forme e gracilina, ha una mimica notevole e concede una certa empatia al suo personaggio, donando grazia al film, anche se la Powell ha un phisique du rôle molto diverso. I mariti, compreso Tucci, sono oscurati dalle personalità delle mogli. Tra un Bouef Bourguignon, aspic, aragosta ribelle ed anatra da disossare, l’appetito non vien guardando, con un po’ di sano sciovinismo italico.

Il trailer dopo il salto:



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