Review - Animal Kingdom


"Animal Kingdom" è qualcosa in più di un film. O almeno non è un film nell'ottica comune della definizione. Siano abituati, soprattutto in un film ad impostazione anglosassone, ad una sorta di facilità narrativa. I personaggi sono disposti in modo gerarchico, per far risaltare ruoli principi e le storie prendono la via del razionale e del noto. Un autore, spesso, nello scrivere il film, non riesce a dissociarsi dall'immagine totalizzante, corretta, mirata, tradizionale, facile, imposta dall'esterno, dagli spettatori e dai produttori. E "Animal Kingdom", se ha una caratteristica formale, è la capacità di sfidare le regole imposte. In una sceneggiatura standard, c'è un personaggio preminente. In "Animal Kingdom", il ruolo è assunto da un quasi spettatore, una sorta di giovane narratore che racconta la vicenda, come evidente nelle sequenze iniziali, e che ci accompagna, come se fosse una presenza solo in parte coinvolta negli eventi. O, meglio, coinvolta negli eventi suo malgrado. E' ancora la violenza a dominare, ma siamo in Australia, a Melbourne e non nell'America granitica e glaciale di "Winter's bone". E, piuttosto che occuparsi di un paesaggio quasi normalizzante,il regista David Michôd si impegna a  creare una sceneggiatura (è anche autore dello screenplay) che mescola continuamente le carte. In men che non si dica, personaggi che sembravano imprenscindibili scompaiono, e ne vengono a galla altri. Contro ogni categorizzazione e contro gli imput classici di un film del genere, ambientato tra criminalità e polizia, tra famiglia reale e acquisita, non c'è una direzione fino alla fine, un tragitto che porti lo spettatore a presagire un evento. La porzione di mondo rappresentata è dominata dal caos, quello primordiale. Così l'altorilievo iniziale, con tanto di leone, è appunto l'esemplificazione visiva del titolo, "Regno Animale". Si tratta di una concezione tipicamente darwiniana, ma maggiormente incline alla filosofia, in parte nichilista, in parte, a livello concettuale, nell'immagine dell'uomo data da Hobbes. Il "regno umano" è popolato da strani esseri che agiscono l'uno contro l'altro, anche non volontariamente, dominati da un istinto brutale e in perenne e quasi senza senno movimento. La pellicola è una piccola porzione di mondo, il meccanismo di funzionamento di una famiglia criminale, un film corale che preferisce alla polifonia totalizzante un insieme di monofonie separate, scisse, che hanno un inizio ed una fine. David Michôd crea tanti piccoli tasselli, non del tutto esplicitati, e tace su molto. Come detto, quando scompare un personaggio che si crede essere cardine della storia (e in realtà è solo un pezzo del puzzle, per di più inutile ad una visione di insieme, e con un dolore inesistente, taciuto, compresso di chi sopravvive), tutte le sottostorie e i personaggi corollari alla sua figura vengono meno e la camera li abbandona a sè stessi. Allora, il cerchio si stringe. Anche se il tutto, come nella realtà, rimane appeso nel vuoto ed ogni personaggio è simbolo di ambiguità. Ambiguità morale, si intenda. Il film è una storia recitata alla grande da un cast di attori perfetti non molto noti in cui emerge James Frecheville, e in cui le star come Guy Pearce sono relegati a ruoli di comprimario (d'altronde in meno di due ore, vengono dipanate e intrecciate una notevole serie di storie, con una grande quantitù di attori). Il film animalizza l'uomo e arriva ad umanizzare l'animale. Non fa una grinza.

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