I bambini di guerra


Ladri di biciclette

La disperazione ammutolita di uno sguardo. “Ladri di biciclette” è, in primo luogo, un po’ il corrispettivo del bambino di Truffaut. Negli occhi di Bruno c’è un dramma fortissimo, un dramma che le lacrime non riescono, da sole, a mitigare. Gli occhi di Bruno sono gli occhi della Storia. Sarebbe facile etichettare il dopoguerra come esaltazione dell’umanità sulla barbarie. Il passo è meno ordinato, meno rigoroso di quanto si aspetti. La statua di bronzo fascista viene meno, travolta da un’onda anomala, la guerra pone fine al suo esito. Da sempre ci sono, dopo una battaglia, vincitori e vinti. In realtà, il dopoguerra non è che la continuazione reiterata del conflitto: dai campi di scontro e di concentramento, dai campi di prigionia si passa ad un conflitto molto più subdolo. Il dopoguerra è, per intenderci, una tenace guerra civile e sociale, asperrima a volte, a volte giudiziosa. Ciò che sta intorno al bambino arruffato Bruno è l’assoluta permanenza di una scissione umana. Non c’è traccia d’amore verso l’altro, quello che si evince è un parziale riferimento famigliare come unico centro d’affetto. De Sica percepisce un umore popolare che non è da immagine scattata a Porta Portese. Scava nel sottosuolo psicologico del mondo ed apre la porta al conflitto, non a quello interiore, che è un clichè intellettuale, né a quello che percepisce, nell’ordine perentorio, il combattente. De Sica, pur presentando la Roma più bella, naturale, genuina di sempre, non fa altro che coprire lo scheletro della Città Eterna. Le case ricostruite hanno ancora i vecchi segni del bombardamento, gli uomini, oltre agli scheletri negli armadi ben riposti, sono anch’essi quei vecchi scheletri che gironzolavano, a volte, senza fiatare, in epoca fascista. Quello che colpisce è che la cooperazione opera solo a livello di clan, di quartiere, per salvare il conoscente, o per impartire un giudizio morale a qualcuno esterno. Il popolo romano, in maniera decorosa, pretende che la regola venga rispettata. Il passaggio, che risente del modello statualista fascista, oltre che della ricerca di un nuovo accertamento di giustizia più efficace, non è del tutto veritiero ed implica la possibilità di un sotterfugio per chi fa parte del giro di borgata, del blocco popolare. Non è ammessa, sembra, da un punto di vista strettamente sociale, quasi in antitesi al favor accordatale durante il fascismo, la delazione. Pietro, appena assunto, dopo anni di inattività, protegge il suo mezzo di locomozione, la bicicletta. E’ un tipo di protezione che non riserva nemmeno al figlioletto Bruno. E’ una protezione di proiezione: la vita dell’intera famiglia si poggia su quel mucchio di ferro. L’uomo si oggettivizza nella bicicletta, il suo sogno post-guerra ha un’unica possibilità: il lavoro manuale e lo strumento di lavoro indispensabile. Il furto della bicicletta è un furto a quel prolungamento di sé più esposto ad un miglioramento delle condizioni; la moglie è affannata, il figlio dimenticato, completamente avulso non dal padre (c’è un attimo struggente, in una locanda) ma da quegli scheletri che riempiono le strade. Qui la critica è più forte: il sindacato non ne passa indenne, ma è la borghesia ecclesiastica che viene derisa con le sue manie e un atteggiamento realmente ambiguo, più di facciata che d’animo, verso i più poveri. Non c’è un anziano buono, non c’è un povere buono. La povertà diventa una condizione penosa, insormontabile. E se un bambino se ne accorge, e presta conforto al padre offeso nella sua stessa levatura morale, non c’è spazio per esaltare i piccoli attimi di libertà e commuoversi di gioia per la fine delle azioni di guerra.

Giudizio numerico: 9/10

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