Congiunzioni, legami nei cicli di una vita. Ritratto di Bagheria





Baarìa

Tornatore interseca il punto di vista oggettivo, dei fatti storici, con l’elemento soggettivo, volontaristico, degli atti umani. Baarìà è lunghissimo panegirico che cinge concetti atavici, chiavi di volta della poetica anche politica di Tornatore. Se “Nuovo Cinema Paradiso” aveva una forza già felliniana nell’attingere all’Amarcord personale, conservando una certa freddezza stilistica, “Baarià” è quanto di più felliniano sarebbe possibile produrre nella nuova era cinematografica: il tema onirico si affaccia con ripetuta insistenza, non c’è traccia di realismo, ma una cocente esagerazione delle scelte di sceneggiatura, sovrabbondanza dei personaggi, degli sketch, ampollosità della complessa resa tecnica, tra ricorso al digitale, dolly e fotografia laccata tanto da stordire la vista. Baarià è un testamento pubblico, con tanto di notaio ricchissimo alle spalle (Medusa, ndr), che si condensa nella traccia del ricordo come se fosse unica via di fuga, volo che congiunge storie simili e diverse, in un mondo che cambia ma resta lo stesso. L’impressione a freddo che si scorge dal film è quanto di più difficile si possa analizzare: la veracità siciliana di Tornatore è così veritiera o è una scelta remunerativa, considerando i fasti della trilogia siciliana precedente? Ed è una questione di poetica o di compenso? Domande a cui è inutile dare una risposta. Questioni che è più saggio lasciare fuori da un’analisi cinematografica. Baarià (Bagheria) apre “le porte al vento”, un vento caldo che prosciuga l’ultima traccia d’acqua e lascia col respiro affannato per quasi tre ore. Ci Sembra di assistere ad una liturgia, schematicamente divisa, che parte da un volo sulla città di un figlio, dall’alto, e termina con il risvegliarsi magico da un sogno di decenni di un padre, mentre è perfetta la resa geometrica di luoghi che appaiono, nell’architettura come nell’urbanistica, in età risalente, fuoriusciti da un cubo magico e poi si adeguano al tram-tram odierno. La poesia è scontata ma evidente, l’anello di congiunzione continuo, la storia, tra personaggi che vi entrano ed escono, coerente. E’ una traccia d’Italia vera, di storia di un certo paese, di certi personaggi, tra il grottesco dei mostri di Palagonia, la realtà di fatti storici ( Referendum, Portella della Ginestra, Riforma Agraria, Sindacalisti uccisi dalla mafia), e la realtà quotidiana di tre generazioni: dal pastore Cicco, al militante “riformista” Peppino a Pietro, alter-ego di Tornatore. E’ un passaggio dall’oggettivo al soggettivo in continuo mutamento: se Cicco non può studiare, Peppino è una delle anime più lungimiranti della pagina comunista, Pietro sublima la sua evidente passione politica in un ambito personale, artistico. E’ un po’ la storia del contrappasso tra ideologia e trasformismo, politica di professione e politica per professione, politica di piazza e politica di girotondo, descrivendo l’elitario esito della Sinistra italiana. Momenti notevolissimi, qualche lungaggine, attimi di vita che diventano sfumature e perciò sfumano nella creazione di una storia famigliare, societaria e politica. Lina Sastri, Ficarra hanno dei personaggi splendidi, bravissimo Francesco Scianna, quasi esordiente nel cinema e misurata la bellissima Margareth Madè. L’ensamble è ottimamente diretto.

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